giuliano

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IL TOMO

mercoledì 19 febbraio 2020

ZI ZI ZI!



















Prosegue nel...:
















Tribunale del vero inquisitore (2)













Ma è così difficile definire una fatica che ci appartiene. È poi si tratta di un libro così complesso, di un libro pieno di libri. Guarda, potrei dirti che è un romanzo Ideologico: molti fra coloro che l'hanno letto sostengono che È anzitutto un romanzo ideologico. Ed È vero, senza dubbio

È un romanzo Ideologico.

Potrei dirti che è un romanzo Verità: quasi tutti fra coloro che l'hanno letto lo definiscono un romanzo Verità. Ed È vero, senza dubbio

È anche un romanzo Verità.




Potrei dirti che è un romanzo sul Potere e l'anti Potere: alcuni  lo vedono come un romanzo sul Potere e l'anti Potere.

Ed è vero, è anche un romanzo sul Potere e l'anti Potere.

Altri lo vedono come un romanzo classico costruito come il romanzo inglese dell'Ottocento; altri come un romanzo moderno costruito con gli elementi della tragedia greca... Il fatto è che come ogni altra fatica, ogni altro lavoro, quando un libro è concluso vive di vita propria. E diventa ci che vi vedono gli altri. Non È più ci che l'autore voleva che fosse.




Domanda: E tu, cosa volevi che fosse?

Un libro sulla solitudine dell'individuo che rifiuta d'essere catalogato, schematizzato incasellato dalle mode dalle ideologie, dalle società, dal Potere.

Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è uomo massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano; siano essi a destra o a sinistra o al centro o all'estrema destra o all'estrema sinistra o all'estremo centro.

Un libro sull'eroe che si batte da solo per la libertà e per la verità, senza arrendersi mai, e per questo muore ucciso da tutti: dai padroni e dai servi, dai violenti e dagli indifferenti….*1




[*1 Consiglio vivamente la lettura di questo attualissimo capolavoro alieno ai tarli del Tempo anche e soprattutto fra la miriade di Tomi e Libri ed immancabili Giornali che affollano ed ornano nonché allietano le vetrine di Dotti Illustri Saccenti informatizzati dagli scaffali  alle Parabole evoluti e/o delegati, i quali riflettono disquisiscono deliberano e legiferano muti a qualsivoglia elevato pensiero allietando ed intrattenendo l’odierna platea quanto la presunta cultura pur dimenticando l’Uomo ed il suo Diritto quanto Principio difeso ma quantunque costantemente vilipeso.

La Vetrina orna l’apparenza officiando il mercato del Tempio.

Consiglio vivamente in codesta Stagione afflitta e non solo dal morbo o dalla Peste (tele)comandata contratta e contesa nel numero aggiornato dimenticando ed abdicando all’odierno Veleno  distillato e rivenduto nonché spacciato per antidoto.

Consiglio vivamente la lettura della Vita in questo Sentiero deriso e calunniato giacché in ogni Uomo perseguitato si nasconde ogni Stagione negata ed alla croce del Teschio destinata!

Consiglio vivamente la lettura del Tomo giacché l’inganno si paventa maschera ed evolve come ed al pari del virus di cui si nutre qual benefico ornamento dell’orrore.

Lo puoi incontrare con l’eterno sorriso d’offesa subita ma quantunque arrecata divenuta smorfia di disprezzo qual motto del futuro progresso!

Lo puoi incontrare ovunque vi sia un Uomo destinato alla Verità avversato dall’immancabile citofono-telecomandato al bivio di ritorno o all’inizio d’un Viaggio.

Lo puoi incontrare ovunque con la casacca e la penna del Regime solo per poterti confessare, o peggio, sussurrare alla conchiglia atrofizzata di questa Deriva, di questo strato di Vita, di questa Stratigrafia rinata e risorta: “son io Giuda tu un povero inutile Uomo senza patria e Diritto abbiamo confuso anche quello per ogni cosa che conta ed evolve in nome e per conto del Potere ingannare la Legge!”.

Lo puoi vedere con una nuova maschera sul volto e la camicia d’un diverso ugual medesimo monocromatico monotono colore ciarlare stesse identiche dottrine confuse e condite d’inutili parole confondere la Vita confondere l’Amore.

Lo puoi vedere barattare ogni Stagione che muore con la l’insolita sua Poesia d’Amore abbracciare la Morte che risorge promettere la Vita in nome e per conto del nuovo Regime.

Lo puoi vedere inginocchiarsi all’Altare degli Uomini caduti cantarne o deriderne le gesta rivendute come le ossa afflitte del troppo martirio fondare futura Chiesa con la falsa ed eterna promessa… in nome e per conto della Vita…

Zi zi zi… lo puoi vedere ed anche sentire se solo questa Stagione riesce a distinguerne le inutili parole avvelenare ogni Uomo e l’Infinita Stagione che muore…    


           

Zi, zi, zi! Vive, vive, vive!

Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna.

Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l'implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi.

Sottrarsene era illusione.




Alcuni tentavano, e si chiudevano nelle case, nei negozi, negli uffici, ovunque sembrasse di trovare un riparo, non udire almeno il ruggito, ma filtrando attraverso le porte, le finestre, i muri, esso gli giungeva ugualmente agli orecchi sicché dopo un poco finivano con l'arrendersi al suo sortilegio.

Col pretesto di guardare uscivano, andavano incontro a un tentacolo e ci cadevano dentro, diventavano anche loro un pugno chiuso, un volto distorto, una bocca contratta.

Zi, zi, zi!




E la piovra cresceva, si spandeva in sussulti, a ciascun sussulto altri mille, altri diecimila, altri centomila. Alle due del pomeriggio erano cinquecentomila, alle tre un milione, alle quattro un milione e mezzo, alle cinque non si contavano più. Non venivano soltanto dalla città, da Atene. Venivano anche da lontano, dalle campagne dell'Attica e dell'Epiro, dalle isole dell'Egeo dai villaggi del Peloponneso, della Macedonia, della Tessaglia: coi treni, coi battelli, con gli autobus, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio prima che la piovra li inghiottisse, contadini e pescatori con l'abito della domenica, operai con la tuta, donne coi bambini, studenti.

Il popolo insomma.




Quel popolo che fino a ieri t'aveva scansato, lasciato solo come un cane scomodo, ignorandoti quando dicevi non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge per Dio, non riparatevi sotto l'ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.

Ora ti ascoltavano, ora che eri morto.




Dirigendosi verso la piovra portavano il tuo ritratto, cartelli di minacce e di sfida, bandiere, ghirlande di alloro, corone a forma di A, di P, di Z, A per Alekos, P per Panagulis, Z per zi, zi, zi. Quintali di gardenie, garofani, rose. E faceva un caldo atroce quel mercoledì 5 maggio 1976, il puzzo dei petali cotti appestava, mi toglieva il respiro quanto la certezza che tutto ciò non sarebbe durato che un giorno, poi il ruggito si sarebbe spento, il dolore si sarebbe dissolto nell'indifferenza, la rabbia nell'ubbidienza, e le acque si sarebbero placate morbide molli obliose sul gorgo della tua nave affondata: il Potere avrebbe vinto ancora una volta.

L'eterno Potere che non muore mai, cade sempre per risorgere dalle sue ceneri, magari credi di averlo abbattuto con una rivoluzione o un macello che chiamano rivoluzione e invece rieccolo, intatto, diverso nel diverso nel colore e basta, qua nero, là rosso, o giallo o verde o viola, mentre il popolo accetta o subisce o si adegua.

Per questo sorridevi quel sorriso impercettibile, amaro e beffardo?




Impietrita dinanzi alla bara col coperchio di cristallo che esibiva la statua di marmo, il tuo corpo, gli occhi fissi al sorriso amaro e beffardo che ti increspava le labbra, aspettavo il momento in cui la piovra sarebbe irrotta nella cattedrale per rovesciarti addosso il suo amore tardivo, e un terrore mi svuotava insieme allo strazio.

I portali erano stati sprangati, puntellati con sbarre di ferro, ma colpi irosi li scuotevano selvaggiamente e da invisibili brecce i tentacoli si stavano già insinuando. Si avvinghiavano alle colonne delle arcate, gocciolavano dalle balaustre del gineceo, si aggrappavano alle grate dell'iconostasi;  intorno al catafalco s'era formato un cratere che di minuto in minuto diventava più angusto: per arginare la spinta che mi premeva ai fianchi, alla schiena, dovevo appoggiarmi al coperchio di cristallo. Questo era molto angoscioso perché temevo di romperlo, caderti sopra e sentire di nuovo il freddo che mi aveva morso le mani quando all'obitorio ci eravamo scambiati gli anelli, al tuo dito quello che avevi messo al mio dito e al mio dito quello che avevo messo al tuo dito, senza leggi ne contratti, un giorno di gioia, ormai tre anni fa, ma non esisteva altro appiglio lì dentro: anche il cordone che all'inizio separava dal catafalco era stato succhiato via dalle ondate dei mitomani, dei curiosi, degli avvoltoi smaniosi di sistemarsi in prima fila per mettersi in mostra, recitare un ruolo nella commedia.




I servi del Potere, anzitutto, i rappresentanti del perbenismo culturale e parlamentare, giunti facilmente al cratere perché la piovra si scosta sempre quando essi scendono dalle limousine, prego eccellenza s'accomodi. E guardali mentre se ne stanno compunti coi loro doppio petti grigi, le loro camicie immacolate, le loro unghie curate, la loro vomitevole rispettabilità.

Poi i bugiardi che raccontano di opporsi al Potere, i demagoghi, i mestieranti della politica lercia cioè i leader dei partiti con la poltroncina, giunti a gomitate non perché la piovra si rifiutasse di lasciarli passare ma perchè li voleva abbracciare.




…E guardali mentre esibiscono la loro aria afflitta, si accertano di sotto le ciglia che i fotografi siano pronti a scattare, si chinano a deporre sulla bara le loro leccate di Giuda, appannare il cristallo con sbavature di lumaca.

Poi coloro che chiamavi rivoluzionari del cazzo, futuri seguaci dei fanatici, degli assassini che sparano revolverate in nome del proletariato e della classe operaia aggiungendo abusi agli abusi, infamie alle infamie, potere essi stessi.

…E guardali mentre alzano il pugno, gli ipocriti, con le loro barbette di falsi sovversivi, la loro grinta borghese di burocrati a venire, padroni a venire.




Infine i preti, sintesi d'ogni potere presente e passato e futuro, di ogni prepotenza, di ogni dittatura. E guardali mentre si pavoneggiano nelle loro tonache oscure, coi loro simboli insensati, i loro turiboli d'incenso che annebbia gli occhi e la mente. In mezzo ad essi il Gran Sacerdote, il patriarca della chiesa ortodossa che ammantato di seta viola, grondante di ori e di collane, di croci preziose, zaffiri rubini smeraldi, salmodiava Peonia imì tu esù.

D'un tratto esplose un tonfo spaventoso, il portale di centro cedette e la piovra traboccò all'interno schiumando, rotolando i suoi getti di lava. Si levarono urla di paura, invocazioni di aiuto, e il cratere si strinse in un  gorgo che mi scaraventò sulla bara per seppellirmi con un peso assurdo, perdermi in un buio nel quale si distingueva appena la sagoma del tuo visino pallido, delle tue braccia incrociate sul petto, e il luccichio dell'anello. Sotto di me il catafalco oscillava, il coperchio di cristallo scricchiolava: ancora un po' e si sarebbe frantumato come temevo.

Indietro, animali, volete mangiarlo?

(Fallaci, un Uomo)

(Prosegue...)











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