CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

venerdì 10 luglio 2020

RINCONETTO FEDELE SERVO DEL SUO PADRONE (7)




















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Giuliana Facciatonda (6/1)

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Giuliano l'altra faccia della medaglia (8)














Esiste un altro modo di offendere la Carità, cui nessun autore ha dedicato mai i suoi scritti, e di cui altrettanto pochi si preoccupano, e questo è la censura non di intere professioni, mestieri o condizioni, ma di intere nazioni; e così ci diffamiamo scambievolmente con epiteti obbrobriosi e, con logica priva di carità, osservando la tendenza di alcuni concludiamo che sia un’abitudine di tutti.

San Paolo che chiama bugiardi i Cretesi, lo fa solo indirettamente e citando il loro stesso Poeta. In un certo senso è un pensiero altrettanto sanguinario quanto quello di Nerone lo fu in un altro. Poiché con una parola sola noi feriamo mille, e con un colpo assassiniamo l’onore di una nazione (medesimo ‘onore’ vilipeso ed offeso nella patria, mi perdoni l’autore, di Giuliana Facciatonda, la qual dimora, per il breve appunto…, in ogni nazione accompagnata da Monopodio suo eterno protettore…).




È una manifestazione non meno assoluta di pazzia denigrare i Tempi (circa modi & tempi e le improprie evoluzioni, così come interviene l’autore del blog in Dialogo meditativo con l’Autore citato, oppure, in ugual medesima scena del ‘crimine’ Rinconetto che a comando del suo padrone inveisce e con intenzionale premeditato atto abdica il proprio timore all’intimidazione: batte ed assesta a comando il ‘colpo’ detto veicolato dal Timone al timore dell’intimidazione, ‘colpo’ non certo composto da Ragione ed Intelletto, ma come lo stile appreso alla scuola o bottega del suo padrone, il quale interviene sulla e contrario alla Ragion detta, attenta il prossimo incutendo timore…, Rinconetto qual fedele servo del proprio padrone…) inveendo contro di essi, di quanto lo sia il pensare che si possano richiamare gli uomini alla Ragione con uno scatto d’ira (Rinconetto è un sol scatto d’ira giacché specchio del suo padrone, odia per difettevole natura Ragione ed Intelletto accompagnare una Verità più prospera e matura comporre Dialogo… Strofa e Rima…)…

Democrito il quale credette di riportare alla bontà i tempi col riso (come il curatore pretende per i più diligenti ed intelligenti rispetto il povero Rincoletto), non mi sembra affetto d’ipocondria meno profonda di quella di Eraclito, il quale si doleva di essi.




Non mi melanconizza lo spettacolo della moltitudine negli umori che le sono propri (come Rincoletto ne dimostra uno dei tanti aspetti che intercorre fra pubblico e privato, ovvero quando in privato si vogliono nascondere i pubblici vizi privandoli delle semplici virtù abdicate ad altre moderne virtù in questa sede poche accette…), nei suoi eccessi di follia e di demenza, intendo dire, ben comprendendo che la saggezza non si profana dandola al mondo (per questo Rincoletto si affanna e batte ‘colpo’ a comando, diligente comando del suo padrone), e che è privilegio di pochi esser virtuosi (e al contrario, sembrerebbe diritto di tutti, essere dei sani retti imbecilli).

Coloro che si adoperano per abolire il vizio distruggono pure la virtù, poiché i contrari, pur distruggendosi a vicenda, rappresentano la Vita l’uno dell’altro: il Bene avversare il Male.




Così la virtù (una volta abolito il vizio) è un’idea; l’universalità del peccato, inoltre, non menoma la bontà; poiché quando il vizio dilaga fra i più, la virtù acquista in eccellenza in quanti la conservano ed, essendo andata persa in taluni, moltiplica la sua bontà in altri che ne rimangono immuni, e si mantiene intera nella generale inondazione (di cui il povero Rincoletto ne manifesta l’impeto ‘degli e negli’ impropri elementi e metodi adottati…).    

Posso perciò contemplare il vizio (e non solo di Madonna Giuliana, o di Monopodio e l’intera banda) senza suddetta satira, limitandomi ad una semplice ammonizione o ad un rimprovero esplicitativo; poiché le nature nobili e quelle capaci di bontà sono spinte al vizio delle invettive; laddove gli ammonimenti le portano non meno facilmente alla virtù; e dovremmo tutti essere gli oratori della bontà, per poter così proteggerla dalla forza del vizio, e per sostenere la causa della verità oltraggiata.




Nessun uomo può giustamente censurarne o condannarne un altro soprattutto quando cerca di apportare una verità, se questa nemica del vizio coltivato e ben protetto, allora oltre alla verità detta, nessun uomo conosce veramente non solo l’altro ma anche cosa sia il sentimento che accomuna e consolida uno Stato assente ed immune alla Verità detta…

Ed inoltre nessun uomo può giudicarne un altro, poiché nessun uomo conosce se stesso, chi abdica cotal sforzo di conoscenza in difetto con se medesimo e proteso all'insindacabile giudizio dell’altro, non pecca solo della dovuta necessaria intelligenza circa la conoscenza detta, ma altresì, anche con se medesimo oltre nei confronti del Principio che meglio la alimenta ed alberga, come l’Anima e lo Spirito che lo sostenta o almeno dovrebbe; rendendolo molto più simile alla bestia, anzi mi perdoni il Rincoletto e l’intera sua bottega, offenderemo decoro ragione e ugual medesima Intelligenza della bestia da cui deriva, per la quale il Rincoletto nel meccanico cartesiano gesto del colpo si avvicina alla sua più remora natura estinta…




Giacché la Natura di cui la bestia detta, a mio modesto umile parere, assai più matura ed evoluta, ed allora il povero Rincoletto così esperto nel nobile mestiere nell’arte a cui dedica ore di passione, come e dove al meglio lo dovremmo collocare qual invisibile servitore del potere?

In quale nazione?

In quale stato?

Ma abbiamo detto sin da principio circa l’armonia che deve o dovrebbe intercorrere, e come al meglio viene albergata la dotta parola compresa medesima considerazione dell’autore, giacché possiamo annoverare l’onnipresenza di Monopodio ed il suo fido Rincoletto nel quale il vizio può prevalere sulla Ragione, ed oltretutto con incomodo di difettevole Ragione in difesa della Ragione (di cui Rincoletto giustificato dell’atto o al meglio del colpo) osservare e negare se medesima; in difetto delle virtù dette bandite dalla Ragione stessa.




In cotal paradossale condizione con cui si vestono le sfarzose grammatiche parole compresa la Legge a difesa della Ragione del Rincoletto avversare il principio su cui poggia la stessa (Ragione e Legge) che al meglio lo protegge, adottiamo i principi di virtù umiltà e superiore Fede, anche quando quest’ultima diviene Eresia, condannata dalla Ragione di Stato… in difetto di Virtù Verità e Ragione…

Sicché, citando e continuando sul Sentiero dell’Autore, tutto è esclusivamente ciò che tutti condanniamo: egoismo.




Anche se in pubblica aspirazione la falsa Ragione (quella del Rincoletto per intenderci accompagnata dal suo padrone) protende alle virtù del contrario, offrendo in verità e per il vero, anzi concedendo, la più sottile cospirazione affine al potere, per ogni grado e ruolo ove il vizio, uno dei tanti suoi aspetti, mantiene la propria ed altrui Ragion d’essere condizione necessaria e sufficiente per al meglio prosperare e quindi sopravvivere…

…E far sopravvivere masse popoli e genti privi di scrupoli nutrite ed abbeverate dal lucroso vizio della corruzione…

Ciò non vuol essere una diffamazione ma solo una presa di Coscienza di cui priva la Ragione divenuta incoscienza, neppure un’ingiuria oppure una maldicenza con la quale Monopodio si distingue nell’affermare le dubbie proprie ed altrui ragioni, semmai un Dialogo così come nei remoti tempi persi e dismessi si conversava con l’autore, oppure, con il Filosofo depositario della saggezza persa, e non per questo lungo il cammino dissentire circa ugual medesima miseria condivisa…

Ma questo un altro capitolo, lo abdico al Rincoletto se già non lo abbia letto…

(Dialogo con T. Browne)










    


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