giuliano

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IL TOMO

lunedì 3 agosto 2020

ED ALLORA GUERRA SIA! (14)




















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La distinzione che ci offre Porfirio delle ‘virtù politiche’ (le più basse in seno allo specifico di cui ogni virtù umana) rispetto alle cosiddette ‘virtù catartiche’ proprie della virtù contemplativa, risultano sufficientemente eloquenti per avvalorare le motivazioni di Manuzio non meno, se pur apparentemente distanti, da quelle argomentate nel vasto mondo (apparentemente) mitologico di Graves. 


Ed entrambe proiettate nella apparente logica del mondo odierno, ove ogni retta virtù viene abdicata a ben altro illogico istinto (che i nobili Argonauti non se ne vogliano a male per ciò detto)… 


Così il ponte mi par ben tracciato… 


Le virtù del politico sono diverse da quelle di chi si eleva alla contemplazione (e non solo della Verità), che per questo è denominato contemplativo (ma mai sia detto che quest’ultimo non può ugualmente contemplare la verità dismessa e crollata), da quelle di chi è già un perfetto contemplativo e che ormai contempla (ossia possiede nei propri geni il raro concetto di vero), ed infine da quelle dell’Intelligenza, in quanto contempla, per l’appunto, l’Intelligenza separata dall’Anima. 


Quelle del politico consistono (o almeno dovrebbero) nella moderazione delle passioni che si attua seguendo e conformandosi nelle azioni alla Logica del dovere non meno dell’onesta che suddetta logica sottintende (o dovrebbe); sono dette politiche perché mirano alla comunanza con il prossimo... 


Le virtù del contemplativo (il quale le contempla  astenendosi al ruolo subalterno del politico) che si accinge alla contemplazione consistono nell’abbandonare le cose di quaggiù: queste sono dette catartiche, poiché è chiaro che consistono nell’astinenza delle azioni e delle passioni del corpo, di cui e al contrario, il politico ogni politico sa bene come e dover evitare. 


Chi meglio pensa e cogita cammina con il proprio piede ben saldo contemplando ogni verità negata su questa martoriata Terra… 


Chi meglio vorrebbe subordinare tal scelta o pregio è relegato, giammai alla faticosa lenta verità del contemplativo, procedendo veloce verso le vaste ombre della cornice dimenticando, o peggio ancora, subordinando la vista quanto dalla cornice risaltato, nel dubbio risultato ottenuto e dimenticando la bellezza dell’Opera intera e con essa l’Intelligenza… 


Se pur apparentemente distanti in verità a breve distanza, la distanza che divide ed unisce la vista contemplata di schiere di prodi congiunti in similar Battaglia…

 

O grande immenso panorama! 


In quanto il ‘valore’ posto qual misura appare comune denominatore non solo nella Letteratura adottata nei termini della finalità conseguita (o da conseguire con il Libero Arbitrio della scelta) circa la Conoscenza nel cogliere la mela apparentemente matura, bensì e con essa, valore e misura dell’Evoluzione intera che al meglio compie il suo lungo percorso e non certo breve paradosso… 


Ovvero: dall’elevato elmo d’un Faggio, sino alla misera pagina finemente stampata riflesso del grande e folto Bosco similmente seminato quale Biblioteca ove conservata, dal Manuzio (come molti altri prima e dopo lui) nell’uguale volontà umana trascritta letta ed interpretata nei Geni d’una similar Natura da cui nata ed evoluta, e di cui vicini nelle finalità contemplate…   


Da un Vello rubato piano cresce come un germoglio di Primavera sino ad una pergamena, e poi ed ancora a Stagione inoltrata con il Sole ammiccare il proprio assenso sino ad un folto rotolo ricoprirne la chioma; poi con il caldo proprio dell’Elemento del suo sorriso la linfa rinvigorisce sino a divenire uno scrigno - una giara - per custodirne il prezioso segreto, come una grande vallata fiorita resuscitata a Primavera; poi quando il sole del deserto si fa cocente l’oasi d’un papiro ritrovato donare quella purezza persa e non solo dal torrido deserto incamminato; quando, cioè, la porta di Giano spalanca il proprio ardore in un Tomo ben stampato non men che rilegato; e quando l’inverno del creato dal Cancro al Capricorno morto e risorto in quanto umani scorgiamo, dimenticando quali Dèi e Dio lo crearono; appare per ultimo frangente, o primo peccato nato, non ancora né autunno né inverno nel breve Tomo racchiusa ed al rogo destinata, per tutto ciò a voi enunciato e non del tutto svelato… 


A portata di breve mano, come quando stanchi da questo lungo Viaggio appena narrato, scorgiamo i prodi che lo hanno pensato: schiere di innominati guerrieri donde alla loro ombra dissetiamo l’Anima quanto lo Spirito afflitto solo per quell’Elemento che dona la Vita e con essa la capacità di dedurne o solo appena intuirne il velato significato, nella misura appena detta, più o meno la modesta grandezza d’una foglia…

 

E se pur in codesto breve Sentiero tracciato risplende verde colma di linfa - in verità e per il vero - aggrinzita come un antico inverno d’un Tomo finemente e ben stampato come rilegato, ed in cui dedurre e ben interpretare ‘l’invisibile battaglia’ consumata e letta nella volontà respirata non men che nobilmente ispirata, e a cui rendiamo ogni onore al vero e solo guerriero, e con Lei leggiamo (o dovremmo) il frutto di Dio nell’Infinito imperscrutabile disegno tornare mito… 


Da codesto breve Sentiero tracciato, le vie si dividono e biforcano sperando di elevare il comune ingegno sino alla Cima, mentre il Ramo alto per ciò che per primo nato ci osserva e scruta, cresce fuor d’ogni misura: ad ogni Stagione del nostro breve cammino quando ultimi approdammo all’ombra della grande chioma con ugual elmo, le vere schiere di prodi non certo esuli in questo grande campo di battaglia si moltiplicano e silenti ci giudicano, così come l’intera Natura, mentre il povero umano tapino o vile guerriero stretto alla propria armatura… 


All’ombra del suo lungo inverno ne schernisce con il fuoco, rogo d’ogni cima, ne frammenta e limita ogni specie nuova della Grande Selva (o Tomo che sia), ed in cui non riconosce ed intende nei millenni di similar crescita, né rima né poesia, e come sovente accade ad ogni Re della Selva che alto in suo vece si eleva, viene compiuto Sacrificio: l’uomo o il Dio al proprio Albero maestro ad ogni Cima vien confinato e poi crocefisso, mentre il resto della ciurma naviga e prospera tranquilla nella sua Terra.  

 

Va da sé che l’intendimento dell’ecclesiastico citato da Graves uniti in ugual ‘campo di Battaglia’ nelle ricerche dei superstiti di innominati Eroi, ci consegnano al vasto campo della Geografia non certo ben misurata, in quanto negli odierni intendimenti, e non solo quelli del poeta, come giustamente argomenta il letterato assieme all’ecclesiastico, regna il sovrapporsi d’una diversa geografia, e con essa, un impropria misura dell’intero Creato assoggettato e vinto in codesto Campo di Battaglia narrato… 


E similmente a portata di palmare di medesima pugnata mano, ovvero la grandezza d’una se pur modesta apparente incolta Foglia… 


Con la differenza antica che non esiste più nessun metro di misura per rapportarci in ciò ove, senza misura alcuna, apportiamo ogni danno se pur evoluti e apparentemente dotti, in quanto la mano ben armata e congiuntamente connessa, non più con gli Elementi da cui evoluta all’ombra della misera eterna Foglia, ma con ciò che al meglio l’affligge e la umilia in nome e per conto del fuoco della più vile guerra compiuta. 


Bisogna saper riconoscere Eroi e mostri. 


Bisogni saper distinguere Maestri e Bestie in codesto nuovo bestiario nato. 


Bisogna saper bene ove la guerra si consuma nell’eterno campo di battaglia da cui ogni impropria limitata avventura…   

 

Quindi come bene abbiamo letto e leggeremo ancora attraverso ogni suo Elemento, e non più araldo ma guerriero con il quale ci armiamo per questa Guerra   con l’Anima e lo Spirito del loro invisibile coraggio, per ciò cui nostro malgrado divenuto nel vasto ‘Campo di Battaglia’ non ancora del tutto conquistato per sempre contemplato e con cui volontari ci alleiamo, ed ove ogni retta Via sembra smarrita, ed ognuno festeggia l’altrui naufragio alla Cima dell’epica avventura… 


Nella continua distruzione cui nostro malgrado siamo costretti ad assistere. 


Siamo grati all’Arte che per tramite della Natura e chi al meglio la interpreta nella continua ispirazione offerta, che il volto si orni della folta chioma non espiando alcun peccato consumato, giacché in questo remoto angolo della Terra come il maestro insegna, ci armiamo di coraggio oltraggiato ed afflitto, ed a Lei, la nostra Dea, umilmente serviamo e dedichiamo codesta devota preghiera, prima di indossare la nostra breve armatura terrena…

 

E a chi poco comprende e poco sa vedere o ammirare ed intendere circa il linguaggio della vera Natura dedichiamo cotal breve Poesia così come la Pittura che al meglio la orna come un foglio ben miniato… 


Schiere intravedo non più di Angeli giacché i demoni regnano incontrastati 


Giacché i diavoli dominano ogni parabola dell’Universo 


Schiere di eserciti intravedo per ogni foglia libera al vento 


Schiere di guerrieri dati al rogo dell’eterna guerra apparentemente morire e risorgere nelle poche pagine di questo dire 


Rendo a loro omaggio e dovuta memoria 


Rendo loro umile sofferta preghiera 


Rendo loro l’onore dell’eterna gloria 


Rendo loro non più Poesia ma volontà ferma di vendicare ogni loro e mia ferita

 

Ed allora Guerra sia!  








 

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