giuliano

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IL TOMO

domenica 2 agosto 2020

LETTERA ALL'AMICO ANTIQUARIO (11)



















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Aldo Pio Manuzio romano saluta

Iacopo Antiquario di Perugia



Che tutte le Opere più belle siano le più difficili da realizzare (così come sovente anche per la pittura) potrei dire che sia vero per moltissimi motivi, ma in particolare per questo: da quando ho iniziato a ricercare con acribia ed ostinazione le Opere morali di Plutarco e a raccoglierle da ogni parte per stamparle e divulgarle fra i letterati, tanti sono stati gli impedimenti, tanti i guai capitati l’uno dopo l’altro (e puoi ben intenderne il motivo!), da costringermi ad interrompere più volte il lavoro intrapreso.

Ma poiché ‘la fatica indefessa su tutto prevale’, ecco che finalmente l’Opera è compiuta.

Moltissime sono le ragioni che mi hanno portato a dedicarla a te, mio caro Antiquario: la tua comprovata e mirabile onestà, la tua grande cultura, la tua straordinaria umanità, il tuo affetto – contraccambiato – per me, soprattutto la suprema integrità dei tuoi costumi, dove eccelli a tal punto da superare perfino quanto ci prescrivono i venerandi precetti di Plutarco.




E dunque, quale scelta più appropriata di dedicare Opere Morali ad un uomo virtuoso più di ogni altro sul piano morale?

Quando fui tuo ospite a Milano, ho constatato personalmente che sei ricolmo di ogni virtù e ho ammirato non solo la tua rettitudine, ma anche quella del giovane Antiquario, tuo pronipote per parte di fratello, il quale palesava una tale modestia, un tale amore per le belle lettere (conosceva infatti già molto bene sia il latino che il greco), che mi sembrava destinato a diventare in breve tempo un uomo eccelso in egual misura per probità e dottrina, proprio tale e quale a te.

E che dire dell’ammirazione suscitata dai tuoi coadiutori e dalla tua intera servitù, virtuosa e ricolma di modestia, simile al suo padrone?




Dunque sono incline ad affermare che risponde pienamente a verità il seguente detto: quali saranno i capifamiglia, quali saranno i padroni, i nobili, i principi e i capi di Stato, tale sarà la famiglia, tali saranno i coadiutori, la servitù, le città stesse ed i popoli.

Questo concetto è espresso da Marco Tullio – elegantemente come sempre – nell’Opera Sulle Leggi con le seguenti parole.

E non è tanto un male che i governanti commettano misfatti (sebbene questo sia un male grave di per sé), quanto il fatto che moltissimi uomini modellino il proprio comportamento (compresa la propria servitù) su quello dei governanti. Infatti, se tu volessi riandare agli eventi del passato, potresti constatare che, quali furono i maggiorenti di una città, tale fu la città; e qualunque mutamento dei costumi si verifichi nei governanti, lo stesso mutamento verrà a prodursi nei cittadini. Questa asserzione è più vera – e non di poco – di quella sostenuta dal nostro Platone, il quale afferma che, se mutano i canti dei musici, muta la situazione della città. Io, per parte mia, ritengo che i costumi delle città mutino se mutano la vita e il comportamento dei nobili. Per cui, i governanti corrotti risultano esattamente dannosi allo Stato non solo perché nutrono essi stessi dei vizi insiti nel concetto stesso di corruzione per ogni comportamento fraudolento adottato, ma anche ed altresì li trasmettono ai propri cittadini di ogni ordine e grado compresa la servitù che al meglio li asserve, e sono esiziali non solo perché essi stessi si corrompono, ma anche perché corrompono gli altri, e minacciano più con il collettivo cattivo esempio che con le malefatte stesse.




Per questa ragione vorrei che tutti gli uomini che ne comandano gli altri (nel buono giammai nel cattivo esempio) fossero moralmente ineccepibili.

Antiquario mio, e perfettamente simili a te: in breve tempo tutti i mortali verrebbero certamente a condurre una vita onesta quanto beata, sarebbe cancellato dal mondo per totale e universale consenso ogni crimine inganno raggiro maffare e molto altro ancora, e, come dice il saggio Ovidio:

Le frodi, gli inganni,

le insidie, la violenza e la scellerata smania di possesso,

e a tutto ciò subentrerebbero le più sane e sante virtù, l’onestà e, come dice ancora Ovidio,

‘il vero, il giusto e la lealtà’.

Ma al nostro tempo gli uomini buoni sono rarissimi:

Una eccezione giammai una regola.




A codesta eccezione, purtroppo, corrisponde un comportamento avverso quale regola elevata a stile di vita, da cui la conseguente frode adottata non più nel principio ma ancor peggio, quale morale; la peggiore morale deve avere la meglio e seminare o edificare, di conseguenza, un pessimo raccolto, così come l’edificio che peccando non solo di gola se ne ciba e nutre qual spirituale alimento per il proprio ed altrui tornaconto e, al meglio o al peggio, sopravvivere in codesta vita terrena.

Possiamo quindi immaginare quale sia il cibo e nutrimento che edifica ed edificherà ogni apparente (corrotto) Diritto con il sopravvento della censura sul Libero Arbitrio defraudato della Verità terrena, così da poter al meglio salvaguardarsi nel fraudolento comportamento adottato.

Ma soprattutto quando istituzionalizzato per ogni città ove regna incompetenza corruzione e un dubbio affarismo quale vero ed unico principio (e non solo di mercato).




Quindi mi sembra fuori da ogni ragionevole dubbio che talune Opere debbano ritenersi indispensabili per la corretta salute con cui intendersi lo Spirito (ed il corpo) Puro.

Se tali Opere che mi accingo a riproporre con il suo benevolo assenso possono arrecare danno tanto ai fraudolenti governanti quanto al popolo da loro legiferato, compresi tutti i servi di cotal misfatto, allora possiamo dire nonché postulare che oltre le secolari Leggi violate, con loro la Natura che al meglio le ha donate e pensate, frutto dell’Opera misericordiosa di Dio.




Giacché dovremmo altresì comprendere la Natura Albero ed Opera creazione di Dio, e l’uomo suo frutto e non certo proibito, il quale frutto così ben coltivato  maturato dai secoli in cui, il dotto Plutarco solca l’universale Terra, nella corretta Ragione (e Morale) per al meglio rendere il raccolto nel giusto godimento ed intendimento da Dio donato, compiendo così l’intero ciclo di quanto Creato in Terra, specchio dell’Universo per ogni Stagione in cui poter leggere e compiere la Vita nel Tempo pregata.

Ne dovremmo dedurre e leggere, quindi, il sano atto con cui si contraddistingue e preserva degno e puro raccolto quale immagine di Dio, costantemente abdicato ad un pessimo allevamento in cui la maga Circe (madre di ogni inganno) compagna di ogni corrotto tiranno, inganna sia il mite Odisseo che il nobile profeta che a lui contenderà il trono.




Negando il ciclo della Vita e violando il principio morale non più del Filosofo ma precetto di Dio.

Sovvertendo l’intero ordine del creato dall’alto dei cieli sino alla mite zolla di Terra.

Mio caro Antiquario da detta Ragione deriverà anche corretto intendimento non solo della morale, ma anche come l’uomo debba porsi al cospetto della Vita, non solo verso il proprio simile, ma anche verso tutto ciò in cui ugual medesima corruzione infrange l’unanime Legge di Dio per ogni cosa viva.

Tale corruzione purtroppo è divenuta costante regola con cui nutrire ciò che una volta era un misero equipaggio di una nave nella propria Odissea per tramutarlo in ciò in cui più vicino alla bestia, medesimo atroce Destino e non più mitica avventura, quando la sventura accompagnata dalla morte più miserevole  sopraggiunta come una peste nera al corpo ulcerato degli innumerevoli argonauti, più maiali che umani.




Sicché, caro amico Antiquario, abbiamo raggiunto anche un altro passo fondamentale del nostro amato Plutarco, il profondo solco o recinto che divide un campo ben seminato da un pessimo allevamento di Stato.

Coltivare la vera Ragione nella dura fatica della Terra Opera misericordiosa con la quale poter ottenere il favore di Dio.

Con la quale compiere la costante preghiera.

Con la quale riunirci e ricongiungi al ciclo da cui la Vita.  



Il tuo Aldo


Venezia 1509   









      

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