CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

venerdì 17 marzo 2023

UN MONDO PERDUTO

 














Prosegue con: 


Un mondo perduto 


(seconda parte) 


Prosegue con...: 










Lettera ai critici









A nord si innalza l’elevato sistema montuoso che ci aveva procurato tanta sofferenza e si vedono le creste estendersi verso est. Avanzammo su terreno pianeggiante e, dopo una breve marcia, raggiungemmo un laghetto circolare saldamente ghiacciato e circondato da prati gialli. L’acqua è fornita da una sorgente che riempie un piccolo bacino ghiacciato; gli animali bevono da un buco scavato nel ghiaccio; non avevano bevuto per tre giorni. Il terreno sabbioso è così ghiacciato che i picchetti di ferro si piegano quando sono spinti nel terreno.

 

Il cielo era coperto e c’era un forte vento, ma il terreno a est-sud-est sembrava favorevole. Le quattro tende erano in fila, le mie verso il vento, per non essere infastidita dal fumo degli altri fuochi.

 

Alle dieci di sera uno stormo di oche selvatiche attraversa il nostro campo nel brillante chiarore di luna color bianco-argenteo. Volano molto in basso e si fanno udire per tutto il tempo. Probabilmente intendono stabilirsi in questo luogo in primavera, però proseguano discutendo tra loro quando trovare il posto occupato.

 

‘C’è molta luce e tra poco saremo alla prossima primavera’.




Tale, possiamo supporre, è l’essenza della conversazione tra l’oca capo branco e guida e gli altri del ‘gruppo’. Senza dubbio aveva impartito gli ordini al tramonto, osservando:

 

‘Stasera staremo sulla riva del laghetto dove ci siamo riposati la scorsa primavera’.

 

Tutti furono d’accordo, e il gregge, volando in un cuneo, si era gradualmente abbassato verso il suolo. Ma quando passarono sopra le colline che nascondevano il punto alla vista e videro il lago ghiacciato che guardava come uno specchio nel chiaro di luna, l’oca capo-branco gridò:

 

‘Uomini! non possiamo stare così vicini a tende e fuochi’.

 

E tutto il branco rispose:

 

‘Possiamo riposare e fermarci nella prossima primavera nella valle dietro le colline più a sud’.

 

Questa la conversazione che ho udito - e odo ancora - sopra la mia tenda quando tutto è tranquillo nel campo. Forse le vivaci chiacchiere riguardavano qualcos’altro, ma penso di aver interpretato correttamente le oche selvatiche.

 

È certo che tengono consultazioni sui loro lunghi Viaggi e discutono delle loro mappe.

 

E perché non dovrebbero essere dotati di intelligenza?




Perché dovrebbero accelerare a casaccio come macchine volanti prive dell’Anima-Mundi se non fossero proprio loro l’Anima e il Mondo Spirito della Terra!

 

Dipendono quanto noi stessi dagli elementi della Terra e dai Venti. Se riescono a percorrere 120 miglia in una giornata limpida e calma, devono impiegare più tempo sulla stessa distanza quando prevalgono tempesta e venti contrari. Pertanto non possono passare ogni anno le notti alle stesse sorgenti, ma devono adattare le innate secolari capacità alle circostanze.

 

Ma le oche selvatiche conoscono ogni Sentiero di primavera lungo la rotta che seguono due volte l’anno, e quando sono stanche si stabiliscono alla prima sorgente che meglio conoscono quando arrivano.

 

Durante i miei viaggi in varie parti del Tibet sono giunto alla conclusione che gli stessi gruppi di oche selvatiche, che da generazioni si sono stabilite negli stessi corsi d’acqua, seguono sempre le medesime rotte attraverso il Tibet.

 

Le oche che abbiamo visto in questa occasione provenivano, diciamo, da uno dei laghi lungo il fiume Tarim sotto Shah-yar e intendevano trascorrere l’inverno nel quartiere di Khatmandu, la capitale del Nepal.




In primavera ritornano per generazioni dove hanno svernato nei medesimi corsi d’acqua, seguono sempre le stesse rotte attraverso il Tibet.

 

In primavera ritornano ai laghi Tarim, e seguono esattamente lo stesso percorso dell’autunno, e così via di anno in anno. I giovani, che sono nati sui Tarim, fanno il Viaggio sulle montagne per la prima volta in autunno, ma ricordano la strada nell’autunno successivo, e poi arriva il momento in cui a loro volta insegnano ai loro giovani la posizione delle sorgenti. Pertanto, la conoscenza del percorso non è mai persa nella famiglia e le oche più anziane non si sognerebbero mai di provare nessun altro corso. In diverse occasioni avevamo già visto oche selvatiche che volavano verso sud, ma avevano certamente preso altre strade, provenivano da altri luoghi di riproduzione e avevano altre destinazioni. Appartenevano ad altri gruppi.

 

Chissà?

 

Mi domando, se dai tempi di quella lontana conversazione è ancora così?




Mentre riflettevo - al Campo - in una tenda non distante su queste osservazioni, mi è venuto a trovare un loro ‘ambasciatore’ per dirmi che sono sulla ‘rotta’ giusta.

 

Potete dubitare!

 

Sì certo!

 

Purtroppo vi piaccia o no questa è la verità!

 

Se fosse possibile disegnare su una mappa del Tibet tutte le tracce dei vari gruppi di oche, formerebbero un intero sistema di linee che corrono più o meno in una direzione meridionale.

 

Forse molte di queste linee si fonderebbero in parti come le sottili increspature sulla superficie di una duna di sabbia.

 

Forse di tanto in tanto una linea scorre a zig-zag taglienti.

 

Si può quindi dare per scontato che fu così tracciata, nell’antichità più remota, quando i patriarchi di ogni gruppo cercarono per primi la strada da una sorgente all’altra. Ogni gruppo è diviso in un numero di comunità e ognuna di queste in famiglie. Probabilmente tutte le oche di una comunità sono strettamente correlate tra loro.

 

Ogni comunità rimane unita nel Viaggio, ma come scelgono un leader?

 

Si può supporre che l’oca più anziana voli alla testa del gregge, poiché deve essere la più esperta. Sono affezionato alle oche selvatiche e ne ammiro l’intelligenza accompagnata all’antica meravigliosa capacità d’orientamento; d’ora in poi entreremo in stretto contatto con loro.

 

Non mi avrebbero mandato un loro ambasciatore, o meglio, una più segreta ‘ambasciata’… 

(S. Hedin)




Ecco quindi offerto uno strumento che serviva da guida all’interno della congerie dei libri non meno del Vaggio in veste di messaggeri del Cielo; ecco quindi le candide et prudenti censure, simmetriche a tutti gli studi giovevoli in grado di contrastare i vari mezzi tenuti da Satanasso per turbar la coltura degl’ingegni negli studi nel loro cammino, oppure ed al contrario illuminarlo.

 

Certamente esistono uomini che a pieno diritto possono portare il nome di artisti, ma essi sono ‘posseduti’ da una forza oscura che lei, dal suo punto di vista, potrebbe tranquillamente chiamare il ‘demonio’. Le loro creazioni assomigliano in ogni particolare al Regno infernale di Satana, tali e quali se le immagina un cristiano; le loro opere recano impresso l’alito del gelido e raggelante Nord, ove l’antichità ha posto la sede dei Dèmoni che odiano la razza umana, e la loro arte si esprime per mezzo di: peste, morte, pazzia, assassinio, sangue, disperazione e abiezione…

 

Come spiegarci tali nature d’artista?

 

Glielo dirò io: un artista è un uomo nel cui cervello la spiritualità, l’elemento magico ha conseguito il predominio sulla materia. Ciò può accadere in due modi diversi: in un caso – negli artisti diabolici – il cervello, andando incontro alla degenerazione per la dissolutezza, la lussuria, per i vizi ereditati o a cui si sono assuefatti, viene a pesare di meno sulla bilancia e automaticamente l’elemento magico diventa più pesante e si manifesta nel mondo fenomenico: dunque il piatto della bilancia della spiritualità si abbassa, soltanto perché l’altro è più leggero e non perché esso stesso sia più pesante. In questo caso l’opera d’arte è pervasa da un sentore di putridume…. E’ come se lo spirito portasse un abito che splende per la fosforescenza della putrefazione.

 

Nel caso degli artisti – voglio definirli gli ‘Unti’ – lo spirito, come nel caso di San Giorgio, l’ha vinta sulla bestia.




In essi il piatto della bilancia dello Spirito si abbassa nel mondo fenomenico grazie al proprio peso. Lo Spirito indossa allora la veste d’oro del sole. Ma in entrambi l’equilibrio della bilancia si è spostato a favore del magico, mentre nell’uomo comune pesa soltanto l’elemento animalesco; i ‘Diabolici’ come gli ‘Unti’ vengono mossi dal vento del Regno invisibile dell’Abbondanza, gli uni dal vento del Nord, gli altri dall’alito dell’Aurora.

 

L’uomo comune invece rimane un ceppo di legno senza vita.

 

- Cos’è allora quella forza che si serve dei grandi artisti come uno strumento al fine di custodire per i posteri i riti simbolici della magia?

 

- Glielo dico io: è la stessa che una volta creò la Chiesa!

 

Essa edificò nello stesso tempo due colonne viventi, una bianca e l’altra nera. Due colonne viventi che si odieranno reciprocamente finché non capiranno di essere i pilastri sui quali poggerà il futuro arco di trionfo. Si rammenta il passo del Vangelo dove Giovanni dice:

 

Molte altre cose dovrebbero essere scritte, ma io vi dico: il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere?




Come si spiega, Reverendo, che secondo la sua fede, la Bibbia è giunta fino ai nostri giorni per volontà di Dio, mentre invece quelle altre cose non ci sono state tramandate (oppure sono state inquisite)?

 

Che siano andate perdute?

 

Così come un ragazzino ‘perde’ il suo coltellaccio tascabile?

 

Io le dico che quelle altre cose oggi vivono ancora, sono sempre vissute e rimarranno sempre vive anche se dovessero ammutolire tutte le bocche che le tramandano e otturarsi tutte le orecchie che potrebbero ascoltarle.

 

Lo Spirito troverà sempre il modo per farle tornare in vita sussurrandole e creando nuove menti (profetiche) d’artista che vibreranno quando esso lo vorrà, e nuove mani per scrivere ciò che comanderà!

 

Si è mai chiesto come mai che tra i Dottori di chiesa e non, persino tra i Papi, abbiano potuto esserci dei criminali, indegni della loro carica, indegni di portare il nome di uomo. So benissimo, forse meglio di lei, quanto sia grande il numero dei preti cattolici che segretamente celano nel cuore dubbi angoscianti…

 

Da dove saltano fuori questi dubbi, le chiedo.

 

Da un venir meno della fede?

 

No!

 

I dubbi crescono di conseguenza dall’inconscia consapevolezza che ci sono pochissimi preti (e laici) dalla fede così ardente da cercare la via della santità senza correre il rischio di essere inquisiti da superstiziosi principi nell’eterna caccia ai Dèmoni dello Spirito.

 

(Così come pochi ‘Dottori’ della nostra mente specchio di un’Anima infinita, fondatori di una nuova scienza, che come l’antica e arcana Alchimia si è evoluta fino a trattare e spiegare tutto l’oro invisibile della ‘Segreta Dottrina’ trasmutato in ‘chimica’, poi, in sana terapia: ‘psichiatria’ o ‘psicologia’ che sia…, scusate la Rima che nella Fede della loro secolare ‘ortodossia’ l’arte profetica della verità sembra smarrita… Dèmone della nostra imperscrutabile via).


(PROSEGUE)








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