Su cosa si fonda la riserva aurea della ricchezza?
Da
cui conio di falsa o più ricca certezza?
Su
cosa si fonda la nostra e loro certezza?!
Sicuramente
sullo spazio propriamente o impropriamente occupato!
E di conseguenza la capacità di interpretarlo come bene ‘immateriale’ su cui successivamente coniare la ‘materia’.
Dall’immateriale
Dio è derivata la stessa… giammai sia detto il contrario!
Ma
questo stesso bene se privato del suo medesimo Principio su cui si fonda la
vita e ogni Dio, sia quello più antico del pagano, sia quello del vero
cristiano, ci condurrà con estrema puntuale certezza sull’antica Idea di come interpretato
il disegno di Madre Natura, o Madonna che sia… entrambe precipitate in un più
profondo Abisso.
Oggi come allora parlando con Gregorio lungo il Sentiero della Manina, rifletto come il Tempo immobile seppur corre veloce precipitandoli in un Inferno con tre teste e un solo nome (uno l’esercito di Davide, l’altro del Golia suo alleato, ed infine l’oriente orientato verso l’apocalisse con solo la guerra qual più nobile contorno): lo scorgo ‘inciampare’ di fretta questo Tempo ubriaco, salire ancora più rapido per poi scendere dallo stesso pendio credendosi umano.
Se sia un alpinista o uno sciatore non scorgo gran differenza all’altare su cui prego il mio Dio!
Se
sia un ‘chiodo’ che pone la differenza la grammatica sicuramente ne difetta di
comprensione circa l’incompreso Linguaggio con cui il Profeta - ogni Profeta -
di questa e ogni Terra con ogni suo Elemento espressione del suo Infinito Dio, per
sempre crocefisso al Tempio dell’Albero maestro.
Alla
cima del Teschio!
La
Cima, il Golgota lungo questa sofferta salita mi implora di determinarne la
Parola nel beneficio di miglior Linguaggio con cui un ‘ungulato’ una ‘marmotta’
un solitario canterino mi ‘comandano’ la salvezza per la condanna a cui l’uomo
fece antica promessa confondendo e barattando, purtroppo, Dio con Lucifero.
Quello
stesso Dio che ordina e ordinò un diverso abominio e quindi a lui non più mi
inchino. Mi genufletto verso un fiore, verso una nascosta marmotta che, come la
più fedele sentinella, mi narra e racconta del freddo inverno, della bufera,
del ghiaccio, del vento, e con loro ogni strofa del nostro comune dio. Poi mi
fischia proprio dentro medesimo orecchio, come al risveglio fu braccata da uno
strano essere: camminava eretto come fosse un orango, poi arrivò il suo fido a
sfidare e violare il sacro rifugio.
L’ungulato alato come fosse un dio beve vicino al sacro torrente il quale luccica come oro antico, è la moneta degli dèi, è la mancanza del sacrificio con cui scriviamo e rinnoviamo l’antico patto, e del suo sangue non mi nutro, non offrirò alla Terra ogni sua goccia, ma da lontano osservo e medito il suo Sentiero; osservo come sale ripido e mi osserva con un sorriso antico come quello di un dio, come per dirmi sono il miglior alpinista di questo perduto Paradiso, impara dal mio cammino giacché il Sogno possa illuminare e ispirare il tuo ugual medesimo braccato Sentiero.
Non
medito e compio sacrifici su questi antichi altari, non recito la loro ‘delirante
frase’, ma al medesimo crocevia ove un solitario credente parla e prega una
strana parabola con un altrettanto ed ancor più strano prefisso che sa di
martirio comporre il suo numero preferito, medito il mio ed il suo Dio...
È
uno strano paradosso il loro credo, per cui non mi ciberò di nessun Agnello né
tantomeno aspirerò nel perseguitarlo o appenderlo all’uncino su cui il credente
edificherà il suo strano ed ancor più paradossale Tempio. Mi ricordo dei loro ‘maestri’
e ciò mi è sufficiente per aver Ragione del perseguitato Intelletto sui
medesimi.
Sì!
Conieranno
moneta seppur pregando ‘cum magna laude’, reciteranno ricca preghiera e
rinnegheranno e crocifiggeranno ogni Dio!
Perché
il nostro Dio parla e narra rivelandosi con una Lingua incompresa alla loro
seppur dotta grammatica condita con strani accenti uncinati.
Urla
come il vento, fischia da una tana profonda e segreta, corre ancor più veloce
della loro preghiera, schiva la pallottola dell’insana parola senza alcuna
Rima, poi da lontano mi prega di difendere ciò di cui hanno profanato, estirpato
e rinnegato.
Sì!
Con Gregorio parlai proprio di questo e cercherò di fargli comprendere che il nostro un Sentiero troppo antico per essere vilipeso. Rinasceranno parassiti e funghi attentare l’Albero del divenire, per poi fondare la comune Stratosfera pregata ma giammai vissuta; ogni suo Fiore un Universo troppo vasto e con lui curai i mali di questo predato mondo aggrappato all’ortodossa parola interpretata per bocca d’uno strano profeta per essere con lui condiviso… nel profumo!
Sì!
I
nostri Sentieri si dividono non accettiamo i vostri strani paradossali
compromessi, il nostro Dio ha una diversa forma, una incompresa Simmetria, un
Infinito per ogni miracolo da voi rinnegato. Parla per tramite della Natura
intera e prega difesa dell’Opera compiuta nei secoli d’una corrotta Memoria.
Ora
il loro pregato Tempo scorre veloce come una marmitta ingolfata di vapore per
generare una nube ancor più spessa con cui svela la sua parola; come la
calunnia di Gregorio, pretende ancor più spazio per abusare
dell’abominio dettato da un comandamento; vuole profanare e conquistare ogni
antico Tempio seppur, nell’apparente ricco diverbio ove la Giona romana mammona
assisa come una antica matrona conia ugual medesima strofa, sgorgherà comunione
ed assieme nel diverbio come fu scritta la Storia sul monte del Teschio, crocifiggeranno
il comune dio pregato in nome di ugual moneta.
La
ricchezza li unisce ed ispira!
Dio sovrintende - pur non rivelandolo - nella giusta invisibile immateriale dimensione ove Crea attraverso un’onda o una particella del medesimo Mistero, lo Spazio occupato…
Usurpato
rubato predato deriso confuso umiliato calunniato rinnegato…
Sì!
…Caro
Gregorio, lo Spazio…
…Appunto lo Spazio occupato e i suoi Elementi giammai usurpati, quindi distinguiamo ‘ricchezza’ e ‘povertà di mondo’ un po’ come fece un Filosofo, nella sostanziale differenza che per quanto dal filosofo tradotto quale povertà di mondo di cui la muta Natura assoggettata nel beneficio dell’umana ricchezza da cui la presunta umanità dell’uomo, così come comanda uno strano dio, noi lo ricomponiamo e adeguiamo ad un diverso e più antico concetto (celato al loro sguardo in quanto la Natura ama nascondersi al sorriso beffardo dell’uomo) circa la vera ricchezza di cui ognuno predato e attentato.
Quindi
abbiamo appena detto ‘povertà e ricchezza’, il mondo intero la celebra e quota alla
borsa di medesimo Tempio, promettendola ad ognuno, Nessuno escluso, in quanto
derivato e coniato da una diversa e più distante certezza circa il Viaggio
compiuto e da compiere ancora su questa stessa martoriata Terra.
Per
quanto il progresso nonché il progressista al soldo d’un principe machiavellico
diluito sul paradosso e negando il suo stesso medesimo principio quando
abbandonata l’età della Ragione dell’Intelletto…, sempre si avvierà per una
parete troppo scoscesa per essere appena compresa rivenduta o rinnegata nel concetto
esposto ma quantunque vilipeso seppur difeso della Democrazia…, andando a
rinsaldare l’artifizio della politica…
….Ogni
politica infatti nemica di questa Natura….
(Giuliano)
DIALOGANDO CON IL DIAVOLO!
Chi
dai monti della Val Malenco guarda la lunga e sinuosa costiera dell’Alpi
Orobiche, non può a meno di distinguere, fra le tante cime, un’ardita piramide
che fra tutte si eleva con elegante e ben marcato profilo. É la vetta del Pizzo
del Diavolo, che s’innalza fin presso i tremila metri, a cavaliere delle
più importanti vallate Orobiche, e cioè: la Val Brembana, la Val Seriana e la
Val d’'Ambria (Val Venina).
E
come il nocciolo della catena principale da cui si stacca la lunga giogaia, che
divide le due grandi Vallate Bergamasche e viene a digradare con gli ameni
colli di Bergamo, nella pianura Lombarda. Questa cima, che, per una serie di
bizzarre anomalie tanto frequenti in alpinismo, non è molto frequentata, e di
riflesso quindi è pochissimo conosciuta, meriterebbe tuttavia d’essere
illustrata con una diligente monografia, tanto essa è interessante dal punto di
vista alpinistico, come da quello delle bellezze naturali che per vastissima
plaga la circondano.
In
attesa però, che un lavoro esauriente venga a colmare questa riprovevole lacuna
della nostra letteratura alpina, non siano da biasimare agli egregi colleghi
due parole di relazione su una gita compiuta in una trascorsa esistenza,
durante la quale ebbi campo di conoscere uno dei lati più attraenti della
nostra bella incognita. Il Pizzo del Diavolo (m. 2915), detto anche
Pizzo di Tenda per distinguerlo dal suo omonimo, di pochi metri più elevato,
che sorge sulla stessa catena, alla testata di Val Seriana, è costituito nella sua
parte superiore da una grandiosa piramide a cinque spigoli e cinque facce,
nettamente distinte ed individualizzate.
Queste facce guardano a Nord-Est, Sud-Est, Nord-Ovest, Ovest e Sud-Ovest. Verso Sud scende direttamente dalla vetta il crestone principale, il quale a un certo punto s’innalza bruscamente fino ai 2800 metri, riproducendo in una vetta di più modeste proporzioni, le forme tipiche della grande piramide. Questa vetta non ha nome sulla carta, ma, per la sua postura e la forma similare, viene chiamato Diavolino (o Tendino).
Fra
il Pizzo principale e il Diavolino scendono due canali: uno, largo e profondo,
comunica col vasto nevaio del lato orientale, l’altro più ristretto, scende a
grandi balzi pel versante occidentale. Il versante cosiddetto Orientale è
costituito dalle due pareti Nord-Est e Sud-Est, delle quali quest’ultima è più
rimarchevole - ed interessante sotto ogni rapporto, ed è quella fra i cui
dirupi gli alpinisti trovarono qualche via d’accesso.
L’altra
parete è più ristretta e termina incuneata fra due creste, un centinaio di
metri a nord della cima. La roccia predominante, secondo i recenti studi del
distinto geologo dottor nobile Cesare Porro, è costituita da quell’enorme complesso
di arenarie, talvolta ardesiache, e di conglomerati sottostanti al Triassico
inferiore e che sovrastano ai porfidi Permiani; l’inclinazione generale è verso
Nord. In complesso, questa roccia è buona per l’arrampicata; in molti punti
scarseggiano gli appigli, ma la superficie è granulare e solida; limitatissimo
poi è il pericolo della caduta spontanea delle pietre.
Nel…. 1897 si ebbe a registrare la prima salita compiuta dai seguenti signori: ing. Giuseppe Nievo, ing. conte Luigi Albanie Angelo Camillo Richelmi, della Sezione di Bergamo, capitanati dalla brava guida Antonio Baroni di Sussia. Essi attaccarono la parete molto in basso, imboccando il secondo canalone di destra: salirono 150 metri, poi piegarono a sinistra e si portarono trasversalmente verso la linea mediana della parete, che risalirono direttamente fino alla cima.
Di
questa importante e fortunata ‘prima-ascensione’ trovasi relazione nella ‘Rivista
Mensile’ del 1898, a pag. 121 (mese di aprile): Arriviamo poi, senza registrare
alcun nuovo tentativo, fino al 29 luglio 1900, giorno in cui i colleghi Antonio
Facetti, Alessandro Bossi, Guido Moretti, della Sezione di Milano, e Attilio
Villa della Sezione Valtellinese colla guida Bonomi di Agneda, raggiunsero
la vetta seguendo una via completamente nuova, ma che a parer mio non è
praticamente consigliabile, stante ché il canalone del Diavolo è battuto dai
sassi e nella sua parte inferiore anche da ghiacci e valanghe. Pur tuttavia
questa salita è rimarchevole come gita di esplorazione, tanto più che la
discesa venne compiuta per la stessa via ed è finora l’unica che sia stata effettuata per questo versante.
E…. DISCUTENDO CON DIO, OVVERO, IL DIO DELLE MARMITTE E QUELLO DELLE…
La
mia testa assomiglia un po’ a quella di una lepre, solo che la parte superiore
è più grande e piatta, e le mie orecchie sono molto più piccole; così piccole
che sono appena percettibili, sebbene i capelli in quella parte della testa
siano molto corti.
Ho
un paio di baffi folti e lunghi.
I
miei occhi, luminosi e scintillanti, sono posizionati ai lati della testa, come
quelli di una lepre. La forma del mio corpo è a metà tra quella di un orso e
quella di un topo, ma sono molto più piccolo del primo e decisamente più grande
del secondo. Il mio manto è generalmente di un nero sabbia o marrone rossiccio.
La mia voce, quando sono contento, assomiglia molto a quella di un cagnolino,
ma la nostra specie è nota per il fischio acuto e penetrante che emettiamo
quando siamo irritati.
Noi
marmotte proviamo per i cani la stessa avversione che proviamo per i gatti;
immaginate quindi il mio orrore nel vedere questo esemplare, che ero certa mi
avrebbe attaccata non appena mi avesse notata. Mi diedi per spacciata, perché
era molto più grande e forte di me, e non avrei avuto scampo in caso di
scontro; perciò, raggomitolandomi a palla, mi rifugiai dietro una grossa botte
e desiderai con ansia la presenza del brutto ragazzo dalla faccia giallastra,
la cui partenza mi aveva dato tanta gioia pochi minuti prima; ma passò molto
tempo prima che tornasse: tuttavia il grosso cane non si svegliò, e fui
felicissima quando il ragazzo mi prese tra le braccia e mi portarono fuori da
questa orribile prigione, nella quale speravo vivamente di non dover mai più
entrare…
‘La salute delle marmotte riflette la salute delle Alpi’, afferma il biologo Christophe Bonenfant, che guida il team di ricerca di Lione dal 2019. ‘Sono una specie sentinella’ e, avverte, ‘potrebbero diventare il volto del cambiamento climatico in alta montagna’.
Le
temperature medie sulle Alpi sono aumentate di circa due gradi centigradi dalla
fine del diciannovesimo secolo, circa il doppio della velocità globale. I
ghiacciai si stanno ritirando; le pareti rocciose si sgretolano dopo anni di
siccità. Se le tendenze attuali continueranno, molti dei ghiacciai della catena
montuosa potrebbero scomparire completamente prima della fine del secolo.
‘La
quota delle nevicate continua a spostarsi più in alto’, afferma Nicolas Vernon,
guardia forestale della Riserva naturale della Grande Sassière. ‘Dove prima c’era
un unico lago di disgelo, ora ce ne sono tre’.
La
marmotta alpina è quella che gli scienziati chiamano una testimonianza dell’era
glaciale. Durante il Pleistocene, viveva in tutte le pianure d’Europa. Con la
fine dell’ultima glaciazione e il riscaldamento del clima, la specie si è
adattata al freddo e si è ritirata verso l’alta montagna, dove un letargo di
sei-sette mesi le permette di sopravvivere.
Ma l’adattamento alla vita in alta montagna è avvenuto a un costo.
‘Sono già sopravvissute a un episodio di cambiamento climatico, il riscaldamento che ha posto fine all’era glaciale’,
…afferma
Bonenfant.
‘La domanda è se questa volta riusciranno ad adattarsi abbastanza
rapidamente, con il ritmo dei cambiamenti a cui stiamo assistendo ora’.
A
causa del letargo di sei-sette mesi, le marmotte alpine si sviluppano
lentamente, raggiungendo la maturità sessuale solo dopo tre o quattro anni.
Anche allora, molte rimangono nel gruppo natale come ‘aiutanti’ della coppia
dominante, aiutando ad allevare i piccoli e condividendo il calore corporeo in
inverno per mantenere calda la tana. Ma questi meccanismi sociali, affinati nel
corso dei millenni, sono ora sconvolti dai cambiamenti climatici.
‘Stiamo assistendo a cucciolate sempre più piccole’, riferisce Garcia. ‘In passato, c’erano quattro o cinque cuccioli; ora sono scesi a tre o quattro. E le madri sono spesso in condizioni peggiori quando escono dal letargo’.
La
colpa è della neve, o meglio, della sua assenza.
Il
manto invernale sopra le tane si sta assottigliando, il che, paradossalmente,
rende il sottosuolo più freddo perché c’è meno isolamento. Le marmotte possono
tollerare temperature fino a circa quattro gradi centigradi nelle loro camere
di ibernazione. Al di sotto di questa temperatura, il loro corpo deve generare
calore extra, bruciando più energia e riserve di grasso. ‘Quindi escono dal
letargo in condizioni peggiori e le femmine partoriscono meno piccoli’, afferma
Bonenfant. È una spirale discendente che il team è determinato a monitorare da
vicino, documentando i cambiamenti nelle condizioni corporee e nella
riproduzione anno dopo anno.
A pancia in giù nell'erba, la studentessa di biologia Aure Hirigoyen rimane immobile per tre ore davanti alla tana di una marmotta. La sua missione di oggi è catturare i cuccioli per sottoporli a un test: un compito arduo. Nei primi tre giorni dopo l’uscita dalla tana, i piccoli sono abbastanza ingenui da poter essere presi in mano. Dopodiché, i ricercatori devono posizionare delle trappole: grandi gabbie innescate da una piastra con dei pesi e l’utilizzo di esche di melassa e cibo per conigli.
Ma
questa volta la trappola non serve. Tre cuccioli si avventurano allo scoperto e
Hirigoyen lancia un sacco di iuta sopra l’ingresso della tana per non lasciare
loro una via di fuga. Due riescono a scappare, ma il terzo finisce tra le sue
mani.
Nel
laboratorio dello chalet, il cucciolo viene anestetizzato. Garcia si mette al
lavoro: lo pesa, ne misura le proporzioni corporee e la temperatura e preleva
campioni di sangue, feci e pelo. Ogni animale riceve un microchip e un
contrassegno auricolare (due per i dominanti). Viene annotata la famiglia di
origine e tutti i dati vengono inseriti in un meticoloso registro di famiglia. ‘Se
l’animale è già stato in nostro possesso, aggiorniamo i registri’, spiega
Garcia.
Mentre
il cucciolo si sveglia in una scatola di cartone, Garcia scrive un nuovo numero
sulla lavagna: 2.302. ‘Il numero totale di singole marmotte che abbiamo
studiato finora’. Nel giro di poche ore, campioni e dati saranno inviati
all'Università di Lione per essere analizzati da Bonenfant.
I
dati di Lione mostrano chiare tendenze negative che, secondo i ricercatori,
meritano un’attenta osservazione. Le cucciolate si stanno riducendo, i tassi di
sopravvivenza dei cuccioli sono in calo e le dimensioni corporee medie si
stanno riducendo costantemente dall'inizio degli anni 90. Per un animale che si
è adattato al freddo, questa è una cattiva notizia.
Nessun commento:
Posta un commento