Precede la Congiura dei peggiori
I rappresentanti delle istituzioni, “specie quelli elettivi”, devono
“saper dimostrare che “le pubbliche funzioni si servono, non si occupano”. E le
istituzioni devono “essere efficienti, servire interessi generali e
rappresentare la casa dei cittadini, così convinti a non rivolgersi ad altre
vie”. Ovvero quelle “istituzioni alternative allo Stato che simulano di
assicurarne talune delle funzioni fondamentali”: come Cosa Nostra, che in
Sicilia conquista il consenso perso dallo Stato. Ma i clan non assicurano “le
condizioni per una prospera vita civile”, anzi “le sconvolgono”.
Ecco perché la scuola è fondamentale: forma i cittadini che “saranno
domani i rappresentanti delle istituzioni”. Sono dieci fogli densi di appunti
quelli che Paolo Borsellino porta con sé il 18 marzo 1989.
Su quelle pagine – che IlFatto pubblica in esclusiva — c’è
l’intestazione della Procura di Marsala, perché in quel momento è il
procuratore capo di quella città. Quel giorno è sabato, Borsellino è a Palermo
per il weekend. Potrebbe riposare, ma va a incontrare gli oltre mille studenti
dell’istituto tecnico-turistico Marco Polo.
“UNA COSCIENZA più forte, per una scuola più unita, oltre il fenomeno
mafioso”, è il tema dell’incontro che annota con una penna verde. “Scriveva
spesso con quel tipo di inchiostro, probabilmente anche l’agenda rossa è
compilata in verde”, dice Salvatore Borsellino, riferendosi al diario sottratto
dalla valigetta di suo fratello subito dopo la strage di via d’Amelio. La
scomparsa dell’agenda, che Borsellino aveva cominciato a usare subito dopo la
morte di Giovanni Falcone per annotare riflessioni e spunti investigativi su
Capaci, è il primo atto del più clamoroso depistaggio della storia giudiziaria
italiana. Quel diario contiene probabilmente la traccia per arrivare ai veri
mandanti e agli autentici moventi delle bombe.
Nel giorno del 34esimo anniversario di via d’Amelio, pubblichiamo
quindi gli appunti inediti di Borsellino: a donarli al Fatto un lettore che li
ha consegnati al direttore Marco Travaglio, spiegando di averli custoditi per
anni dopo averli ricevuti direttamente dalle mani del magistrato. Rappresentano
un documento utile per conoscere l’opinione del giudice sul ruolo della scuola
nella lotta alla mafia e sui doveri dei politici:
“Devono saper dimostrare che le pubbliche
funzioni si servono, non si occupano”,
…scriveva.
“Paolo sottolinea queste parole, andrebbero fatte leggere a chi oggi
sostiene di fare politica in suo nome”,
…dice Salvatore Borsellino, che ha aiutato Il Fatto ad analizzare gli
appunti del fratello.
Quei dieci fogli scritti in verde sono la traccia del discorso che il
giudice aveva preparato per l’incontro con gli studenti. Una copia fu regalata
pure al professor Nicolò Mannino, organizzatore dell’evento, dopo le stragi
fondatore del movimento “Parlamento della legalità” e autore del libro ‘Quello
che i mafiosi non sanno’, che conteneva copia degli appunti.
A più di trent’anni di distanza, però, il contenuto di quelle pagine
è rimasto praticamente inedito, sconosciuto persino a Salvatore.
“È chiaramente la calligrafia di Paolo, ma è la prima volta che vedo
questi scritti – racconta – mi hanno colpito perché testimoniano le sue
opinioni sull’importanza della scuola, un mondo al quale a un certo punto aveva
iniziato a rivolgersi”.
Nonostante avesse già vissuto periodi dolorosi, nel marzo 1989
Borsellino è ancora un uomo che guarda con fiducia al futuro. Dopo gli omicidi
di alcuni stretti collaboratori (Beppe Montana, Ninni Cassarà) e i successi del
maxiprocesso, aveva lasciato Palermo per dirigere la Procura di Marsala: da lì
viene colpito dalle polemiche sui professionisti dell’antimafia deflagrate dopo
il celebre articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere e denuncia l’attacco al
pool antimafia, con la bocciatura di Falcone da parte del Csm come erede di
Antonino Caponnetto.
Intanto comincia a frequentare le scuole.
“Credeva molto negli incontri con le giovani generazioni – dice
Salvatore – Un impegno che faceva risalire a Rocco Chinnici e Carlo Alberto
Dalla Chiesa”.
E in effetti negli appunti compaiono i nomi del giudice e del
generale perché per primi avevano “intuito” il “ruolo della scuola nella lotta
alla criminalità mafiosa”. Tra schemi e diagrammi, Borsellino appunta la sua
definizione di scuola (“punto di incontro tra cultura e istituzioni”),
istituzioni (“l’organizzazione, la struttura sociale di un paese, le sue leggi
fondamentali, lo Stato”) e giustizia (“la sua retta amministrazione presuppone
cultura sia da parte di chi la amministra sia da parte di chi osserva le leggi,
sulla cui retta applicazione l’istituzione Giustizia vigila”). Il magistrato
spiega il concetto di legge annotando che la sanzione deve essere sufficiente
per “assicurare il rispetto generalizzato della legge”.
Quindi si occupa di consenso e sicurezza: tanto “più grande” è il
primo, “quanto più il cittadino è portato a identificarsi con una parte attiva
dell’ente che produce le leggi, cioè lo Stato e le sue articolazioni che
producono la legislazione materiale (occorre li senta come casa propria)”.
ED È A QUESTO PUNTO che Borsellino annota “l'identificazione scadente
(anche per ragioni storiche) nel meridione d’Italia e in Sicilia in
particolare” nelle istituzioni. A questo il giudice collega il fatto che al Sud
il consenso sia “indirizzato verso istituzioni alternative alla Stato che
simulano di assicurarne talune delle funzioni fondamentali”.
In che modo?
Gestendo la sicurezza, cioè il “controllo della criminalità (specie
piccola)” e la giustizia assicurando una “rapida soluzione delle controversie”.
In più assicurano una “redistribuzione della ricchezza” con “impiego della
forza lavoro”. Un bluff dato che “in realtà” si tratta di “parassitismo per
intermediazione”, scrive Borsellino. Siamo alla fine degli anni 80 e la droga –
spacciata da Cosa Nostra tra Sicilia e Usa – è un’emergenza mondiale.
Il giudice annota come la “creazione di ricchezza” arrivi
probabilmente (usa il punto interrogativo) dagli stupefacenti. Ma è un business
che “rovina l’economia a causa della tendenza monopolistica dei mafiosi che
riciclano il denaro sporco. Essi marginalizzano le imprese pulite o le
contaminano, risolvendo con la violenza le normali controversie naturalmente
nascenti dalle private contrattazioni”.
Borsellino sottolinea come la droga non crei “ricchezza fruibile
dalla collettività ma distrugge le potenzialità imprenditoriali”. Ma non è
“liberalizzando la droga” che “si spunterebbero le armi della mafia”. “Paolo –
ricorda Salvatore – era particolarmente contrario alla legalizzazione, su questo
ci scontravamo, perché io ero favorevole”.
Per Borsellino, dunque, occorre “riconoscere che solo lo Stato” può
“assicurare” le “condizioni per una prospera vita civile”, ma a patto che tutte
le istituzioni siano “regolarmente funzionanti”. In questo senso auspica la
crescita della “cultura delle istituzioni” seguendo due “direttrici
fondamentali”: da una parte la scuola, che “ha il dovere di formare i
cittadini, educandoli” alla “leale convivenza civile”.
Dall’altra appunto le istituzioni, che devono essere servite, non
occupate dalla politica. Non esiste una registrazione con il discorso
pronunciato effettivamente quel giorno da Borsellino. Un articolo pubblicato
all’epoca del quotidiano L’ora, però, riporta un virgolettato del magistrato
proprio su questo concetto: “Purtroppo i giudici possono agire solo in parte
nella lotta alla mafia. Troppo spesso le istituzioni, soprattutto quelle
rappresentative, sono considerate terreno di occupazione e di scontro tra
interessi personali o di lobby politiche.
Finché le cose resteranno così non avremo concluso niente. Nonostante tutto bisogna guardare al futuro con ottimismo: un giorno queste istituzioni saranno occupate da persone nuove, da voi ed è per questo che sono venuto qui perché ho grandi speranze per le nuove generazioni”. In effetti una delle ultime frasi appuntate è “ottimismo di fondo”: Borsellino la sottolinea. “L’ottimismo – spiega oggi Salvatore – è sempre stata una prerogativa nella vita di mio fratello, fino agli ultimi giorni: lo perde solo dopo che ammazzano Falcone”.
(IlFattoQuotidiano)
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