martedì 10 aprile 2012
IL PROFESSORE
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Caro Professore,
forse ha ragione quell'Antonio, di cui l'intero Parlamento e Senato, ogni tanto
eleva un sol coro indignato..., vede faccio non volendo anche una breve rima
introduttiva.
Forse perché l'onestà nulla ha che vedere con l'economia, la politica,...e la
...fotografia.
Ma noi eretici non calchiamo o indichiamo 'il somaro' con il relativo cappello,
si ricorda professore, quello che fummo costretti ad indossare secoli or sono
di storia, mai passata, mai trascorsa per questo grande mare, per questo con-
vento chiamato Italia.
Caro professore..., è bello per tutti noi vivi, ma non certo ignoranti, vederla
commemorare santi e morti, quali viandanti della storia, soprattutto quando
i vivi sono ancora prigionieri negli stessi campi di sterminio, di terrore, di mor-
te, da lei celebrati con tanta e magnifica apparenza ....sull'ugual strada della
memoria.
Perché queste parole?
Perché questo 'ciarlare', che già la fiera casta mostra l'ardire di controllare e
sondare altro dire...rispetto alla sua sacra e fiera parola venduta e foraggiata
dagli stessi padroni della storia?
Presto detto, sempre che ci sia ancor concesso.
Sempre che il cinese suo nuovo e fedele cavaliere, non ci conti i poveri bocconi,
e misuri come suo ardire queste parole ...sciocche e cretine...
Il cinese suo nuovo alleato per questo campo strano, per questo gioco strano.
Ma ora con il suo permesso, lasciamo la rima cretina, altrimenti rischierei di
innervosire non il maestro del Tempio, ma il Rosso del convento...
Caro Professore, con il suo umile permesso,
quella cultura millenaria, alla quale, non si riesce bene a comprenderne il motivo,
e per la quale voi siete così attaccati...così ammirati, presenta dei risvolti ama-
ri, dei 'campi strani', dei morti.....ammazzati!!
Non si offenda professore, giorni fa' erano suoi alleati.
Ma i loro campi strani, non hanno ancora un posto di consenso sullo stesso
Parlamento di cui nessuno esule è giammai eletto. Forse perché è il Parlamento
della storia, che la verità non vuole udire alla sua ora, mentre mangia e lavora.
Non so...
Io che son eretico, busso a quel Parlamento, e ricordo che l'Inferno sarà tutto
per loro, quando quel Dio o Buddha scenderà dal trono.
Mi scusi, professore non me voglia la la rima non mi abbandona, così rischio
solo che il cinese come già fece nella storia, ora scende e come un diavolo
mi divora.
Caro professore, in onor della stessa storia, convien onorar quei morti, così,
almeno lei così ci insegna, quale potente e nuova dinastia, da poterne seppel-
lirne altri, sotto nella stiva...e che il nero, suo amico diletto, non si scordi del-
le stesse catene, lui veniva proprio da quelle, anche se ora balla e ride, come
una scimmia assisa al trono dello stesso Parlamento della Storia.
Caro professore,
ignorando i patimenti di una cultura millenaria la quale sta progressivamente
scomparendo, e celebrando il morto per seppellire e costruire un nuovo cam-
po per il ricco aguzzino, si fa un torto alla ragione dello stesso genocidio per
il quale lei si inginocchia così commosso...e pentito.
Ma mi sembra di capire, Professore del mio dire,
che la coerenza non è pane del politico, e neppure dell'economo...
Perché il nuovo mandarino da lei gioni fa' celebrato, quale nuovo e fiero alleato,
è troppo ricco e venerato nella ricca banca dove ogni Dio è per sempre...
morto e condannato, e con lui ogni diritto di quell'uomo di nuovo morto e se-
polto...sullo stesso orto, sullo stesso campo...
Mi perdoni, sto lottando con me stesso, ma questa rima, questo eretico che
vedo bruciar ogni mattina, non mi abbandona, anche se ora indossa un saio
di povero panno ...è tutto ciò che caccia il suo convento.
...L'economia ha le sue priorità sul muro di Wall Street, ieri come oggi, ed i
vagoni son di nuovo colmi di merci e volti che aspettano solo la morte.
Così l'affare è garantito, l'importante che vi sia sempre un mondo senza Dio,
anche se lei ammira alto sul cupolone, gli stessi volti, gli stessi pianti, gli stessi
...inganni!
No! Professore,
l'economia né cinese né occidentale, salverà il mondo.
Come lei non salverà l'Italia, la sua strada e il suo intento è la politica del
privilegio, dell'iniquità, ...certo professore è commovente vederla celebrare
tutti quei morti, anche se in cuor mio sono convinto che se tornassimo indie-
tro di 60 o 70 anni, lei sarebbe un ottimo alleato dei tedeschi.
Come lo è tutt'ora.
Non disprezzo, si intende bene, la cultura cinese, erano e sono troppo po-
tenti, ricchi, e dicono intelligenti, ma avevano (?) una considerazione dell'u-
omo e della vita peggio dei faraoni egizi...al tempo delle piramidi.
Si ricorda Professore,
allora i suoi ebrei erano schiavi, cacciati, ma pur sempre schiavi.
Per questi moderni schiavi di oggi non vi è nessun mare che si ritira dinnanzi
al loro vagare, nelle stesse tenebre. Non vi è nessun profeta che scende dal
monte ad indicare loro una salvezza. Non vi è nessun Dio, perché quello che
vi dimorava lo hanno ucciso a forza di botte.
Non vi è nessun miracolo dinnanzi al genocidio culturale taciuto.
Anche perché, Professore, la sua economia ci insegna che di fronte alla stra-
da di due muri, uno del pianto, ed uno ...della ricchezza, bisogna calpestare
ogni diritto, ogni emozione, ogni filosofia, ogni teologia...alla vita.
Caro Professore, non mi dilungo, perché la sua immagine e ogni immagine,
insegnamento per ogni fotografo e fotografa, abbisogna di coerenza e un mi-
nimo di dignità.
Sono il primo che difende l'Olocausto e gli Armeni, o altre minoranze, perché
la stessa cultura che mi impone di alzare la mia modesta voce e opinione con-
tro ogni genocidio, mi insegna e comanda a non fare distinzioni di sorta dinnan-
zi ad ogni qual si voglia ...dittatura.
Non si può salvare il pianeta penalizzando uno scrittore o una poesia, ....
è una semplice provocazione, forse per dire, che io che nulla sono e sarò
mai, anche dinnanzi ad un premio Nobel e per giunta tedesco, siamo motivati
dallo stesso principio che sgorga dal cratere o dalla fonte della 'cultura' del-
la verità, dell'uguaglianza, dell'umiltà, della saggezza....della pace.
Io non scrivo una rima, qui ed ora, anche perché Grass ne ha scritta una, io
....un intero libro, solo per dire e ricordare che la mia come, penso, la sua e-
resia, si muovono contro ogni dogma ortodosso.
Quell'ortodossia che uccide senza distinzione di sorta, fra il Rosso o il Nero
(talare), ogni verità e cultura, e inquina ogni principio di libero arbitrio.
Penso che sia memore della storia.
Non me ne voglia per questo mio dire.
Con l'augurio che quella cultura cinese da voi accademici tanto ammirata,
mai prevalga sulla libertà cui la la natura ha fatto dono ad ogni uomo da
lei forgiato entro ugual Creato....
Mi perdoni professore, la rima di nuovo....
perché io son un po' come quel Gabbiano, che sempre in alto vola, ed ha
imparato ogni giorno una parola nuova e trasforma in poesia o rima.....
ma che voi che sia, tanto il branco, che in basso vola, presto lo caccerà
dal suo cielo...così come è sempre stato nel Parlamento della Storia.
lunedì 9 aprile 2012
DAL SAL'S RIVER LAUNGE AL BARTOLO'S RESTAURANT
INTANTO (dal Sals's River Launge al telefono a pagamento del Bartolo's Restaurant
in linea: John Micheal d'Alessio e Daniel Versace detto 'Dan il mulo' . Conversazione
avviata dal penultimo post inserito....)
DV: I pettegolezzi sono quello che sono. Devi sempre ricordarti da che parte
vengono.
JMD: A te piacciono?
DV: Lo sai che mi piacciono. Lo sai che un bel pettegolezzo mi piace come e
più che a chiunque altro. E non me ne frega niente che sia vero o meno.
JMD: Be', io ne ho uno mica male.
DV: E raccontamelo, allora. Non fare il misterioso.
JMD: J. Edgar Hoover e Bobby Kennedy si odiano a morte.
DV: Tutto qui?
JMD: No, c'è dell'altro.
DV: Lo spero bene. La rivalità fra Hoover e Bobby è roba vecchia.
JMD: Pare che gli agenti della squadra antiracket di Bobby stiano reclutando
informatori. E che Bobby faccia muro contro Hoover. E che la fottuta Comis-
sione McClellan si stia preparando a tornare alla carica per inculare l'Organiz-
zazione. Bobby è al lavoro su questo grandissimo informatore. Quando la
Commissione si rimetterà in pista, questo stronzo entrerà in scena come un di-
vo del cazzo.
DV: Ho sentito pettegolezzi migliori, Johnny.
JMD: Vaffanculo.
DV: Preferisco quelli sessuali. Non hai sentito niente di eccitante? ....Be' io
penso che quel cazzo di figlio di puttana di Bobby sia finocchio, un pervertito
come il fratello.
JMD: Vaffanculo.
(Dal telefono dell'Habana Bar al telefono del Town & Country Motel. In linea
Leon Broussard e uomo sconosciuto di probabile nazionalità cubana.
LB: Non dovete perdere le speranze. Non tutto è perduto, amico mio.
US: La sensazione è che lo sia.
LB: Non è affatto vero. So per certo che lo zio Carlos ci crede ancora.
US: E' rimasto solo. Qualche anno fa molti dei suoi compagni erano generosi
quanto lui. E' preoccupante vedere così tanti amici potenti abbandonare la Causa.
LB: Come John Finocchio Kennedy.
US: Esatto. Il suo tradimento è l'esempio peggiore. Insiste a proibire una seconda
invasione.
LB: Non gliene frega niente. E allora? Ti dirò una cosa, amico mio: allo zio Carlos
frega eccome.
US: Spero che tu abbia ragione.
LB: Lo so, che ho ragione. So per certo che lo zio Carlos sta finanziando un'opera-
zione che potrebbe far saltare tutto in aria.
US: Spero che tu abbia ragione.
LB: Sta finanziando una squadra che progetta di far fuori Castro. Tre cubani ed un
ex parà francese. Lo zio Carlos dice che si farebbe ammazzare pur di riuscirci.
US: Spero che sia vero, perché la Causa si sta disperdendo. Ormai ci sono centinaia
di organizzazioni di esuli. Alcune sono finanziate dalla CIA, altre no, ma diretta o
indirettamente dipendono tutte dall'Agenzia.
LB: La prima cosa che bisognerebbe fare è tagliare le palle ai fratelli Kennedy.
Quel finocchio di Robert mi sta rompendo le palle se taglia i fondi alla Causa,
...alla Casta......
(J. Ellroy, American Tabloid)
domenica 8 aprile 2012
LA VIA CRUCIS: SECONDA STAZIONE
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Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite e si continua a camminare.
Che giorno è oggi?
E dove siamo?
Non esistono né date né nomi.
Solo noi che si cammina.....
Passando per un villaggio vediamo dei cadaveri davanti agli usci delle isbe.
Sono donne e ragazzi.
Forse sorpresi così nel sonno perché sono in camicia.
Le gambe e le braccia nude sono più bianche della neve, sembrano gigli su un altare.
Una donna è nuda sulla neve, più bianca della neve e vicino la neve è rossa.
Non voglio guardare, ma loro ci sono anche se io non guardo.
Una giovane è con le braccia aperte, e ha sul viso un lino bianco.
Ma perché questo?
Chi è stato?
E si continua a camminare.
Passiamo per una valletta stretta e deserta.
Cammino con angoscia, vorrei che se ne fosse già fuori; mi
sembra di soffocare.
Guardo da tutte le parti con apprensione.
Ascolto e trattengo il fiato.
Vorrei correre.
Mi aspetto di vedere comparire da un momento all'altro le torrette dei carri armati
e di sentire le raffiche delle mitragliatrici.
...Ma passiamo.
Ho fame.
Quando ho mangiato l'ultima volta?
Non ricordo.
La colonna passa tra due villaggi distanti tra loro pochi chilometri. Lì ci sarà certamente
qualcosa da mangiare. Dalla colonna si staccano dei gruppetti che vanno verso i villag-
gi in cerca di cibo.
Gli ufficiali gridano, dicono che potrebbero esservi dei partigiani o delle pattuglie rus-
se. Soldati del mio plotone vanno anch'essi in cerca di cibo.
Durante una breve sosta ci fermiamo a bere ad un pozzo e poi vado in un'isba che
mi sembra la più vicina. Ma è una delle più vistose ed è già visitata da molti.
Non trovo che un pugno di fettine di mele essiccate che i russi usano per fare i decotti.
Si cammina e viene ancora notte.
E' freddo: più freddo di sempre, forse 40°.
Il fiato si gela sulla barba e sui baffi, con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio.
Ci si ferma, non c'è niente.
Non alberi, non case, neve e stelle e noi.
Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve.
Chiudo gli occhi sul niente.
Forse sarà così la morte, o forse dormo.
Sono in una nuvola bianca.
Ma chi mi chiama?
Chi mi dà questi scossoni?
Lasciatemi stare.
- Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi. La colonna è partita. Svegliati, Rigoni........
(Mario Rigoni Stern, Il sergente della neve)
sabato 7 aprile 2012
LA VIA CRUCIS: UNA STAZIONE
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Dimmi la verità,
dimmi perché Gesù fu crocefisso
E' per questo che quell'uomo è morto?
Era per te?
Ero io?
(The Post War Dream, R. Waters)
IL GRECO
Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell'Armata Rossa ormai vicina,
i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre al-
trove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con
le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono
diversamente: ordini superiori imponevano di 'recuperare', a qualunque costo,
ogni uomo abile al lavoro.
Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchen-
wald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Da va-
ri indizi è lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi
di concentramento nessun uomo vivo; ma un violento attacco aereo notturno, e
la rapidità dell'avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prende-
re la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera.
Nell'infermeria del lager di Buna-Monowitz eravamo rimasti in 800. Di questi,
circa 500 morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivasse-
ro i russi, ed altri 200, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.
La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso mezzogiorno del 27
gennaio 1945.
.......La libertà, l'improbabile, impossibile libertà, così lontana da Auschwitz,
che solo nei sogni osavamo sperarla, era giunta: ma non ci aveva portati alla Ter-
ra Promessa. Era intorno a noi, ma sotto forma di una spietata pianura deserta.
Ci aspettavamo altre prove, altre fatiche, altre fami, altri geli, altre paure (altre
calunnie....).
Io ero digiuno ormai da ventiquattro ore.
Sedevamo sul pavimento di legno del vagone, addossati l'uno contro l'altro per
proteggerci dal freddo; i binari erano sconnessi, e ad ogni sobbalzo le nostre
teste , malferme sui colli, urtavano contro le tavole della parete.
Mi sentivo stremato, non solo corporalmente: come un atleta che abbia corso
per ore, spendendo tutte le proprie risorse, quelle di natura prima, e poi quelle
che si spremono, che si creano dal nulla nei momenti di bisogno estremo; e
che arrivi alla meta; e che nell'atto in cui si abbandona esausto al suolo, venga
rimesso brutalmente in piedi, e costretto a ripartire di corsa nel buio, verso un
altro traguardo non si sa quanto lontano.
Meditavo pensieri amari: che la natura concede raramente indennizzi, e così
il consorzio umano, in quanto è timido e tardo nello scostarsi dai grossi sche-
mi della natura; e quale conquista rappresenti, nella storia del pensiero umano,
il giungere a vedere nella natura non più un modello da seguire, ma un blocco
informe da scolpire, ....o un nemico a cui opporsi.
Il treno viaggiava lentamente.
Comparvero a sera villaggi bui, apparentemente deserti, poi scese una notte
totale, atrocemente gelida, senza luci in cielo né in terra. Solo i sobbalzi del
vagone ci impediva di scivolare in un sonno che il freddo avrebbe reso mor-
tale.
Dopo interminabili ore di viaggio, forse verso le tre di notte, ci arrestammo
finalmente in una stazioncina sconvolta e oscura.
Il greco delirava (parlava di velieri, coste e mari...): degli altri, quale per pau-
ra, quale per pura inerzia, quale nella speranza che il treno ripartisse presto
nessuno volle scendere dal vagone.
Io scesi, e mi aggirai nel buio col mio bagaglio ridicolo finché vidi una fines-
trella illuminata. Era la cabina del telegrafo, gremita di gente: c'era una stufa
accesa. Entrai, guardingo come un cane randagio, pronto a sparire al primo
gesto di minaccia, ma nessuno badò a me.
Mi buttai sul pavimento e mi addormentai all'istante, come si impara a fare
in Lager.
Mi svegliai qualche ora dopo, all'alba.
La cabina era vuota.
Non ricordo quanto tempo rimasi in quel posto.
Il telegrafista mi vide alzare il capo, e mi pose accanto, a terra, una gigantesca
fetta di pane e formaggio (e un bicchiere di latte).
Ero sbalordito (oltre che mezzo paralizzato dal freddo e dal sonno) e temo
di non averlo ringraziato. Mi infilai il cibo nello stomaco e uscii all'aperto: il
treno non si era mosso. Nel vagone, i compagni giacevano inebetiti; al veder-
mi si riscossero, tutti salvo il jugoslavo, che cercò invano di muoversi (vede-
va la sua Serajevo...e altri morti....).
Il gelo e la immobilità gli avevano paralizzato le gambe: a toccarlo urlava e
gemeva. Era stata per tutti una notte terribile, forse la peggiore dell'intero
nostro esilio. Ne parlai col greco: ci trovammo d'accordo nella decisione
di stringere sodalizio allo scopo di evitare con ogni mezzo un'altra notte di
gelo, a cui sentivamo che non avremmo sopravvissuto.
....Il treno ripartì, e con tragitto tortuoso e vago ci condusse ad un altra
stazione e luogo chiamato Szczakowa........
(Primo Levi, La tregua)
venerdì 6 aprile 2012
JOHN LE CARRE' E IL GRANDE SONNO
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....Penso a John Le Carré, e il suo romanzo: 'La spia che venne dal freddo'.....
potrebbe arrivare anche questa sera.
Le Carré ha avuto l'idea giusta: niente di meglio della Germania per una storia di intrighi;
c'è il clima, c'è il contrasto, anche le situazioni più ardite diventano attendibili. Si può
aggiungere, alla ricetta consueta: tensione, sesso, violenza, anche la lotta fra le ideolo-
gie che oggi ci dividono.
Qui la morte non sorprende: nessuno si volta quando urla la sirena dei gendarmi, e ogni
tanto gli spari, e l'abbaiare dei cani rompono, lungo il confine, il pesante silenzio della
notte. Capisco perché questa vicenda avventurosa è piaciuta molto a Willy Brandt:
forse ha sentito muovere tra le pagine l'aria di Berlino.
Ho sul tavolo un volumetto stampato all'Est, dal contenuto piuttosto insolito. Parla del-
l'attività degli agenti segreti francesi, inglesi e americani. Racconta le iniziative del miste-
rioso Reinhard Gehlen, il personaggio di cui non si conosce il volto, che fu il capo del
Servizio di informazione federale.
Le fotografie riproducono scatole di fiammiferi col doppio fondo, per nascondere i mi-
crofilm, compresse di piramidone che servono invece a preparare l'inchiostro simpati-
co, minuscole pistole, passaporti falsi, pugnali, carte topografiche, un'innocente auto-
mobiletta per bambini trasportava preziose segnalazioni.
E' illustrata l'attrezzatura di Erich Kreimling, pescato mentre era intento all'opera, e
si vede subito che gli USA non badano a spese; sensibilissimi registratori riescono a
captare le voce anche a notevole distanza. C'è perfino un elenco, con l'indirizzo e il
numero di telefono di alcuni spregiudicati e ardimentosi individui, che si fanno chiama-
re 'Siegfried', 'Martin', 'Carlos', e che lavorano per la CIA, (poi ci sono quelli che si
fanno chiamare con il loro nome, ma non sanno che lavorano per la stessa....Agenzia),
per i dollari di Washington, e ai danni, s'intende, degli 'Stati socialisti'.
Quattro potenze giocano, attorno alla Porta di Brandeburgo, una partita che ha
per posta la pace in Europa; i rapimenti o le revolverate appartengono all'aned-
dotica.
Ogni tanto, l'eco delle schermaglie arriva alla cronaca, ma solo quando il protago-
nista ha un nome, o il clamore del fatto sconvolge l'apparente tranquillità.
Un mattino due ufficiali dell'Armata Rossa varcano un ponte sulla Sprea in compa-
gnia di un giovanotto che si chiama Powers, lo mollano, e ricevano in cambio un
maturo signore che si chiama Abel: uno faceva il pilota di un supersonico americano,
l'U2, ed è finito in territorio sovietico; l'altro era un illustre spione, che da anni traffi-
cava con Mosca, e, a causa di un incidente tecnico, si è fatto prendere con le mani
sporche.
Consumò il resto dei suoi giorni nella tranquillità di una dacia, scrivendo le memorie
e godendosi la lauta pensione di chi ha ben meritato. Adesso è segnalato come e-
sempio, nei libri di lettura, alla gioventù comunista.
.....Il 'grande sonno'....è un espediente consueto, sicuro, per sbrigare affari un po'
complessi, il 'grande sonno' è piombato su illustri signori, come Otto John, lo stra-
no doppiogiochista, mescolato in faccende di spionaggio, non si è mai capito con
chi stava, ed è bastata una tazzina di caffè a renderlo perfettamente trasportabile,
ha reso docili piccole volpi, come un certo Berndt, che era andato a una festa,
ricorda solo che si divertiva molto, poi si è trovato, non sa come, dal'altra parte,
nella centrale di polizia della Alexander-platz, poi nella prigione di Bauzer 2, una
delle più dure, condannato per aver partecipato ad azioni sovversive contro la
Repubblica Democratica, e doveva lavorare otto ore e mezzo al giorno, doveva
leggere il quotidiano comunista Newes Deutschland, e partecipare alla conferen-
za di indrottinamento, poteva scrivere a casa solo una lettera al mese (dopo un
attento controllo dell'ufficio smistamento & recapito...).
Una mattina l'hanno svegliato, l'hanno condotto in uno stanzone.
'Eccoti il passaporto, e metti i tuoi vestiti' gli hanno detto; albeggiava appena,
giù in cortile, c'erano degli altri detenuti, li fecero salire su un autobus, passarono
il confine, c'erano dei funzionari di Bonn ad aspettarli, ricevettero alcune centina-
ia di marchi, e furono inviati ad andarsene a casa e a tacere. Né lui, né gli altri,
seppero il perché, né che cosa era accaduto.
Dal 1964 fra le due Germanie, si svolge un continuo e silenzioso 'mercato di
uomini'. Berlino Est dà alla Bundesrepublik prigionieri, e riceve in cambio caffè,
agrumi, burro e concimi chimici.
2500 carcerati sono stati comprati con una spesa di circa 13 miliardi di lire.
....Sì, Le Carré ha avuto l'idea buona, in questa Germania tutto può accadere,
perfino che la spia che torna a casa, venga non solo dal freddo della Prussia,
...ma anche dal deserto............
(Enzo Biagi, Germania)
giovedì 5 aprile 2012
LA TALPA
NEGLI STESSI ANNI
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Passeggiarono per il parco e Smiley constatò con un sentimento prossimo alla
disperazione, che il recinto non era più pattugliato, né di giorno né di notte.
Dopo un giro, Haydon chiese di tornare alla baracca.
Lì sollevò un asse del pavimento e tirò fuori alcuni fogli di carta coperti di gero-
glifici. A Smiley ricordarono immediatamente il diario di Irina.
Seduto a gambe incrociate sul letto, Haydon li scorse uno per uno e, in quella
posa e con quella luce debole, il lungo ciuffo di capelli che cadeva quasi sui fo-
gli si sarebbe potuto credere che stesse indugiando nell'ufficio di Controllo, di
nuovo negli anni Sessanta, proponendo per la maggior gloria dell'Inghilterra un
certo colpo meravigliosamente allettante e perfettamente irrealizzabile.
Smiley non si diede la pena di scrivere niente perché entrambi sapevano benis-
simo che in ogni caso la loro conversazione veniva registrata.
La dichiarazione cominciava con una lunga spiegazione, della quale Smiley
in seguito ricordò alcune frasi:
'Attraversiamo un'epoca in cui soltanto i problemi fondamentali contano....'
'Gli Stati Uniti non sono più in grado di fare la loro rivoluzione...'
'La posizione politica del Regni Unito, negli affari mondiali, non ha più alcun
rilievo né vitalità morale....'
Su molti di questi argomenti, in altre circostanze, Smiley avrebbe anche potuto
dichiararsi d'accordo: più la musica, era il tono che lo annoiava....
'Nell'America capitalistica l'oppressione economica delle masse è istituzionaliz-
zata a un punto tale che neppure Lenin avrebbe potuto prevedere...'
'La guerra fredda iniziò nel 1917 ma le battaglie più dure ancora ci aspettano,
mentre la paranoia dell'America agonizzante la porta a eccessi anche maggiori
.....all'estero....'
Parlava non solo del declino dell'Occidente ma anche della sua morte per cu-
pidigia e stitichezza. Odiava profondamente l'America, disse, e Smiley immagi-
nò che fosse vero.
Haydon dava anche per scontato che i servizi segreti erano l'unica vera misura
della salute politica di una nazione, l'unica vera espressione del suo subconscio.
Alla fine arrivava al proprio caso.
A Oxford diceva, era stato sinceramente di destra e durante la guerra aveva
avuto scarsa importanza da che parte uno fosse schierato, fino a quando si
batteva contro i tedeschi. Dopo il 45, per un po' era stato soddisfatto del ruo-
lo della Gran Bretagna nel mondo, finché a poco a a poco aveva cominciato
a scoprire fino a che punto esso era invece insignificante.
Quando e come avesse avuto luogo questa scoperta rimaneva un mistero.
Nella conclusione storica della propria vita, non riusciva a indicare nessuna
occasione particolare: sapeva soltanto che l'Inghilterra era uscita dal gioco e
che la situazione non sarebbe mutata di una virgola. Si era spesso chiesto da
che parte si sarebbe schierato se si fosse mai giunti alla prova; dopo lunghe
riflessioni, alla fine aveva dovuto ammettere che se uno dei due blocchi aves-
se dovuto riportare la vittoria lui avrebbe preferito che fosse quello dell'Est.
.....In seguito, si rifiutò di parlare del proprio reclutamento e dei suoi rapporti
di tutta una vita con Karla.
- Di tutta una vita?
ripeté Smiley, colpito.
- Quando vi siete conosciuti?....
Dal 1950 in poi, se bisognava credere a quel che diceva, Haydon aveva fatto
di tanto in tanto omaggio di qualche informazione. Quei suoi primi sforzi erano
stati limitati a quel che lui sperava avrebbe direttamente avvantaggiato la causa
russa nei confronti dell'America; era stato 'scrupolosamente attento a non for-
nirgli niente di dannoso per noi', spiegò 'o per i nostri agenti sul campo'.
L'avventura di Suez del 56 lo aveva alla fine persuaso dell'assurdità della situa-
zione inglese e della capacità degli inglesi di fermare il corso della storia senza
riuscire a offrire niente in cambio.
Lo spettacolo degli americani che avevano sabotato l'azione inglese in Egitto
aveva, paradossalmente, aggiunto un altro incentivo. Poteva dunque dire che
dal 56 in poi lui aveva lavorato a tempo pieno come talpa dei sovietici senza
alcuna remora.
Nel 61 aveva ricevuto ufficialmente la cittadinanza sovietica, e loro lo contra-
cambiavano (medaglie, appalti, favori...). Al suo ritorno a Londra, Karla gli
aveva inviato Polly come assistente a tempo pieno, un bell'appartamento pro-
prio sopra il tuo Smiley.
Si rifiutò di discutere di apparecchi fotografici e di attrezzature speciali di
controlo, di remunerazione e di trucchi del mestiere del periodo precedente
l'entrata in funzione di Merlin; e intanto Smiley si rese conto che anche quel
poco che gli stava dicendo era scelto con cura meticolosa, partendo da una
verità più vasta e, forse, un tantino diversa.....
(John Le Carré, La talpa)
martedì 3 aprile 2012
VOGLIAMO UN MONDO PIU' NUOVO
LE LUCI COMINCIANO A BRILLARE SULLE ROCCE:
IL LUNGO GIORNO DECLINA:
LA LUNA SI ARRAMPICA LENTA:
INTORNO SI LAMENTA L'OCEANO
CON MOLTE VOCI.
VENITE AMICI, NON E' TROPPO TARDI
PER CERCARE UN MONDO PIU' NUOVO.
SPINGETEVI AL LARGO E IN BUON ASSETTO
FENDETE LE ONDE SONANTI;
PERCHE' VOGLIO NAVIGARE
OLTRE IL TRAMONTO, DOVE SI TUFFANO
TUTTE LE STELLE D'OCCIDENTE,
.....FINCHE' MUOIO......
(A. Tennyson)
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L'ultima ragione che dimostra l'inadeguatezza della potenza militare è che essa
non può dare speranza.
La forza è neutra; non ha programmi.
Ogni movimento insurrezionale: si fonda prima di tutto, non sulla forza, ma sulla
speranza: d'indipendenza, di giustizia, di progresso, di una vita migliore per i pro-
pri figli. Per queste speranze gli uomini sono disposti a sopportare grandi disagi
e sacrifici, così come anche noi abbiamo fatto e faremo per le nostre speranze.
Se non offre alcuna prospettiva per il futuro, un governo non può chiedere nes-
sun sacrificio, nessuna volontà di resistere al terrore o alle lusinghe dell'insurre-
zione.
Soltanto uno spirito di sacrificio e di determinazione più forte di quello degli
insorti può vincere questo tipo di guerra.
Ciò che vale per la forza militare in generale, vale ancora di più nel caso dell'
intervento militare di una potenza straniera. Qualsiasi forza d'attrazione possa
esercitare un movimento insurrezionale con un programma di riforme, verrà e-
normemente accresciuta se potrà impossessarsi della bandiera del nazionalismo,
la forza politica più grande dei nostri tempi.
Le nazioni sottosviluppate dell'Asia e dell'Africa, salvo poche eccezioni, sono
ex colonie o ex protettorati delle potenze occidentali. La loro indipendenza po-
litica è recente e esse stanno ancora lottando per affermare la propria indipen-
denza e la propria forza anche sul piano economico, culturale e intellettuale.
Il fatto che un governo mostri di affidarsi in modo eccessivo sull'appoggio di
una potenza straniera o che inviti eserciti occidentali a entrare in campo contro
la guerriglia di quel paese, costituisce al tempo stesso una terribile confessione
di debolezza sul piano nazionale e una minaccia diretta all'indipendenza appe-
na raggiunta; inoltre permette agli insorti di dipingere quel governo come un
fantoccio dei colonialisti.
Ma la conseguenza più grave è che ogni colpo inferto dagli insorti allo straniero
può suscitare un brivido di orgoglio nazionale anche nei sostenitori del governo,
mentre nessun uomo che ama il proprio paese può rallegrarsi nell'intimo quando
i connazionali sono sconfitti in battaglia, anche se personalmente si oppone con
decisione al loro programma politico.
Un governo fondamentalmente solido e indipendente, che poggia sul consenso
della nazione, può sopravvivere e anzi avvantaggiarsi dell'aiuto straniero, come
accade nel Venezuela, nelle Filippine e nella Grecia. del dopoguerra.
Ma un governo debole e impopolare può soltanto essere indebolito ulterior-
mente, forse fino a un punto fatale, dall'aiuto e dall'intervento straniero.
L'aiuto esterno può rafforzare una volontà nazionale che già esiste, ma l'inter-
vento di una potenza straniera non può sostituire una volontà nazionale che
manca.
La forza militare è l'ultima risorsa di tutti gli stati e di tutte le società e noi stessi
l'abbiamo usata parecchie volte in questi ultimi dieci anni per reprimere disordini
interni.
....Ma nessun sforzo che poggi quasi esclusivamente sulle armi può avere succes-
so contro un'insurrezione profondamente sentita e alla quale partecipi in qualche
modo il popolo. Tanto meno la forza, qualunque essa sia, può riscattare errori
politici e conquistare l'adesione del popolo a un governo che non se la sia guada-
gnata........
(Robert Kennedy, Vogliamo un mondo più nuovo)
lunedì 2 aprile 2012
NEGLI OCCHI LA STESSA PAURA
FUCILI FRA ME E LA CASA BIANCA 5-7 aprile 1968
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Un informatore dell'Fbi fece sapere che la mafia era pronta a mettere una taglia
di varie centinaia di dollari su Kennedy nel caso in cui arrivasse ad avere la pos-
sibilità di ottenere la nomina, e ogni settimana gli agenti del Bureau fornivano fo-
tografie di potenziali assassini a Frank Mankiewicz.
Kennedy sembrava affrontare le minacce con un fatalismo indifferente.
Se qualcuno parlava di un possibile assassinio diceva:
- Quel che succederà...succederà...
oppure:
- Se qualcuno vuole ammazzarmi, non sarà una cosa difficile,
o citava Camus:
- Sapere che morirai non conta...
Quando Warren Rogers di 'Look' gli domandò se tenesse che i fan fuori control-
lo potessero fargli del male disse:
- Diavolo non ti puoi preoccupare di una cosa simile. Guarda i loro volti. Questa
gente non vuole farmi del male. Vuole solo vedermi e toccarmi.,
ma poi aggiunse:
- Insomma, ormai partecipare alla vita pubblica è sempre una roulette russa.
Tollerava piccoli gruppi di guardie in borghese, ma soltanto se stavano a una certa
distanza e mantenevano un basso profilo, non dando troppo nell'occhio.
Si opponeva alla presenza di poliziotti in divisa intorno a sé, credendo che questo
scaldasse gli animi e aumentasse l'aggressività, oltre che farlo sembrare timoroso
del pubblico.
.....Come altri che hanno amato Robert Kennedy, Walter Fauntroy coltivava l'il-
lusione che egli non si rendesse veramente conto del pericolo di un'attentato. Era
troppo doloroso ammettere che a ogni corteo su una decappottabile anche Ken-
nedy, come a molti del suo entourage, venissero in mente Jackie con il suo tailleur
rosa e il Texas Book Depository.
Fauntroy fu talmente turbato dal commento di Kennedy sui fucili che lo separavano
dalla Casa Bianca che continuò a passeggiare al suo fianco anziché dare inizio al
rito delle 11. Infine, incapace di controllarsi più a lungo e continuando a domandarsi
se ci fosse in agguato qualche minaccia specifica, chiese a Kennedy a che cosa si
riferisse quando aveva parlato di fucili tra lui e la Casa Bianca.
Kennedy rivolse a Fauntroy uno sguardo penetrante e disse:
- Nulla.
Ma in un certo senso aveva già detto tutto.
Aveva detto che, come succedeva a Jackie, temeva che quel che era capitato a
Jack potesse un giorno accadere a lui. Aveva spiegato il motivo per cui Fred Dut-
ton aveva commentato che le foll adoranti lo liberavano da 'qualsiasi stato morbo-
so lo affliggesse in un dato momento; e anche perché Jim Stevenson scorgesse sul
suo volto 'una perdurante desolazione malinconica' e infine perché, dopo avere
viaggiato con lui nell'Indiana, il giornalista dell'Associated Press Saul Pett avesse
notato momenti in cui, 'finalmente quasi solo, finalmente tranquillo' fissava il
nulla guardando 'oltre tutto ciò che lo circondava'.
In quei momenti, scrisse Pett, 'in quegli occhi azzurri scivolava, come un'ombra su
un mare color turchese, uno sguardo di tristezza così infinita o di un dolore così
terribile che ci si sente costretti a distogliere gli occhi'.
Si dava per scontato che durante quei momenti di tristezza profonda Kennedy pensas-
se al fratello. Ma la frase detta a Fauntroy, come i commenti fatti a Joan Braden, sug-
gerisce piuttosto che la paura di trovare fucili tra lui e la Casa Bianca non lo abbando-
nasse mai.
Erano questi fucili a spingere la stampa e lo staff a trattarlo con una delicatezza di
solito riservata a chi è un malato terminale. E sono la spiegazione della passione con
cui si gettò nella campagna, come se dovesse fungere da eredità ed epitaffio.
Quattro giorni dopo la camminata per Washington in compagnia di Fauntroy, Kenne-
dy si trovava a Lansing nel Michigan, quando Fred Dutton irruppe nella sua camera
d'albergo e cominciò a tirare le tende.
Spiegò che la polizia aveva individuato sul tetto di un palazzo nei dintorni una persona
con un fucile. Kennedy, più adirato di quanto Dutton l'avesse mai visto, gli disse:
- Non chiuderle. Se vogliono sparare, lo faranno, (se vogliono ricattarmi avremmo
scoperto la mafia...).........
(Thurston Clarke, L'ultima campagna)
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