IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 19 gennaio 2014

GENTE DI PASSAGGIO: contro la politica di 'Giulio' (94)


















Precedente capitolo:

il senso del 'Viaggio' (93)

Prosegue in:

Contro la politica di 'Giulio' (95)















Fisicamente, Erasmo non aveva nulla di suggestivo. Era piccolo, fragile, esangue. Sul suo volto emaciato, malinconico e assorto – il volto dell’intellettuale – facevano spicco un lungo naso a becco e gli occhi azzurri, vivaci e inquieti.
Non si era mai sposato, forse per egoismo, forse per bisogno di libertà e di raccoglimento. E pur trovandosi a suo agio nel lusso delle case altrui, quella sua la preferiva semplice, come del resto erano i suoi gusti.
Soffriva d’insonnia, e forse questo è il segreto della sua meravigliosa produzione, sebbene una congenita debolezza di stomaco l’obbligasse a una dieta rigorosa, detestava i digiuni e rifiutava il pesce anche nei giorni di magro. Probabilmente, dice Durant, fu la sua bile a colorare la sua teologia.




In compenso beveva molto vino e lo sopportava benissimo: nessuno lo vide mai ubriaco. Diceva d’infischiarsi del denaro e forse è vero nel senso che non cercò mai di accumularne. Ma quando ne aveva bisogno – e gli succedeva spesso -, non si vergognava di chiederne a dritta e a manca.
Anche della gloria diceva d’infischiarsi, ma non perdonava a chi non gliela riconosceva. Chiunque gli rendesse servizio poteva contare sulla sua ingratitudine, e in alcune occasioni si dimostrò spietato, e perfino cinico, come quando, alla notizia che alcuni eretici erano stati bruciati, esclamò: ‘Che noia, questi roghi! Proprio ora che siamo alle porte dell’inverno, rischiamo di far rialzare il prezzo della legna!’.




Il tratto più caratteristico del suo talento era una straordinaria capacità di concentrazione. All’opposto di Leonardo, i suoi interessi erano limitatissimi. Questo instancabile viaggiatore non si fermò mai ad ammirare l’architettura di una basilica, un affresco di Raffaello, una statua di Michelangelo o di Donatello; non sapeva nulla di scienza, sorrideva dell’astronomia, non riuscì mai a convincersi che la terra fosse rotonda, e ai concerti si annoiava mortalmente.
Le uniche sue passioni erano la letteratura e la filosofia classiche. Non che le conoscesse a fondo, o per lo meno in estensione. Leggeva il greco con fatica, di ebraico sapeva poche parole appena. Ma era uno di quei filologi che, sorretti da un gusto e da un intuito infallibili, riescono a penetrare anche ciò che non riescono a leggere.




Spesso citava a memoria, senza troppo curarsi dell’esattezza. Nella sua traduzione del Nuovo Testamento, gl’inveleniti teologi contarono 4000 errori. Ma nessuno di loro sarebbe stato e fu mai in grado di dare a un testo biblico la splendida forma che gli diede Erasmo e di affezionarvi la massa dei lettori.
Di questi lettori c’è da stupirsi che Erasmo riuscisse ad averne tanti, e così entusiasti pur scrivendo in latino, cioè in una lingua che, ormai non più ‘parlata’, anche letteralmente cominciava a cedere il posto a quelle volgari, dalle quali Erasmo non fu mai tentato. Egli maneggiava malissimo non solo il francese e l’inglese, ma anche il fiammingo. In compenso però il suo latino era un modello, e non d’imitazione.




Se la struttura del periodo era classicamente ciceroniana, dentro c’erano uno spirito, un’originalità, un’immediatezza, che avevano il potere di trasformare quella lingua in una lingua viva, più viva di quella del Petrarca. Questo fu il primo motivo del suo successo di scrittore, ma non solo.
La verità è che Erasmo, più che un grande erudito e profondo pensatore, fu un magnifico, inimitabile giornalista, che ‘sentiva’ il pubblico e rispondeva puntualmente alle sue aspettative. Poteva sbagliare l’impostazione o la soluzione di un problema, ma mai il ‘tempo’ di affrontarlo.
Il giubilo con cui nella stamperia di Manunzio assiste, fra torchi e inchiostri, alla nascita della pagina, l’impazienza con cui ne sollecita la composizione per paura ch’essa perda di ‘attualità’, sono indicativi. Altrettanto lo è la ‘misura’ dei suoi scritti.




Erasmo sbaglia il ‘trattato’, non sempre azzecca il ‘saggio’, ma brilla immancabilmente nell’ ‘articolo’, come testimoniano le lettere, insuperati modelli di altissimo ‘reportage’, il suo vero capolavoro. Del giornalista ebbe i limiti, e lo dimostra il seguito della sua vita, a Bruxelles, di dove, appena arrivatoci, scrisse al Cardinale di York: ‘In questa parte del mondo il mio naso avverte un gran puzzo di rivoluzione’.
Questa lettera porta la data del 9 settembre 1517, e ancora una volta dimostra che il suo naso non s’ingannava mai. La rivoluzione scoppiò infatti di lì a due mesi, anche se in Germania invece che in Belgio. Ma il naso di Erasmo, sebbene così lungo e sensibile, non lo fu abbastanza da fargli presentire le proporzioni di un avvenimento destinato a sorpassare anche lui, che tanto aveva contribuito a provocarlo…..






Muhlhausen, 15 febbraio 1525


La notizia del suo arrivo vola di bocca in bocca, su per strada principale….. Due ali di folla si accalcano per poter salutare l’uomo che ha sfidato i principi, popolani e contadini accorsi dai borghi limitrofi… quasi piangono dall’emozione.
Magister, devo raccontarti tutto, di come abbiamo lottato e di come siamo riusciti a essere qui, oggi, ad accoglierti, senza che ci sia uno sbirro in giro.  Hanno una gran paura, se la fanno sotto, se provano a farsi vedere rischiano grosso…
Siamo qui, Magister, e con te possiamo rivoltare questa città da capo a piedi e stanare il Consiglio. Ottilie è accanto a me, gli occhi lucidi, un vestito lindo, di un bianco che la fa spiccare nella massa dei rozzi borghigiani.
Eccolo!

(Prosegue....)



















domenica 12 gennaio 2014

GENTE DI PASSAGGIO: il senso del 'viaggio' (92)





















































Precedente capitolo:

Gente di passaggio (91)

Prosegue in:

Gente di passaggio: il senso del 'viaggio' (93)














‘Entra’, disse. ‘Qui ci sono meraviglie’.
La stanza era in realtà una caverna con le stalattiti che pendevano dal soffitto e, al centro, una pozza naturale d’acqua immobile e nera. Accanto allo stagno c’era una statua di bronzo di Cibele, che raffigurava la dea seduta, con in mano il sacro tamburo. Gli unici mobili erano due sgabelli.
Mi invitò a sedermi.
‘Farai molti viaggi’, mi disse.
Ero terribilmente deluso.
Parlava come uno di quei maghi da strapazzo che si incontrano nell’agorà. ‘E io ti accompagnerò fino alla fine’.
‘Non potrei sperare in un maestro migliore’, mi limitai a rispondere con educazione, preso un po’ alla sprovvista.
Massimo era molto presuntuoso.




‘Non allarmarti, Giuliano…’. Sapeva esattamente cosa stavo pensando. ‘Io non voglio impormi su di te. Al contrario, sono costretto a farlo. Proprio come te. E’ una cosa che non possiamo controllare, né tu né io. E quello che dobbiamo fare insieme non sarà facile. Corriamo entrambi un grave pericolo. Io soprattutto. L’ideale di diventare il tuo maestro mi spaventa’.
‘Ma io avevo sperato…’.
‘Sono il tuo maestro’, concluse. ‘Cos’è che vuoi sapere più di tutto?’.
‘La verità’.
‘La verità su che cosa?’.
‘Dove andiamo (noi che crediamo al principio di veri ideali, noi che ci dissetiamo alla fonte della conoscenza, noi che seguiamo la via maestra invisibile al loro falso dire?...), e qual è il senso del viaggio’.
‘Tu sei cristiano’.




Lo disse con una certa cautela, senza farla sembrare né un’affermazione né una domanda. Se ci fossero stati dei testimoni, avrei mantenuto delle riserve. Invece feci una pausa. Pensai al vescovo Giorgio e alle sue interminabili lezioni sulla differenza tra ‘simile’ e ‘uguale’. Mi ricordai di quando mi cantava le canzoni di Ario. Di quando leggevo ad alta voce nella cappella di Macellum. Poi, all’improvviso, mi vidi davanti il testamento rilegato in cuoio che il vescovo mi aveva regalato: ‘Tu non offenderai gli dèi’.
‘No’, rispose Massimo con tono grave. ‘Perché quella è la via dell’oscurità eterna’.
Ero sbalordito: ‘Io non ho detto nulla!’.
‘Hai citato il libro degli ebrei, l’Esodo: ‘Tu non offenderai gli dèi’’.
‘Ma io non ho parlato’.
‘L’hai pensato’.
‘Riesci a leggere i miei pensieri?’.
‘Sì quando gli dèi me ne danno il potere’.
‘Allora adesso guarda bene e dimmi: sono cristiano?’.
‘Non posso parlare al posto tuo, né dirti quello che vedo’.




‘Credo che esista un artefice primo, un potere assoluto…’.
‘E’ lo stesso dio che parlò a Mosè da bocca a bocca?’.
‘Così mi hanno insegnato’.
‘Però quello non era un dio assoluto. Ha creato la terra e il cielo, gli uomini e gli animali. Ma, secondo Mosè, non ha creato l’oscurità e nemmeno la materia, poiché la terra era già lì prima di lui, invisibile e informe. Ha solo plasmato quanto già esisteva. Non è preferibile il dio di Platone, che ha fatto sì che questo universo – esistesse come una creatura vivente dotata di anima e intelligenza della verità, grazie alla provvidenza del dio -?’.
‘Dal Timeo’, dissi automaticamente.
‘E poi c’è una discrepanza tra il libro degli ebrei e il libro del Nazzareno. Il dio del primo dovrebbe essere il dio del secondo. Però, nel secondo, è il padre del Nazzareno...’.
‘Per grazia. Sono di sostanza simile, ma non uguale’.




‘Dall’Uno molti, com’è possibile negare la molteplicità? Le emozioni sono forse tutte uguali? Oppure ognuna ha caratteristiche proprie?  E se ogni razza ha le proprie qualità, esse non derivano forse da Dio? E in caso contrario, queste caratteristiche non dovrebbero essere simboleggiate da una specifica divinità nazionale? Nel caso degli ebrei, da un patriarca geloso e collerico. Nel caso dei siriani, effeminati e furbi, da una divinità come Apollo.
Oppure prendiamo i germani e i celti – che sono un popolo feroce e guerriero: è forse un caso che adorino Ares, il dio della guerra? Oppure è inevitabile? Gli antichi romani si dedicavano completamente alle leggi e al governo… e qual era il loro dio? Il re degli dèi, Zeus. E ogni divinità ha molti aspetti e molti nomi perché in cielo c’è la stessa varietà che esiste tra gli uomini. Alcuni hanno domandato: siamo stati noi a creare questi dèi, o sono stati loro a creare noi?
E’ una vecchia questione.
Siamo un sogno nella mente divina, oppure ognuno di noi è un sognatore a sé, che evoca la propria realtà?




Anche se non possiamo saperlo con certezza, tutti i nostri sensi ci dicono che esiste un’unica creazione e che noi ne facciamo parte, per sempre….
Ora, i cristiani vorrebbero imporci un mito rigido e definitivo su cose che sappiamo varie e stranissime. No, non è nemmeno un mito, perché il Nazzareno è esistito in carne e ossa mentre gli dèi che noi adoriamo non sono mai stati uomini; sono piuttosto qualità e poteri divenuti poesia, perché potessimo ricavarne insegnamento. Con il culto dell’ebreo morto, la poesia è finita.
I cristiani vorrebbero rimpiazzare le nostre bellissime leggende con la fedina penale di un rabbino riformatore. Con questo materiale improbabile sperano di creare una sintesi definitiva tra tutte le religioni conosciute. Si appropriamo delle nostre festività. Trasformano le divinità locali in santi. Prendono a prestito i nostri riti misterici, soprattutto quelli di Mitra. I sacerdoti di Mitra vengono chiamati ‘padri’? Ebbene, i cristiani chiamano ‘padri’ i loro sacerdoti. Ne imitano persino la tonsura, sperando di fare colpo sui convertiti con i simboli di un culto più antico. Adesso hanno cominciato perfino a chiamare il Nazzareno ‘salvatore’ e ‘guaritore’’.




‘Ma in Mitra non c’è nulla che uguagli il mistero cristiano’, obiettai, facendo l’avvocato del diavolo. ‘E l’Eucarestia? Il fatto di mangiare pane e vino, quando Cristo ha detto: ‘Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue otterrà la vita eterna’?’.
Massimo sorrise.
‘Non tradirò alcun segreto di Mitra dicendoti che anche noi partecipiamo a un pasto simbolico, ricordando le parole del profeta persiano Zarathustra che disse a coloro che adoravano l’Unico Dio, e Mitra: ‘Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue sarà una cosa sola con me e io con lui, e conoscerà la salvezza’. Queste parole sono state pronunciate sei secoli dalla nascita del Nazzareno’.
Ero sbalordito. ‘Zarathustra era un uomo?’.
‘Un profeta. Fu ucciso in un tempio dai suoi nemici. Mentre giaceva a terra morente, disse: ‘Che Dio vi perdoni, come vi ho perdonato io’. Tutto quel che avevamo di sacro, ci è stato rubato dai galilei. Il compito principale dei loro innumerevoli concili è quello di dare un senso a tutto ciò che hanno preso in prestito da una parte e dall’altra. Non li invidio affatto’.




‘Ho letto Porfirio…’, cominciai.
‘Allora sai fino a che punto essi cadono in contraddizione’.
‘E le contraddizioni dell’ellenismo?’.
‘Le antiche leggende devono necessariamente contraddirsi. E comunque noi non le consideriamo vere in senso letterale. Sono solo dei misteriosi messaggi degli dèi, i quali sono a loro volta aspetti dell’Unico Dio. Sappiamo che vanno interpretate. A volte ci riusciamo. A volte no. Invece i cristiani si attengono alla verità letterale del libro che è stato scritto sul Nazzareno molto tempo dopo la sua morte. E perfino quel libro li mette in difficoltà, al punto che devono modificarne continuamente il significato. Ad esempio, non dice mai che Gesù era effettivamente Dio…’.
‘Con l’eccezione di Giovanni’, citai: ‘E il verbo si fece carne e abitò in mezzo a noi’. Non per nulla avevo fatto il lettore in chiesa per cinque anni.




‘E’ un passo aperto a varie interpretazioni. Che cosa si voleva intendere con ‘verbo’? Significa davvero, come pretendono adesso, lo spirito santo che è anche Dio, che è anche Cristo? E questo ci riporta a quella triplice empietà che essi definiscono ‘verità’… che a sua volta ci ricorda che anche il nobilissimo Giuliano desidera conoscere la verità’.
‘E’ quello che vorrei’. Mi sentivo strano. Nella stanza, il fumo delle torce era fitto. Tutte le cose apparivano indistinte e irreali. Se tutto a un tratto le pareti si fossero spalancate e fosse apparso su di noi il sole sfolgorante, non mi sarei sorpreso. Ma quel giorno Massimo non fece incantesimi. Fu molto concreto.




‘Nessun uomo può dire a un altro che cosa è vero. La verità è tutt’intorno a noi. Ma ognuno la deve trovare a suo modo. Platone è una parte della verità. E così anche Omero. Anche la storia del Dio ebraico lo è, se ignoriamo le sue arroganti pretese. La verità sta ovunque l’uomo scorga un segno del divino. La teurgia può provocare questo risveglio. Anche la poesia. Gli dèi, spontaneamente, possono aprirci gli occhi all’improvviso’.
‘I miei sono chiusi’.
‘Sì’.
‘Ma so cosa voglio trovare’.
‘Ma davanti a te c’è un muro, come lo specchio in cui hai cercato di entrare’.
Lo guardai negli occhi. ‘Massimo, mostrami la porta e uno specchio’.
Restò in silenzio. Quando finalmente si decise a parlare non guardò me, ma il volto di Cibele.
‘Tu sei cristiano’.
‘Io non so niente’.
‘Ma devi essere cristiano, perché è la religione della tua famiglia’.
‘Devo sembrare cristiano. Solo questo’.
‘Non hai paura di essere ipocrita?’.
‘Mi fa ancora più paura non conoscere la verità’….


(Prosegue....)

(G. Vidal, Giuliano)

















venerdì 3 gennaio 2014

L'IMPULSO DI COPIARE



































Prosegue in:

L'impulso di copiare (2)












Era necessario scoprire la storia prima che si potesse esplorarla. I messaggi del passato arrivarono prima attraverso le arti della memoria, poi con la parola scritta e infine, esplosivamente, con i libri. L’insospettato tesoro di reliquie della terra si estendeva fino al passato addentro alla preistoria. Il passato, così, divenne più che un deposito di miti o un catalogo di cose familiari. Nuovi mondi sulla terra e sul mare, risorse di remoti continenti, usanze di popoli lontani aprirono visioni di progresso e d’innovazione. La società, cioè il vivere quotidiano dell’uomo nella comunità, divenne una nuova e mutevole arena di scoperta….




‘Stampare’, in origine, ebbe significati diversi per l’Occidente e per l’Oriente. In Europa, l’ascesa della stampa sarebbe stata l’ascesa della tecnica tipografica, cioè dell’impressione su carta della scrittura mediante caratteri mobili (‘tipi’) di metallo.
In Cina e in altri paesi asiatici influenzati dalla cultura cinese l’invenzione fondamentale fu l’impressione mediante blocchi incisi a rilievo e l’ascesa della stampa fu in realtà l’ascesa della ‘xilografia’, per la quale si faceva uso di blocchi di legno. E’ quindi inopportuno generalizzare sul significato della parola ‘stampa’, assimilando il significato che ebbe in Occidente a quello che aveva avuto in Oriente.




La prima spinta all’uso della stampa in Cina non fu il desiderio di diffondere la conoscenza, ma quello di assicurarsi benefici di carattere religioso o magico mediante la precisa duplicazione di un’immagine sacra o di un sacro testo. Incidere nel legno immagini e motivi ornamentali che venivano poi impressi sui tessuti era un’antica forma di artigianato popolare.
Fin dal III secolo, se non prima, i cinesi erano riusciti a ottenere un inchiostro che consentiva di eseguire impressioni nitide e durevoli con blocchi di legno. A tale scopo usavano il nerofumo depositatosi sulle lampade a olio e sulla legna arsa, foggiandone un bastoncello che quindi veniva sciolto a formare il liquido nero che in inglese è chiamato ‘India ink’ (inchiostro d’India), ma che in Italia e in altri paesi ha il nome, più appropriato, di inchiostro di China.




La xilografia cominciò a svilupparsi durante la dinastia T’ang (618-907), quando la famiglia regnante tollerava confessioni e sette religiose di ogni sorta: dotti taoisti e confuciani, missionari cristiani, sacerdoti di Zoroastro e, naturalmente, monaci buddisti. Ciascuna di queste comunità aveva le sue immagini e i suoi testi sacri. All’inizio del VII secolo nella biblioteca imperiale erano custoditi circa 40.000 rotoli di manoscritti.
Particolarmente attivi nello sperimentare tecniche di riproduzione delle immagini furono i monasteri buddisti perché l’essenza stessa del buddismo, come osserva lo storico T. F. Carter, era ‘l’impulso a copiare o duplicare’. Come i fedeli erano destinati a diventare repliche del Budda, così il buddista devoto si acquistava ‘merito’ moltiplicando le immagini del Budda e i sacri testi. I  monaci buddisti scolpivano immagini nella pietra e poi ne facevano calchi, fabbricavano sigilli, sperimentavano con gli stampini che imprimevano sulla carta, sulla seta, sui muri intonacati. Fabbricavano anche piccoli timbri di legno dotati di manico, dei quali si servivano per eseguire primitive xilografie.




A qualcuno venne l’idea di togliere il manico in modo da poter mettere il blocchetto di legno su un’asse, con la superficie incisa rivolta verso l’alto. Poi, probabilmente nel VII o all’inizio dell’VIII secolo, sul blocco d’inchiostro venne posto un foglio di carta, che quindi veniva sfregato con una spazzola, e così divenne possibile produrre xilografie più grandi. Ma nell’845, quando in Cina le religioni straniere, buddismo compreso, furono messe fuori legge, 4600 templi buddisti furono distrutti, 250.000 monaci furono cacciati dai monasteri e dei primi esempi di stampa scomparve ogni traccia.
La xilografia rese possibile il fiorire della cultura cinese nel periodo della rinascita Sung (960-1127), e l’esistenza dei classici confuciani a stampa stimolò la ripresa di una produzione letteraria che si ispirava al confucianesimo.
Verso la fine del X secolo ebbe inizio la pubblicazione della prima delle grandi storie dinastiche cinesi, un’opera di parecchie centinaia di volumi la cui realizzazione avrebbe richiesto settanta anni di lavoro. Frattanto nel 983 i buddisti avevano portato a termine un’impresa ancor più spettacolare, la stampa del ‘Tripitaka’, l’intero canone buddista in 5048 volumi per un totale di 130.000 pagine, ciascuna impressa con un blocco di legno appositamente inciso.

(Prosegue....)