IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

martedì 28 marzo 2017

INDICE SENTIERI PERCORSI (3)


















































Precedenti capitoli:


























13)  Un dialogo  





18)   Mark Twain








23)  L’indice (1)    (2)     (3)

24)  Lo Straniero:  (1)   (2)   (3/4/5)   (6/7/8)  (9) 

       (10/11/12)   (13)   (14/15/16)   (17)   (18/19/20)    

       (21/22/23)   (24)  (25)   (26/27/28)  (29)

       (30/31/32/33)   (34)












32)   Dio ride

















49)   1951 1591 

50)  1971 1791











61)  L’oca





66)  La genesi





















giovedì 2 marzo 2017

PARTIMMO IN TRENO PER (RI)COMPORRE IL TEMPO (24)








































Precedenti capitoli:

Ma te che mi vedi... (23)

Prosegue in:

Per (ri)comporre il Tempo (25)















Un... Virgilio














Ed ora ‘esiliamo’, cara Sapienza, andiamo a correggere il Tempo nelle fratture della vita  costruiamo miglior futuro affinché nessuno ne soffra presenza; ed anche se pur vero l’uomo la nostra comune pena talune opere ravviviamo e come un Tempo mai trascorso (ri)partiamo per ‘(ri)costruire’ il mondo…




L’idea di un collegamento ferroviario tra Spoleto e Norcia risale alla metà del secolo scorso quando si trattò di decidere il percorso della linea Roma-Ancona.
La scelta di un diverso tracciato ridimensionò l’importanza del collegamento; tuttavia il Comune di Spoleto, non rinunciando all’idea, fece intanto progettare (1897) il tratto Spoleto-Piedipaterno, che risultò però troppo impegnativo da realizzare.
Il collegamento con Norcia fu allora assicurato (1899) dal servizio di postali a vapore. L’onerosità del servizio e l’impossibilità di garantirlo anche in periodo invernale, rilanciò il progetto ferroviario, che fu questa volta promosso da un Consorzio di comuni e autorizzato dal Ministro dei trasporti.
Nel maggio del 1909 l’ing. Carosso consegnava i progetti delle tratte Spoleto-Norcia e Norcia-Grisciano. L’approvazione ministeriale permise infine al Consorzio dei Comuni di stipulare la convenzione (1912) con la Società Subalpina. Imprese Ferroviarie che doveva provvedere alla progettazione esecutiva, affidata all’ingegnere svizzero Erwin Thomann (l’autore della famosa linea del Lotschberg), alla costruzione e alla gestione della ferrovia per il tratto Spoleto-Norcia, caduta ormai la prospettiva del collegamento con le Marche.
Il progetto Carosso fu radicalmente rivisto. La lunghezza del tracciato fu portata ad oltre Km 50 per beneficiare di provvidenze governative, fu adottata la trazione elettrica che permetteva di affrontare maggiori pendenze, fu evitata ogni promiscuità col tracciato stradale. La costruzione si protrasse fino al 1926 a causa degli eventi bellici. La distruzione della sottostazione elettrica di Piedipaterno ad opera dei tedeschi in ritirata (1944) rese problematiche e difficoltose la ripresa del servizio che si normalizzò solo con la ricostruzione della sottoscrizione (1955) nell’ambito di un programma di riammodernamento. Si trattò però di un’occasione colpevolmente perduta che portò alla progressiva decadenza del servizio rispetto alla concorrenza del trasporto automobilistico gestito dalla stessa società e che finì (1968) per sostituirlo completamente.
Si iniziò allora, per impulso degli stessi ferrovieri, un’azione di difesa della ferrovia che riuscì a suscitare iniziative, consensi ed attive adesioni, ma non riuscì ad impedire lo smantellamento della linea…
Oggi quasi l’intero tracciato è percorribile sia a piedi che con la bicicletta, costeggiando il percorso tracciato dalla ferrovia lungo il Nera presenta l’opportunità di un Sentiero incredibile per gli scenari che offre… Noi lo abbiamo adoperato qual partenza del Viaggio per correggere codesto Tempo malato…




…Arrivati a Norcia proseguiamo a piedi sino a Castelluccio (o almeno dovremmo non fosse questo cunicolo nel Tempo...) mèta di questo ‘Eretico pellegrinaggio’ e  rimembriamo leggende e fatti i quali qui ripropongo per un Tempo mai perduto solo rivisitato in ragione della Vita la quale qui edifichiamo senza nulla abdicare o peggio cancellare al Tempo passato, bensì al contrario, correggere ogni errore e questo non in senso teologico, bensì l’errore proprio confacente ed appartenente alla ‘natura dell’uomo’ ed il suo costante svolgersi e rivelarsi nel fattore Tempo, nominato rimembrato e conservato entro lo Spazio della propria ed altrui Memoria; ed anche se in questo e per questo, la Natura compone un Spazio deformato o collassato possiamo riconoscere in essa la costante evoluzione da cui ogni saggio dovrebbe dedurne Superiore attesa… Così in eterno apprenderemmo al pari del Dio e/o ogni Dio pregato, che ciò che Lei crea è pur costante aggiustamento di una rotta, da quando cioè, geologica scienza ci insegna che tutto si raffredda e solidifica comporre solida materia e futura Geografia, ma anche mutevole condizione qual fine ultimo il cui cogitarla ci dovrebbe porre in ‘cima alla vetta’…




In verità ci ha indistintamente precipitato sino nel baratro di una caverna non certo di platonica memoria, sicché qualcuno predicò in una Chiesa ‘che forse l’uomo va troppo di fretta nemico e più vero pericolo di ogni tellurico evento…’. E per la Storia… qui narrata il soggetto neppure un Eretico….
Se non rilevassimo tale inciampo non potremmo godere della vista che ora andiamo a conquistare quale faticosa cima, giacché ogni strada è pur mulattiera, e camminarla, così come rettamente intenderla, rinvigorisce e ravviva le ragioni dello Spirito riflesse nel Tempo…
E se lungo codesto Sentiero ci dovessimo imbattere in una frettolosa segnaletica la quale oltre alla giusta via pretende tracciare ortodossa direzione, proseguiamo il cammino e correggiamo la rotta, così forse aspiriamo al miracolo al pari della Vita recitando o disquisendo più saggia preghiera in codesto Tempo corretto…
In cui, in verità e per il vero, qualche Eretico contestò un Primo e un Secondo oltre quello comunemente numerato motivo e principio di cotal terreno sentiero… E se pur dobbiamo riconoscergli qualche attenzione con le dovute ragioni  procediamo nell’intento di correggere le false intenzioni e non aver pretesa e pretesto nel commettere secolari nonché medesimi errori… Saremmo uguali e non Primi al Tempo… in codesto Invisibile Universo…  




Tali furono che solo narrarli o nominarli ci fa sorgere il dubbio di ciò che divide e intende istinto e ragione, sicché dedichiamo al primo il procedere verso saggia luce protesa alla conoscenza senza perdere Tempo prezioso nella corretta pretesa… E là ove svolsero la loro Spirale entro lo Spazio tutto entro una Natura dispiegata al contrario della logica come si compone il Creato…, abdichiamoli a chi fuori da questo Tempo cagiona sé medesimo e l’altrui intento ‘nominato evoluto…’ (cotal uomo ci deve oltretutto scusare: non siamo arrivati ancora alla delicata geometria nominata vita, giacché stiamo ora riflettendo, o forse solo desiderando, un Primo Immateriale Pensiero, ma se con clava vuol dettare Tempo venga pure da quassù canteremo e fors’anche rimeremo le sue lodi fino al verso non ancora parola…)… ed in nome di questo (progresso-evoluto) assiso alla sua quanto altrui Parabola meditare guerra vendetta e tortura conveniente alla limitata e propria materiale Natura…
Che inutile profeta….
Che inutile dio….
Qual inutile Homo!
Che inutile ingombro in un cielo ove ripugna ogni parola udita…
Il quale, in vero, non riconosce il nemico chiuso tutto dentro se stesso, e cercare, o ancor peggio, inventare, l’inferno popolato di fantasmi, o, ancor meglio, Spiriti assenti a codesto tempo malato per una strada percorsa di fretta… Ma noi siamo cauti accorti ed operosi nel nostro quanto altrui cammino accompagnato da Madonna Sapienza procedendo a passo dal Virgilio quale saggio amico, giacché nella Commedia dobbiamo riconoscere uguali ragioni condivise in siffatto Tempo perseguitato e fors’anche oltraggiato dalla ‘superiore aspirazione’ di contarne e braccarne misura e grandezza…




Sì proprio una grande scemenza!
Nell’assenza della Freccia la quale pur indicando il Sentiero non rimembra la comune croce destino dell’uomo… per non cadere in un precipizio profondo di ogni frattura con la quale studiamo nuova stratigrafica memoria nel ricordo del  Tempo smarrito e con lui l’antica o nuova intenzione divenuta umana pretesa di un Dio superiore ed uno inferiore… Giacché tutti indistintamente uguali sotto questo cielo sofferto, ed il Pensiero ci sia di valido aiuto per capire comprendere e correggere tutti gli errori lungo medesimo Sentiero e Desiderio… Altrimenti tutto ciò che ne consegue delirio di chi si pensa padrone del suo ma non certo nostro Tempo fuggito…
Così forse possiamo scrivere e rimembrare quella Regola così propizia anche all’Ortodossa direzione la quale non sola e unica per medesima cima da seguire giacché privati del Tempo andiamo solo a correggerlo, ed ogni utile Elemento è matura materia solida alla Terra con la quale, in verità e per il vero, componiamo e Creiamo il Tempo…
Ed anche se questa è o sarà Eresia il nostro Sogno quantunque racchiuso nell’Uno in cui varchiamo e scaliamo tal intento… cogitiamolo qual Due in Uno fuggiti così come un Tempo Eretico insegna… dalla scemenza di una strana vita…





Eccellentissima e potentissima principessa.....

Eccellentissima e potentissima principessa e mia reverendissima  signora, mi raccomando alle migliori grazie vostre e del mio reverentissimo signore. E poiché ogni promessa deve lealmente adempirsi, vi invio, mia reverentissima signora, in iscritto e figura i monti del lago di Pilato e della Sibilla; i quali monti sono diversi da come sono disegnati nel vostro arazzo; e anche tutto quanto ho potuto vedere e sapere delle genti del paese, il giorno 18 maggio 1420 che io vi fui.
E ciò per mantenervi la mia promessa, e per non essere tacciato di poca fede se mai sarò alla vostra presenza.


          MONTE SIBILLA


Questo monte è dalla parte della marca di Ancona e nel territorio di un castello chiamato Montemonaco, vale a dire il monte del monaco.
 Da questo castello fino al punto più alto del monte, dove trovasi l’entrata della grotta, vi sono nove miglia. E quando si è su in cima, si vedono ugualmente i due mari, come si vedono dall’altro monte; ma, in verità, non tanto chiaramente perché è più basso dell’altro. Il monte della regina è congiunto al monte del lago di Pilato.
La montagna è desolata e rocciosa dalla base sino alla metà circa. Dalla metà in su vi sono prati bellissimi e piacevoli da potersi appena raccontare. Vi sono infatti tante erbe e fiori di ogni colore, di strane fogge e odoro si tanto che offrono gran diletto.  (1*)




(1*) Su queste sconfinate distese di pascoli montani e alto-appeninici, sui ghiaioni e sulle rupi, vegeta una flora estremamente interessante: la Stella alpina dell’Appenino abbastanza tipica la quale si osserva in tutto il gruppo del Vettore, anche intorno al rifugio Zilioli, sempre più rara per le abbondanti quanto inutili raccolte che ne fanno molti sedicenti ‘alpinisti’; la Paronichia, dai tipici fiori bianchi di consistenza cartacea; il Genepì dell’Appenino, dalle foglioline argentee e vellutate, dal caratteristico profumo, endemica di una stretta zona appeninica; la gialla Potentilla dell’Appenino, con le foglie argentee; la Silene acaulis, che forma cuscinetti fioriti ai lati dei Sentieri e sui luoghi brecciosi; l’Hedraianthus graminifolius, con le belle campanule azzurro-violette. Tra i detriti dei ghiaioni vegetano l’Heracleum orsinii, una ombrellifera endemica dell’Appenino centrale, l’Isatis allionii dalle foglie cerulee e fiori gialli, la Linaria alpina dai fiori violetti, e molte altre rarità…

Ed ancora…

















lunedì 27 febbraio 2017

ANTISTORIA D'ITALIA (senza trucchetti!)




















Un sito:

Società Dante Alighieri per la Cultura














L'impotenza della intellettualità italiana del ' 200 a crearsi una propria individualità
morale è ancora impotenza di immaturità.
L'egocentrismo senza limitazioni e senza prudenza umana dei potenti conduce
prima o poi alla loro catastrofe, mentre la sofferenza viene man mano prendendo
più coscienza di sé.
L'alternarsi di tragiche antitesi, estrema crudeltà ed estrema umiliazione, è sinoni-
mo di una ambivalenza propria a caratteri estremi non ancora equilibrata in un
ideale di stile o non ancora compressa sotto la maschera di un conformismo di
apparenza.
Di fronte a questa esperienza si avventa un'anima esasperata di sete di vendetta
individuale e il libello di condanna si trasforma in un poema che ha per suo fondo
l'ansia di un rinnovamento.
La lingua, la cultura, l'etica della nazione italiana hanno raggiunto la maturità:
Dante ha scritto la 'Divina Commedia'!




Il peso della personalità di questo poeta nella nostra storia morale impressionò
sempre quanto hanno meditato la storia d'Italia. Pare che in lui si riassuma il
problema etico-politico della vita italiana. In una nazione che si piegherà ad
ogni convenienza egli è il grande eterno ribelle che, dopo aver invano lottato
per ricondurre la giustizia tra il suo popolo, compiere la vendetta sui colpevoli
e pruomuovere la pace tra i concittadini, evade nell'oltretomba, nel mondo del-
la giustizia assoluta a chiedere l'estrema giustificazione per il suo mondo sociale
e per lui stesso uomo.
L'eco del suo tormento fu spesso dimenticata nei secoli seguenti, ché l'Italiano
è per lo più incapace di chiarezza interiore e di rendersi conto del carattere in-
timo dei valori umani (che lo circondano), mentre nel tormento e nella catarsi
dell'anima dantesca sembra siano contenute tutte le ulteriori esperienze della
tragica vita della nazione.
(Dante e Cecco muti testimoni della pochezza e dei limiti del patrio suolo,
albergato ancora da spiriti estranei e limitanti al sapere cui l'orgoglio anche
individualista dei due amici, dovrà e saprà misurarsi nei secoli. Sono il nostro
esterno specchio, su cui ancora possiamo riflettere l'immagine di questa Ita-
lia da fare.....)




Dante, egocentrico, individualista, fazioso e tiranno in potenza, si salva dall'-
esasperato individualismo dei suoi nemici e, dopo esser caduto nella selva
dell'orgoglio, dell'ambizione, del vano desiderio di gloria, propone a se stes-
so e agli altri un programma di rinnovamento che dalla tradizione medievale
cristiana non ha preso che la forma.
Di fronte all'esasperata volontà di potenza, lo spirito nazionale già maturo ha
proposto il rinnovamento politico e morale, quell'ideologia pura, anzi purissi-
ma che salva l'anima della nazione italiana in una possibilità di rinnovamento
che riaffiorirà di tanto in tanto, quale eterna utopia, durante i secoli della sua
melanconica storia.
Di fronte ad un Papato ambizioso, avido e violento, Gioacchino da Fiore
aveva immaginato il rinnovamento fantastico della Chiesa e del mondo e tut-
to il secolo XIII aveva udito e sussurrato e diffuso di bocca in bocca il suo
messaggio sotterraneo.




La vittoria e la gloria dovevano condurre alla subordinazione e all'umiltà:
san Francesco aveva amato e amato per tutti coloro che odiano invano e
aveva cercato la perfetta letizia nella più profonda delle abiezioni che gli oc-
chi della società un uomo può sopportare.
Dante, che ha presente la reazione antindividualista per la quale la potenza
del grande è giustificata soltanto dal voluto sacrificio degli umili, scrive il
gran poema dove egli non si piega sino alla fine, sino a che non ha raggiun-
to la giustizia assoluta, alla quale armato del dogmatismo scolastico, può
ancora credere e di fronte alla quale non resta che inginocchiarsi e pregare;
ma prima egli giudica e condanna come Minosse, beffeggia e si compiace
del supplizio dei più perfidi che non hanno mai avuto pietà e che pietà non
meritano, per i quali l'umanità non è mai esistita e sono stati demoni in terra
anticipatori di quell'inferno da cui in realtà non sono mai usciti: la condanna
della vanità e dell'ostentazione eleva Dante a massimo esponente di un'as-
pirazione che intende liberare l'uomo dalla sua antiumana volontà di poten-
za, e non soltanto in sede di cristiana rinuncia a fini ultraterreni.




E' in questo mondo terreno, e pur con i sensi delle gioie e dei dolori della
materia, che Dante fissa la condanna dell'eccesso individualista egocentri-
co e fazioso; egli combatte dove e come può, e infine col descrivere per
tutte le genti, anche per i laici e gli indotti, la condanna eterna di quelli che
hanno peccato.
La condanna di Dante colpiva la sfrenata volontà di potenza che si vale
ora della forza, ora dei più deboli inganni; il suo grande nemico è Bonifa-
cio VIII che lo ha personalmente tradito.
Così Dante supererà il suo tradizionale 'guelfismo', chiederà all'Impero
pace e giustizia e infine, viste vane ed inattuabili per pochezza di uomini
queste aspirazioni, si ritirerà in una soluzione che non conosce più in
questo mondo valori etico-politici, e la pace migliore della nazione italia-
na non troverà per secoli rifugio migliore.
Ma gli Italiani in genere accetteranno e assorbiranno in una forma di ac-
comodamento quelle terribili lotte di fazione, frutti di esasperato indivi-
dualismo che Dante e un certo mondo che stava intorno a lui avevano
tentato di risolvere in un clima etico superiore.
Per questo la grandezza di Dante e di Cecco (e pochi altri) i quali han-
no rifiutato ogni accomodamento; ed hanno abbandonato la 'compagnia
malvagia e scempia' degli uomini della loro parte, faziosi e di corte, av-
vezzi ad ogni sorta di privilegio, di corte vedute al pari dei loro avversa-
ri e infine hanno tentato di superare una 'politica' verso cui invece si
indirizzerà la società italiana, che avrà il destino delle canne che si piega-
no al soffio del vento e della tempesta ma finiscono col resistere al tem-
po, pur restando deboli canne in un limbo di eterno purgatorio dipenden-
ti e succubi di ben altri padroni....
(F. Cusin, Antistoria d'Italia)














martedì 21 febbraio 2017

PROGETTI: nel mezzo del cammin di nostra vita incontrai donna Sapienza... (21)



















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L'Antinferno...  (20)

Prosegue in:

Madonna Sapienza... (22)














Se un primo esame obiettivo dell’atteggiamento generale dei ‘Fedeli dʹAmore’ ci induce a pensare come molto verosimile che essi parlassero in forma convenzionale e fossero stretti fra loro dai legami di un’iniziazione, d’altra parte questa ipotesi è potentemente confermata da una prima obiettiva considerazione del carattere delle donne che essi dicono d’amare.
Le donne?
Ma si può veramente parlare di diverse donne nella poesia di questi ‘Fedeli dʹAmore?’.
C’è una di queste donne che differisca in qualche modo dall’altra?
Conosciamo di qualcuna di esse la fisionomia fisica o morale, il carattere, gli atteggiamenti, il volto?
È qualcuna di esse veramente una persona viva?
Si conoscono le parole dette da qualcuna di queste donne, che non siano parole stereotipate e insignificantissime?
Si conoscono circostanze della loro vita, nomi sicuri, famiglie, vicende?
Nulla!




Per decenni e decenni nella poesia italiana la donna non ha altro nome che ‘Rosa’, proprio (o che bel caso!) il nome del mistico fiore della Persia e del misterioso fiore che si ritroverà meta dello stranissimo amore del Roman de la Rose e del Fiore! Anzi talora si chiama addirittura ‘Rosa di Sorìa’ o ‘Rosa dʹOriente’. Ma quando prende un nome di persona viva, diventa per questo più personale?
C’è qualche cosa che ci faccia supporre una differenza vera tra Lagia di Lapo Gianni e Giovanna di Guido Cavalcanti allʹinfuori del nome?
Ecco, in mezzo a tutte queste donne impersonali ed evanescenti, una ne sorge che, in uno scritto posteriore di circa ottanta anni alla morte di lei, prende per la prima volta il nome di Beatrice Portinari e ha anche un marito. Ebbene, proprio a farlo apposta, questa, che sarebbe l’unica donna storica, la ritroviamo con un indubitabile carattere di simbolo sulla cima del Paradiso Terrestre a rappresentare indiscutibilmente la Sapienza santa. 




Troviamo colei che guidò Dante nella Vita Nuova, che, senza cambiare in nulla nome né figura, e alludendo al primo amore del poeta per lei, appare indiscutibilmente come la personificazione della Sapienza santa. Ma qui ci si risponde: Beatrice era nella Vita Nuova semplicemente una donna vera amata; poi a un certo punto venne in mente a Dante di travestirla da simbolo di quella Sapienza che sta sul carro della Chiesa. Sono tanti anni che si ripete questa assurdità, che abbiamo quasi perduto il senso della profondissima sconvenienza che essa contiene: sconvenienza sentimentale, morale e religiosa. Dante, secondo questa teoria, in mezzo a persone che ricordavano perfettamente di aver visto camminare per le vie di Firenze la moglie di Simone de’ Bardi, avrebbe detto un giorno così: ‘Giunto alla soglia dei cieli, là dove l’uomo riacquista la libertà santa, io vidi in una grande visione la storia dell’umanità, vidi venire innanzi a me i sette doni dello Spirito Santo sotto forma di sette candelabri, i ventiquattro libri dell’Antico Testamento sotto forma di vegliardi e il Cristo biforme, Lui in persona, che tirava la sublime e santa arca della Chiesa e su quell’arca vidi apparire... indovinate chi?




La ricordate?
 La moglie di Simone de’ Bardi.
Era lei in figura della santa Sapienza, perché la moglie di Simone de’ Bardi, se non lo sapete, è tutt’una con la divina Sapienza che Cristo portò in terra e ci rivelò col suo sangue! Si ha un bel dire che egli aveva idealizzato, trasformato, angelicato e sublimato la donna reale! Di fronte alla gente che aveva veduto passeggiare per le vie di Firenze la moglie di Simone, questo rappresentare proprio lei sul carro tirato da Gesù Cristo, non poteva non suonare come una sconvenienza e come una profanazione.
Ma sconvenienza e profanazione non era perché, se molti chiamavano la donna di Dante Beatrice, ‘li quali non sapeano che si chiamare’ cioè ignoravano chi e cosa essa fosse, tutti quelli che avevano ‘intendimento’ sapevano benissimo che cosa significasse Beatrice nella Vita Nuova e perciò vedevano con perfetta logica proprio lei sul carro della Chiesa guidato da Cristo.
Ma ci sono le testimonianze storiche, si grida.




Esamineremo bene il valore di queste testimonianze storiche quando parleremo del ‘mito di Beatrice’. Per ora basti osservare che la testimonianza storica principalissima a favore della realtà di Beatrice Portinari non solo viene fuori quasi ottant’anni dopo la morte di lei (e vale tanto quanto potrebbe valere la mia testimonianza messa fuori oggi per la prima volta sopra un amore infantile del Conte di Cavour), ma è resa da un ‘Fedele dʹAmore’ come era Giovanni Boccaccio, da un ‘Fedele dʹAmore’ che non avrebbe potuto esprimere la vera realtà di Beatrice senza rischiare il rogo e che, invece, doveva far di tutto per nascondere la vera essenza di lei; è una testimonianza che può essere presa sul serio soltanto dalla meravigliosa ingenuità di quella critica ‘positiva’ che dovrebbe prendere sul serio anche il sogno simbolico della madre di Dante, inventato e spiegato artificiosamente per i gonzi dallo stesso Boccaccio.
E per quanto riguarda l’altra testimonianza storica per la quale la critica realistica ha menato grande scalpore, quella cioè del terzo commento di Pietro di Dante, basti ricordare: Primo, che questo Terzo commento è tardissimo e probabilmente in rapporto (come Dimostra la perfetta somiglianza delle frasi usate) con quello del Boccaccio.




Secondo, che l’assenza del nome di Beatrice Portinari dal primo e più autentico commento di Pietro e dal commento di Iacopo, dimostra che la leggenda della Portinari si è creata tardissimo e non ha nessun valore storico.
Terzo, che lo stesso Pietro era, come tutti gli altri, un ‘Fedele dʹAmore’ adoperantesi a tutt’uomo per salvare la Commedia dal rogo che l’aveva minacciata, e che è semplicemente puerile domandare a lui se Beatrice era o no un simbolo di una idea segreta e settaria. Ma, ripeto, l’esame di tutto il problema di Beatrice sarà fatto a suo tempo.
Per ora fermiamoci su osservazioni di altro genere!
Non si è osservato che nella loro assoluta impersonalità e nella loro assoluta mancanza di caratteri individuali queste pretese donne vere hanno però un carattere comune a tutte e stranissimo. Tutti sappiamo che specie di persone fossero le donne vere anche gentili e ornate del Medioevo. Possiamo comprendere perfettamente che l’animo di un poeta ne abbia esaltato la bellezza e la leggiadria fino a trasfigurarle in forma angelicata, ma che queste donne fossero dei veri e propri vasi di Sapienza o di dottrina, questo sembra alquanto inverosimile. oppure, ecco Cavalcanti che dice: ‘Saver compiuto con perfetto onore tuttor si trova in quella cui disio’.




Dice altrove:  ‘E tanto è più d’ogn’altra conoscenza quanto lo cielo de la terra è maggio’.
Ecco Cino da Pistoia dire della sua donna: ‘E le parole sue son vita e pace, ch’è sì saggia e sottile, che d’ogni cosa traggo lo verace’.
Ma (ascoltate voi che date come dimostrato e indiscutibile che la Vita Nuova sia scritta per una donna vera) quando Dante scrisse la canzone: ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’, ebbe da queste donne (che dovevano essere molto sapienti!) una risposta in bei versi e a un certo punto le ‘donne’, dopo avere molto lodato Dante, ringraziandolo di aver loro rivelato la grandezza e la bellezza di madonna (!), fanno dire alla canzone che vuole andare: ‘fin ched iʹ giugnerò a la fontana d’insegnamento, tua donna sovrana’.  
In queste parole noi apprendiamo una cosa che Dante era stato abbastanza furbo per non dire, e cioè che la sua Beatrice, la Beatrice della ‘Vita Nuova’, aveva l’abitudine di abitare presso la fontana d’insegnamento o (se si voglia diversamente intendere) era una fontana d’insegnamento. Ora questa fontana d’insegnamento era stata sempre il simbolo della tradizione iniziatica attraverso la quale si trasmetteva la Sapienza santa: giuro che la moglie di Simone de’ Bardi non solo non abitava presso questa simbolica fontana, ma non sapeva nemmeno che cosa fosse!




I poeti siciliani anche loro hanno avuto la fortuna di amare tutte donne sapientissime; Jacopo da Lentini, per effetto dell’amore non comune, scrive ‘lo vostro amore mi mena dotrina’.
Questi esempi che potrei moltiplicare non si spiegano con un semplice gusto di esagerare e adulare. L’adulazione non spiega né la fontana d’insegnamento né quella conoscenza che supera tutte le altre conoscenze e che avrebbe reso in qualche modo famosa quella Monna Vanna, introvabile tra le introvabili, mentre al solito basta pensare che la donna sia il simbolo del della Sapienza perché naturalmente debba diventare la più sapiente di tutte le donne, perché il suo amore debba menare dottrina, perché Beatrice debba trovarsi già nella Vita Nuova presso la fontana d’insegnamento.  
Ma non basta!
Di queste donne sapientissime e distributrici di dottrina, ma tuttavia raffigurate nelle liriche come vere donne, ben due, non una sola, ne ritroviamo a un certo punto trasformate nettamente e chiaramente in simboli della Sapienza, e sono: l’Intelligenza di Dino Compagni e la Beatrice della Divina Commedia.
Dino Compagni dopo aver scritto poesie d’amore, a un certo punto, continuando con lo stesso stile e con lo stesso formulario, alla donna della quale pare innamorato sostituisce chiaramente e limpidamente una misteriosa Intelligenza, della quale dice:


E così stando a mia donna davanti,
intorneato di tant’allegrezza,
levò li sguardi degli occhi avenanti,
ed io ‘impalidi’ per dubitezza;
allor mi fece dir: Più tra’ ti’nnanti,
e prendi ne la mia corte contezza;
ed io le dissi: Donna di valore,
s’io fossi servo d’un tuo servidore,
sariame caro sovr’ogni ricchezza.

Allor Madonna incominciò a parlare,
con tanta soavezza, e disse allore:
Hai tu sì cuor gentil potessi amare,
quanto potrai amar, ti fo signore;
Quando parlava, lo dolzor c’avea
di ciò che mi dicea Madonna allora,
mi’ spirito neun non si movea,
si fu ben trapassante più c’un’ora;
amor mi confortava e mi dicea:
rispondi: V’amo, donna, oltre misura
allor rispuosi per quella fidanza,
e Madonna mi diè ricca speranza,
perch’i’ l’ho amata ed amerolla ancora.

Le sue compagne son le gran’ bontadi,
che  fanno co la mia donna soggiorno,
che sono assise per settimi gradi;
e le sue cameriere c’ha d’intorno,
son li sembianti suoi che non son laidi,
che la fanno laudar sovente intorno;
e i nomi e la divisa pon l’autore,
assai aperto al buon conoscidore,
e la masnada di quel luogo adorno.

O voi c’avete sottil conoscenza,
più è nobile cosa auro che terra;
amate la sovrana Intelligenza,
quella che trage l’anima di guerra,
nel cospetto di Dio fa residenza,
e mai nessun piacer no le si serra;
 ell’è sovrana donna di valore,
che l’anima notrica e pasce ʹl core,

e chi l’è servidor giammai non erra.