IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 21 luglio 2017

DE UMBRA CICERONIS (il manoscritto ritrovato)



















Prosegue in:

De Umbra (2)














  La parola fu donata da Dio agli uomini per manifestare i pensieri alle persone vicine, e la scrittura fu inventata dagli uomini per conversare con persone lontane. Quanto tempo abbia impiegato l’uomo a trovare i segni alfabetici non c’è dato determinare, i più antichi risalgono al carattere geroglifico, a cui seguì il geratico e da ultimo, dall’istrumento, onde si scriveva, a mo’ di cono, il cuneiforme.
Questo carattere, venuto nell’uso comune, abbandonò a poco a poco la sua primitiva rozzezza e prese linee più uniformi e regolari: il cono, ridotto ad un’asta con una delle punte acuminate per scrivere, l’altra aperta a forma di paletta per correggere mende ed errori, si disse stile, e soleva adoperarsi sopra pergamena spalmata di cera.
Aumentato il numero dei letterati, si sentì il bisogno di affrettare la comunicazione dei sentimenti e degli affetti e di ricercarne il mezzo più spedito. Allo stile fu sostituito il calamus scniptorius, cannuccia da scrivere, e alla cera l’atramento, inchiostro nero. E già al tempo di Cicerone ne vediamo l’uso universale…

…Poi qualcosa avvenne e l’uomo un tempo nominato Sapiens perse l’uso della scienza che dall’Anima-Mundi prosegue sino all’Intellegibile Principio, ed inciso per restituire verità circa il DNA di più certa appartenenza e di certo non un codice a barre digitato nella propria caverna per il diletto dell’altrui scemenza…




  …E sì ci vorrebbe proprio il sottoscritto (il Cicerone detto) per ammirare siffatto 
scempio, siamo qui di nuovo presso lo scaffale di questo bosco antico ammirato da lontano o forse troppo da vicino, in tutto il triste spettacolo del degrado raggiunto. Fosse solo un rogo sarebbe sì poca cosa, in quanto se pur molti e troppi nell’apparenza a rinnovare l’infinita stagione da quando nata la parola, oggi siamo più inquisiti di pria nell’odierna realtà tradotta alla ‘parabola’ della nuova dottrina.
Che sia il virus della vita?

O meglio di quel male antico che disdegna ogni saggia e retta conoscenza?

Di certo noi figli della vera Natura in quanto ad essa conformati secondo la sua logica, se pur ci indicano antichi e superati, inutili per questo panorama ammirato ma di certo giammai compreso; non riconosciamo evoluzione in siffatto Sentiero da molti attraversato: li scorgiamo passo chino scrutare ma non vedere né Anima né Spirito in ciò che appena annusato confondere ed eccitare l’istinto: olfatto a caccia della vita ingannare la vista rimembrando il frutto propizio al rogo condire Anime attraversare il ciclo di una Selva ben più profonda non meno dal Principio al Nucleo della stessa…

Di quella ve ne fosse barlume ammirata pregata e composta in  un piccolo schermo senza Anima e Parola: automi regrediti privi dell’istinto con cui evoluta la ragione e con essa la volontà innata della conoscenza almeno ché non derivi da quell’alchemica sfera la quale per il vero fa torto anche all’antica scienza… divenuta d’incanto breve scemenza!




Per questo da qui ammiro ed introduco quell’albero altrettanto antico a cui alla sua ombra tanto debbo circa la reciproca natura.
Se non fosse stato per uomini di siffatto ingegno e cultura e volontà tradotta nella conoscenza oggi non regnerebbe né bosco né elemento né pia conoscenza. Il virus che ci assale è un morbo antico e moderno del quale grazie al fumo che dalla nostra cenere ne deriva ogni uomo può aspirare non solo al calore di un inverno privato della vera linfa della vita, ma anche al nobile progresso sottratto alla ragione della conoscenza di cui noi fotosintesi e indispensabile Elemento.

Certo questo male che ci destina ad un lento martirio trascinato su per un bosco privo di vita, sarà l’alba del nuovo millennio donde ogni ramo e foglia e con loro l’antico arbusto precipiterà o fors’anche regredirà al verso privo di parola, e questa, al gesto meccanico di chi disdegna il Pensiero, giacché questo il falso principio di chi aspira al nuovo Millennio in nome di ciò che comunemente nominano… Materia.

Sì certo ed anche per questo antica e nuova disputa rinnovo in nome e per conto della vera Natura, lo abbiamo appena detto virus antico e moderno donde taluni scorgono il principio della vita altri la fine della conoscenza…
Debbo essere accorto anche nella limpida aria riflessa quale specchio della breve conquista in siffatto Sentiero respirata altrimenti raggiungo con troppo fretta la mannaia della nuova scienza la quale disdegna la parola e con essa superiore ragione che ne deriva dalla dialettica al diritto della Natura di partecipare al vero scopo della vita; altrimenti la Materia nella propria innominata illimitata deficienza proverebbe l’istinto affine alla bestia fino alla clava regredita alla caverna della nuova alba… privato del successivo mattino con cui coniugare e veder nascere la vita…

 Costruisco così il DNA smarrito perso dimenticato barattato confuso e tradito….
(De Umbra Ciceronis)




…Aldo Romano è il primo a concepire il libro come svago: inventa il piacere di leggere…
Una vera e propria rivoluzione intellettuale trasforma uno strumento usato per pregare o per apprendere in un mezzo utile a trascorrere in levità porzioni di tempo libero. Aldo è anche il primo editore in senso moderno: negli anni precedenti a lui gli stampatori erano rudi operai del torchio, spesso ignoranti, interessati al libro come oggetto commerciale, prova ne sia la quantità di errori con cui erano infarcite le edizioni antecedenti l’era Manuzio.
Aldo è un raffinato intellettuale, uno che sceglie le Opere da stampare in base al loro contenuto, non solo alla potenziale capacità di vendita. E’ il primo ad unire il patrimonio di conoscenze culturali, le capacità tecniche, e l’intuizione nel comprendere cosa il mercato richieda, tanto che il mondo dell’editoria si distingue in prima e dopo Manuzio…
…A lui dobbiamo la diffusione del carattere corsivo che va di pari passo con l’altra grandissima innovazione attuata da Aldo, il tascabile, i libelli portatiles, come lui chiamava queste edizioni di piccolo formato, senza commento del testo, e quindi alla portata di un po’ tutte le tasche. ‘erano economici a sufficienza per gli studenti e gli studiosi che vagavano tra le grandi università europee’.
Non è il primo ad usare il piccolo formato già utilizzato per i testi sacri, in modo da permettere ai religiosi di spostarsi con i loro libri, cosa che sarebbe risultata assai complicata con i grandi volumi in folio che dovevano starsene aperti su un leggio.
Dopo di lui l’editoria sarà irrevocabilmente diversa da com’era prima: ancor oggi conviviamo con le sue intuizioni. Ci vorrà forse, il libro elettronico per mandarle in soffitta.
Nel gennaio 1515 Aldo stampa la sua ultima edizione, il De rerum natura di Lucrezio…
(Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri)




Comincio a scegliere il materiale che mi è indispensabile per formulare una ispirazione, una volontà. Per desiderare innanzitutto un’Opera nell’Opera, per meglio valorizzare e definire il concetto espresso nella miriade di buoni ‘legni’ che troviamo in questo fitto bosco. Aspiro alla foglia la quale dona vita e se pur tende alla luce e grazie ad essa compie le sue funzioni principali è riconducibile all’essenza della radice. Una ben visibile, l’altra nascosta e protesa verso i meandri della terra ma fonte prima di sussistenza per l’albero e il legno ad esso riconducibile (a cui aspiro per questa scala protesa verso il Tomo della vita).

Cerco la foglia e ammiro la sua perfezione.

Sfoglio la pagina respiro il Tempo che è stato è quello che di nuovo sarà…

Ciò che contemplo nella compostezza di un panorama colto da lontano è l’infinito concetto di verde in tutte le sue forme, di cui la foglia come una o milioni pagine di vita detta la storia nell’immenso suo capitolo.

Il verde d’estate con il loro germogliare in primavera, poi il lento morire, con le innumerabili sfumature d’autunno, mi conducono verso gli spazi e colori dell’universo.
Quando la linfa viene meno ecco la stella accendersi di colori ultimi e abbaglianti per poi ripiegarsi in monocromatici eventi che risiedono alla base del nero. Ma la bellezza, che conviene all’animo che colpisce la retina dell’occhio che fa vibrare in noi ogni sentimento di gioia e amore per le cose della Natura è composta dall’insieme di quelle note di verde.

Così, io, seleziono con cura e senza far inutile rumore questi ‘legni’. Non legno qualsiasi, ma accuratamente scelto, a costo di sacrifici e lunghe passeggiate. Poi pian piano costruisco il Tomo della Vita, così il legno, essenza originaria diventa irriconoscibile, e una volta lavorato perde quella sua (anche se pur raffinata consistenza) rozzezza.
L’Opera più raffinata e completa e nello stesso illuminante non è mai paragonabile a quel ponte sospeso fra due sponde. Nel Nulla della concretezza e astrazione dei temi trattati anche argomenti secolari, quelli che rimangono perenni testimoni dell’evoluzione creatasi nelle pieghe della sua struttura, così come nelle curve dei rami o nella forza dirompente delle radici, può cedere il passo alla volontà che sottostà all’ombra di quella ‘creatura’.
Quel ponte sospeso nell’attimo del raccoglimento è l’idea che supera l’opera originaria: il seme che feconda la terra per generare il frutto e la vita. È l’opera che in sé contiene la summa delle opere e ne supera la sostanza. Perché non si attiene ad essa, ma da essa ne prende linfa per uno slancio nuovo che produce l’energia fondamentale per assaporare la vita, e trasformare in processo incessante ciò che è morto e abbiamo reso tale, verso una lenta ricomposizione degli elementi per una nuova esistenza.


















domenica 16 luglio 2017

NOTE DEL TEMPIO IN ROVINA








































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E brevi Frammenti in Rima (2)


Dedicato alla morte di un dissidente (uno dei tanti uno dei troppi...)













…Lascio lo zaino in una locanda vicino alla stazione…
Se non trovo il mio amico posso sempre tornare a fare un pisolino e poi prendere il primo treno per il mattino.
In un banco per strada mangio una scodella di minestra di riso di soia e la stanchezza sparisce all’istante.

…All’uscita del paese il cielo è punteggiato di stelle, e si sente solo il gracidare delle rane. Finisco in una pozzanghera, ma non importa, penso solo ad arrivare dal mio amico.
Intorno a mezzanotte, al buio, riesco a trovare il suo appartamento e busso alla porta.

‘Sei tu, diavolo’, grida per lo stupore e la gioia.

‘Da dove sbuchi?’, mi domanda.

‘Da sottoterra’.

Anch’io sono felice.

‘Porta il vino. No, fa troppo caldo, porta il cocomero’, dice alla moglie, una donna robusta, si direbbe una del posto. Lei si limita a sorridere, è di poche parole. Il mio amico non ha perso il buon carattere di un tempo.

Mi domanda se ho ricevuto il suo romanzo.
Dice che ha letto le mie opere e ha spedito il manoscritto alla redazione di una rivista che ha pubblicato un mio testo, pregandoli di mandarmelo. Dice che lo ha spinto a scriverlo un impulso irresistibile, ha voluto fare una prova per tastare il terreno.
Il romanzo racconta di un ragazzino di campagna malvisto dai compagni di scuola a causa del nonno ex proprietario terriero. Ogni giorno sente il maestro dire che bisogna isolare i nemici del partito e di classe, si convince che i suoi guai vengano da quel vecchio malato che non vuole proprio morire e così un bel giorno mette nel decotto per il nonno un fiore selvatico velenoso, che ti toglie quando si fa l’erba per i maiali. Al mattino, quando gli altoparlanti diffondono nel villaggio le note di ‘L’oriente è rosso’ per chiamare i contadini al lavoro nei campi, il ragazzino trova il vecchio riverso a terra con la bocca colma di sangue nero raggrumato.
E’ morto!




Il romanzo descrive lo stato d’animo del fanciullo che osserva, con gli occhi del bambino di campagna, un nonno incomprensibile.
Il redattore mi aveva restituito il manoscritto senza impiegare le solite formule di rito. Non aveva usato il consueto tono da burocrate, come: la trama non è ben congegnata, manca di forza, i personaggi non sono ben delineati, oppure non possiede a sufficienza i tratti del ‘tipico’. Aveva detto senza giri di parole che era ben scritto ma l’autore era andato troppo in là, le autorità non ne avrebbero mai consentito la pubblicazione. Avevo dovuto spiegare che lo scrittore era un geologo che lavorava in campagna, avvezzo ai sentieri di montagna, non poteva conoscere i limiti da non superare nell’odierno mondo letterario.

‘E quali sono i limiti?’.

Dagli occhi che lo fanno assomigliare a Pierre traspare l’incapacità di comprendere.

‘Ma come?’, prosegue lui, ‘Non si parlava sui giornali, proprio qualche giorno fa, di libertà di creazione artistica e, in campo letterario, della necessità di descrivere la realtà?’.

‘E’ per colpa di questa fottuta realtà, di questa fottuta questione, dipingere o meno la realtà non meno della Verità, che sono finito nei guai, ed è per questo che ora sono qui da te’, dico.

Fa una gran risata: ‘Quindi non ci sono speranze per la storia della mia amazzone’. Prende le foto e la ripone dal cassetto, poi dice: ‘L’ho conosciuta in un tempio in rovina dove ho alloggiato una volta che ero in viaggio per lavoro. Parlammo un giorno intero e mi confidò le sue vicissitudini. Ho riempito mezzo quaderno, sono le cose che ha vissuto di persona’.

Prende il quaderno da un cassetto e me lo sventola davanti agli occhi.
‘Ce n’è a sufficienza per un libro, il titolo l’ho in mente da un pezzo: ‘Note del tempio in rovina’ ’.

‘Non mi pare che sia adatto ad un racconto di cappa e spada’.

‘Certo, non lo è. Se ti interessa prendilo, dagli un’occhiata, ti può essere utile per un romanzo’.

Poi ripone nel cassetto anche il quaderno e dice alla moglie: ‘Portaci del vino, va’ ’.

‘Non parliamo di romanzi’, dico, ‘non riesco più a ripubblicare nemmeno vecchi saggi. Come vedono il mio nome, rimandano tutto indietro (e mi braccano per ogni dove…)’.

‘E tu faresti meglio ad occuparti solo della tua geologia! Come ti è saltato in mente di metterti a scrivere?’, interviene la moglie quando ci porta il vino.

‘E adesso come ti vanno le cose? Dimmi, dimmi!’…

E’ molto affettuoso…




‘Vago qua e là per evitare di essere costretto a fare autocritica. Di essere torturato. Sono in viaggio da mesi, aspetto che passi la bufera per tornare a casa. Là ove stabilisco un domicilio puntuale arriva la tortura…. Se la situazione peggiora mi cerco un riparo, poi taglio la corda. In ogni caso non mi farò mandare ai lavori forzati mansueto come un agnellino, come in passato i vecchi ‘reazionari’ ’.

Ridiamo entrambi di cuore.

‘Ti racconto una storia divertente. Quando facevo parte di una squadra incaricata di individuare miniere d’oro abbiamo catturato un selvaggio’.

‘Non prendermi per i fondelli. L’hai visto con i tuoi occhi?’.

‘Visto? L’abbiamo catturato! Cercavamo una scorciatoia per arrivare al campo prima del buio. Tra i boschi sotto la vetta della montagna c’era una striscia bruciata, piantata a granturco. In un campo tutto giallo si muoveva qualcosa, di sicuro un animale selvatico, pensammo. Per motivi di sicurezza in quei posti giravamo sempre armati. I compagni dissero che secondo loro si trattava di un orso o di un cinghiale. Dell’orso non c’era traccia, potevamo almeno procurarci un po’ di carne, sarebbe stata già una bella fortuna. Circondarono la zona. La cosa sentì il movimento e scappò verso il bosco. Erano circa le tre del pomeriggio, perché il sole era a ponente e la vallata era ancora luminosa. Come la cosa si mosse, la testa apparve tra le piante di granturco. Era un uomo selvaggio con i capelli lunghi fino alle spalle! Lo videro tutti. Erano eccitatissimi e gridavano: un selvaggio! Un selvaggio! Non lasciatelo scappare! Gridava un altro nel puntare il fucile. A stare tutto il giorno in giro per monti e valli capitava di rado di sparare, così si erano scatenati, chi correva, chi gridava, chi sparava. Una volta avvicinati lo costrinsero ad uscire, nudo come un verme. Barcollò, poi cadde a terra, aveva solo un paio di occhiali legati al collo con un cordone, e le lenti erano così consumate che parevano vetro smerigliato’.

‘E’ frutto della tua fantasia?’, dico.

‘E’ tutto vero, no?’, fa la moglie dalla stanza da letto.
Non si era ancora addormentata.

‘Quanto a inventiva mi superi, ormai sei un romanziere’.

‘E’ lui il vero romanziere’, dico verso la stanza della moglie, ‘ha un talento innato. A scuola non lo batteva nessuno, quando si metteva a raccontare storie restavamo tutti ad ascoltarlo a bocca aperta. Peccato che il suo unico romanzo sia stato stroncato prima di vedere la luce’.

Mi dispiace molto per lui.

‘Oggi parla tanto solo perché ci sei tu, di solito non dice mai una parola di troppo’, fa la moglie dalla sua camera.

‘Allora sta’ ad ascoltare’, dice alla moglie…

‘Continua’, lo incito. Ha acceso la mia curiosità.

Beve un sorso di vino per riprendere la carica.




‘Si avvicinarono, gli sfilarono gli occhiali, lo spinsero con la canna del fucile e gli domandarono duri. Se sei un uomo perché scappi? Tremava come una foglia, e gridava frasi sconnesse. Uno lo minacciò con il fucile, e urlò per spaventarlo: ti ammazzo se continui a fare il matto! Allora scoppiò in singhiozzi e raccontò che era fuggito da un campo di lavoro e non voleva tornarci. Che crimine hai commesso? Ero un reazionario. Ma è una vicenda vecchia, i reazionari sono stati riabilitati da tempo, perché non sei tornato a casa? Disse che i familiari non l’avevano voluto nascondere, così si era rifugiato su queste montagne. Dove sta la tua famiglia? A Shanghai. Che bastardi, perché non ti hanno fatto restare? Avevano paura di essere coinvolti. In cosa? I reazionari sono stati indennizzati con grosse somme di denaro, e ora tutti vorrebbero averne uno in famiglia. Ma non avrai per caso il cervello fuori posto? Rispose di no, che era solo molto miope. A quel punto si misero tutti a ridere come matti’.

Anche la moglie scoppia a ridere…

‘Sei un buontempone, solo tu riesci a raccontare storie del genere’.

Anch’io non riesco a trattenermi dal ridere, da tempo non ero così allegro.

“Nel…. [ometto la data dell’autore giacché interviene breve riflessione, questo racconto dedicato a chi sacrificato per la pace e avverso al totalitarismo di stato, sia esso in nome di un partito, sia esso per conto del libero mercato, cosicché ognuno si può riconoscere in quanto di seguito riportato, non meno del medesimo  come lui perseguitato, avversi ad ogni forma di tortura dedico questo breve parentesi a tutti i perseguitati, ma non solo: calunniati e perseguitati da chi avverso per propria natura ad ogni Verità della Storia… ed alla Memoria, e con lei, ogni Verità cancellata e contraffatta   numerare la Storia attraversata… e ben conservata… o fors’anche ben recitata…]… era stato bollato come esponente di destra e nel… era stato mandato in un campo di lavoro [uno dei tanti in ogni luogo ove il libero arbitrio perseguitato…]… Nel… era sopraggiunta una terribile carestia, non c’era nulla da mangiare, si era gonfiato come un pallone, era stato ad un passo dalla morte e così era fuggito a Shanghai dove rimase nascosto due mesi in casa. I familiari però volevano assolutamente che tornasse in prigione perché la razione di cereali non bastava nemmeno per una persona. Come avrebbero potuto continuare a nasconderlo in casa? Così se ne era andato a aveva trovato rifugio su queste montagne, dove viveva da più di vent’anni. Il primo anno lo aveva accolto una famiglia di montanari, per campare li aiutava a tagliare la legna e a fare qualche lavoro nei campi. Poi un giorno, saputo che la comune popolare stava per indagare su di lui, si era rifugiato in una zona impervia ed era riuscito a sopravvivere grazie a quella famiglia… I miei colleghi gli domandarono in che modo fosse diventato reazionario e lui spiegò che all’università studiava le antiche iscrizioni oracolari su gusci di tartaruga, era giovane e pieno di entusiasmo e nel corso di una riunione aveva manifestato opinioni sconsiderate sulla situazione politica. Allora gli dissero: seguici, torna ad occuparti delle tue iscrizioni oracolari. Ma lui si rifiutò, disse che doveva falciare il campo di granoturco che di dava cereali per tutto l’anno, e aveva paura che se fosse andato via i cinghiali avrebbero distrutto il raccolto. Al che i miei colleghi gridarono: e lascia che caghino sul granturco! Voleva andare a prendere gli indumenti che stavano in una grotta sotto la roccia, e che non metteva quando non faceva troppo freddo. Gli diedero una camicia da mettere intorno alla vita per portarlo al campo con loro’.




‘Finita?’.

‘Finita’, dice. ‘Comunque ho pensato ad un’altra conclusione…’.

‘Fa sentire’…

‘Il giorno seguente, dopo essersi rimpinzato e rinfrancato con un buon sonno ristoratore, scoppia all’improvviso in terribili singhiozzi senza che nessuno riesca a capire cos’abbia. Si avvicinano per domandarglielo ma farfuglia tra le lacrime qualcosa di incomprensibile. Alla fine si capisce una frase: se avessi saputo che al mondo ci sono persone così buone non avrei sopportato le ingiustizie di questi anni!’.

Avrei voglia di ridere ma non ci riesco…

Dietro le lenti si illumina in un sorriso malizioso.

‘E’ superfluo’, dico dopo aver riflettuto un istante.

‘L’ho aggiunto di proposito’.

Si toglie gli occhiali e li appoggia sul tavolo.

Mi accorgo che c’è più malinconia che malizia nei suoi sguardi, sembra un uomo diverso quando porta gli occhiali, con quell’aria onesta e gioviale. Non l’avevo mai visto sotto questa luce.

‘Vuoi stenderti un po’? mi domanda.

‘No, non importa, tanto non riuscirei a dormire’, dico.

Dalla finestra si intravedono i primi bagliori dell’alba. Fuori la calura si è dissipata e soffia una brezza fresca.

‘Possiamo chiacchierare anche sdraiati’, dice.

Mi sistema una branda di bambù, prende una sdraio per sé, poi spegne la luce e si stende.

‘Devi sapere che all’epoca mi misero sotto inchiesta e si occupò di me proprio la squadra che aveva catturato l’uomo selvaggio. Non mi fucilarono per un pelo. La pallottola mi ha scalfito il cranio, mi hanno mancato per poco, ho avuto fortuna. A parte questo, erano brave persone (questo bisogna pur dirlo…)…

‘Il bello nella tua storia del selvaggio è che ti mette allegria malgrado la crudeltà, perché la lasci intuire, non la descrivi direttamente’….

‘Ma aspetta mi è venuta in mente una nuova conclusione in nome dei vecchi tempi di scuola andati, ti ricordi quando studiavo e traducevo vecchi Papiri ed iscrizioni oracolari, ascolta ne ho trovata una’altra te la leggo…

Anche questa una buona conclusione oppure un inizio…’….





Parto poi torno, materialmente e con la memoria.
Tutti dovremmo avere memoria storica, genetica, morale,
ho scoperto però non essere una prerogativa umana,
una dote essenziale.
Parto poi torno e talvolta è come se non fossi mai nato,
o mai morto nella riva del torrente dove ricordo.
Nella riva del fiume dove dormo.
Nella tenda dove ascolto,
nel grande bosco dove prego.
Parto poi torno con la memoria
e il sogno che nulla scorda
in questa grande terra che non conosco,
in questa valle di cui non ricordo il nome,
per questa montagna che ogni anno che passa
trovo cambiata, mutata, rinsecchita.
Parto poi torno, cercando ogni volta una fuga,
una possibile strada di sopravvivenza.
Parto e poi torno dai tanti libri che mi ‘volano d’intorno’,
dalle tante pagine che mi fanno capolino,
dalle tante verità che mi scrutano mute,
dalle eterne parole che mi chiedono attenzione.
Attento il sentiero è periglioso!
Attento la valle è insidiosa!
Attento alle genti, pur la bella rilegatura,
evocano un’immagine impressa quale scudo araldico,
di una difficile lingua sull’antica copertina. (1)

Le stagioni che modellano il luogo sono dure,
gli oscuri passi dove talvolta scruto muto
l’espressione dei viandanti e abitanti, conserva tristi pagine,
pensieri lontani non in sintonia con la bellezza dei panorami.
Parto e poi torno nei miei e altrui ricordi,
e se evocarli può arrecare dolore,
se leggere la verità può portare rancore…..,
salgo sull’alto ripiano, cammino lento nell’altipiano,
scruto attento nella memoria,
cerco riparo là dove non sono accetto,
scavo scrupoloso nell’archeologia dei lineamenti,
fra una pagina e l’altra, fra una lacrima e l’altra,
fra una risata e l’altra, fra una presunzione e l’altra.
I ricordi vagano fra un gradale e l’altro,
che con puntualità da ‘bottegaio’ apro nell’oscura bufera
dove ho dormito, sognato, e immaginato.
Fra una pagina e l’altra vi è vita,
quella che ci fu negata nella lenta traversata,
sulla triste collina,
nel duro campo,
sulla difficile linea,
nella squallida baracca,
nella fredda e calda tenda,
nell’innominata chiesa,
nell’antico mulino,
vicino al fiume nel ricordo di una prateria,
un deserto, una distesa di ghiaccio,
un caldo lago e un silenzio che è solo l’inizio.
Un immenso ghiacciaio e una mare di verde, prima.
Una lancia appuntita, e una grande traversata, poi.
Una roccia, un frammento, una cascata, una via verso la vita.
Verso la verità.
Verso il ricordo,
sull’uscio della caverna,
dove ho abbandonato vita e dignità,
morale e decoro,
disciplina e responsabilità.
Amore e affetti,
vita e morte,
tempo e luogo.
Responsabilità e apparenza.
Salgo piano dalla collina alla montagna,
schivo i dardi, cerco accorto il sentiero,
studio attento la cartina,
guardo incosciente il panorama: attraverso l’occhio digitale
di un pensiero divenuto occhio magico della memoria,
attraverso l’anima di ciò che pensano senza anima,
attraverso la parola di chi non ha parola,
attraverso la pazzia di chi non conosce cura,
attraverso la cura di chi conosce il raro dono della ‘pazzia’,
attraverso pagine e ricordi scritti,
attraverso parole e sogni mai svelati,
attraverso libri ancora da scrivere, e altri per sempre dimenticati,
pagina per pagina;
respiro che diventa rantolo…poi pian piano sudore,
rancore, pietà e rumore.
Frammenti nel vicolo che diventa sentiero,
passo e fuga,
aria più tranquilla dicono, rarefatta;
roccia armoniosa, polmoni aperti,
più ossigeno per la via che diventa impervia,
per la solitudine che ti osserva,
per la roccia che ti scruta,
per l’acqua che ti parla
….e per il cacciatore che a fondo pagina ti punta.
Passo veloce per il corpo che corre,
per la pagina che finisce,
per il tomo che si chiude;
paura che prende, sangue che sgorga, anime in fuga,
vendette in agguato, odio non pagato.
Croci in cima alla vetta,
fosse vicino alla cantina,
sentieri prima della mèta,
storie che dominano la vita.
Il sudore si asciuga, il piede si riposa,
la parola dopo il pensiero traccia l’icona alla fine della via,
della strada, dell’affollata piazza,
alla fine dello stretto vicolo prima del mercato,
dove i ricordi diventano vivi, dove il calore divampa,
dove il condannato fu trascinato senza motivo,
dove la sentenza non ha repliche,
dove gli stracci e l’umile sacca sono più pesanti dell’anima,
dove lo sguardo nascosto è mutato nell’odio,
di volti come maschere prestati alla disciplina,
di chi mai appare perché il suo nome è solo un inutile confine,
che diventa Impero e poi solo un lungo tormento.
Il ghigno di chi ha sentenziato diventa tortura e la memoria dolore,
il freddo verità,
la povertà tua sola sostanza,
il tremore passo incondizionato di fuga e riparo,
l’onestà la colpa.
La cima l’estremo sacrificio, il fuoco l’ultimo ricordo.
Il sogno segna il passo.
L’incontro un libro scritto o forse ancora non del tutto …pregato.
La preghiera diviene litania,
e uguale componimento nelle pagine della storia,
la frase sconnessa l’oracolo di tanti e troppi Dèi dimenticati.
E …mai pagati!
La moneta ti osserva, il tempo la comanda.
La ricchezza ti scruta, la potenza l’orienta.
La volontà la sveglia, il sangue s’appresta, l’orgoglio avanza.
Il tempo, suo compagno, ti inganna, mentre contempli il tutto che danza.
Il tempo ritorna in cima alla vetta,
in cima alla stanza,
dove il libro sporge con incuranza e evidenzia una verità che parla,
e non vuol essere contata.
Una verità che segna il tempo e non vuole tempo,
che gela le membra, che annebbia la vista,
che duole fin dentro le ossa,
quelle dei vivi e quelle dei morti
…e quelli che moriranno ancora.
Il tempo in essa spera e comanda,
mentre la cima con orgoglio ritrovato contempli,
come un vecchio tomo mai morto,
come una vecchia stampa che ravviva i ricordi.
Sembra facile, per taluni, andare e tornare,
sembra facile per alcuni andare e parlare.
Ma io che non conosco moneta e tempo,

dovrò patire gli inganni della storia; 























venerdì 7 luglio 2017

UNA LETTERA (da rileggere per chi non sa cogliere la Verità)











































Precedenti capitoli:

I Sentieri di Jonathan...

Prosegue in:

Per chi non avvezzo alla Verità...













Non avevo torto, la natura manifesta imprevedibilmente la propria forza se alterata nei propri equilibri assestati ed evoluti nei secoli giacché la secolarizzazione è anche il nostro vero problema… E quando costretta si vendica contro colui che tenta (il troppo) imponendo la propria logica materiale a dispetto di un ordine precostituito che determina il corso ‘naturale’ degli eventi.
Pur dettando una nostra volontà di dominio sugli elementi della Natura, non dobbiamo né temere né sottomettere ciò che troppo spesso pensiamo di conoscere, che ci affrettiamo a studiare, sezionare, catalogare, sradicare, ma mai a concepire come elemento unico che tende ad evolversi e se necessario, quando gli equilibri vengono meno, a reagire secondo la violenza a cui viene sollecitato.




Quando nostro malgrado, da una premessa di naufragio, semplice nella sua dinamica, ma complessa nelle responsabilità, siamo costretti ad assistere ad eventi di una portata maggiore che superano ampiamente la prevedibilità dell’evento stesso, siamo certi delle sicure responsabilità dell’uomo. Tutte argomentazioni tenute ben celate per il timore che una diversa visione, non materiale, possa intralciare il - regredire - dell’umanità.
Dal ponte della nave lanciamo una scialuppa di salvataggio nell’attesa del prevedibile naufragio dopo la lunga tempesta. Prima e dopo siamo ben lieti di dimostrare che le nostre ragioni e argomentazioni sono state ben occultate negli itinerari culturali che tanto vi affannate a compiere. Se nuove crociate dovranno renderci ciechi e sordi al cospetto di tribunali ben peggiori che l’inquisizione ci ha tramandato, vi rammento con le parole di De André …: “Anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti …”.  




Ed è vero, anche se ognuno di noi nel tepore della propria intimità, lontano da sciagure e disastri si sente ben al sicuro dagli elementi della bufera, ebbene egli è sicuramente coinvolto quanto lo è l’industriale di turno alle prese con un nuovo sistema di produzione, o il semplice operaio che esegue con diligenza il proprio lavoro. Non cerco facili capri espiatori di fronte alla tragedia, ma certamente è accertata una nostra ben precisa responsabilità nell’evolversi degli eventi.
Alcuni anni fa mi sono permesso di esprimere un giudizio in materia ecologica sviluppandolo in una dinamica matematica, la quale ha trovato puntuale conferma scientifica. Da supposizioni che sono scaturite dalla pura osservazione degli eventi, fino a coinvolgere argomentazioni di natura filosofica e sociologica, rapportate giustamente nella dinamica dell’ambiente che occupiamo. Quest’ultima considerazione, non trascurabile sta ad indicare una precisa presa di coscienza, innanzitutto scientifica, dello spazio da noi occupato e delle nostre esigenze presenti e future.
Qualsiasi solida argomentazione deve poggiare su questa consistenza dei fatti.
Qualsiasi nostra opera presente e futura deve sempre tener conto di questa dinamica.




Quando assistiamo ad un nuovo fiorire di opere, in qualsiasi luogo esse vengono concepite, dalle più indispensabili alle più inutili, dobbiamo integrarle perfettamente nell’ambiente circostante ed interagire con esso. Non è un semplice problema circoscrivibile all’architettura, ma bensì, oltre alla forma o lo stile, concepire l’idea che queste due prerogative intervengono nell’equilibrio delle armonie che ci accingiamo a comporre. L’universo appartiene a questo tipo di armonie, così come lo pensarono i Greci, ed è vero! Noi rappresentiamo con la nostra evoluzione la stessa dinamica dell’intero Universo che ammiriamo e scrutiamo, e quindi non possiamo discernere da Gaia ed i suoi millenari equilibri ed evoluzioni, che sono tutte le nostre progressioni stratigrafiche di milioni di anni. La sua armonia poggia su ciò, che alla percezione degli eventi potrebbe apparire come puro CAOS; basta studiare l’evoluzione della terra dal punto di vista geologico o glaciologico.
Come il CLIMA di un pianeta che proviamo a rappresentare alle nostre percezioni, scorgiamo in esso una disarmonia apparente perché contrasta con la concezione della nostra armonia. Quell’inferno che pensiamo di scorgere, in realtà composto dall’evolversi di determinati elementi e condizioni. Così questi progrediranno nei secoli. Ma il tutto appartiene ad una perfetta armonia che governa la meccanica celeste. Così la stessa dall’infinitamente piccolo fino alle ipotesi del pre e post Big-Bang per formulare delle probabili ipotesi su alcuni stati della materia.




C’è alla base di tutto un ‘equilibrio’ e per chi si addentra anche da semplice profano verso queste verità non smetterà mai di cercare e meravigliarsi. Se veniamo meno a questo principio siamo costretti ad assistere nostro malgrado a delle catastrofi incredibili nello scenario delle opere umane. Sono pienamente convinto che questa verità che purtroppo non appartiene più agli uomini, perché protesi verso altri orizzonti di dominio, ci ricondurrà su altre strade abbandonate, riconsiderando argomentazioni che fino ad ora abbiamo trascurato. 
L’equilibrio che scomponiamo verso altri orizzonti di energia incontrollata che annienterà per sempre la nostra capacità di sopravvivenza, quell’equilibrio si ricomporrà non solo nelle malattie psicologiche e sociali che sconvolgono il nostro vivere, con tutte le conseguenze a cui assistiamo giornalmente, ma anche in tutte quelle strutture virtuali di cui siamo circondati per momentaneo benessere economico. Futura voce dello squilibrio sociale e della sua totale disarmonia, il rumore dell’inutile che udiamo a piena voce in ogni dove. Tutto ciò che pensiamo costruire senza una composta armonia, potrà tranquillamente ritorcersi contro di noi, nostro malgrado, e nostro malgrado dovremmo assistere sempre a dei disastri che fanno parte della natura.




Appartengono alla natura, per quanto noi ci sforzeremo di dominarla o prevederla. Quindi troveremo conferma nell’affermare ancora una volta, che L’UOMO sta ALL’AMBIENTE (che occupa), trasformando lo stesso per i tempi necessari al suo FABBISOGNO (geopolitica-geostrategia-geofilosofia), come i cittadini o i ‘componenti’ del mondo stanno alla loro economia, la quale in un lasso di tempo  (maggiore o minore) provvede al suo benessere inteso questo come VALORE ECONOMICO RAGGIUNTO REALE ( - reale - valore dato dalla differenza fra il valore economico raggiunto nel breve lasso di tempo, sottratto ai costi per tutti quegli interventi dovuti ad una logica incompatibilità, quindi intendesi - reale - non quello virtuale dato DALL’IMMEDIATEZZA, del traguardo economico, ma bensì quello raggiunto grazie ad una LOGICA COMPATIBILITÀ che equivale all’equilibrio di cui accennavamo precedentemente, con lo SPAZIO OCCUPATO).























martedì 27 giugno 2017

DIECI (39)


















































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Otto (38)













‘Giovanotto, è l’uomo a far paura, non la Natura!
La Natura ti è molto vicina se entri in sintonia con essa, l’uomo invece è una bestia!
Certo è molto intelligente, capace di inventare di tutto, dalle calunnie ai bambini in provetta, ma poi stermina due, tre specie al giorno. Questo è il paradosso dell’uomo’.

…Gronda acqua dal muschio sui tronchi degli alberi e dalle liane che pendono dai rami sulla mia testa come lunghe ciocche di capelli.
L’aria è intrisa di umidità!
Grosse gocce cristalline colano adagio sul viso e corrono gelide lungo il collo. Calpesto il manto di muschio morbido che vive da parassita sugli enormi tronchi a terra, in un ciclo continuo di nascita e morte.
Lui si ferma sul pendio davanti a me, ma non si volta, dietro la nuca oscilla ancora l’antenna formata da tre asticelle di metallo. Controlla le apparecchiature per le rilevazioni meteorologiche installate in una radura, prende nota e mi dice che il livello dell’umidità è al massimo…

…Con il fiato corto arrivo su un’altura, ho davanti una foresta di abeti della stessa specie.
‘Siamo a più di tremila metri?’, domando.
Annuendo corre sotto un albero situato nel punto più alto, poi si volta, sistema le cuffie, estrae l’antenna e la orienta in tutte le direzioni.
Anch’io mi guardo attorno: gli alberi che mi circondano, con i fusti delle stesse dimensioni e tutti alti e diritti, sono piazzati a distanza regolare l’uno dall’altro e hanno fronde che partono tutte dal medesimo punto con identica grazia. Non ci sono alberi abbattuti dall’uomo e quelli imputriditi a terra sono vittime, senza eccezione, di una rigorosa selezione naturale.
Niente più liane, niente più boschi di bambù-freccia, niente più arbusti, l’ampio spazio tra un albero e l’altro rende la foresta più luminosa e consente di far spaziare lo sguardo.

Respiro profondamente l’aria pura del bosco, ho il fiato corto ma non spreco energie, i polmoni sono purificati e l’aria penetra fino alla pianta dei piedi. Mi sento come se anima e corpo fossero congiunti al grande ciclo della Natura e avverto una sensazione di piacere mai provata prima.
D’un tratto scende la bruma, avanza a ondate e si apre davanti ai miei passi. Arretro, cerco di allontanarla con la mano come fumo, tento di scappare ma non riesco, mi passa accanto sfiorandomi e il paesaggio di colpo si fa sfocato. In un attimo i colori svaniscono e la nebbia dietro di me avanza a mulinelli. Arretro ancora ma vengo risucchiato nel vortice senza rendermene conto; giunto in prossimità di un burrone sto ancora cercando di sfuggirle quando mi volto e scopro una profonda gola ai miei piedi. Di fronte appare una magnifica catena di monti blu pallido, con le cime avvolte in uno spesso strato di nubi bianche che rotolano come cavalloni, mentre nella gola c’è solo qualche striscia di vapore acqueo che si dissipa in un batter d’occhio.
Il filo candido al centro della tetra valle è un torrente impetuoso. Non è di sicuro la valle che ho seguito qualche giorno fa per penetrare in queste montagne. In questa cupa vallata invece non ci sono che folti boschi e rocce a picco dalle forme più strane, non c’è traccia di vita umana. Solo a guardarla provo un brivido alla schiena. L’aria è talmente pura e le foreste sotto le nubi sono di un verde tanto brillante da farmi sentire in èstasi, avverto come un canto che sale dal fondo del mio essere e cambia tonalità in un attimo, seguendo luce e ombre.
Mi alzo. Aspetto sgomento. Grido, nessuna risposta. Grido di nuovo, ma sento solo la mia voce angosciata e tremante che si spegne, devo calmarmi, tornare al punto ove stavo correggendo la Freccia del Tempo, ed intuisco di colpo che la Natura e il Primo Dio mi stanno giocando un brutto tiro, mi sta enunciando un mondo non visto, mi stanno dicendo che in fondo non ti sei perso… giacché…

(Gao Xingjian, La montagna dell’Anima; le pitture sono dello stesso autore)