IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

martedì 7 febbraio 2023

DEL NATURAL DESIDERIO DI SAPERE (8)

 












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(ed altrui) frutti (9) 


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Se in ciascuno è nato il desiderio di sapere, se nodrito dalla nobiltà e dignità dell’oggetto, fomentato dal diletto che porge, accresciuto dall’utile e dalla perfettione compita che evidentemente vien sempre apportando in qualsivoglia grado, conditione ed essercitio che sia fra gl’huomini, anzi se è notissimo che il sapere è proprio dell’huomo tra tutti i viventi et che a questo egli ha la ragione, né vi è altro uso di quella né più sublime operatione che quella dell’intelletto, onde diremo che venga che così pochi, in numero sì grande, così rari siano che arrivino non pur alla perfettione del sapere e compìto adempimento di questo affetto innato, ma né anco a sodisfare a qualche particella d’esso, ottenendo pur alcuna notitia o scienza particolare?

 

Sarà vana la natural inclinatione?

 

Sarà impedito il servirsi della ragione da Dio donataci nello stesso risolversi a valersi di essa?

 

Che incolparemo?

 

La parte de gli huomini per fiacchezza in affetto sì principale, o per debolezza e trascuraggine nell’esecutione d’esso, o pur la parte della cosa desiderata per difficultà grande che accosti all’impossibile, per scarsezza di mezzi, di modi, di requisiti?




Confessiamo primieramente che ad un istesso parto con sì degna inclinatione (se però non precede ancora) insorge in noi l’odio della fatiga, bastante ad estinguerla in molti totalmente, in altri in gran parte, intepidirla in tutti; mentre ciascuno apprende come impresa laboriosissima l’acquisto delle scienze, e più tosto ammira il virtuoso, esaggerando che

 

multa tulit fecitque puer, sudavit et alsit, abstinuit

Venere et vino,

 

che habbia ardore d’imitarlo. La dolcezza e l’utile del sapere vengono risguardate come da lontano e come distaccate da noi dall’asprezza di longo lavoro fraposto. Il piacere e commodo della quiete otiosa è tanto presente e congionto che, per goderlo, non vi è bisogno d’opra alcuna, anzi con l’istesso non oprare viene ad haversi.

 

Gli allettamenti a questo sono continui, li sproni e provocationi a quello vengono di rado, et in somma, dipendendo l’uno dalla mente, l’altro dal corpo nostro, non è meraviglia se da quello che per lo più ha maggiori e più fisse radici vien l’altro e più gentile e più nobile facilmente supplantato e suffocato. Il corpo che dovrebbe obedire, oh quanto s’usurpa di dominio, mentre con assedio continuato vien pian piano impossessandosi delle ragioni della sopita mente!




Quindi ogni fatiga si fugge, e vien posposta la buona inclinatione al piacer della pigritia; aggiongonsi l’arti del lusso e le compagnie di questi vani godimenti, bastanti non solo ad impedire l’indirizzo datoci dalla natura alle discipline, ma anco a disviarne e distoglierne i più ferventi nel mezzo del corso.   


Né però da noi così di buon passo vien fuggita la fatiga come ne vien seguitato il guadagno, né facilmente si conosce vero guadagno esser quello che si fa del sapere, copioso quello che si fa con la scienza, poiché l’occhio si rivolge subitamente al denaro et alla robba, onde le vien il commodo et il piacere, onde la stima et il potere; e questi paiono acquisti reali e massicci, gl’altri metaforici e sottili, et è commune parere, fondato assai ben nell’esperienza quotidiana, che poco fruttino le scienze e massime quelle che più ci apportano di cognitione.

 

Più oltre molti temono maggior dispendio e di tempo e di denari nell’apprenderle che non ne sperano d’utile dopo l’acquisto, quale, come posposto a molti successi e sottoposto a molti, tengono per incerto e di dubioso profitto. Ne riconoscono anco gran parte dalla fortuna, alla quale niuno volentieri si rimette, con spesa di tempo e fatiga propria. Onde dalla medicina e leggi, poco e freddamente, dalla filosofia e mathematica, che veramente sono scopo dell’innato desiderio, niente suol aspettarsi della bramata ricchezza et ad altro più facilmente s’appiglia l’huomo dove speri più di sicuro conseguirne.




Li onori ancora, le dignità e li gradi sono procurati da molti per fine non meno commune agli ambitiosi, che si sia quello del guadagno generale a tutti; e sono ben spesso congionti. Non muove il grado e la decenza vera ch’apporta per sé stesso, indelebile, il sapere, ma quello che da’ potenti vien distribuito; né suole più largamente esser dato in premio a’ letterati, di quello che si faccia, il denaro e facoltà; e si vede che più tosto appresso molti potenti le scienze, nel conseguirne cariche e gradi, sono di non poco ostacolo che d’aiuto o merito alcuno; anzi par che diminuischino la stima de’ personaggi ne’ quali sono; poiché sinistramente si giudica, e massime delle speculative, che, occupando e tirando a sé tutto l’huomo, lo rendono inetto alli negotii.

 

Similmente delle attive e pratiche, se sono in eccellenza, non potendo questa esser senza contemplation grande; et indi, in vece d’honorate lodi, sentono ben spesso titoli di melancolici, astratti ed anco stolidi, e volentier suol essere burlata et interpretata in mala parte una conditione, ancorché dignissima, da chi n’è privo, e difficilmente vien premiato et honorato chi è molto dissimile da quello che deve premiarlo.

 

L’eminenza nel sapere, come più sublime, è anco sospetta alli eminenti di fortuna: la facoltà grande che porgono le scienze suol similmente esser poco grata a chi per altra via si trova il potere, e puol veramente sì degno instrumento divenir odioso mentre si dubiti sia maneggiato da cattiva voluntà; né tanto suol amarsi il bene, che non si tema più il male, per le quali cagioni mentre l’humana ambitione vede i letterati e ritirati e bassi, smorzato o almeno raffreddato subito il desiderio di simil conditioni, pensa a quelle vie che possino et inalzare et ornarla della bramata superiorità.




Né solo per questi fini, alli quali per lo più si corre per ogni via, per ogni mezzo, ma anco per l’ordinarie brighe e faccende, che o per sé o per gl’amici e congionti occorrono, suol facilmente l’uomo impiegarsi in molti negotii et occuparvisi di modo che, pian piano, distratto da secondar il nativo desiderio, ne resti poi alienato in tutto, et in ogni altra opra involto et impicciato. Il tempo è breve e riescono lunghe l’attioni, presto ci vien rapita la giornata e presto da sé stessa ci fugge, e nello stesso pensare d’acquistarla veniamo a perderla; se il commodo proprio, se l’amico, se il compimento ci trattiene, quella se ne va.

 

O quanto più facilmente, e quante, ce ne tolgono i negotii che tanti, e di tante sorti, o cercati o accettati da noi, ne occorrono!

 

O com’in essi abusiamo la ragione, e con quanta sottigliezza e diligenza!

 

Se per mangiare, bere, vestire, habitare, dominare e simili fini ce ne serviamo, o che importuno, o che disdicevole abuso!

 

Questi tutti, che ad altro non mirano che ad un commodo e gustoso corso di vita, con li bruti communemente conseguiamo, quali senza alcun uso di ragione tutti questi e procurano et ottengono; e pur non restiamo di abassare a tal concorrenza i nostri pensieri et avvilire in tali abusi il dono della ragione, abbandonatone il proprio uso e la naturale inclinatione, e abbracciamo così più facilmente ogn’altro esercitio che il nostro, mentre l’occasioni, le compagnie, il commodo e gusto proprio più propinquamente ci muovono e con maggior efficacia.




Sono molti che, per nativo temperamento di complessione o per varia dispositione de’ corporei strumenti, nascono meno atti a secondar questo affetto, o pur in esso tepidi. È questo difetto di natura, ma è difetto anco tal volta di volontà in quanto potrebbono aiutarsi. A’ mancamenti della sanità, dell’ingegno, della memoria non mancano remedi; è però molto più facile e solito il trascurarli, e tanto quanto è difficile il repugnar alla constitution naturale. È perciò minor meraviglia se questi tali, che non sono pochi, non sorgono a’ gradi del sapere, e devono esserne meno incolpati, mentre maggior aiuto, tempo e fatiga li è di bisogno che agl’altri, et in sé stessi ne hanno molto più debole appetito.

 

Alle cagioni dette, che sono totalmente per parte e colpa nostra, aggiongiamo hora quelle che dalle stesse conditioni della dottrina, e modi di essa, provengono, e par che nel picciol numero de’ dotti ne scusino alquanto.

 

Che habbia in sé l’acquisto delle scienze, parimente con tutte l’altre grandi e lodevoli imprese, difficultà grandissima, è pur troppo noto et evidente. Difficultà per la fatiga, per il tempo e per l’assiduità, che esquisitamente vi si ricercano, e vogliono l’huomo tutto; di più per la qualità e bisogni della vita nostra, che molte volte si contrapongono. È certo che nove guide sono necessarie alli studiosi, secondo Ficino: tre celesti, Mercurio, Febo et Venere; tre dell’animo nostro, voluntà stabile et ardente, acutezza d’ingegno, memoria tenace; tre in terra, prudente padre di famiglia, buon maestro, buon medico; a molti tutte, a molti per la maggior parte si vedono mancare; né possiamo ad arbitrio nostro venir d'altra provisti che della volontà stessa, nella quale per nostro difetto, come di sopra, sogliamo errare.




Ricerca lo studio stesso i maestri che con la voce viva ci insegnino, ricerca i libri che più pienamente tutte le materie discuoprano e ci communichino l’altrui contemplationi e fatighe; quelli con più maniere, parole e segni all’intendimento nostro le cose accomodino, questi ci facciano sentire la dottrina stessa delli assenti e maggiori e ci mantengano a tutte l’hore nel mezzo della conversatione de’ litterati più eminenti: né questo basta, poiché, per far qualche cosa da noi, è necessario ben leggere questo grande, veridico et universal libro del mondo.

 

È necessario dunque visitar le parti di esso et essercitarsi nello osservare et esperimentare per fondar in questi due buoni mezzi un’acuta e profonda contemplatione, rappresentandoci il primo le cose come sono e da sé si variano, l’altro come possiamo noi stessi alterarle e variarle; quante parti perciò bisogni vedere e quante difficultà habbiano le peregrinationi e gli accessi in certi luoghi e tempi, ciascuno lo consideri, né si sgomenti della morte di Plinio.

 

Se li progressi poi dello studio saranno maggiori, e massime se fruttaranno a beneficio d’altri, come ogni buon filosofo deve procurare, sarà necessario l’aiuto de’ compagni et amanuensi, de scrittori e de stampe et simili. Il tempo poi che queste cose richiedono è lungo e continuato, e per esser all’incontro l’età nostra breve, bisogna cominciar presto e non finir mai; né ciò faremo nelli primi anni, rifuggendolo l’imperfettione puerile, se non siamo da buon padre di famiglia e spinti e provisti, e qui vediamo che lo studio secondariamente molte altre cose ricerca.


(PROSEGUE....)








domenica 5 febbraio 2023

(il Racconto della Domenica, ovvero:) DELLE SCOPERTE FATTE SULLA LUNA

  










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& un programma 


radiofonico....







Erano le nove ore e mezzo incirca della notte del 10 gennaio del 1835, e la Luna posava nel quarto giorno di sua minor librazione, quando l’Astronomo ordinò il suo instrumento in guisa ad osservare dalla parte d’Est la Luna. L’immensa potenza del suo telescopio fu posta in opra tutta intera, mentre il microscopio non venne usato, che per la metà di sua forza.

 

Аll’alzar della cortina del microscopio il campo della vista apparve coperto per tutta la sua estesa dall’immagine vivissima, e distintissima d’una roccia di basalto, il cui colore era di bruno verdiccio, e la di cui dimensione, giusta lo spazio occupato sull’obbiettivo, rispondeva esattamente a 18 pollici. La massa osservata non avea frattura, ma dopo alcuni secondi si apparò una stiva inclinata, composta di cinque o sei colonne di forma ottagonale, e simili nell’aspetto a quelle delle rocce basaltiche di Astaffa. Quella stiva inclinata era coperta abbondevolmente da un fior rosso carico, precisamente simile, dice il dottor Grant, al papaver rhoeas, od al papavero rosso de’ nostri campi da grano sublunari. Quel papavero fu la prima produzione organica арparsa ad uman sguardo, in un mondo straniero.




La celerità d’ascensione della Luna, o per meglio dire della roteazione della terra, siccome pressoché uguale a 500 metri per secondo, avrebbe al certo vietata l’osservazione di siffatti oggetti, se una tale difficoltà non fosse stata prevenuta col mezzo dell’ammirabile meccanismo, che dirige costantemente, sotto la direzione del quarto del cerchio, l’altezza obbligata della lente; epperò l’operazione riusciva così esatta che gli osservatori poterono rilevare sul campo di vista l’oggetto quanto tempo loro piacesse; non vi posero mente in quell’istante; che quella prova di vegetazione lunare aveva eccitata la loro curiosità, troppo perché non vi si soffermassero.




Era certo che la Luna possedeva una atmosfera simile alla nostra, atta a mantenere la vita organica, e probabilmente la vita animale. La roccia basaltica proseguiva a passare sul campo di vista, e copriva ancora tre corde consecutive del cerchio, allorché apparve un pendio verdeggiante di mirabile bellezza. Egli occupava due corde di più della roccia basaltica. Quel pendio era preceduto da un’altra massa, che aveva a un dipresso la medesima altezza della prima. 

 

Qual non fu la nostra sorpresa allo scorgere sulle sue falde una selva lunare!

 

Gli alberi, così il dottor Grant, durante lo spazio di dieci minuti apparvero sempre d’una stessa sorta, ma ella non somigliava ad alcuna di quelle da me vedute, se non vuolsene eccettuare pertanto la più grande specie di cipressi dei cimiteri d’Inghilterra. Questa pare somigliarle per alcuni lati.




Veniva dietro una terra coperta d’erba minuta e folta, che misurata da un cerchio dipinto nel nostro specchio equivaleva a quarantanove piedi; ora quarantanove piedi corrispondono a mezza lega di larghezza. Quindi apparve un’altra selva pur vasta, i di cui alberi, senza alcun dubbio, parevano abeti sì stupendi quanto quelli da me maggiormente ammirati sui monti del nostro paese.




Una spiaggia d’arena di risplendente bianchezza s’apparò allora a’ nostri sguardi. Era dessa attorniata da una cintura di rocce selvagge, somiglianti a vasti castelli di marmo verde, e disgiunti da profonde brecce praticate a due o trecento piedi dentro ceppi grotteschi di creta, o di gesso; il tutto era coronato dalle chiome tremolanti d’alberi ignoti, i di cui rami parevano piume, o festoni, allorché ondeggiavano lungo quelle pareti risplendenti.

 

A tal vista rimanemmo sorpresi dalla meraviglia.

 

Dovunque noi scorgevamo dell’acqua, essa ne appariva azzurra come quella del profondo oceano, e si rompeva in enormi fiotti argentei sulla spiaggia.




L’azione degli altissimi flutti chiara appariva sul lido per una distesa maggiore di cento miglia (35 leghe). Quantunque svariato fosse il quadro per quelle cento miglia, ed anche a maggior lontananza, ciò nulla meno non iscorgemmo traccia veruna d’esistenza animale; tuttavolta poteva il guardo nostro abbracciare a suo grado tutta quella distesa di terreno.

 

Parecchie di quelle valli sono chiuse da maestosi colli di forma conica sì perfetta, che sarebbesi tentato stimarli opera dell’arte più squisita, anziché della natura. Essi attraversarono il canovaccio senza che pur avessimo il tempo di seguirli nella loro fuga, ma immantinenti dopo s’affacciò ai nostri sguardi una serie di quadri siffattamente nuovi, che fu forza, il dottor Herschel ordinasse di rallentare il moto, perché potessero meglio essere considerati. Era una catena non interrotta di vaghi obelischi, о sottilissime piramidi aggroppate irregolarmente: ciascun gruppo si componeva di trenta о quaranta guglie, e quelle guglie erano perfettamente quadrate, ed incorniciate sì bene, quanto i più bei modelli di cornici di cristallo.




Tutta quella massa era colorata d’un lillà pallido splendidissimo. Credetti allora per certo esserci imbattuti in produzioni d’arte, ma il dottor Herschel osservò sagacemente, che se i lunari potevano edificare simili monumenti nello spazio di 10 o 15 leghe, se ne avrebber dovuto rinvenir altri prima di ora di carattere meno dubbio.




 Egli decise esser quelle probabilmente formazioni di quartz di color amatista vinoso; e dopo siffatta indicazione, ed altre ancora, ch’egli аvеа ottenute sulla potente azione delle leggi di cristallizzazione in quel pianeta, ci promise un campo dovizioso di studi mineralogici. L’introduzione d’una lente confermò appieno la sua congiettura. Erano difatti mostruose amatiste di color rosso-pallido, sfavillante in modo sì intenso da pareggiar i raggi del Sole.

 

Esse variavano d’altezza di 60 a 90 piedi per la più gran parte, quantunque ci a venisse di mirarne altre molte di altezza assai più incredibile. Noi le osservammo in una sequela di valli, disgiunte da linee longitudinali di colline rotonde, elevate, e leggiadramente ondeggianti; ma ci sorprese soprattutto l’invariabile sterilità delle valli, che contenevano que’ maravigliosi cristalli, e le pietre di tinta ferruginosa, forse piriti di ferro, che ne сoprivanо il suolo.




L’estremità settentrionale in tutta la sua larghezza di cento leghe almeno avendo attraversato il nostro piano, noi giungemmo ad una regione alpestre e selvaggia, ricoperta d’alberi più grandi, e di foreste più estese di quelle che avevan prima veduto. La specie di quegli alberi non può venir descritta per aggiustata analogia; parevano però simili alle querce delle nostre foreste. La chioma ne era di gran lunga più bella, conciossiachè constasse di larghe foglie, splendide come quelle dell’alloro. Trecce di fiori gialli sospesi ai rami, e quasi cadenti al suolo ondeggiavansi con leggiadria ne’ luoghi sforniti di piante.




Poiché trascorsero quelle montagne, noi vedemmo tal regione, che ne riempì di stupore. Era una valle ovale, cinta da ogni lato, fuorché ad una piccola fessura verso il Sud, da colline rosse, come il più puro vermiglio, ed evidentemente cristallizzate; imperoché dovunque era veduta una spaccatura (e queste spaccature erano spesse, e d’immensa profondità) le sezioni perpendicolari offrivano delle masse agglomerate di cristalli poligoni eguali gli uni agli altri, e distribuite in istrati profondi.

 

Il colore diveniva vieppiù oscuro all’avvicinarsi dell’imo de’ precipizi, innumerevoli cascate sgorgavano dal seno di quelle rocce scoscese; talune scaturivano fin dalle loro sommità, e con forza tale, che formavano degli archi di varie braccia di diametro. Non m’avverrà forse mai di rinvenire una sì viva rimembranza della bella comparazione di Lord Byron (la coda del cavallo bianco). Alle falde di quelle colline stava una zona di bosco circondante l’intera valle; ella contava a un dipresso sei o sette leghe nella maggior sua larghezza, e dieci di lunghezza; una collezione d’alberi di qualsiasi specie, che umana mente immaginar possa, era sparsa su quell’amena superficie.




In questo mentre il telescopio soddisfece alla palpitante nostra speranza, offrendoci argomenti certi d’esistenza.... Al rezzo delle piante, dal lato sud est, scorgemmo numerosi armenti di quadrupedi bruni, che mostravano tutta l’apparenza del bisonte, ma più piccoli d’ogni altra specie del genere bos della nostra storia naturale; la coda di quegli animali somigliava a quella del nostro bos grunniens, ma sia pel suo corpo semicircolare, sia per la gobba, che sovracaricava le spalle di lui, sia per la lunghezza della giogaja, e del pelo arricciato, pareva assai meglio alla specie, cui dapprima il paragonai; tuttavia era segnato da un tratto oltremodo caratteristico, e che riconoscemmo dappoi appartenere a pressoché tutti i quadrupedi lunari; consisteva questo in una bizzarra visiera di carne situata al di sopra degli occhi, la quale attraversava la fronte in tutta la sua larghezza, e confinava colle orecchie.




Ebbimo a scorgere distintissimamente, che una massa di crini svolazzava sul davanti, a guisa d’una vela, che avesse nella sua parte superiore la forma del cappello sì ben noto alle signore sotto il nome di cappello alla Maria Stuart. L’animale alzava, ed abbassava quella vela per mezzo delle orecchie. Il dottore Herschel opinò con aggiustatezza esser quello un benefizio della Provvidenza per proteggere gli occhi dell’animale dalla troppa gran luce, e dalle troppo lunghe tenebre, cui vanno periodicamente esposti tutti gli abitatori dal nostro lato della luna.

 

Il secondo animale, che scorgemmo sarebbe classificato nella storia naturale fra i mostri. Era di color azzurognolo, e della grossezza di una capra, di cui aveva il capo e la barba; nel mezzo della fronte sovrastava un sol corno lievemente inclinato al disopra della linea orizzontale. La femmina non aveva né corno, nè barba, ma la sua forma era alquanto più lunga.

 

Camminavano a stormi, ed abbondavano specialmente sulle chine della selva sfornite d’alberi.




Per l’eleganza, e la simmetria delle forme quell’animale stava al paro della gazzella, e pareva come questa agile, e festevole; si vedevano correre con velocità straordinaria, e saltellare sull’erbuccia follemente come un agnelletto, od un gattuccio. Quella vezzosa creatura ci fornì il più incantevole spettacolo. La mimica de’ suoi movimenti sul nostro canovaccio bianco inverniciato era fedele, ed animata al paro di quella d’un animale, che si veda a due passi da noi sul timpano d’una camera oscura. Soventi quando tentavamo di sovrapporre le nostre dita sulla loro barba svanivano ad un tratto come per ischivare la nostra terrestre impertinenza, ma sittosto comparivano altri animali, cui era impossibile il vietare di roder l’erba per quanto dicessimo, o facessimo.




Esaminando il centro di quella deliziosa valle avvisammo un fiume spartito in parecchi rami, che racchiudevano delle isole incantevoli dove vivevano uccelli acquatici d’innumerevoli sorte. Quella somigliante al pellicano grigio era la più numerosa. Avevano costoro il disopra del capo bianco e nero, le gambe, ed il becco lunghi oltre ogni dire. Esaminammo lunga pezza i loro movimenti, mentre si affaccendavano a cogliere i pesci, speranzosi di scoprire un pesce lunare; ma quantunque la sorte non ci abbia favoriti a tale riguardo, potemmo tuttavia di leggieri indovinare la ragione, per cui immergevano il loro collo sì profondamente al disotto dell’acqua.


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mercoledì 1 febbraio 2023

HERNANDEZ ALLA PROVA DEL "9" (5)

 


















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Alla prova del ‘9’ e delineandone la vicenda e non solo storica di Hernandez (il naturalista), come leggeremo e di cui ne interpretiamo gli aspetti evolutivi circa la sua ed altrui ‘interconnessa’ biografia, specchio di medesi aspetti da lui approfonditi nella emerita ricerca circa il proprio e altrui Ecosistema (circa la sovranità non contraccambiata di Madre Natura), ma non altrettanto e - paradossalmente - approfondito e correttamente interpretato, fra l’oggetto e il soggetto osservato (e l’interferenza) alla Luce della dovuta Conoscenza. 

 

La quale per sua elevata nobile Natura - seppur ostacolata - l’attraversa,  ci accorgiamo come medesimi motivi della disfatta dinnanzi alla non approfondita analisi storica da parte dell’Hagen, periscano nell’oscuro ripiano di medesima Storia (ben conservata), sancita oltre che dalla mancata sofferta pubblicazione, per eccessivo oneroso dispendio di costi in materia, anche e innanzitutto, per causa (non altrettanto esplicitata per interesse di ugual ‘materia’ che l’attraversa e non più ostacolata) d’una vera e propria seppur celata messa all’indice motivo che andremo ad analizzare, andando così a finalizzare la matematica prova del ‘9’ circa l’umana natura.




Ovvero, ancor oggi, la Storia, sotto certi aspetti (fors’anche ed ancor meglio: per ogni suo aspetto) la medesima, riguardo alla sofferta sofferente Natura comprensiva degli Indios in offerta, convalidare l’immobilità del Tempo…

 

[del quale l’immobile distinto humano rivela l’altrettanta cecità con il dono della vista, d’un ugual identico dotto stupore, oltre la piuma o l’antico pittogramma, anche di ciò che seppur non ‘fermo’ (a differenza d’una pianta che non sia una sempre più ampia geografia), ma bensì in costante ‘moto’ o perenne ‘viaggio’, muta colore e ne sbiadisce il miope affumicato infermo oculo: hora raffreddato e infreddolito, hora accaldato e sudato, posto nell’altrettanta immobile differenza di Stato, fra colui che infermo oppure in costante moto evolutivo, circa le Ragioni del differente progresso sancito in medesimo Tempo o contrattempo, e non solo confrontate come rilevate con l’indiano; e di cui affermiamo prendendone ‘atto’, correre inferme con sempre maggior profitto, prossime al moribondo negato destino… 




Da qui le più sane Dottrine, odierne e passate uguali per il costante avvenire d’una prematura fine, fra ciò che immobile, come un prezioso raffinato sopramobile e controsoffitto ben dipinto come dalla Natura ispirato spirata dopo l’ultima posa o messa in scena; e cosa muove il reciproco intendimento colto dalla violentata vilipesa Maestà e Bellezza, stuprata per ogni immobile Storia non ancora detta, conferire il calendario d’un più reale Giudizio in merito circa l’attraversato medesimo Tempo… Posto ad ugual oblio e Indice di cui la più nota prova del ‘9’ conferire la Verità per sempre, non solo mortificata, bensì negata per ogni grado di mutato immobile cambiamento, da cui alternate correnti (navigate come sorvolate con grandioso intelletto ad uso esclusivo umano) sancirne il divieto assoluto di classificarne ogni specie ancor in vita conferirne la linfa, di cui l’huomo contraccambierà con il puro e più prezioso umano veleno sancito dal divieto assolutistico di narrarlo… ],




 …così come delineata (in un  precedente post) riguardo alla ‘summa’ evolutiva, la quale non concorda ed evolve simmetrica alla Storia.

 

Ossia, i due rami della presunta crescita evolutiva da cui la ‘summa’ dell’Intelletto (o ‘intellettiva’ di cui Cima e Foglia come ogni bestia al suo riparo, esclusa per ovvi meriti della più proficua dottrina) ‘humano’ (o disumano) differiscono e si dividono.

 

Ovvero il più noto Uno pregato a cui ognuno, Nessuno escluso, subordinato alle successive delegate (come indiscusse e dicono, infallibili: non qui la sede per disquisire sul dono dell’infallibilità…giacché hora perfezionata dalla nuova gnostica e più vigile parabola...) ramificate rappresentanze del potere terreno (dato dalla ‘summa’ del divino con il sovrano).

 

Successivamente e paradossalmente, ‘opposto e contrario’ alla propria scoperta o catalogazione donde deriva ‘cura’ (quindi ogni benefico beneficio) e non solo dell’Intelletto detto, dedotto ed evoluto dall’Universale catalogata spirale e Ragione apportata all’altrui ‘volontà’ e ‘atto’ di ugual (o differente) ‘finalità’ (sancita dalla vita esposta alla luce di Dio, o materiale con-causa affine alla crescita) data dal beneficio (di cui e per cui la Natura ne sancisce il potere assolutistico).




Di questi casi e non solo nell’odierna come trapassata Amazzonia, ma anche in più vicine o lontane Regioni e non solo europee, ne abbonda l’odierna Storia di cui difetta ugual Ragione posta nell’oblio della pur sempre edificata come celebrata Memoria, conferire la prova del ‘9’ da noi dedotta. Alla prova dei fatti, o cambiando l’ordine ‘pittografico’ per come e non solo la matematica si formalizza e convalida, in merito alla conoscenza circa  alternati personaggi posti - nel più o nel meno - come edificati nello zero assolutistico, ricomposti o esiliati nelle dovute parentesi; l’equazione non muta o difetta la ‘summa’ dell’impropria natura costantemente posta alla verifica della prova (dei fatti o misfatti detti).




Abbiamo riprova, infatti, circa i dati catalogati e raccolti (per l’intero pianeta nel beneficio d’ogni popolo che l’affolla non più consapevole dell’Ecosistema ed ogni reciproco rapporto ed equilibrio per cosa sia l’essere ed abitare la propria come l’altrui Terra) oggi come ieri, per come le osservazioni e non solo scientifiche, vengono negate e poste, o meglio abdicate, al giudizio universale d’un diverso mito (e non solo economico); quindi giudizio - e non solo storico - di cui la ‘materia’ fagocita la vera e più sana storia evolutiva; quindi un falso mito al servizio d’una impropria e non più simmetrica crescita, non più nel beneficio della universale spirale quale altrettanto simmetrica conoscenza, ma nell’oblio dell’oscuro destino d’un perenne dominio scritto nella finalità demoniaca!




Da cui tutti i motivi del corpo nella dovuta istintiva presa di Coscienza, posseduto dal ‘perenne male’ nel calvario della vita tende a correggerne l’impropria crescita. ‘Male’ inteso non solo in senso fisico-psicologico, bensì ‘male’ proprio dell’umana natura, di cui ed altrettanto paradossalmente, l’Indios come l’Eretico (per ogni libro posto all’indice), assommati nella prematura morte mentre aspirano a tutte le rimosse Ragioni in Vita, sancita dall’ambita ed ugual mèta evolutiva, in merito ad ugual negato e più sano progresso posto all’indice della misurata civiltà…

 

La quale ieri come oggi difetta nel premeditato calcolo sancito dalla valore conferito dalla presunta ricchezza, e non certo dalla ‘summa’ del bene e del sapere di cui la Natura ispira protegge ed evolve così come ne cura ogni morbo terreno.

 

Codesta ‘equazione’, o meglio ‘enunciato’ ampiamente esposto, conferma, nella vicenda dell’Hernandez e il prezioso suo Tomo, il difetto di cui l’humano semenza ed essenza del male, peggio di qualsiasi morbo di cui ogni erbario tende a curarne il progressivo peggioramento storico; e del quale, seppure gli impareggiabili sforzi, neppure la filosofia assommata alla scienza - come la teologia - sono riusciti a risolverne la ‘questio’ per ogni secolare disputa.




E seppure agli occhi distratti  di dotti sapienti e ricchi villani -  la storica vicenda di Hernandez può apparire qual preziosa e più ‘invidiata’ Opera rilegata e fornita da buon pretesto per successive affermazioni in merito alla ricavata Conoscenza posta all’Indice evolutivo, per ogni Ramo dello stesso ove la mela mostra l’intera sua bellezza e la serpe la dipinge a dovere; l’ugual Giardino difetta nell’immobile Tempo posto alle strane condizioni di un medesimo Dio ricavato dall’altrui frutto altrettanto proibito, seppur consumato con estremo ingordo appetito; ed in cui la ciclicità ci fornisce conferma, e non più destino (come l’Hagen trascura di rilevare...), della parabola sancita nell’Indice come nel libero arbitrio, di cui ogni Impero preferisce porre, in medesima vigilata Biblioteca prossima ad ugual oblio e comune destino, di chi ha preferito - ed ancor preferisce - un diverso diritto scritto nella perseguitata, ed in ultimo, rimossa Verità, dei comuni medesimi valori di uguaglianza in cui la Natura ne stabilisce la simmetrica evoluzione da cui l’‘humano’ deriva, o almeno dovrebbe.

 

Almeno che non sia partorito da una macchina in difetto di Natura e sano Intelletto!




In Verità e per il vero, la ‘summa’ della conoscenza dedotta dal Giardino divenuto Foresta, da cui ogni preziosa specie catalogata conferita dall’altrettanto ‘summa’ evolutiva di milioni di anni, approdata all’unicità (beneficio per l’intero pianeta) di un intero Ecosistema (naturale e sociale), estinta e regredita in medesimo rogo di cui l’intricata vicenda economica data da una errata interpretazione della simmetrica Storia ne sancisce una differente età evolutiva.

 

Ossia l’Indios qual frutto di in reciproco rapporto (così come ogni Ecosistema fonda la sua caratteristica evolutiva in merito alla vita) con la sua amata divinizzata Natura e il Sacro Quetzal, periranno (e non solo di malsana virulenta malattia) di morte prematura, per divenire schiavi o trofei da circo di una differente età evolutiva scritta e sancita nell’assoluta differenza, regredita seppur conservata nonché enumerata, come eccelsa dotta ambita civiltà.




In eccesso & difetto, d’una malsana Compagnia che nei secoli, inarrestabile, maturerà l’opera d’ogni eletto o votato ‘sovrano’ posto al ramo evolutivo della presunta civiltà, qual araldo della stirpe nel conio della falsa moneta, per condurre all’estinzione come al rogo di ogni viva natura la ‘mela proibita’.

 

Dacché ne deduciamo e prendiamo ‘atto’, circa ogni ruolo attribuibile allo ‘scrivano’, dato che Cortes iniziò in tal modo l’eccelsa sua ed altrui professione coniata nella volontà della ricchezza, confermare i ‘pittografici’ meriti d’una più evoluta - seppur incivile - estinta opera senza scrittura, d’un popolo assommato alla Natura, e non il solo, perito negli esclusivi meriti evolutivi della civiltà  dell’Intelletto conferita tanto dal Verbo come dalla dotta parola, per ogni strumento litico in attesa di torchio & stampa per ogni più solida pianta geografica ben coniata, che non sia compromessa dalla maggiore ricchezza d’ogni frutto proibito alla corte di Lucifero!




E per quanto si affannano ad esiliare questa ed ogni Opera, con lo stesso mezzo conferito dal prezioso torchio e strumento (con il duplice intento evolutivo fine della conoscenza o tortura e tormento della stessa) in cui la stessa civiltà assume il proprio compiaciuto merito ogni volta che si specchia su ugual drammatico e tragico palcoscenico, escludendo o assolvendo, la propria esclusiva responsabilità per ogni difetto (e non solo di fabbricazione) sancito nel regressivo corrotto degenerato stato evolutivo assommato all’‘intellettivo’, circa la corretta interpretazione dell’Intelletto qual sana funzione storica posta al servigio della conoscenza, così come al servizio della civiltà, di cui l’uomo bramando ricchezza ne smarrisce il codice genetico:

 

la cosiddetta prova del ‘9’ ne conferirà l’assoluta certezza dell’immobilità di medesima Storia!

 

Cotal enunciato (alla prova detta) scritto senza offesa alcuna rivolta all’artificioso artifizio di cui ogni uomo aprendone la natura nega il proprio ed altrui stato evolutivo, oltre al clima dell’intero pianeta.




Affermano infatti, un po’ avviliti seppur soddisfatti e compiaciuti (da Bergamo fino a Brescia infatti, non possiamo negare i natali dell’imperatore e del fido suo inquisitore), circa il ‘pil’ sopraggiunto in pieno stato d’incoscienza (giacché l’evaso cerca sempre il proprio stato) circa il grado ottenuto al rogo della nuova scienza ecologica: mutato & cambiato, seppur lo strumento cambierà (definitivamente!) ogni Stato dal Fiume alla Cima (comprensiva e al saldo della Foresta seppur immobile e moribonda ad un polmone d’acciaio), sino alla più elevata nordica cabina con vista, in nome e per conto d’un più elevato Sapere posto in discesa libera, hora e per sempre conquistato al saldo assolutistico d’ugual materia intellettiva, al conio & torchio di medesima moneta.

 

Infatti con ugual merito di storico giudizio (conferito da ogni ‘quotidiano scrivano’ al servigio & soldo dello sterco dell’innominata Compagnia), pongono l’intero sapere all’oblio della conservata prematura morte di cui possiamo goderne il merito della vista iper-connessa.

 

Mentre la Foresta della Compagnia brucia.

 

La prova del ‘9’ conferma la nostra seppur più limitata scienza… 

 

(Giuliano)


[Prosegue con il Capitolo completo]