IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 8 settembre 2023

8 SETTEMBRE (7)

 









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Vibrazione dell'Universo [6/1] 


Prosegue per una 


successiva rinascita (8)







Il giorno 8 arriva da Kham a Gartok un famosissimo Lama che è diretto a Gargunsa per ritirarsi in meditazione in uno dei suoi zamcan.

 

Il garpon approfitta della sua venuta per ospitarlo con grande onore e fargli compiere cerimonie speciali che li tengono insieme occupati per quasi tutte le ore del giorno e della notte. Il suono roco del kunlin, il tintinnare del campanello, il frastuono lugubre del tamburello magico rompono il silenzio di questa solitudine infinita.

 

Il Lama è un celebre asceta della setta dei rDsogs c’en, “i perfetti” che hanno conservato notevoli sopravvivenze bonpo e riconoscono come loro sommi maestri Padmasambhava e kLon c’en.




È il discepolo preferito del famoso Palden Devaghiazò morto or è qualche anno in Purang, da tutti venerato come dutòp, e compagno dell’altro celebre Lama Namcà Gimè dorgè che incontrai a Lippa nel mio viaggio del 1931.

 

Siamo riusciti a stringere amicizia con il Lama di Kham. Si chiama Nagcenghelòn: la gente dice che abbia conseguito perfezioni rare e poteri miracolosi. Accocolati per terra parliamo della mistica buddhistica, su questo pianoro sconfinato, che all’estremo orizzonte, verso il Ladakh, pare si confonda con il cielo.

 

Il mondo in queste solitudini sembra un Sogno lontano come si l’incantesimo di qualche Lama ci abbia trasportato in altre sfere; uno di quei rari momenti in cui il nostro Io pare liberarsi dal legame della realtà contingente.




L’asceta, accortosi che uno di noi può seguirlo in queste sue confessioni e rivelazioni di esperienze, ci conduce per piani inesplorati di mistiche realizzazioni, per quei mondi abissali del nostro Essere in cui si muovono, spesso incomposte e contraddittorie, forze possenti che, sebbene non affiorino sempre alla viva luce della coscienza, costituiscono il fondo della nostra individualità; egli ci spiega sistemi di dominio e di governo che allacciando il mondo fisico a quello psichico, operano – secondo la tradizione indo-tibetana – una palingenesi mistica.

 

E ci mostra come praticamente si possono inviare quegli Ideali di cui uno di noi ha tanto letto nei vecchi manoscritti tibetani, che senza una chiave resterebbero scritture enigmatiche e simboli strani.

 

Ed alla fine vorrebbe darci l’investitura spirituale, purché andassimo con lui, com’è d’uso per ogni buon discepolo, a meditare sotto la sua guida, per dodici anni, in qualche grotta del Tibet. Questa cifra ci riconduce d’un tratto alla realtà delle cose. I tibetani, come gran parte degli orientali, ignorano il tempo, non sanno che cosa sia questo tirannico, fatale trapassare di un’ora in un’altra verso quell’istante che non potremo più contare.




Ma quando l’umanità è divisa in queste due grandi sezioni: l’una che nega e l’altra che afferma, l’una che opra e l’altra che medita, e tutte e due vivono e pongono in atto questa loro visione, quale altro criterio di scelta potremmo avere per seguire l’una piuttosto che l’altra via, se non la voce istintiva e irrazionale di quella psiche collettiva dalla quale fummo foggiati?

 

L’asceta si incammina solo per il suo Eremo tibetano e noi andiamo a riordinare la carovana per riprendere la via del ritorno. 

(G. Tucci) 

 

Sia nel buddhismo sia nel bon le dottrine tantriche sono state custodite dalla reticenza dei loro detentori, poiché per la natura arcana e simbolica possono essere fraintese e vilipese, come avviene con le mistificazioni orientate al profitto della New Age. Dan Martin se ne è occupato con l’indagine sul mitico re dello Zhang zhung.




La reale storicità dello Zhang zhung come luogo e come entità statale, sebbene scarsamente nota, è solida al di là di ogni ragionevole dubbio, ma la sua lingua, l’etimologia del nome, le strutture e pratiche della società in generale rimangono misteriose; possiamo solo accennare qui che, pur appartenendo al medesimo gruppo linguistico tibeto-birmano, mentre il tibetano si avvicina all’antico linguaggio di Burma detto ‘pyu’, la lingua zhang zhung è molto più connessa ai dialetti cosiddetti ‘dharma’ dell’Himalaya occidentale.

 

I confini dello Zhang zhung sarebbero approssimativamente: ad est la valle dello Yar klungs, nucleo originario del regno tibetano, e la Cina; a sud il nordovest indiano; ad ovest il bordo orientale dell’altopiano iranico, il sTag gzig, e l’Oḍḍiyāna (O rgyan, la valle dello Svāt in Pakistan); a nordovest Gilgit (Bru sha); a nord Khotan (Li). Il monte Ti se (Kailāsa) sarebbe il monte g.Yung drung dGu brtsegs, fulcro dello Zhang zhung e centro della regione di ’Ol mo Lung ring da cui proverrebbe nella narrativa tradizionale del bon la leggendaria figura di sTon pa gShen rab Mi bo (d’ora in avanti abbreviato in gShen rab) ritenuto maestro (ston pa) dell’attuale eone cosmico, riformatore e sistematizzatore del bon arcaico.




La collocazione di ’Ol mo Lung ring è molto dibattuta la tradizione bonpo associa l’influenza dello Zhang zhung sui territori delimitati ad ovest e nordovest dalla Persia e dal Karakorum rispettivamente, che costituirebbero lo ’Ol mo Lung ring, al centro dello Zhang zhung, e non parte del sTag gzig/Persia.

 

Nel presente scritto la sezione sulle origini del bon precede l’introduzione dei principi soteriologici del tantra materno, analoghi a quelli della “Totale Perfezione”, per comprendere come le dottrine bonpo si organizzarono e in parte si assimilarono alle buddhiste al fine di garantire l’autorevolezza testuale e di lignaggio alla tradizione autoctona, successiva alla seconda diffusione del buddhismo in Tibet dall’XI secolo. Dopo essere scampati alla Rivoluzione Culturale e alla tendenza modernizzante delle scuole, è possibile attingere agli insegnamenti degli esperti tuttora viventi.

 

La vera cesura nella ricerca sul bon, come nel destino del Tibet, è nel 1959. Nel 1950-51, l’esercito cinese entrò in Tibet; la mediazione del Dalai Lama, che nel settembre 1954 si recò in Cina per incontrare Mao, fallì. Nel 1956 iniziò la confisca di derrate alimentari e armi da fuoco e l’attacco alla religione nel Kham, area cinese adiacente al Tibet orientale, abitata da circa mezzo milione di tibetani.




Tra 1958 e 1962, con la politica del ‘Grande balzo’ e la requisizione dei beni alimentari, il Tibet subì uno stato di penuria mai vissuto prima. La resistenza fu tenace anche nelle quattro vaste province della Cina occidentale in cui è più diffusa la componente tibetana: Gansu, Qinghai, Yunnan e Sichuan. L’insurrezione di Lhasa (10 marzo 1959) fu sgominata dal massacro (marzo-ottobre) di circa novantamila civili nel solo Tibet centrale. Si istituirono i thamzing, ‘sessioni di lotta’ (linciaggi pubblici di denuncia e autodenuncia) cui era obbligo partecipare, rinnegando la propria cultura.

 

Monasteri e templi vennero chiusi e distrutti, le più minute espressioni critiche perseguitate come qualsiasi manifestazione di fede religiosa; i dissidenti vennero deportati nei campi di lavoro forzato che sorsero ovunque sul territorio tibetano.

 

Dal 1966-67 si verificò l’annientamento della Rivoluzione Culturale con sterilizzazioni forzate per le donne, ridicolizzazione, umiliazione e uccisioni. Dei quasi seimila delubri e monasteri solo tredici scamparono alla distruzione delle Guardie Rosse.




Dal 1959 oltre centomila tibetani fuggirono dal Tibet e raggiunsero l’India. I rifugiati vennero insediati in campi profughi, dalla regione himalayana allo stato indiano del Karnataka. Di oltre centomila esiliati circa l’un per cento erano i tibetani professanti il bon: dopo l’esodo si avviarono le prime relazioni dirette tra i bonpo e gli studiosi europei. Da quel momento lo studio sul bon mutò sino all’ampia diffusione attuale grazie al contatto con i testi della tradizione e con i suoi rappresentanti costretti all’esilio e sovente ospiti dell’accademia occidentale.

 

L’approccio buddhista, il più accreditato accademicamente, pone la tibetologia nell’ambito degli studi religiosi e linguistici, in esso il bon è una versione eterodossa del buddhismo tibetano; il modello sciamanico, cui si riconosce di rimarcare l’importanza dello sciamanesimo, è espresso nei lavori del Samuel sull’interazione tra il monachesimo buddhista e lo sciamanesimo dell’Asia centrale; quello nativista la cui visione nel presente scritto è significata dall’avverbio tradizionalmente è rivolto al primo periodo della storia tibetana e al rapporto (tuttora di incerta verificabilità storica) tra i regni dello Zhang zhung e di Yar klungs. La sua lettura del bon quale tradizione indigena evidenzia l’identità tibetana, recuperando le voci regionali sommerse un tempo dall’egemonia buddhista e ora dalle costruzioni della New Age.


Secondo Géza Uray (1921-1991) e Giuseppe Tucci (1894-1984), bon è connesso a gsol (chiedere/offrire/dare a un dio o a un sovrano) e anche ‘un dio o un sovrano riceve/prende/ottieneʼ e sarebbe probabile la relazione con zlo (mormorare/recitare incantesimi/invocare/chiamare) (Tucci 1973, 271; Tucci, Heissig 1973).




Namkhai rammenta che il termine arcaico gyer (salmodiare) fu impiegato come il verbo ’don pa (scandire o ripetere ritmicamente e/o continuamente) e attualmente bon pa e gyer ba significano bzla ba (recitare/ripetere) e ’don pa rispettivamente. Mediante la risonanza vibrativa della recitazione dei mantra, cioè suoni o sillabe che possono condizionare determinate sfere energetiche – intendendo per energia ‘la dimensione vitale, strettamente legata alla respirazione, alla voce e alla funzione dei cinque elementi interni ed esterni che in ogni essere collega il corpo alla mente’ – anticamente i bonpo si ponevano in ascolto e in contatto con le energie invisibili e le forze che regolano la natura allo scopo di controllarle, equilibrarle e consentire l’interazione armoniosa con la sfera d’esistenza umana.




I testi canonici del bon sono catalogati in inventari (dkar chag) e ricadono in due categorie: bka’ ’gyur e brten ’gyur. Il primo è considerato emanazione diretta della parola (bka’) di gShen rab codificata dai suoi discepoli subito dopo la morte del maestro (Martin, Kværne, Nagano 2003).

 

Tradizionalmente la maggior parte del canone non godette di una trasmissione ininterrotta, ma fu celata in tempi nefasti e in tempi propizi ritrovata come ‘tesoroʼ (gter). Loccultamento dei testi sacri per preservare i preziosi tesori spirituali in essi racchiusi accomuna la tradizione bonpo a quella dei rnying ma pa; ma mentre per questi ultimi si ritiene che Padmasabhava (VIII d.C.) e i suoi discepoli avessero celato i testi religiosi perché i seguaci non erano ancora spiritualmente maturi, affinché essi ricomparissero in momenti più propizi alla loro trasmissione, nel caso dei bonpo ciò accadde per le persecuzioni seguite alla diffusione del buddhismo.




La comparsa dei gter ma nella visione tradizionale è associata alla prima e alla seconda diffusione del bon in Tibet. La prima diffusione (snga dar), scaturita dagli insegnamenti di gShen rab nello Zhang zhung (Karmay 1972, 15-71), leggendariamente va dall’epoca del primo re tibetano gNya’ khri bTsan po (non databile, ma forse prima del III secolo a.C., nell’ipotesi attualmente non verificabile storicamente) sino alla persecuzione di Gri gum bTsan po (stesso discorso del mitico predecessore, forse tra III e II secolo a.C.).

 

La seconda diffusione va dal regno del figlio di Gri gum bTsan po, ’Od lde sPu rgyal, restauratore del bon, alla storica persecuzione di Khri srong lDe’u btsan (755-797), sul finire dell’VIII secolo.

 

 La terza propagazione della dottrina (phyi dar) è strettamente connessa alla formazione del canone bonpo e si ritiene inizi nel 913 con la scoperta di alcuni gter ma, presso bSam yas, da parte di tre monaci erranti dal Nepal.

 

La preponderanza dei testi rivelati distingue il canone bon da quello buddhista. Si ignora quando il canone venisse definitivamente assemblato, ma probabilmente non prima della fine del XIV secolo, dal momento che il testo più recente è datato al 1386.




Per Karmay il periodo oscuro del bon (come per la storia tibetana tout court dalla fine della monarchia nell’842 al X-XI secolo) va dalla persecuzione di Khri srong lDe’u btsan alla scoperta dei gter ma di gShen chen Klu dga’ nel 1017; la codificazione dei testi e la costituzione del canone datano a gShen chen Klu dga’. Snellgrove le ascrive al X secolo. 

 

La partizione del canone è tradizionalmente attribuita a gShen rab sul volgere della sua esistenza terrena e annovera gli insegnamenti e i rituali raccolti ne ‘Le Quattro serie più la Quinta detta il Tesoro’ (sgo bzhi mdzod lnga) e nei ‘Nove Veicoli’ (theg pa dgu) del bon: essi sono analoghi nel buddhismo rnying ma pa, essendosi bon e buddhismo pervasi, sebbene neghino il debito contratto l’una con l’altra. Il brten ’gyur contiene opere non ascritte a gShen rab, ma ‘fermamente basateʼ (brten) sulla sua parola (bka’), note come bka’ brten. Non si può stabilire il terminus ad quem per la sua formazione, ma gli ultimi testi inclusi in esso sono i commentari redatti dal grande organizzatore del bon monastico su ricordato Shes rab rGyal mtshan.




Il bon si reputa erede della religione indigena (la religione ‘senza nome’ teorizzata da Stein 1986, 202-3), l’insieme di queste pratiche rientra nella definizione (Stein 1986) di ‘religione senza nome’; per la denominazione – che riguarda anche gli studi antropologici sulle tradizioni himalayane e tibetane non buddhiste – Charles Ramble (1998, 124) ritiene più adeguata la qualificazione di ‘pagana’ per i culti antichi. 

 

Compito dei sacerdoti bon, scacciare e sottomettere i demoni (gsas drag), richiamare la buona fortuna (phya klags) e la mantica (mo btab), come ricorda Lalou (1958), a proposito del PT 1285 ove sono menzionati cento gshen po e cento gshen mo che praticano la divinazione; in questi testi non compare il sacrificio di esseri viventi. Stein critica la traduzione di gShen ‘sciamanoʼ (basata sulla relazione con la lingua dei Keto o Ostiachi, popolo siberiano, suggerita da Hoffmann 1944, 341; 1950, passim) e seguita da Haarh (1969) e da Tucci (1955-56, 199). Bon po e gshen non sono mai presentati come ‘invocatoreʼ e sacrificatoreʼ a Dunhuang e anzi il PT 1194 attesta uno gshen che espone un racconto; il loro ruolo sarebbe analogo. Parallelamente Stein considera assai prossimi i canti, le recite (smrang) e i riti di guarigione e funebri, che presentano i medesimi elementi, l’eliminazione dei demoni attraverso un sacrificio di riscatto (glud), la purificazione dalle contaminazioni e così via.




Il nome di gShen rab è collegato allo Zhang zhung e compare in più occorrenze a Dunhuang (Pha gShen rab(s) kyi myi bo che, anche se non è tra gli gshen nominati più frequentemente), non per il riformatore della tradizione posteriore, ma come un bonpo che comunica tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti uno specialista in rituali di cura e funebri (gshen rab), o un uomo (myi bo) esperto nei riti, proveniente dal clan degli gShen (gshen rabs).

 

Allora il nome della religione antica fu bon o gtsug?

 

Il bon (adattatosi al buddhismo dal X secolo) andrebbe distinto (Tucci 1973) dal substratum della tradizione popolare non buddhista (mi chos, ‘la religione/legge degli uomini’), che ancora impronta la visione religiosa tibeto-himalayana, cioè ‘la tradizione/la religione senza nome’.




Il nucleo originario dell’antica religione bon è formato dalla natura numinosa dei re e dalle loro divinità, specialmente quelle delle montagne (sku bla), e i rituali bon, eseguiti da sacerdoti gshen e bonpo, ne furono parte essenziale). Per Namkhai il bon è l’insieme dei culti e delle tradizioni magiche, rituali e religiose basate molto probabilmente su elementi comuni al patrimonio dello sciamanismo pan-asiatico. Sicuramente alcuni tipi di Bön erano basati su principi e pratiche simili a quelle dello sciamanismo: ciò è provato da numerosi elementi che ancora sopravvivono nei riti Bön e nei riti buddhisti derivati dal Bön. Ad esempio il tema dell’anima (bla) rapita dagli spiriti e riconquistata grazie al potere dello sciamano (del bon po in questo caso) è comune a molte tradizioni sciamaniche non solo asiatiche. 

 

Elementi delle tradizioni sciamaniche eurasiatiche nel bon sono ben evidenziati da Tucci (1946; 1949; 1970; 1973), per cui la soggiogazione all’ambiente nativo spiega l’adorazione tibetana degli spiriti naturali e il ricorso a magia e divinazione. Al riguardo vorrei ricordare un’affermazione di Paolo Daffinà su questi temi: l’esistenza di pratiche sciamaniche avvicina l’antica religione degli Indoeuropei a quella dei popoli dell’Asia centrale e settentrionale, molto più che non a quella dei popoli dell’Oriente anteriore antico. 

(F. Maniscalco)




 





giovedì 7 settembre 2023

UN MANDALA A FORMA DI...

 









Un mandala a forma... 


...di croce






Loughcrew è una catena di colline pittoresche, tre miglia a sud-est di Oldcastle. La cresta della catena è estesa circa due miglia e ci sono tre altezze principali: Slieve-na-Calliaghe, 904 piedi; Patrickstown Hill, 885 piedi; e Carnbawn, 842 piedi: ma il nome del primo è generalmente applicato a tutta la catena. Qui, nel raggio di un colpo di fucile, si vede raggruppata la più straordinaria collezione di monumenti arcaici che si possa trovare nel regno d’Irlanda. 


Questi sono costituiti per la maggior parte da sepolcri megalitici sormontati da tumuli e circondati da cerchi di pietre. Questi sono in numero da 25 a 30 tumuli, alcuni di dimensioni considerevoli, con un diametro da 120 a 180 piedi; altri sono molto più piccoli e alcuni sono quasi cancellati che le loro dimensioni difficilmente possono essere accertate adesso. ‘Riteniamo che non sia eccessivo dire che sulle pietre tra questi tumuli si trova la più grande collezione di simboli preistorici preistorici mai trovata in Irlanda o, forse, in Europa.

 

La superstizione popolare ha a lungo attribuito questi tumuli e altri resti all’opera di una strega di nome Cailleach Bhéartha, che, nel tentare un salto selvaggio quanto impossibile nella vicina cittadina di Patrickstown, fu così sfortunata da cadere e rompersi il collo. Non si sapeva nulla del carattere o del contenuto di questi tumuli fino al 1858.  Nell’autunno di quell’anno il signor Wakeman ne misurò la consistenza e fece progetti di recupero quindi scrisse un articolo sull’argomento, che fu  recensito dalla Società di Architettura dei Monumenti antichi di Oxford, del professor J.H. Parker.




Siamo quindi particolari nel dare nomi e date in relazione al primo notizia pubblica delle antichità di Slieve-na-Calliaghe, poiché la loro ‘scoperta’ fu rivendicata ed è ancora erroneamente attribuita al defunto Eugene Conwell. Egli, tuttavia, rese un grande servizio all’archeologia irlandese, in quanto, con la liberale collaborazione del defunto J. L. W. Naper, proprietario del terreno, gli fu permesso di ripulire la maggior parte delle camere e di indagare su ciò che era stato lasciato da ex cercatori dei loro contenuti.

 

Fu rimossa un’enorme quantità di detriti e furono portate alla luce pietre che erano rimaste sepolte per secoli. Molti di questi ultimi sono scolpiti singolarmente e alcuni presentano disegni precedentemente sconosciuti agli archeologi. Il risultato delle indagini di Conwell fu riportato in documenti letti davanti alla Royal Irish Academy nel 1864 e 1866, accompagnata da una mappa con l’indice del cimitero, nella quale le lettere dell’alfabeto indicano i simboli. Questi, tuttavia, erano di natura sommaria, e il voluminoso rapporto, con i piani e gli schizzi che aveva preparato, sembra non essere mai stato pubblicato. Du Noyer preparò una serie di disegni dei segni incisi su alcune pietre delle camere; questi rimasero inediti fino ad anni recenti, quando una raccolta di settantasei disegni e progetti di sei tumuli cadde nelle mani del defunto dottor W. Frazer fu riprodotta dalla Society of Antiquaries of Scotland.




Sembra aver colpito Fergusson, che almeno in un’occasione accompagnò Conwell sul posto, che i monumenti di Loughcrew rappresentassero il cimitero di Taillten, un tempo famoso ma da ora dimenticato, un luogo che avrebbe dovuto essere rappresentato dalla moderna Teltown, distante circa quindici miglia. Dopo aver soppesato le prove in riferimento alla presunta identificazione, Fergusson scrive:​​

 

‘Se, tuttavia, questo non è Taillten, non sono state trovate tombe vicino a Teltown che potrebbero rispondere alla descrizione che ci rimane di questo celebre cimitero; e finché non verranno ritrovati, questi tumuli di Loughcrew sembrano certamente avere diritto a questa distinzione. Non vedo che la questione sia dubbia’. 

 

Secondo gli Annali dei Quattro Maestri, numerosi furono i re e i nobili qui sepolti. Il primo di cui viene menzionato il nome è Ollamh Fodhla, figlio di Fiacha Finscothach e fondatore dei Feis a Tara. Eochaidh era il suo nome, e ‘era chiamato Ollamh (Fodhla), perché era stato prima un dotto Ollamh, e poi re di Fodhla, cioè d’Irlanda’. I ‘Quattro Maestri’ ne fissano la sua morte nel 1277 a.c. Le autorità più antiche e attendibili affermano che Taillten cessò di essere utilizzato come cimitero alla morte di Conchobhor, un re ultoniano, che fiorì a Erin all’inizio dell’èra cristiana e che, secondo gli Annali di Tighernach , morì nel 33 d.c.




La costruzione di questi tumuli a camera, così peculiari ai nostri occhi, ha origine nell’antichità primitiva; tumuli, i cui resti si trovano ancora tra i Lapponi che abitavano l’estremo nord della Scandinavia. Qui, come sottolinea Arthur Evans, ‘ci sono le pietre ad anello effettivamente utilizzate per sostenere il tumulo coperto di erba dell’abitazione, e c’è la bassa galleria d’ingresso che conduce alla camera interna, che, in effetti, è la rappresentante vivente, e allo stesso tempo il remoto progenitore, della galleria del tumulo a camera’.

 

 Il professor Adler fa risalire le tombe ad alveare di Micene alla Frigia. Qui, secondo Vitruvio, gli abitanti delle valli scavarono una fossa circolare, innalzarono una camera a forma di cono con pali, la ricoprirono di erbacce e rami; sopra al tutto ammucchiarono un voluminoso strato di terra e tagliarono un passaggio nella camera dall’esterno. Di questo ‘lavoro’ il dottor Schuchhardt dice:

 

‘L’analogia è certamente significativa. Gli uomini di tutte le epoche hanno modellato le dimore dei morti secondo quelle dei vivi; ma i morti sono ‘conservatori’, e molto tempo dopo che una nuova generazione ha cercato una nuova dimora e un nuovo modello per le loro case, le abitazioni dei morti sono ancora costruite in modo ancestrale’.

 

La distribuzione della spirale, che è una caratteristica così notevole a Newgrange, ha ricevuto negli ultimi anni molta attenzione da parte degli archeologi europei. È stata utilizzata in Egitto in un periodo molto antico. Il dottor Flinders Petrie le ha scoperte su scarabei risalenti alla quinta dinastia. Si ritiene ora che la spirale abbia raggiunto l’Europa dall’Egitto verso nord attraverso l’Egeo. Il signor A. J. Evans l’ha trovata a Creta negli scarabei della dodicesima dinastia (2700–2500 a.c.), ma la sua adozione nell’ornamento miceneo da questa prima ondata verso nord è messa in dubbio.




Il dottor Petrie ritiene che gli stadi intermedi così evidenti in Egitto siano assenti in Grecia. Le prove sembrano dimostrare che il loro sviluppo in Grecia fu dovuto a un’ondata di influenza dall’Egitto durante la diciottesima dinastia (1580–1320 ac). Nelle mani dei greci raggiunse lo stesso grado di perfezione di quelle Egiziane, e sono state rinvenute in modo altrrettanto elaborato sugli steli, sugli ornamenti d’oro e sui vasi nelle tombe di Micene, nel fregio di alabastro di Tirinto e nelle lastre del soffitto della tomba di Orcomeno *.

 

[ *…Le immense orde di Vandali, Svevi e Alani, che avevano sfondato le linee romane e attraversato il Reno gelato nel primo decennio del quinto secolo, si erano sparse per tutta la Gallia, saccheggiando e devastando al loro passaggio, fermandosi soltanto dopo aver raggiunto la barriera dei Pirenei. Di lì si riversarono ad oriente e occidente nelle province confinanti; e questa invasione fu seguita da molte altre.

 

All’inizio del secolo la mappa dell’Europa occidentale era già stata irrimediabilmente alterata da ondate successive di barbari germanici. Alla metà del secolo, Salviano scrive che Treviri, la sede del governo militare romano, è già stata devastata quattro volte, che Colonia ‘trabocca di nemici’ che Magonza è ridotta ad un cumulo di macerie. Non solo non esistono più le province romane, ma è scomparsa la totalità della raffinata struttura organizzativa della politica romana e delle comunicazioni. Ne occupano ora il posto i robusti piccoli principati del Medioevo, gotici analfabeti che regnano su gotici analfabeti, pagano o in certi casi ariani, ossia professanti una forma degradata e semplicistica di cristianesimo, nella quale Gesù rivestiva un ruolo simile a quello di Maometto nell’Islam.




Gli irlandesi dopo Patrick conobbero l’afflusso di anacoreti e monaci in fuga dalle orde barbariche, e da questi indubbiamente appresero talune sottigliezze concernenti la vita eremitica e conventuale.

 

‘Tutti gli uomini colti al di qua del mare’, afferma la nota contenuta in un manoscritto di Leida risalente a quell’epoca, ‘fuggirono oltremare in luoghi quali l’Irlanda, determinando un importante accrescimento del sapere’ – e, indubbiamente uno spettacolare aumento del numero dei libri – ‘tra gli abitanti di quelle regioni’. Ma un buon numero di questa gente era costituito da asceti macilenti provenienti da remote contrade romane come l’Armenia, la Siria e il deserto egiziano.

 

Il monastero di Bangor nell’Ulster, per esempio, proclamava nella sua litania di essere ‘ex Aegypto transducta’ (‘cioè trasferito dall’Egitto’); e la consuetudine di ornare di puntini rossi le iniziali dei manoscritti, una convenzione presto divenuta un segno distintivo dei manoscritti irlandesi, venne adocchiata per la prima volta dagli Irlandesi nei libri che i fuggitivi Copti portarono con sé.]

 



Il signor Evans ci dice:

 

‘Sulla scia del commercio antico gli stessi motivi spiraliformi si sarebbero diffusi ancora più lontano fino al bacino del Danubio, e di là a loro volta attraverso la valle dell’Elba fino alla costa dell’Ambra del Mare del Nord, per poi rifornire il Popolazione scandinava dell’età del bronzo con i loro caratteristici disegni decorativi. Adottate dalle tribù celtiche dell’Europa centrale, presero, più tardi, una svolta verso ovest, raggiunsero la Gran Bretagna con gli invasori Belgi, e infine sopravvissero nell’arte irlandese’.

 

Ma c’è molto a sostegno della teoria secondo cui la spirale raggiunse l’Irlanda dalla Scandinavia, e non attraverso la rotta diretta occidentale, poiché la comunicazione tra le razze esisteva fin da tempi molto antichi. Questo punto di vista è sostenuto da George Coffey, che discute il tema dell’ornamento preistorico in Irlanda in una serie di articoli ha contribuito al Journal of the Royal Society of Antiquaries (Irlanda). Accetta anche la teoria, sostenuta anche dal prof. Montelius, secondo cui il cerchio concentrico è una spirale degradata; ed è dell’opinione che, dove si trovano entrambi, la spirale è la forma più antica delle due.

 

La distribuzione della spirale è molto diffusa, e anche la spirale di ritorno è stata utilizzata dai Maori nella decorazione del viso e non solo per un lungo periodo. La spirale è una forma che l’uomo primitivo noterebbe ovunque; ed è del tutto possibile in questioni come questa, come nei miti, nei costumi e negli oggetti comuni alla maggior parte delle razze, insistere in una sola direzione. Ma la diffusione dell’ornamento a spirale in tutta Europa, come risultato dell’influenza micenea, riceve conferma da paralleli simili stabiliti in connessione con altri importanti rami della ricerca archeologica.




 Molti archeologi sono stati finora dell’opinione che le sculture sulle rocce che compongono queste camere sepolcrali siano simboliche; ma non è stata ancora data alcuna spiegazione soddisfacente del loro significato religioso. Alcuni, tuttavia, ritengono che siano semplici ornamenti e che non abbiano in alcun modo un significato criptico. Molte delle pietre, nella posizione in cui sono ora collocate, come abbiamo già sottolineato, devono essere state scolpite in precedenza, e potrebbero probabilmente aver avuto qualche altro scopo in un periodo precedente. Si nota facilmente che lo stesso ornamento esiste medesimo su molti oggetti ai quali non potrebbe appartenere alcun simbolismo allegato; c’è anche un’assenza di ogni idea di metodo nello stile, e una mancanza di unità nella combinazione, che sono contrarie a qualsiasi teoria tranne quella del mero desiderio dell’uomo primitivo di decorare. Sebbene molto sia stato scritto sulla questione, tuttavia, allo stato attuale delle nostre conoscenze, è impossibile arrivare ad una conclusione definitiva sull’argomento. 


 

LA TRAGEDIA PAGANA

 

 

Antichissime gesta d’eroi svolte e rinnovellate con sensibilità moderna; ballate e poemi gaelici voltati in inglese con una ricchezza ed un’agilità di ritmi ammirevoli; pitture e sensazioni di vita rustica; il sospiro idealista dell’anima celtica portato fino ai confini estremi del simbolismo e del neoplatonismo: tali gli aspetti della materia lirica che quei poeti presero a cantare, aspetti che poi tutti si armonizzarono in quanto avevano di più eletto, di più “nazionale” nell’opera di un maestro dello stile, di un artista incomparabile: W. B. Yeats.




 Nessuno, meglio di lui, aveva incarnato gli elementi tipici della razza irlandese. Fare della poesia, come aveva fatto il gruppo di Davis, una enunciazione di opinioni politiche, era un avvilirla. Il patriottismo di un artista dev’essere implicito non esplicito, la letteratura nazionale non nazionalista. Ed egli si era assunto dimostrarlo, mettendo a profitto la sua vasta coltura e il suo sicuro sentimento. Il primo poema ch’egli diede alla luce, è ‘The vanderings of Usheen’, schietta rappresentazione di vita leggendaria.

 

È Usheen, il vecchio eroe del “Ramo Rosso” che narra com’egli si fosse messo in via, cavalcando sul mare, a fianco dell’innamorata sua, la Regina Niam, una bella immortale, e come, dopo lungo cammino in mezzo alle spume, giungessero ad un’isola ed entrassero in un’antichissima selva. E là videro, disteso in una valle, sotto l’ombre e le stelle un mostruoso popolo di dormenti.

 

Ciascuno di questi giganti era più grosso di quattordici uomini messi insieme e aveva il corpo color del latte rappreso e la punta delle orecchie piumata e accanto a sé teneva mazze, scudi, spade, archi da guerra e corni d’argento e d’oro dentro i quali poteva dormir rannicchiato un bimbo di tre anni. Avevan facce bellissime ma piene ancor del tormento delle antiche passioni, e dormivano colà da tempo immemorabile tanto che i gufi avevano fabbricati i nidi dentro i loro capelli, stipando le fibrose penombre con lunghe generazioni di occhi.




 Ma un d’essi una bianca creatura i cui ginocchi poggiavano fino alla molle fiamma stellare stringeva nelle sue mani un ramo fiorito di campanule. Quel popolo di colossi, dopo le guerre del mondo, s’era ridotto colà ad alimentare con quei pallidi fiori il suo sonno immortale. Usheen, allora, mette mano al corno, vi intuona dentro una lunga nota, poi grida:

 

‘Esci fuori dal tuo sonno o Re dall’unghie d’oro, e narrami di tua schiatta prosperosa e de’ tuoi grandi travagli! Degno son ben io d’ascoltarti, io, Usheen che vengo dalla terra de’ Fenia’.

 

Ma il Re, per tutta risposta, agitò tra mano quel ramo di fiori sì che ne gocciolò giù un suono più languido di un fiocco di neve d’aprile. Ed Usheen, stordito e vinto dalla suprema dolcezza di quella musica, si sente invadere sino alla midolla della malinconia de’ secoli passati e scorda gli antichi affanni e piomba in un profondo sopore. E colà si giace, per trecent’anni, accanto alla sua innamorata, che gli tiene la testa posata sul petto.

 

Dimenticò come dal frassino si tragga l’impugnatura della spada, come il martello rimbalzi sull’incudine quando si tempra la punta incandescente della lancia e come s’illuminavano i buoi occhi azzurri ai suoi campi natali. E rivede in sogno la sua antichissima gente, i Re, i Naviganti, i Demoni, i Fènia, suoi commilitoni, vestiti di rosso, in un lungo corteo. Quindi si sveglia e vuol abbandonare il Paese  degl’Immortali, le loro penombre ebbre di sonno e di dimenticanza. L’addio del vecchio eroe all’innamorata Regina è pieno di una maestà epica che ricorda simili addii nella Saga di Tegner e del Kalevala:




Gridai:

 

‘O Niam! O tu candida! Se per un sol giorno soltanto

 

Potessi’io contemplare la barba di Finn, e andare là dove vecchi e giovani,

 

Nelle dimore viminee dei Fènia, giuocano, chinati sugli scacchieri, ah, grata mi sarebbe perfino la lingua maligna dei Conan.

 

Io sono simile a quella galea, sperduta, laggiù, fra l’isole del Meriggio.

 

Ricorda essa la sua ciurma longireme, ma se ne torna issando per vela un logoro drappo.

 

Non più trascinarmi sul mare co’ remi lunghi, per miglia e miglia.

 

Ma essere là in mezzo allo svolare dell’api, al fiorire de’giunchi e alle bandiere’.

 

Ed essa mormorò:

 

‘O Usheen errante, nullo è il potere del ramo di campanula, viva fluisce nelle tue dita la trepidante tristezza della terra.

 

E tu va, cavalcando attraverso regni e paesi e vedi ciò che gli uomini fanno, poi ritorna alla tua Niam, sulla vetta dei flutti.

 

Ma piangi la tua Niam, o Usheen errante, piangi: poichè solo che i tuoi piedi sorradano, svelti come topi, le sabbie della terra, non verrai più a riposare al mio fianco.

 

O risplendente leone del mondo, O quando tornerai alla tua pace?

 

Da lontano, a cavallo, io la guardava; dalla terra veniva il suo lamento:

 

Voglio sparire come una piccola foglia d’autunno, che petto contro petto non staremo noi più, né i nostri sguardi smarriti le loro desolate dolcezze mescoleranno sulle isole de’ più lontani mari dove solo gli spiriti abitano.

 

Erano i venti men molli del respiro d’un colombo che dorma sopra il suo nido.

 

Non dileguò nel lume delle stelle o nelle fragranze il rullo dell’onda marina?

 

O risplendente leone del mondo,

 

O quando tornerai alla tua pace?

 

[PROSEGUE...]