IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

giovedì 12 dicembre 2013

AMMAZZARE IL TEMPO: la coscienza (28)





































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Se supponiamo che il modo di operare del cervello umano, cosciente o no, sia semplicemente l’esecuzione di un qualche algoritmo molto complicato, dobbiamo chiederci in che modo un algoritmo così straordinariamente efficace abbia avuto origine.
La risposta standard, ovviamente, sarebbe quella della ‘selezione naturale’. Nel caso di creature dal cervello evoluto, quelle con gli algoritmi più efficaci avrebbero avuto migliori probabilità di sopravvivenza e quindi, nel complesso, avrebbero lasciato una progenie più numerosa. Anche i loro discendenti avrebbero avuto la tendenza a presentare algoritmi più efficaci rispetto a quelli dei loro cugini, avendo ereditato gli ingredienti di questi algoritmi più efficaci dai loro genitori; così gli algoritmi migliorarono gradualmente – non necessariamente in modo continuo, giacché la loro evoluzione potrebbe aver proceduto a salti – fino a raggiungere il livello notevole che noi riscontriamo oggi nel cervello umano. 




Immaginiamo un qualsiasi programma ordinario per computer. in che modo potrebbe avere avuto origine? Non certo (direttamente) per selezione naturale! Esso deve avere avuto origine per opera di qualche programmatore umano, che dopo averlo scritto dev’essersi accertato che funzionasse correttamente. A volte un programma per computer potrebbe essere stato ‘scritto’ a sua volta da un altro programma, per esempio un programma per computer più complesso, ma questo programma dev’essere stato prodotto a sua volta dalla genialità e acutezza di un programmatore umano; oppure il programma potrebbe essere stato formato sulla base di vari ingredienti, alcuni dei quali prodotti da altri programmi per computer. In ogni caso, però, la validità e la concezione del programma risalirebbe in ultima analisi ad (almeno) una coscienza umana…




Se si crede che le azioni della coscienza dei programmatori di computer siano esse stesse semplicemente algoritmi, si deve credere, in effetti, che gli algoritmi si siano evoluti proprio in questo modo. Nondimeno, ciò che mi preoccupa in proposito è il fatto che la decisione circa la validità di un algoritmo non è di per sé un processo algoritmo! Si potrebbe tuttavia immaginare un qualche tipo di processo di selezione naturale che fosse efficace per produrre algoritmi ‘approssimativamente’ validi.
Personalmente, io trovo però una nozione del genere assai poco credibile. Qualsiasi processo di selezione di questo genere potrebbe agire solo sull’output degli algoritmi e non direttamente sulle… idee che sono alla base delle azioni degli algoritmi. Questo modo di procedere non sarebbe solo estremamente inefficiente, ma io credo che non funzionerebbe affatto…




 Nelle discussioni del problema mente-corpo ci sono due problemi separati su cui si concentra di solito l’attenzione: ‘In che modo un oggetto materiale (un cervello) può suscitare concretamente la coscienza?' e, inversamente, ‘In che modo una coscienza, attraverso l’azione della sua volontà, può influire realmente sul moto di oggetti materiali?’. Questi sono gli aspetti passivo e attivo del problema corpo-mente. Pare che noi abbiamo, nella ‘mente’ (o, piuttosto nella ‘coscienza’) una ‘cosa’ immateriale che, da un lato, è suscitata dal mondo materiale e, dall’altro, può influire su di esso.
Io preferirò però, nelle mie discussioni preliminari considerare un problema un po’ diverso e forse più scientifico – che è pertinente sia al problema attivo sia a quello passivo – nella speranza che i nostri tentativi di trovare una soluzione possano farci fare un po’ di strada verso una comprensione migliorata di questi antichi enigmi fondamentali della Filosofia. La mia domanda è: ‘Quale ‘vantaggio selettivo’ conferisce una coscienza a coloro che la posseggono?’.




Nel formulare la domanda in questo modo ci sono vari assunti impliciti. Innanzitutto c’è la convinzione che la coscienza sia di fatto una ‘cosa’ descrivibile scientificamente. C’è l’assunto che essa ‘faccia’ effettivamente ‘qualcosa’, e inoltre che ciò che essa fa sia utile alla creatura che la possiede, cosicché un’altra creatura equivalente in tutto ma priva della coscienza si comporterebbe in un qualche modo meno efficace. D’altra parte, si potrebbe credere che la coscienza non sia altro che un concomitante passivo del possesso di un sistema di controllo sufficientemente complesso e che, di per sé, in realtà non ‘faccia’ nulla (Questa potrebbe essere presumibilmente l’opinione, per esempio, del sostenitore dell’IA forte.).




Oppure, all’opposto, il fenomeno della coscienza potrebbe avere un qualche fine divino o misterioso – forse un fine teologico che non ci è stato ancora rivelato – e qualsiasi discussione del fenomeno nei termini delle sole idee della selezione naturale si lascerebbe sfuggire completamente questo ‘fine’. Un po’ preferibile, a mio modo di vedere, sarebbe una versione un po’ più scientifica di questo tipo di argomento, ossia il ‘principio antropico’, il quale asserisce che la natura dell’Universo in cui ci troviamo è fortemente vincolata dalla richiesta che esseri intelligenti come noi stessi debbano essere realmente presenti per osservarlo.….
Io considero il termine ‘coscienza’ essenzialmente come sinonimo di ‘consapevolezza’, mentre ‘mente’ e ‘anima’ hanno altre connotazioni che sono attualmente definibili in modo meno chiaro. Avremo già abbastanza difficoltà occupandoci della sola ‘coscienza’, cosicché spero che il lettore mi perdonerà se eviterò di occuparmi degli ulteriori problemi della ‘mente’ e dell’ ‘anima’.




C’è la questione di che cosa si intenda col termine ‘intelligenza’. Gli studiosi dell’IA si accupano, dopo tutto, di questo problema, piuttosto che del problema più nebuloso della ‘coscienza’. 
Alan Turing, nel suo famoso articolo, non si riferì in modo così diretto alla ‘coscienza’ bensì al ‘pensiero’ e nel titolo del suo articolo compariva la  parola ‘intelligenza’. A mio modo di vedere, quello dell’intelligenza è un problema sussidiario a quello della coscienza. 
Io non penso che crederei all’esistenza di una vera intelligenza la quale non fosse accompagnata dalla coscienza. D’altra parte, se gli studiosi dell’IA risulteranno.....

(R. Penrrose, La mente nuova dell'Imperatore) 

(Fotografie di: Ole Salomonsen)

(Prosegue.....) 
















martedì 10 dicembre 2013

AMMAZZARE IL TEMPO: la via di mezzo (26)















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La scienza Sacra (25)

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La via di mezzo (27)











Godel ha dichiarato che il suo interesse per la prova ontologica dell’esistenza di Dio è puramente logico e gli si può credere. Anche logici atei si sono cimentati con il problema (che non è solo di … Tommaso…).
Ma Godel non era ateo.
Godel è una figura preminente nel panorama culturale del ventesimo secolo, un personaggio che si può affiancare a Einstein, sia per l’importanza scientifica, sia per il fascino che emana dai suoi risultati. E’ quindi legittima nel pubblico la curiosità di conoscere le sue convinzioni personali; queste non sono generalmente note, per la ritrosia di Godel a manifestarle per iscritto.
Nonostante la sincera amicizia che li legava, il suo carattere era profondamente diverso da quello di Einstein, che si è spesso pronunciato apertamente su diverse questioni etiche e politiche.




Un termine che ricorre frequentemente nei giudizi di Godel è lo ‘lo spirito del Tempo’ o ‘il pregiudizio del Tempo’, con il quale egli non si sente per nulla in sintonia e dal quale prende spesso le distanze condannandosi all’isolamento (e concordo pienamente nel suo punto di vista….).
Una citazione ci avvicina subito al personaggio.
Il logico Abraham Robinson fu colpito da una malattia terminale proprio quando Godel cercava di organizzare la sua chiamata all’Institute for Advanced Study di Princeton. Godel gli disse, o meglio gli scrisse, il 20 marzo 1970: 

Come sa, io ho opinioni non ortodosse su molti argomenti. Due di esse sono pertinenti alla sua situazione attuale: 1) non credo che alcuna diagnosi medica sia certa al cento per cento; 2) l’affermazione che il nostro ego consiste di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai sentite. Spero che lei condivida almeno la mia seconda opinione.




 Un esempio molto più sorprendente è il seguente. Nel ‘Nachlass’ sono stati ritrovati fogli sparsi, scritti intorno al 1960, uno dei quali contiene 14 proposizioni sotto il titolo ‘La mia visione filosofica’. La quarta proposizione recita: 

Esistono altri mondi e esseri razionali di una specie diversa e superiore…

Ma Godel non viveva male la propria singolarità alla quale attribuiva al contrario gran parte del merito dei suoi successi. Lo spirito del Tempo è costituito per lui da esagerazioni che offuscano una parte della realtà e impediscono una ricerca libera da pregiudizi, dai quali invece egli non è stato vincolato.




Godel è stato sempre convinto che proprio il suo non seguire lo spirito del Tempo gli abbia permesso di ottenere i risultati più importanti, dal teorema di incompletezza del modello per la non contraddittorietà dell’ipotesi del continuo. Si riferisce, a questo proposito, al pregiudizio prevalente negli studi sui fondamenti della matematica di considerare ammissibili solo tecniche sintattiche e di diffidare del contenuto del pensiero. In una classificazione delle possibili visioni filosofiche, nella quale inserire gli studi fondamentali della matematica, egli propone come criterio di caratterizzare le filosofie ‘secondo il grado e il modo della loro affinità con la metafisica (o religione) o, al contrario, della loro distanza da essa’. 




Si ottiene uno spettro nel quale a destra si collocano spiritualismo, idealismo e teologia, a sinistra scetticismo, materialismo e positivismo. Dal Rinascimento in avanti, la tendenza, non lineare è stata per uno spostamento da destra a sinistra. 
Godel si collocava decisamente nell’ala destra. Non ha mai condiviso le posizioni del circolo di Vienna, dalla cui......

(Prosegue.....)













lunedì 9 dicembre 2013

AMMAZZARE IL TEMPO: La scienza Sacra (24)
















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Motore immoto (22/23)

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La scienza sacra (25)













Una duplice condizione domina lo sviluppo della filosofia tomista: la distinzione tra ragione e fede e la necessità del loro accordo.
L’intero campo della filosofia dipende esclusivamente dalla ragione: significa che la filosofia non deve ammettere che ciò che è accessibile alla luce naturale è dimostrabile con le sue sole risorse.
La teologia, invece, si fonda sulla rivelazione, cioè in fin dei conti sull’autorità di Dio. Gli articoli di fede sono delle conoscenze di ordine soprannaturale, contenute in formule il cui significato non ci è interamente penetrabile, ma che dobbiamo accettare come tali, benché non possiamo comprenderle.
Un filosofo argomenta sempre cercando nella ragione i principi della sua argomentazione; un teologo argomenta cercando i suoi principi primi nella rivelazione. Delimitati così i due campi, si deve tuttavia constatare che essi dominano in comune un certo numero di posizioni.




In primo luogo è cosa sicura l’accordo di diritto tra le loro ultime conclusioni, anche se questo accordo non comparisse di fatto. Né la ragione, quando ne usiamo correttamente, né la rivelazione, poiché ha Dio come origine, potrebbero ingannarci. Ora, l’accordo della verità è necessario. E’ quindi certo che la verità della filosofia si collegherebbe con la verità della rivelazione con una catena ininterrotta di rapporti veri ed intellegibili, se il nostro spirito potesse capire pienamente i dati della fede. Da ciò deriva che, ogni volta che una conclusione filosofica contraddice il dogma, è segno sicuro che questa conclusione è falsa.
Toccherà alla ragione, debitamente avvertita, di criticare poi se stessa e di trovare il punto in cui s’è verificato il suo errore. Ne deriva inoltre che l’impossibilità in cui noi ci troviamo di trattare filosofia e teologia con un unico metodo non ci impedisce di considerarle come idealmente costituenti una sola verità totale.




Al contrario abbiamo il dovere di spingere il più lontano possibile l’interpretazione razionale dei dati della fede, di risalire con la ragione verso la rivelazione e di ridiscendere dalla rivelazione verso la ragione. Partire dal dogma come dato, definirlo, svilupparne il contenuto, sforzarsi anche con delle analogie ben scelte e ragioni convenienti di mostrare in che modo la nostra ragione ne può afferrare il contenuto, questa è l’opera della Scienza sacra.
In quanto teologia essa quindi argomenta partendo dalla rivelazione e a questo titolo noi non abbiamo da preoccuparcene. Ma tutto è ben diverso per l’opera che compie la ragione partendo dai suoi principi. Essa può in primo luogo decidere la sorte delle filosofie che contraddicono i dati della fede; poiché il disaccordo in questione è indice d’errore e l’errore non può trovarsi nella rivelazione divina, bisogna che esso si trovi nella filosofia.




Perciò, o dimostreremo che queste filosofie si sbagliano, oppure mostreremo che esse hanno creduto di fornire delle prove in una materia in cui la prova razionale è impossibile, e dove di conseguenza la decisione deve restare alla fede. In simili casi la rivelazione interviene soltanto per segnalare l’errore, ma non è in nome suo, è in nome della sola ragione che lo stabilisce.
Un secondo compito, questo costruttivo e positivo, spetta alla filosofia. Nell’insegnamento delle Scritture, c’è una parte di mistero e di cose indimostrabili, ma ci sono anche delle cose intellegibili e dimostrabili. Ora, è meglio capire che credere, quando ce n’è lasciata la scelta.
Dio ha detto: ‘Ego sum qui sum’. 
Questa parola è sufficiente ad imporre all’ignorante la fede nell’esistenza di Dio, ma essa non dispensa il metafisico, il cui oggetto proprio è l’essere in quanto essere, dal cercare ciò che una simile parola ci insegna a proposito di ciò che Dio è.

(Prosegue....)














venerdì 6 dicembre 2013

AMMAZZARE IL TEMPO (nuova cosmologia compiuta...) (18)










































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La vita nel suo progredire (14/15) &

Meccanicismo & finalismo (16/17)

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Nuova Cosmologia compiuta (19) &

Dall'Alchimia.....   All'Algenia (20/21) 













Le tecnologie dell’informazione non sono tanto una risorsa economica, quanto piuttosto un ‘linguaggio’ di gestione e di coordinamento.
Il loro destino è intimamente legato alle risorse genetiche grezze che esse isoleranno, renderanno disponibili, organizzeranno, interpreteranno, dirigeranno e programmeranno nel prossimo secolo della biotecnologia.
Il computer e le tecnologie delle telecomunicazioni sono, come hanno sottileneato il teorico dei media Marshall McLuhan e altri, un’estensione del sistema nervoso umano al mondo. Sono delle proiezioni meccaniche della mente umana in ogni angolo e in ogni fessura della realtà fisica.
D’altro canto, i geni sono l’incarnazione dell’esistenza biologica, la miriade di istruzioni che servono agli organismi per organizzare il loro viaggio di vita. Insieme, il computer e i geni creano un dualismo corpo/mente estremamente potente.
Nei prossimi anni, l’umanità userà il computer sempre di più come un ‘sostituto della mente’ o del linguaggio per manipolare, dirigere e organizzare l’enorme quantità di informazioni genetiche che sono alla base della natura fisica del vivente.
Il computer organizza le comunicazioni in un modo rivoluzionario, che lo rende lo strumento ideale per gestire i flussi dinamici e i processi interattivi che costituiscono il mondo fluido dei geni, delle cellule, degli organi e degli ecosistemi.
Le lettere e le parole esistono sotto forma di bagliori fosforescenti, effimeri e privi di attrito. 
Non esistono a priori come unità solide individuali, ma appaiono sullo.....




schermo quando le istruzioni del software le chiamano. Non hanno né passato né futuro, ma esistono nel momento in cui brillano sullo schermo. Le parole elettroniche non sono fissate, come avviene nella tradizionale carta stampata, ma piuttosto si trovano in uno stato di dinamicità, possono essere ricombinate, composte facilmente, sono provvisorie e fugaci.
In questo senso hanno molti punti in comune con la natura dinamica dei geni, che continuamente guizzano su e giù nel processo di scrittura e della direzione della trama della vita.
La comunicazione elettronica è organizzata in modo cibernetico, non lineare. Le nozioni di sequenzialità e di causalità danno origine ad attività integrate in modo continuo. In un mondo elettronico di comunicazioni, i soggetti sono sostituiti da una serie di reti e nodi, la struttura e funzioni sono parte di un processo.
Il modo in cui il computer è organizzato, specialmente le reti complesse di computer, rispecchia i processi dei sistemi viventi, dove ognuna delle parti è un nodo in una rete dinamica di relazioni che continuamente perfeziona e rinnova se stessa a ogni livello della sua esistenza, conservando una presenza vivente.




La comunicazione elettronica, inoltre, organizza il sapere in modo differente rispetto alla tecnologia della carta stampata. L’ipertesto sostituisce il più limitato e ristretto sistema di riferimenti della stampa. Il libro come lo conosciamo oggi, con il suo contenuto ben definito di fatti e riferimenti, verrà sostituito, grazie agli ipertesti, da un campo illuminato di informazioni, poiché le note e i collegamenti possono espandersi, letteralmente, all’infinito, dando origine a ‘sottotesti’ e ‘metatesti’.
La comunicazione elettronica è senza limiti, aperta e integrativa. D’altro canto però è priva della chiarezza creata dai confini. E’ una forma di comunicazione molto vicina al fluire dei pensieri dell’inconscio: si può saltare da un pensiero all’altro, procedendo su linee parallele, giustapponendo le idee una sull’altra, vagabondando in argomenti non correlati o marginalmente correlati. E’ meno struttura, meno razionale, meno analitica e più vivace e giocosa. Il linguaggio elettronico del computer sta costruendo un nuovo tipo di consapevolezza umana, meno.....




‘prometeica’, ma molto più versatile. Il cambiamento della consapevolezza è in parte attribuibile al fatto che la comunicazione elettronica elimina il contesto spaziale. Lo schermo non è un posto fisico nello stesso senso in cui viene concepita la pagina stampata.
Piuttosto, è una finestra su mondi virtuali che supera lo spazio tridimensionale. E’ un’arena di fantasia dove ognuno può dimenticare i confini convenzionali, il futuro e il passato non esistono e ognuno è libero di creare una serie illimitata di ambienti nei quali giocare.
Nei mondi virtuali che si trovano dietro lo schermo, il principio della realtà viene fermamente superato dal principio del piacere e la fantasia gioca il ruolo più importante, sostituendo lo spietato mondo del lavoro regolato dai principi dell’accumulazione materiale con nuovi mondi in cui si fanno illimitate esperienze virtuali e ci si può trasformare continuamente.
Sociologi e psicologi stanno già osservando un cambiamento nel tipo di consapevolezza che si trova nella prima generazione di ragazzi cresciuti nell’era dei computer: essi si discostano dall’antica nozione di un ‘sé ben definito’ e si avvicinano a un nuovo concetto di ‘sé multiplo’.




Si tratta di una consapevolezza.
Tutti questi importanti cambiamenti nella consapevolezza e nella cultura, prodotti dalle tecnologie elettroniche e dal linguaggio, stanno ponendo le fondamenta per un nuovo concetto della Natura e dell’umana natura viste come un’opera d’arte incompiuta, alla quale si può dare continuamente nuova forma e nuovo contesto.
Non sono solamente le regole di impiego del computer che lo rendono lo strumento di comunicazione adatto a gestire i sistemi viventi dinamici. Il ‘linguaggio operativo’ del computer di per sé si adatta ai sistemi biologici. E’ questo linguaggio comune che sta creando una rete, priva di giunture, tra l’informazione e la scienza e sta rendendo possibile l’unione dei computer con i geni in una singola e potente rivoluzione tecnologica. Nel 1953, appena sette anni dopo che gli ingegneri avevano inserito la spina e acceso il primo computer a Philadelphia, all’Università della Pennsylvania – l’Electronic Numerical Integrator and Computer -, James Watson e Francis Crick annunciavano che avevano scoperto la doppia elica del Dna, aprendo la porta dei segreti del mondo della biologia.




Importante quanto la scoperta fu il linguaggio che essi usarono per descriverla. Prendendo in prestito metafore e termini dal nuovo settore della cibernetica e dalle nascenti scienze dell’informazione. Watson e Crick fecero riferimento alla natura della doppia elica dei geni come a un codice, programmato con informazioni chimiche e che doveva essere decifrato.
Joseph Weizenbaum, del Massachusetts Institute of Technology, un pioniere nel campo dei computer, nota che dall’inizio della rivoluzione genetica il computer ha fornito la metafora, e il linguaggio del computer ha fornito la spiegazione più adatta per comprendere il funzionamento dei processi biologici.

I risultati annunciati da Crick e Watson caddero su un terreno che era già stato in parte preparato dalla pur vaga conoscenza che la gente aveva di computer, circuiti e teoria dell’informazione….. A partire da questo momento per il pubblico risultò più facile vedere la scoperta del codice generico come le istruzioni alla base di un programma per computer, e la scoperta della struttura a doppia elica del Dna come un esempio per la cablatura di un computer.

Oggi, mezzo secolo dopo, la teoria sull’informazione è diventata indispensabile per decifrare, organizzare e comprendere il mondo sempre più complesso della biologia molecolare e dell’ingegneria genetica.
Al fine di capire fino in fondo come il linguaggio del computer sia diventato il linguaggio della biologia, è necessario comprendere i principi operativi che sono alla base della rivoluzione del computer. Questi principi presero prima una forma concreta durante la seconda guerra mondiale, quando squadre di ingegneri e scienziati vennero formate dal governo con il mandato di scoprire nuove vie per ordinare le più disparate informazioni in un modo operativo intelligente ed efficiente.




L’impresa fu chiamata ‘ricerca di operazioni’ e da essa emerse un nuovo approccio organizzativo; questo approccio venne chiamato cibernetica e fornì i principi operativi’ per la rivoluzione del computer.
Il termine ‘cibernetica’ deriva dal termine greco Kybernetes, che significa ‘timoniere’. E’ una teoria generale che cerca di spiegare come i fenomeni si mantengano nel tempo. La cibernetica riduce l’attività a due ingredienti essenziali, l’informazione e la retroazione, e afferma che tutti i processi possono essere intesi come un’amplificazione di entrambe.
Il matematico Norbert Wiener, del Massachusetts Institute of Technology, l’uomo che divulgò la teoria cibernetica, definì l’informazione come:

il nome che diamo al contenuto di ciò che viene scambiato con il mondo esterno mentre cerchiamo di adattarci a esso o facciamo in modo che esso si adatti a noi. Il processo durante il quale riceviamo e usiamo le informazioni riflette sia il processo grazie al quale ci adattiamo all’ambiente che ci circonda, sia il nostro vivere all’interno di quell’ambiente.

Quindi l’informazione consiste in un numero infinito di messaggi e di istruzioni che vanno avanti e indietro tra le cose e il loro ambiente. La cibernetica, invece, è la teoria del modo in cui questi messaggi o singole informazioni interagiscono uno con l’altro al fine di produrre prevedibili schemi d’azione.




Secondo la teoria della cibernetica, il meccanismo chiave che regola tutti i comportamenti è la retroazione. Chiunque abbia mai aggiustato un termostato ha familiarità con il suo funzionamento. Il termostato controlla la temperatura di una stanza. Se la stanza si raffredda e la temperatura scende sotto un punto fissato, il termostato accende la caldaia e la caldaia rimane accesa fino a quando la temperatura della stanza non coincide nuovamente con la temperatura stabilita. A questo punto il termostato spegne la caldaia, fino a quando la temperatura della stanza non scende nuovamente richiedendo ancora calore.
Questo è un esempio di retroazione negativa.
Tutti i sistemi si mantengono grazie all’uso della retroazione negativa. Il suo opposto, la retroazione positiva, ha un risultato molto differente. nella retroazione positiva, il cambiamento dell’attività umana si autoalimenta, rinforzando e intensificando il processo, piuttosto che aggiustando nuovamente e smorzando.
La cibernetica è interessata principalmente alla retroazione negativa. Wiener evidenzia il fatto che ‘se vogliamo che una macchina, legata a un ambiente esterno in continuo cambiamento, funzioni efficacemente, è necessario che alla macchina vengano forniti – oltre a tutte le altre istruzioni di funzionamento – i dati sulle conseguenze del suo funzionamento’.
La retroazione fornisce alla macchina l’informazione sul suo attuale rendimento, che spesso viene misurato in rapporto al rendimento atteso. L’informazione permette alla macchina di adattare la sua attività di conseguenza, allo scopo di chiudere il gap fra quello che ci si aspetta e quello che in effetti avviene.




La cibernetica è la teoria di come le macchine si regolano in rapporto agli ambienti che cambiano. Ma, più di questo, la cibernetica è la teoria che spiega il comportamento finalizzato delle macchine. Wiener introdusse per primo il concetto che le macchine possono agire secondo uno scopo.
In un articolo storico, pubblicato in ‘The Philosophy of Science’ nel 1943, Wiener definì il comportamento finalizzato come ‘la condizione finale nella quale l’oggetto raggiunge una correlazione definita nel tempo o nello spazio rispetto a un altro oggetto o evento’. Per Wiener, ogni comportamento finalizzato riduce se stesso a un’ ‘elaborazione dell’informazione’.
Egli scrisse:
'Diventa plausibile che l’informazione appartenga ai grandi concetti della scienza come la materia, l’energia e la carica elettrica. Il nostro adattamento al mondo intorno a noi dipende dalle informazioni che i nostri sensi riescono a capire'. Dopo un’attenta riflessione, Wiener concluse che ‘la società può essere compresa solamente attraverso lo studio dei messaggi e le modalità e strutture di comunicazione che le appartengono’.

Wiener vede la cibernetica sia come una teoria unificatrice sia come uno strumento metodologico per riorganizzare il mondo intero. Generazioni successive di scienziati e di ingegneri si sono poi dichiarati d’accordo con lui.




Con l’aiuto del computer, la cibernetica è diventata il principale approccio metodologico per organizzare le attività economiche e sociali. In realtà ogni attività di una certa importanza nella società di oggi sta per essere portata sotto il controllo dei principi della cibernetica.
L’ ‘elaborazione dell’informazione’ grazie al computer sta rapidamente diventando il punto principale della nostra cultura tecnologica. In nessun altro luogo è così evidente come nel nostro sistema economico.
Considerata un tempo come un’aggiunta alla gestione dell’organizzazione su vasta scala dell’economia, l’elaborazione dell’informazione permea, adesso ogni aspetto della struttura di un’azienda e definisce l’organizzazione in sé. Le grandi aziende saranno sempre più considerate come sistemi di informazioni all’interno di una rete di relazioni.
La cibernetica non ha solamente cambiato il modo di organizzare il mondo, ma anche infuenzato il modo in cui lo concettualizziamo. A cominciare dalle ipotesi operative della cibernetica, che sono antitetiche rispetto alla visione ortodossa
Durante l’era industriale, venne supposto che l’intero non era altro che un mero aggregato delle parti assemblate che lo costituivano. La cibernetica, al contrario, concepisce l’intero come un sistema integrato. La costante retroazione delle nuove informazioni che vengono dall’ambiente e il continuo riadattamento del sistema all’ambiente mette a punto un processo circolare, opposto al modo lineare dell’organizzazione che caratterizzava l’era industriale.
Il processo circolare in cui è prevista l’autocorrezione tipica di questo nuovo modo di organizzazione ‘marca la distinzione tra la causa e l’effetto’. Secondo i teorici dell’informazione, in un ambiente sempre più complesso non è più possibile essere convinti che un evento isolato porta a un altro evento isolato.

(J. Rifkin il Secolo Biotech) 

(Prosegue....)