IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 10 ottobre 2014

BESTIE DI PASSAGGIO (83)

















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Gente di passaggio: Francois Villon (82)

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Bestie di passaggio (84)













Sin da quando l'uomo ha preso a interessarsi al lupo, facendone 
discendere i cani o ammirandolo come cacciatore, ha trasformato 
la sua uccisione in routine.
A prima vista le ragioni sono semplici e giustificabili.
I lupi sono predatori.
Quando l'uomo arriva in una 'terra' per domarla, rimpiazza la sel-
vaggina con animali domestici. I lupi predano queste bestie, e l'-
uomo a sua volta li uccide, riducendone la popolazione come mi-
sura preventiva per proteggere il suo investimento economico.
I due non possono proprio vivere accanto. 
L'uccisione dei lupi va naturalmente ben oltre il controllo dei pre-
datori. I cacciatori di taglie uccidono per i soldi, i trapper per le 
pelli, gli scienziati per i dati, gli appassionati di caccia grossa per 
il trofeo. 
In questi casi le ragioni addotte sono difficilmente sostenibili, ep-
pure molte persone non vedono proprio nulla di sbagliato in tali 
attività. Anzi, questo è il modo in cui trattiamo comunemente i 
predatori, inclusi orsi, linci, e puma.
Ma il lupo è in sostanza diverso, poiché la storia del suo sterminio 
mostra un autocontrollo decisamente inferiore e una perversione 
assai superiore. 




Sono numerosi coloro che non ammazzavano i lupi tout court, ma 
li torturavano. Li bruciavano vivi, strappavano loro le mascelle, tagli-
avano loro i tendini d'Achille, li facevano inseguire dai cani. Li av-
velenavano con stricnina, arsenico e cianuro su scala così vasta che 
milioni di altri animali come procioni, mustele dai piedi neri, vol-
pi rosse, corvi imperiali, falchi dalla coda rossa, aquile, citelli e 
ghiottoni morirono accidentalmente di conseguenza.
All'apice della febbre sterminatrice, avvelenarono persino se stes-
si e bruciarono i propri possedimenti boschivi nel tentativo di sba-
razzarsi dei rifugi dei lupi.
Negli Stati Uniti, come altrove, nel periodo compreso tra il 1865 e il 
1885, gli allevatori di bestiame uccidevano i lupi con dedizione qua-
si patologica.
Nel ventesimo secolo uno sport diffuso consisteva nell'affiancarsi ai 
lupi a bordo di aeroplani e motoslitte e abbatterli a colpi di fucile. 
Nel Minesota degli anni 70 la gente soffocava al laccio i lupi nord-
americani per manifestare il proprio disprezzo a chi aveva dichia-
rato il lupo un animale in via d'estinzione.
Questo non è un controllo dei predatori e si spinge oltre la casuale 
crudeltà che i sociologi affermano manifestarsi tra le persone sotto 
stress o dove non esiste la percezione della responsabilità.




E' l'epressione violenta di un presupposto terribile: che l'uomo ab-
bia il diritto di uccidere altri esseri viventi non per le loro azioni ma 
per le azioni che temiamo possano intraprendere.
Ho quasi scritto 'o per nessuna ragione', ma di ragioni ce ne sono sem-
pre.
L'uccisione dei lupi ha a che fare con una paura fondata sulla super-
stizione.
Ha a che fare con il 'dovere'.
Ha a che fare con dimostrazioni di virilità.
E a volte, poiché è un atto considerato 'giusto' e al tempo stesso del 
tutto privo di coscienza, uccidere i lupi penso abbia a che fare con 
l'omicidio.
Storicamente la spinta più manifesta, e quella che meglio spiega l'-
eccesso di sterminio, è un tipo di paura: la teriofobia.
La paura delle bestie.
La paura delle bestie come creature irrazionali, violente e insaziabi-
li.
La paura della proiezione della bestia che è in noi.
Questa paura è costituita da due fattori, l'odio per se stessi e l'ansia 
per la perdita umana di inibizioni presenti in altri animali che non 
stuprano, non commettono omicidi e non saccheggiano.
Al cuore della teriofobia vi è la paura della propria natura.




Nella sua manifestazione più acuta, la teriofobia è proiettata su un
animale solo, che diventa un capro espiatorio e viene annichilito.
L'odio alligna le sue radici nella religione: il lupo era il Diavolo trave-
stito. E tali radici sono secolari: i lupi uccidevano il bestiame e ren-
devano gli uomini poveri.
A un livello più generale atteneva, da un punto di vista storico, ai 
sentimenti provati nei confronti della wilderness, ossia della natura 
incontaminata, integra e non ancora domata dall'uomo. Quando gli 
uomini parlavano del primo aspetto, generalmente si riferivano al 
secondo. 
Celebrare la wilderness voleva dire celebrare il lupo; alla stessa stre-
gua, porre fine alla wilderness, e a tutto ciò che rappresentava, signi-
fica volere la testa del lupo.
Nel cercare di comprendere la nostra avversione riguardo la natura 
selvaggia, lo storico Roderick Nash ha individuato antecedenti reli-
giosi secolari. In Beowulf, per esempio, si trova un'espressione del-
la wilderness secolare costituita da foreste disabitate, una regione le 
cui fredde e umide profondità, con le sue paludi miasmatiche e i su-
oi dirupi battuti dal vento, ospitano creature orribili predatrici dell'-
uomo.
Nella Bibbia la wilderness è definita come il luogo senza Dio, un de-
serto avvizzito e sterile.  Lasciate che cominci con qualcosa di con-
creto: la predazione sul bestiame.




Gli animali sono stati percepiti in vari modi nel corso della storia: 
come oggetti per il divertimento umano, come schiavi ai suoi co-
mandi, come oggetti di interesse puramente simbolico.
Oggi sorridiamo di mettere sotto processo un animale per omicidio, 
ma la nozione di processo e di punizione per gli omicidi commessi 
da animali non dovrebbe essere liquidata come ignobile farsa.
Facevano sul serio nel XVI secolo; e comprendere perché un maiale 
venisse processato, imprigionato e impiccato per omicidio aiuta a 
capire come mai la gente dovrebbe desiderare lo stesso destino per 
il lupo.
Deriva dal principio della punizione.
La mentalità accademica dell'epoca faceva di tutto per osservare ri-
gidamente i principi e uno dei principi più vecchi della giustizia è 
quello della punizione.
La lex talionis, la legge ebraica dell'occhio per occhio.
Non si trattava di una semplice vendetta, ma tendeva a preservare 
un ordine cosmico. Nessun atto di uccisione doveva rimanere im-
punito, inespiato. Se una trasgressione così seria rimaneva impuni-
ta, i peccati del padre ricadevano sui figli. Lasciare un omicidio im-
punito nella comunità, quindi, significava l'ira di Dio sotto forma di 
malattia e carestia.




Sebbene non fosse più considerata sollecita, la legge della punizio-
ne rappresentava una volta una forte influenza sul pensiero legale. 
E nonostante uomini come Tommaso d'Aquino considerassero gli ani-
mali come inconsapevoli strumenti del Diavolo, come il tramite con 
cui Dio portava il dolore e la sofferenza che mettevano alla prova la 
tempra dell'uomo, non c'era alcuna differenza: chiunque interferisse 
con il progetto e la giustizia divina doveva essere castigato.
Se un cavallo scalciava a morte un bambino pestifero, doveva esse-
re processato e impiccato. Portato al suo eccesso, questo pensiero 
voleva dire che l'uomo suicida per mezzo di un coltello fosse pro-
cessato, la sua mano mozzata e punita in separata sede, e il coltel-
lo bandito, gettato oltre le mura cittadine.
Anche quando questi processi agli animali cessarono, l'idea che l'-
omicidio umano dovesse essere espiato persistette. Di recente era 
ancora preservata nella legge inglese dei deodanti. Il carro che in-
vestiva un uomo veniva venduto e il ricavato andava allo stato che, 
in teoria, aveva perso i servigi di quel cittadino. 




Non era certo necessario un ragionamento del genere per spingere 
un uomo a volere la vita di un lupo sospettato di aver ucciso un es-
sere umano, ma è importante notare che gli uomini si sentivano in 
obbligo morale, e non semplicemente in diritto, di trovare la bestia 
e abbatterla. Non importava che i lupi fossero esseri senzienti o 
sciocchi strumenti di Satana, che uccidessero deliberatamente o in 
modo accidenatale o che fossero sospettati di aver ucciso qualcuno: 
lo spirito del deceduto doveva essere vendicato da un'azione puni-
tiva.
L'idea del castigo al quale era connesso il macello di bestiame, cioè 
l'omicidio non umano, prese piede per due ragioni. 
Anzitutto, esisteva una concezione di pecore e bovini come creatu-
re innocenti incapaci di vendicarsi, quindi sotto la tutela dell'uomo: 
'Uccidi la mia pecora e ucciderai me'.
In secondo luogo si credeva che gli animali domestici fossero inna-
tamente buoni e il lupo innatamente malvagio, e che quest'ultimo 
fosse in qualche modo al corrente della natura del suo atto quindi 
un omicida intenzionale. 




In seguito, ossia nell'America del tardo XIX secolo, questo atteggia-
mento pretettivo del bestiame innocente, della sua rettitudine, di-
venne un elemento centrale, un fondamento giuridico delle bounty 
laws e dei programmi di avvelenamento con cui si intendeva libe-
rarsi dei lupi, elemento tanto cruciale quanto la perdita economi-
ca.
Altre idee presero origine dal Medioevo e contribuirono a far crede-
re che uccidere lupi fosse moralmente corretto.  Nella mentalità 
popolare veniva fatta una distinzione tra animali come il cane e la 
vacca, che servivano l'uomo, e il lupo e la donnola, che arrecavano 
dolore. 
Si discriminava tra bestes dulces o bestie dolci, e bestes puantes o be-
stie fetide. Il contrasto tra lupo e daino, tra corvo e colomba rende 
a sufficienza l'idea. Un altra importante idea era la credenza che gli 
animali fossero stati portati sulla Terra per servire l'uomo che 'nes-
suna vita può soddisfare Dio se non è utile all'uomo'. 




L'uomo riteneva di avere il dominio sugli animali alla stessa stre-
gua del dominio che esercitava sugli schiavi, per cui poteva per-
mettersi qualsiasi cosa. 
Ripulire la foresta dai lupi affinché l'uomo potesse allevare besti-
ame era perfettamente giusto.
Non solo, ma incontrava l'approvazione di varie denominazioni 
religiose che ammiravano tale ingegno, e dello stato, il cui scopo 
era ottenere una campagna soggiogata, adatta al pascolo e produt-
tiva.
Il pensatore francese René Descartes elaborò un'alta argomentazio-
ne a sostegno dell'uccisione dei lupi. Sostenne che gli animali non 
fossero giunti sulla Terra a uso e consumo degli uomini, ma che 
fossero di umili natali, senza anima, per cui l'uomo non incorreva 
in alcuna colpa morale nell'ucciderli. 
Si trattava della negazione formale di un'idea 'pagana' incompati-
bile con il pensiero della Chiesa romana, secondo la quale gli anima-
li avevano uno spirito, non dovevano essere uccisi in modo arbitra-
rio e non appartenevano all'uomo.

(Barry Lopez, Lupi)











martedì 7 ottobre 2014

MENTRE CRESCEVO (nell'impervio 'canale' della loro materia) (13)














































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Mentre crescevo (12)

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Mentre crescevo (14)














‘Abbi ancora un po’ di pazienza, te ne supplico’, disse, ‘non affrettarti. Parlerò con Dio nel deserto. Laggiù si ode la sua voce con maggiore chiarezza’. ‘Più chiaramente si ode anche la voce della tentazione. Fai attenzione, SATANA ti spia, sta preparando il suo esercito schiere di angeli caduti; sa che per lui è questione di vita o di morte. E si abbatterà su di te con tutta la sua ferocia e tutta la sua tenerezza. Fai attenzione, il deserto è pieno di voci di gioia e di grida di morte’.
‘Né la gioia né la morte possono ingannarmi, compagno. Abbi fiducia’.
‘Ho fiducia; sarei un disgraziato se non ne avessi. Vai laggiù. Parla con SATANA, parla con Dio e prendi la tua decisione; Dio l’ha già presa e non potrai sfuggirvi. Se tu non sei quello, che cosa importa, se ti perdi? Vai, subito, poi vedremo; non voglio lasciare il mondo da solo’.
‘Che cosa ha detto la colomba selvatica che batteva le ali su di me nel momento in cui mi stavi battezzando?’. ‘Non era una colomba selvatica; verrà il giorno in cui udrai le parole che ha pronunciato. Fino ad allora esse saranno sospese sulla tua testa come tante spade’.




Gesù si alzò, gli tese la mano; la sua voce tremava.
‘Addio, o amato Precursore’, disse. ‘Forse non ci incontreremo mai più’. Il Battista si avvicinò a Gesù e continuò: ‘Se sei Colui che attendevo, ascolta le mie ultime volontà, poiché credo che non ti rivedrò mai più su questa terra. L’intolleranza degli uomini accenderà i suoi roghi, la cupidigia di Roma perseguiterà il mio Spirito…’.
‘Ti ascolto’, disse Gesù rabbrividendo.
‘Modifica il tuo viso, rafforza le tue braccia, indurisci il tuo cuore. La tua vita sarà terribile; vedo sangue e spine sulla tua fronte; sopportale, o mio grande fratello, coraggio! Due strade si aprono di fronte a te: la strada dell’uomo, che è piana, e quella di Dio, che è tutta una scarpata. Prendi la strada più difficile. Addio! E non tormentarti per le separazioni, la tua missione non è quella di piangere, ma quella di colpire. Colpisci! Che la tua mano non tremi, è quello il tuo cammino. E non dimenticare questo: il Fuoco e l’Amore sono figli di (di un Primo e Secondo) Dio, ma il primogenito è il Fuoco, l’Amore viene dopo. Cominciamo, dunque, dal Fuoco. Buona fortuna!’.




… ‘Non ha più che pochi giorni di vita’, rispose Gesù.
… ‘Rimanete con lui, fatevi battezzare, io me ne vado’.
‘Dove vai Maestro?’ gridò il figlio minore di Zebedeo afferrandolo per le vesti. ‘Verremo tutti con te’.
‘Vado nel deserto, da solo. Nel deserto non c’è bisogno di compagnia, vado a parlare con Dio’.
Rimasero tutti immobili, come pietrificati; vedendo Gesù che si dirigeva lentamente in direzione del deserto. Non camminava più come prima, quando pareva sfiorasse appena la terra; il suo passo, ora, era pesante, deciso. Tagliò un ramo per appoggiarvisi, salì sul ponte a dorso d’asino, si fermò lassù e guardò sotto di sé. Dovunque nel fiume vide i pellegrini immersi nella corrente limacciosa. I loro visi abbronzati dal sole erano raggianti di gioia.
Di fronte, sulla riva, altri si battevano ancora il petto e confessavano i loro peccati ad alta voce; guardavano il Battista con occhi brucianti, aspettando che egli facesse loro cenno di entrare a loro volta nell’acqua sacra. E l’asceta selvaggio, immerso fino alla vita nel Giordano, battezzava le greggi umane, le spingeva a riva senza alcuna dolcezza, con collera; altre greggi si susseguivano. La sua barba nera a punta, i capelli ricciuti, che non erano mai stati tagliati, brillavano al sole; e la sua bocca, eternamente aperta, gridava.




Ancora una voce…. In difesa dell’Umanesimo contro la chiusura scolastica è quella dell’invettiva contro l’inquisizione diocesana, lanciata da Justus Velsius (1510-1581), un grande umanista, uno Spirito mai domo, con un carattere irruento che lo metterà in situazioni delicate e gli provocherà gravi problemi e che lo rende inviso sia ai cattolici sia ai riformati.
In seguito ad una pubblicazione di un’opera polemica nel 1554, Velsius subisce il processo e quindi la detenzione. Nell’Apologia, con un atto d’accusa vero e proprio contro gli inquisitori, si difende dalle accuse di Eresia e denuncia come ingiusto l’intero ‘iter processuale’ che lo costringe poi alla dura esperienza carceraria. Velsius trova però conforto nell’idea che ‘tutti coloro che vogliono vivere in modo pio seguendo l’esempio di Gesù Cristo soffrono la persecuzione!
Alla rivendicazione della libertà umanista nel libero arbitrio della ‘ricerca’, Velsius affianca la mordace denuncia dell’ingiustizia, costante ingiustizia e della crudeltà dei ‘sofisti’ anticristiani, termine con cui definisce gli inquisitori, che (a ragione) considera prede di un ‘indomitus et errefrenatus furor’. Usando la forza, associata alla violenza contraria ad ogni principio giuridico, gli inquisitori contravvengono così al mandato conferito loro di portare alla CONOSCENZA DELLA VERITA’ e di persuadere, seguendo l’esempio di Cristo, con la forza della dottrina, non con misure vessatorie e coercitive. 




Velsius, rappresenta quindi gli inquisitori, quali per il vero erano e sono: sicofanti, ignari delle Scritture, impudenti e sofisti dell’AntiCristo….
Scagliandosi contro il procedimento inquisitoriale, che considera estraneo alla Chiesa cattolica, ma ben noto a quella satanica e anticristiana, l’umanista ribadisce l’obbedienza a Dio piuttosto che agli uomini, di cui sottolinea la corruttibilità naturale. I riflessi dell’esperienza di Colonia segnano la vita di Velsius, poiché in lui perdura una continua tensione intellettuale a combattere ogni forma di restrizione e condizionamento.
Ricercatori dello Spirito Umanistico che infonde in loro un senso di missione, sono emarginati e fortemente contestati. Costretti al nomadismo, sono sempre alla ricerca di una tranquillità e di una quiete che mal si concilia però con siffatti temperamenti.

















domenica 5 ottobre 2014

MENTRE CRESCEVO (con Mammona...) (11)

















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Mentre crescevo (10)

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Mentre crescevo (12)














… ‘Perché state seduto qui?’.
‘Perché sto qui? Perché mi fa piacere’.
‘Vi osservo da mezz’ora. Siete stato qui per mezz’ora’.
‘Sì all’incirca’ risposi. ‘Desiderate altro?’. Mi alzai e mi allontanai indignatissimo.
In mezzo alla piazza mi fermai e guardai indietro. Perché mi fa piacere! Era una risposta da dare? Perché ero stanco, avrei dovuto rispondere, e con voce piagnucolosa. Sono proprio un imbecille. Non imparerò mai a fingere… Perché ero stanco! E avrei dovuto sospirare come un cavallo.
Vicino alla caserma dei pompieri mi fermai di nuovo: mi era venuta un’altra idea! Schioccai le dita e mi misi a ridere. La gente che passava mi guardava con stupore. Gente ricca e pasciuta. Gente che non conosce la Fame. Gente avvinghiata ad un ghigno cattivo e maligno. Gente autorizzata a fare qualsiasi cosa di fronte ad un uomo solo e indifeso.




‘Ecco, adesso vado dal pastore Levison! Per Dio, è questo che devo fare! Provare non mi costa niente, che cosa ho da perdere? E con questo tempo splendido…’. Entrai nella libreria di Pascha, cercai nella guida l’indirizzo del pastore Levison e mi avviai. Coraggio, ora! Non più sciocchezze! Come? La coscienza? Scempiaggini. Sono troppo povero per occuparmi della coscienza. Sono affamato signore, affamato, si tratta dunque di una cosa importante. Ma bisogna piegare il capo e trovare il tono giusto. Perché no? Allora è inutile andare avanti così. Ricordati! Come? Non sai a che santo votarti, combatti di notte come un matto con le potenze delle tenebre e coi mostri silenziosi, soffri la fame e la sete, vorresti vino e latte e non ottiene niente? Sei già arrivato a questo punto. Ecco che non hai neanche una goccia d’olio nella lucerna.
… Ma credi nella grazia celeste e, se Dio vuole, non hai perduto la fede! Dunque non hai che da giungere le mani e assumere l’aspetto di un satanasso che abbia fede nella grazia del cielo. E in quanto a Mammona, ne hai naturalmente ribrezzo in qualunque forma si presenti. Una cosa diversa sarebbe un libro di preghiere, un ricordo che potrà valere un paio di corone… 




Davanti alla porta del pastore mi fermai e lessi: ‘Riceve dalle 12 alle 4’. ‘Ora non fare sciocchezze!’. Dissi fra me. ‘Ora bisogna fare sul serio. Abbassa la testa, da bravo, ancora un poco…’ e tirai il campanello. ‘Vorrei parlare col signor pastore’ dissi alla ragazza, ma non fui capace di pronunciare il nome di Dio.
‘E’ uscito’ rispose. ‘Forse è andato a fare spesa in un negozio di un suo fedele, al quale da poco è scomparsa la moglie, porta conforto ed approfitta del ricco bancone delle merci, per volontà della stessa, sa’ sono tempi duri questi..’.
Uscito! Uscito! Il mio piano va a rotoli e non sapevo come cavarmela. Avevo fatto tutta quella strada per niente. ‘Si tratta di una cosa importante?’ domandò la giovane. ‘No, no,’ risposi ‘nulla d’importante. Visto il bel tempo mi è venuta l’idea di venire a trovare il signor pastore’.
Stavamo uno di fronte all’altro. Io spinsi il petto in fuori per farle notare la spilla che mi chiudeva la giacca. Tentai di pregarlo con gli occhi e di farle capire perché ero venuto. Ma la poveretta non capì. 




‘Che tempo magnifico! Potrei parlare con la signora?’.
‘Sì, ma ha l’artrite, è coricata sul divano e non può muoversi… Desidera che riferisca qualche cosa?’. No, non importava. Di quando in quando mi concedevo simili passeggiate per fare un po’ di moto: dopo mangiato fa bene alla salute. Visto che la conversazione non approdava a nulla presi la via del ritorno. Mi pareva di avere le vertigini. Per poco non svenni dalla Fame. Riceve dalle 12 alle 4! E forse ora è a fare spesa a casa di un suo fedele. Ero arrivato troppo tardi.
Il momento della grazia era passato. 
Nella piazza del Mercato mi sedetti su una delle panchine presso la chiesa. Il mio orizzonte incominciava a farsi buio davvero. Ero troppo stanco per piangere. Stavo là, estenuato, come impietrito, incapace di pensare. 






















giovedì 2 ottobre 2014

LA GENESI (10)
















































Precedenti capitoli:

La Genesi (1)

La Genesi (2)

La Genesi (3)

La Genesi (4)

La Genesi (5)

La Genesi (6)

La Genesi (7)

La Genesi (8)

La Genesi (9)

Prosegue in:

La Genesi (11)

La Genesi (12)

La Genesi (13)

La Genesi (14)

La Genesi (15)

La Genesi (16)  














Ogni giorno al calar del sole il fratello che soprintendeva alla coltivazione
passava in rassegna i negri come un sargente maggiore fa con la sua com-
pagnia prima di dare l'ordine di rompere le righe, in branco li spingeva vo-
lenti o nolenti, uomini e bambini, senza domande proteste o rivalse in quel-
l'aborto di edificio a stento uscito dall'embrione, come se persino il vecchio
Carothers McCaslin si fosse fermato sgomento di fronte alla prova tangibi-
le della sconfinata fantasia della sua vanità.
Snocciolava a memoria l'appello e li aggruppava dentro e con un chiodo bat-
tuto a mano lungo come un coltello da pellami e appositamente appeso a
uno stipite della porta con una corta correggia di pelle di daino inchiodava
la porta di quella casa a cui mancavano metà delle finestre e che sul retro
non aveva neppure una porta, sui cardini, così che allora e per i successi-
vi cinquant'anni, quando il ragazzo era ormai grande abbastanza da ascolta-
re e ricordarsela, correva nel paese una specie di leggenda: la campagna
tutta la notte pullulava di schiavi dei McCaslin che si aggiravano furtivi te-
nendosi alla larga dalle strade illuminate dalla luna e dalle pattuglie dei sor-
veglianti a cavallo e andavano a visitare le altre piantagioni, e c'era un ta-
cito patto d'onore tra i due bianchi e le due dozzine di neri in ossequio al
quale, dopo che al calar del sole il bianco li aveva contati e aveva piantato
sulla porta principale il chiodo fatto in casa, nessuno dei due bianchi avreb-
be fatto il giro per andare a guardare la porta sul retro, sempre che tutti i
negri fossero dietro quella principale al sorgere del sole quando il fratello
che aveva piantato il chiodo sarebbe tornato a spiantarlo, i gemelli, indistin-
guibili persino nella calligrafia, a meno di non accostare due campioni per
il confronto, e persino se le due grafie apparivano sulla stessa pagina sem-
bravano entrambe opera di uno stesso ragazzino di dieci anni perfettamen-
te normale persino nell'ortografia, tranne che non c'erano progressi di orto-
grafia mentre uno dopo l'altro gli schiavi che Carothers McCaslin aveva
ereditato e comprato.............

(Faulkner, Go Down, Moses; L'orso)