giuliano

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IL TOMO

venerdì 10 ottobre 2014

BESTIE DI PASSAGGIO (83)

















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Gente di passaggio: Francois Villon (82)

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Bestie di passaggio (84)













Sin da quando l'uomo ha preso a interessarsi al lupo, facendone 
discendere i cani o ammirandolo come cacciatore, ha trasformato 
la sua uccisione in routine.
A prima vista le ragioni sono semplici e giustificabili.
I lupi sono predatori.
Quando l'uomo arriva in una 'terra' per domarla, rimpiazza la sel-
vaggina con animali domestici. I lupi predano queste bestie, e l'-
uomo a sua volta li uccide, riducendone la popolazione come mi-
sura preventiva per proteggere il suo investimento economico.
I due non possono proprio vivere accanto. 
L'uccisione dei lupi va naturalmente ben oltre il controllo dei pre-
datori. I cacciatori di taglie uccidono per i soldi, i trapper per le 
pelli, gli scienziati per i dati, gli appassionati di caccia grossa per 
il trofeo. 
In questi casi le ragioni addotte sono difficilmente sostenibili, ep-
pure molte persone non vedono proprio nulla di sbagliato in tali 
attività. Anzi, questo è il modo in cui trattiamo comunemente i 
predatori, inclusi orsi, linci, e puma.
Ma il lupo è in sostanza diverso, poiché la storia del suo sterminio 
mostra un autocontrollo decisamente inferiore e una perversione 
assai superiore. 




Sono numerosi coloro che non ammazzavano i lupi tout court, ma 
li torturavano. Li bruciavano vivi, strappavano loro le mascelle, tagli-
avano loro i tendini d'Achille, li facevano inseguire dai cani. Li av-
velenavano con stricnina, arsenico e cianuro su scala così vasta che 
milioni di altri animali come procioni, mustele dai piedi neri, vol-
pi rosse, corvi imperiali, falchi dalla coda rossa, aquile, citelli e 
ghiottoni morirono accidentalmente di conseguenza.
All'apice della febbre sterminatrice, avvelenarono persino se stes-
si e bruciarono i propri possedimenti boschivi nel tentativo di sba-
razzarsi dei rifugi dei lupi.
Negli Stati Uniti, come altrove, nel periodo compreso tra il 1865 e il 
1885, gli allevatori di bestiame uccidevano i lupi con dedizione qua-
si patologica.
Nel ventesimo secolo uno sport diffuso consisteva nell'affiancarsi ai 
lupi a bordo di aeroplani e motoslitte e abbatterli a colpi di fucile. 
Nel Minesota degli anni 70 la gente soffocava al laccio i lupi nord-
americani per manifestare il proprio disprezzo a chi aveva dichia-
rato il lupo un animale in via d'estinzione.
Questo non è un controllo dei predatori e si spinge oltre la casuale 
crudeltà che i sociologi affermano manifestarsi tra le persone sotto 
stress o dove non esiste la percezione della responsabilità.




E' l'epressione violenta di un presupposto terribile: che l'uomo ab-
bia il diritto di uccidere altri esseri viventi non per le loro azioni ma 
per le azioni che temiamo possano intraprendere.
Ho quasi scritto 'o per nessuna ragione', ma di ragioni ce ne sono sem-
pre.
L'uccisione dei lupi ha a che fare con una paura fondata sulla super-
stizione.
Ha a che fare con il 'dovere'.
Ha a che fare con dimostrazioni di virilità.
E a volte, poiché è un atto considerato 'giusto' e al tempo stesso del 
tutto privo di coscienza, uccidere i lupi penso abbia a che fare con 
l'omicidio.
Storicamente la spinta più manifesta, e quella che meglio spiega l'-
eccesso di sterminio, è un tipo di paura: la teriofobia.
La paura delle bestie.
La paura delle bestie come creature irrazionali, violente e insaziabi-
li.
La paura della proiezione della bestia che è in noi.
Questa paura è costituita da due fattori, l'odio per se stessi e l'ansia 
per la perdita umana di inibizioni presenti in altri animali che non 
stuprano, non commettono omicidi e non saccheggiano.
Al cuore della teriofobia vi è la paura della propria natura.




Nella sua manifestazione più acuta, la teriofobia è proiettata su un
animale solo, che diventa un capro espiatorio e viene annichilito.
L'odio alligna le sue radici nella religione: il lupo era il Diavolo trave-
stito. E tali radici sono secolari: i lupi uccidevano il bestiame e ren-
devano gli uomini poveri.
A un livello più generale atteneva, da un punto di vista storico, ai 
sentimenti provati nei confronti della wilderness, ossia della natura 
incontaminata, integra e non ancora domata dall'uomo. Quando gli 
uomini parlavano del primo aspetto, generalmente si riferivano al 
secondo. 
Celebrare la wilderness voleva dire celebrare il lupo; alla stessa stre-
gua, porre fine alla wilderness, e a tutto ciò che rappresentava, signi-
fica volere la testa del lupo.
Nel cercare di comprendere la nostra avversione riguardo la natura 
selvaggia, lo storico Roderick Nash ha individuato antecedenti reli-
giosi secolari. In Beowulf, per esempio, si trova un'espressione del-
la wilderness secolare costituita da foreste disabitate, una regione le 
cui fredde e umide profondità, con le sue paludi miasmatiche e i su-
oi dirupi battuti dal vento, ospitano creature orribili predatrici dell'-
uomo.
Nella Bibbia la wilderness è definita come il luogo senza Dio, un de-
serto avvizzito e sterile.  Lasciate che cominci con qualcosa di con-
creto: la predazione sul bestiame.




Gli animali sono stati percepiti in vari modi nel corso della storia: 
come oggetti per il divertimento umano, come schiavi ai suoi co-
mandi, come oggetti di interesse puramente simbolico.
Oggi sorridiamo di mettere sotto processo un animale per omicidio, 
ma la nozione di processo e di punizione per gli omicidi commessi 
da animali non dovrebbe essere liquidata come ignobile farsa.
Facevano sul serio nel XVI secolo; e comprendere perché un maiale 
venisse processato, imprigionato e impiccato per omicidio aiuta a 
capire come mai la gente dovrebbe desiderare lo stesso destino per 
il lupo.
Deriva dal principio della punizione.
La mentalità accademica dell'epoca faceva di tutto per osservare ri-
gidamente i principi e uno dei principi più vecchi della giustizia è 
quello della punizione.
La lex talionis, la legge ebraica dell'occhio per occhio.
Non si trattava di una semplice vendetta, ma tendeva a preservare 
un ordine cosmico. Nessun atto di uccisione doveva rimanere im-
punito, inespiato. Se una trasgressione così seria rimaneva impuni-
ta, i peccati del padre ricadevano sui figli. Lasciare un omicidio im-
punito nella comunità, quindi, significava l'ira di Dio sotto forma di 
malattia e carestia.




Sebbene non fosse più considerata sollecita, la legge della punizio-
ne rappresentava una volta una forte influenza sul pensiero legale. 
E nonostante uomini come Tommaso d'Aquino considerassero gli ani-
mali come inconsapevoli strumenti del Diavolo, come il tramite con 
cui Dio portava il dolore e la sofferenza che mettevano alla prova la 
tempra dell'uomo, non c'era alcuna differenza: chiunque interferisse 
con il progetto e la giustizia divina doveva essere castigato.
Se un cavallo scalciava a morte un bambino pestifero, doveva esse-
re processato e impiccato. Portato al suo eccesso, questo pensiero 
voleva dire che l'uomo suicida per mezzo di un coltello fosse pro-
cessato, la sua mano mozzata e punita in separata sede, e il coltel-
lo bandito, gettato oltre le mura cittadine.
Anche quando questi processi agli animali cessarono, l'idea che l'-
omicidio umano dovesse essere espiato persistette. Di recente era 
ancora preservata nella legge inglese dei deodanti. Il carro che in-
vestiva un uomo veniva venduto e il ricavato andava allo stato che, 
in teoria, aveva perso i servigi di quel cittadino. 




Non era certo necessario un ragionamento del genere per spingere 
un uomo a volere la vita di un lupo sospettato di aver ucciso un es-
sere umano, ma è importante notare che gli uomini si sentivano in 
obbligo morale, e non semplicemente in diritto, di trovare la bestia 
e abbatterla. Non importava che i lupi fossero esseri senzienti o 
sciocchi strumenti di Satana, che uccidessero deliberatamente o in 
modo accidenatale o che fossero sospettati di aver ucciso qualcuno: 
lo spirito del deceduto doveva essere vendicato da un'azione puni-
tiva.
L'idea del castigo al quale era connesso il macello di bestiame, cioè 
l'omicidio non umano, prese piede per due ragioni. 
Anzitutto, esisteva una concezione di pecore e bovini come creatu-
re innocenti incapaci di vendicarsi, quindi sotto la tutela dell'uomo: 
'Uccidi la mia pecora e ucciderai me'.
In secondo luogo si credeva che gli animali domestici fossero inna-
tamente buoni e il lupo innatamente malvagio, e che quest'ultimo 
fosse in qualche modo al corrente della natura del suo atto quindi 
un omicida intenzionale. 




In seguito, ossia nell'America del tardo XIX secolo, questo atteggia-
mento pretettivo del bestiame innocente, della sua rettitudine, di-
venne un elemento centrale, un fondamento giuridico delle bounty 
laws e dei programmi di avvelenamento con cui si intendeva libe-
rarsi dei lupi, elemento tanto cruciale quanto la perdita economi-
ca.
Altre idee presero origine dal Medioevo e contribuirono a far crede-
re che uccidere lupi fosse moralmente corretto.  Nella mentalità 
popolare veniva fatta una distinzione tra animali come il cane e la 
vacca, che servivano l'uomo, e il lupo e la donnola, che arrecavano 
dolore. 
Si discriminava tra bestes dulces o bestie dolci, e bestes puantes o be-
stie fetide. Il contrasto tra lupo e daino, tra corvo e colomba rende 
a sufficienza l'idea. Un altra importante idea era la credenza che gli 
animali fossero stati portati sulla Terra per servire l'uomo che 'nes-
suna vita può soddisfare Dio se non è utile all'uomo'. 




L'uomo riteneva di avere il dominio sugli animali alla stessa stre-
gua del dominio che esercitava sugli schiavi, per cui poteva per-
mettersi qualsiasi cosa. 
Ripulire la foresta dai lupi affinché l'uomo potesse allevare besti-
ame era perfettamente giusto.
Non solo, ma incontrava l'approvazione di varie denominazioni 
religiose che ammiravano tale ingegno, e dello stato, il cui scopo 
era ottenere una campagna soggiogata, adatta al pascolo e produt-
tiva.
Il pensatore francese René Descartes elaborò un'alta argomentazio-
ne a sostegno dell'uccisione dei lupi. Sostenne che gli animali non 
fossero giunti sulla Terra a uso e consumo degli uomini, ma che 
fossero di umili natali, senza anima, per cui l'uomo non incorreva 
in alcuna colpa morale nell'ucciderli. 
Si trattava della negazione formale di un'idea 'pagana' incompati-
bile con il pensiero della Chiesa romana, secondo la quale gli anima-
li avevano uno spirito, non dovevano essere uccisi in modo arbitra-
rio e non appartenevano all'uomo.

(Barry Lopez, Lupi)











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