CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

lunedì 13 ottobre 2014

MENTRE CRESCEVO: l'oliveto (15)












































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Dedicato a quell'uomo che non poté godere dei frutti terreni del suo giardino....





Sin dalla giovinezza mio padre aveva incominciato a piantare un oliveto a…. Aveva sconfitto la Natura, distrutto la selva e le querce secolari, riducendole a carbone e dissodato un terreno vergine.
Con amore viscerale, lo aveva bonificato estraendone le pietre che ordinava e componeva in mucchi estirpandone la gramigna. E in mezzo al bosco millenario quale la Natura lo aveva creato spontaneamente, lui creò quest’isola dell’arte umana lungo un rettangolo di sei ettari.
Io lo conobbi già tracciato. Circoscritto dai muri su cui da ogni lato faceva capolino ancora la selva che con il suo rigoglio invadeva, quasi se la volesse inghiottire, l’aiuola del lavoro di mio padre. I rovi e la macchia, le querce che sovrastando il fitto sottobosco testimoniavano l’antica vegetazione.
Con maestria ed assiduità, mio padre aveva tracciato i filari mediante fossati interminabili, ora l’argilla, ora sulla terra nera, ora sulle pietre e vi aveva piantato gli olivastri a distanza geometrica regolare senza servirsi mai del metro, ma solo del buon senso, dell’occhio e dei passi. Nella loro lunghezza i filari venivano intercalati ed evidenziati da altre piante più precoci che pagavano la zappatura dell’oliveto ancora infeconda.
La sua architettura la si poteva osservare ogni anno, il giorno di San Elìa. Dalla sommità di monte Santo dove ci si recava per la festa. Scalando il monte l’oliveto si stagliava di più. E la gente raggiunta la vetta, dove si accampava a crocchi e si sparpagliava sul piano a giara del monte, poteva mirare la meraviglia del luogo.




In mezzo a quella selva di querce e di sugheri disordinati e incessantemente in lotta tra di loro, i filari dell’oliveto opponevano la Natura coltivata alla Natura spontanea. I cacciatori che vi sbucavano all’improvviso dalla selva si trovavano nel giardino del deserto e non potevano fare a meno di ammirare e di stupirsi di fronte a un’opera ormai quasi inarrestabile.
‘E tu chiamalo fesso Abramo. Molti dicono che è arretrato, ideoso, qua e là. Guardate che meraviglia. E’ l’oliveto più grande dell’agro! Eh! Avete visto? La gente spesso si sbaglia. Spesso qualcuno che non è capace neanche di pulirsi il culo si mette a scorreggiare giudizi a destra e a manca. Qui parlano i fatti. Questi sono monumenti, sono. E’ un grande lavoratore. Quando si mette è un vulcano. Fossero tutti come lui, l’isola sarebbe un giardino, sarebbe. E pensare che trent’anni fa era una vera pazzia il solo pensarlo. Lui lo ha fatto! Eh molti gli dicono che è pazzo! Osservatela la sua pazzia: è il paradiso! Anch’io avrei voluto essere pazzo così!’.
Questi commenti che avevo sempre sentito da piccolo dentro i cespugli per sfuggire all’attenzione dei passanti. Mi vergognavo e avevo paura di essere visto! Erano giusti, però, quei commenti. Il babbo aveva vinto la sua battaglia. L’uliveto giustificava allora la deportazione della famiglia, la severità dell’artefice.
‘Quando sarò vecchio questa sarà la mia fonte’, diceva sempre alle persone che vi capitavano o che vi lavoravano. ‘Io non voglio fare la fine di tanti vecchi che una volta che le loro braccia non riescono più a produrre vengono disprezzati dai propri figli prima che dagli altri. L’oliveto sarà mio fino alla morte… Quando creperò se lo godranno loro. Sotto terra non avrò bisogno di quello che nasce sopra'.
Il babbo ci teneva molto.



 
E da quando ero a…. , il suo edificio stava venendo su bene, sensibilmente anno per anno. Io lo vedevo potare e lavorare le sue piantine con una brama incontenibile e con passione quasi gelosa. Le accarezzava tutte sui rami e sul fusto fino alle radici, quando le zappava. Cosa che non poteva fare con i figli. Le cingeva con un involucro di spine per evitare che divenissero facile preda di bestiame abusivo.
‘Questo è il mio sangue. Tu me lo stai succhiando. Mi stai uccidendo. Le pecore custodiscitele: anziché startene nella capanna, i coglioni al fuoco o a strombazzarti tua moglie, assièpati i muri. Guardateli ogni tanto. Fai quello che vuoi. Stringi il garretto alle bestie. Impastoiatele. Che non ci ritornino a saltare, altrimenti ci azzufferemo e lo dirò al maresciallo. Le piante sono la mia vita, sono! Sono il mio sudore che sta crescendo… e tu me lo vuoi mangiare con la tua negligenza! Tieniti a bada le bestie. Sappiti regolare’.
Si faceva sempre rispettare. E come una vespa difendeva il vespaio pungendo con l’ago della sua lingua. D’inverno si andava in giro insieme in cerca di olivastri per rimpiazzare quelli che il gelo, il caldo o il bestiame abusivo avevano distrutto. Lui sapeva dove scovarli. Me lo aveva insegnato. Tutti e due in diverse direzioni ci si sparpagliava per le macchie del lentischio o per la fitta boscaglia.
‘Ti devi abituare al peso. Il lavoro ti deve mungere come una mammella. Il peso ti deve pressare come la vinaccia al torchio’.
‘Siamo arrivati’.
‘Sì. Mettila lì, la gerla. Da questa parte. Prendi la zappa. Fai il fosso. Così. Allarga un po’. Spostati! Lo vedi? Non se lo sarebbe mai immaginato di farsi una passeggiata sulle tue spalle e di finire qui. Quando sarai grande te lo ricorderai. Sarà pesante: grande, alto. Tu potrai mangiare le sue olive quando sarà innestato e ricresciuto come ulivo’.
‘Eh! Anche tu, le potrai mangiare’.
‘Eh! Che cosa vuoi mangiare. Ci vuole una vita per fare un ulivo. Io me lo auguro di mangiarle. Ma! Chissà come sarò, quando questo olivastrello diverrà un ulivo! E’ una pianta secolare. Gli anziani piantano e i giovani colgono i frutti. E’ stato sempre così. Io ho mangiato i frutti delle piante che ha messo mio padre e tu mangerai il frutto di queste. Guarda quante ce ne sono. Non riesci nemmeno a contarle’.


















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