IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 2 maggio 2015

IL TEMPO E LA MEMORIA (14)








































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Il Tempo & la Memoria (13)

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Il Tempo & la Memoria (15)












… Ora debbo di nuovo fuggire, chi mi perseguita è un Diavolo da santo vestito il suo inganno è pari all’ingegno di cui pensa ottenere il favore del suo Dio. Debbo fuggire da questo dire, da questo rigo scrutato, da questo pensiero adoperato e controllato dalla materia di un falso Creato. Debbo fuggire, e le ali di Jonathan non bastano a placare il tormento di questa cella, di questo inganno, di questo agguato, di questo paese convinto della ragione scritta nel bene è un male antico da romano vestito, fustiga e tortura la schiena di Dio.
Dono a te il perdono del Primo Dio nell’inganno consumato!
Debbo fuggire perché ora l’inganno dopo averti privato della vita e del diritto troverà nuova scusa al porto antico, incaricherà il nuovo inquisitore per illudersi di un barlume di ragione nel terreno dei secoli così coltivato stratigrafia di una Terra immune dalla coscienza nel peccato consumato. La sua minaccia è il tuo mattino, la sua falsa parola la morte cui destina la verità rubata e braccata. Debbo fuggire per poi tornare a volare con le ali di un sogno mai smarrito in questo martirio.




Debbo fuggire e dipingere il quadro antico per ricordare il compito di cui si investono braccando la Parola non gradita al guerriero paladino di Dio. Il Tempo e la Memoria rinnovano il terrore del gesto antico di cui il popolo caccia in nome e per conto di Dio… Secondo al Primo di questa Rima cui ho affidato la preghiera per sempre inquisita e tradita… Debbo fuggire perché ora il secolare compito investe come un Tempo l’inquisitore di Dio e priverà quanto è tuo per confiscarlo in nome di Dio, la ricchezza è la sua chiesa pur indossando povera parola alla piazza ove il pellegrino reclama il perdono per ogni peccato ed inganno consumato in nome di… Dio. Debbo fuggire fra le risate e le minacce, occhi indemoniati che braccano la Poesia la Rima con la maschera viso di una eterna smorfia a cui mai destinano il peggiore delinquente Barabba del popolo per il quale implorano perdono. Dopo consumano l’agnello nel rito che giustifica il linciaggio. Chi la bestia? Chi il lupo in questa Rima? Eppure il buon pastore ha profondo terrore incaricò il magistrato ed inquisì l’oltraggio. Lupo rinacque alla mia ora, mi dettò la Verità inquisita e arsa dall’intolleranza antica, mi narrò la Vita così consumata in nome della Dottrina…
Il Tempo e la Memoria compagni del mio cammino, ogni volta che scorgo ugual volti e gesti lungo lo stesso ghigno, ogni volta che scorgo gli occhi dell’odio che muove Parola senza nessun motivo, odio antico più antico del loro Dio, il Dio prima di Dio mi conceda la forza di questo antico martirio…




E l’Eretica Parola mi scruta e mi vede e comanda la Via, ricordare il male subito in nome del loro Dio… Rima inquisita Anima braccata….      

Povero Eretico,
son io che ti osservo
nell’angolo nascosto
accanto alla brocca,
dove non sapendo,
stai bevendo l’antico tormento
confuso con lieto piacere.
Dona segreta parola
nell’infinita ora:
stai creando nuove stelle
in questo Universo
dove ti sei appena perso.
Fiumi di parole e tanti pianeti,
eterni prigionieri di una strana materia,
perché sempre avanza per questa cella
specchio di una diversa creanza…




 A parte… il quaderno (ed alcune lettere…) (ora divenuto nuovo strumento certamente più evoluto cui affidare il numero compiuto il formato e la grandezza ai miei occhi smarriti è sempre un quaderno cui affidare il gesto per Eretici perseguitati…) approdato presso la Biblioteca non è possibile dire con precisione il motivo della sua compilazione, visto l’imparzialità e inconsistenza dei fatti addebitati ai perseguitati. L’interesse seicentesco per gli Eretici non si è consolidato in opere manoscritte, né a stampa (ed io che ho rimato e scritto conosco il Tempo della persecuzione subita…), ciònonostante, altro ancora si può aggiungere circa i perseguitati protagonisti della repressione inquisitoriale. La sutura documentaria fa emergere un orizzonte devozionale che gli inquisitori collegano ai buoni cristiani dualisti – coloro che comunemente vengono definiti catari – e colpiscono individui quasi sempre isolati e raramente difesi in difetto negato dei loro diritti…
Questo particolare non è trascurabile…




… Gerolamo Biscaro per primo fece la scelta coraggiosa di pubblicare Frammenti esemplari - veri e propri exempla del lavoro dell’inquisitore - estratti dai quaterni racionum degli inquisitori. Il suo impegno scaturiva da un clima di entusiastiche e sistematiche campagne di scavi documentari appartenenti alla Geologia stratigrafica della Storia e della Memoria… Tutti i suoi scritti ripropongono il binomio inquisitori-eretici, privilegiando il quaternus del frate Predicatore Lanfranco da Bergamo figlio del fu Giovanni da Grumello del monte… ‘inquisitor haereticae pravitatis’ dell’officium… dal settembre-novembre 1292 al giugno 1305. Funzionalmente elegante, il ‘quaderno’ pergamenaceo rappresenta un unicum in un contesto conservativo omogeneo tipologicamente, ma non altrettanto uniforme per materiale, dimensioni, qualità e quantità informativa, oltre che per modalità di redazione. 
In primo luogo, esso rende conto di un mandato individuale (universale) continuativo, permettendo di seguire e contestualizzare in coordinate ampie l’attività del ‘frate’ inquisitore. La dilatazione temporale delinea vicende nel loro divenire e suggerisce lo sviluppo della logica redazionale. Il mero dato contabile introduce....













LITIGANO (in pubblico) E POI FANNO LA PACE... 'AMICI COME PRIMA' (bestie intelligenti) (15)








































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Il volo di Jonathan (14)

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Amici come prima (16)














… Abbiamo parlato e discusso, io ho creato il mondo da un pensiero nato, tu hai governato l’evento con l’impeto che contraddistingue la tua natura, l’occhio Polifemo dal quale rimaniamo affranti scossi e persi nell’Inferno della Terra d’improvviso trasformata in disastro…. Erano miei Dèi (Rocce Dèi .. Dèmoni…), perché all’inizio del Viaggio mi narrai Pagano, e forse lo sono ancora dopo quanto visto e udito. Certo potevi essere clemente, ma non posso nulla dinanzi alla tua parola, io creo e compongo scrivo la Rima, la Poesia è l’arte mia antica…. forse più Pagano di prima ora alla vista della tua venuta….




 Ma Giamblico, era assorto e non udiva le parole del discepolo, come parlando a se stesso, gli occhi verdi fissi nelle nuvole che il sole rivestiva di trasparenze dorate, cominciò: ‘Sì, sì, noi tutti abbiamo dimenticato il verbo del Padre, bambini nella culla, noi sentiamo la voce del Padre, ma non la riconosciamo. Occorre che nella nostra anima tutto taccia, la voce celeste e la voce terrestre.
Allora noi lo conosceremo….
Finché la ragione ci illumina il pensiero come il sole meridiano, non potremmo veder Dio… Ma quando la ragione declina, l’estasi, come rugiada notturna, discende nel nostro spirito. Gli spiriti inferiori non possono provare l’èstasi, essa è privilegio soltanto dei saggi, che vibrano e fremono come la sonante lira sotto la carezza divina.
Donde viene questa luce che rischiara la nostra anima?
Non so: essa giunge improvvisamente, quando uno meno se l’aspetta.
Io dico: silenzio!
Ascoltatelo in silenzio!
Eccolo!
Che tutto taccia!
Il mare, la terra, il cielo.
Ascoltatelo!
Egli riempie di se tutto l’Universo, penetra gli atomi, col suo respiro, illumina la materia – il caos, orrore degli dei – come il sole, al tramonto indora le nuvole scure…
Sì, sì, guarda: ella vorrebbe dire il motivo della sua tristezza, ma non può.
E’ muta.
Ella dorme e tenta d’invocare Dio nel sonno, ma la pesante materia glielo vieta, e a stento riesce a contemplarlo in una confusa sonnolenza. Tutto, le stelle, il mare, la terra, gli animali, le piante, gli uomini, non sono altro che Sogni della Natura, che pensa a Dio.
Ciò che essa contempla, nasce e muore.
Ella crea per semplice contemplazione, come in sogno.
E tutto, così, le è facile; per essa non vi sono difficoltà né ostacoli, ecco perché le sue creature sono tanto belle, tanto libere, tanto inutili e divine.
Il corso dei sogni della Natura è simile a quello delle nuvole.
Non ha né principio né fine.
Al di fuori della contemplazione non esiste nulla.
Più è profonda, e maggiormente silenziosa.
La libertà, la lotta, l’azione non sono che contemplazioni divine, indebolite, incomplete o non ancora perfette.
Nella sua grande stasi, la natura crea forme; e le lascia sfuggire dal suo seno materno, una dopo l’altra, come il geometra che non ha altra fede se non nelle sue figure….. 




Tutta la Terra si trasforma così l’ira tace e cancella la Parola antica, è linguaggio di Natura per quanto si dica siamo prigionieri della Terra noi Dèi incarnati nella pietra divenuta sola Memoria. Ma qualcuno immune alla Memoria nella stratigrafia della Vita, pensa ad un monolitico evento lungo ugual via: la sua Parola è troppo giovane per la nostra Infinita Ora. La Terra al pari dell’Universo ha una lunga Storia scritta nel Mito della eterna venuta, perché sempre ho dimorato da Profeta braccato in una grotta, cacciato da un popolo che vuol dispensare parola. E fra il Bene che avanza e il male che crea diversa sostanza, scrissi della Verità che illumina la Rima nella Poesia taciuta del ‘Dio prima di Dio’ in quanto non vi sono concordanze come illumina il dotto saggio, nella non-dualità non v’è Storia non vi è Memoria non v’è Luce contesa fra un’onda ed una particella. In Principio furono molti, poi il Primo narrò la Via quando il male fu padrone della materia; e per quanto dico e leggo, vedo l’errore della presunzione armato al porto di una strana teologia: spiegare e narrare il Mistero in una Simmetria ove se pur qualche erudito prega e svela lo stupore di Dio manifesto nella parola detta…, nell’incomprensione vissuta, la Via Sua rimane taciuta ed in apparenza incompiuta. Cancellata braccata inquisita e per sempre perseguitata, così la Natura del mio Dio (e tanti Dèi) incarnato in questa Vita. Nel perire svela la sostanza di cui la Vita, a te Parola di potenza scritta nell’orrore ed errore della Memoria. Ed io che compongo e scrivo nel Frammento non cerco facile Rima che porti incomprensione alla Vita, non cerco capro espiatorio, perché la mia Parola è sempre un Primo Pensiero assente e Straniero all’odio inventato, istinto dell’uomo non del tutto compiuto. Quando tu gettasti la ricchezza, io da secoli fuggivo il Male, braccato poi dal saio della tua venuta. 




Per questo crocefisso nell’assenza di ogni peccato. Fu detta e narrata Eresia nel Tempio che urla, in verità è lo Spirito braccato dalla materia che per sempre fugge via. E nella parabola dell’evento tu preghi il tuo Dio scritto e scolpito venerato e pregato nella materia quanto dal sogno creato. Ricordi la Storia, ricordi la Via? Nel male è costruita l’Occidentale tua ‘ortodossia’. Prega un Dio dal Verbo risoluto, condanna e punisce, così è scritto, talvolta benedice nella parola della sua via divenuta Chiesa ricca e festosa, nell’interesse di quel Dio cui trae nutrimento. Io sono Pensiero Primo, così la Vita anche nel triste accadimento, e sono ancor più convinto nell’Eterna Ora, ora che gli Dèi mai periranno al fuoco e tormento dell’accadimento. La Vetta si innalzerà a nuova altezza, una zolla, un Frammento, uno strato di Terra si è scontrato con l’indomita risoluta ed intollerante per quanto monolitica certezza che ‘sora morte’ non detta o cancella la lontana venuta. Assiso in èstasi contemplo l’Eretica Parola nel bene e male che divide la comune via: Dio scritto e ripetuto in ugual preghiera e muto come un Buddha svela la Terra… materia scolpita… opera incompiuta… Ed in essa nella ‘parabola’ nascosta, vedo l’uomo evoluto del nostro comune tempo. Ora cammina retto, ma un Tempo più antico camminava chino, voleva conquistare il mondo Creato arrampicando e violando ogni Dio celato, muto e nascosto in ogni pietra del cammino vetta della sua evoluta conquista. Ogni grotta e pietra e cima dove ogni anima perita torna a nuova vita, prigioniera del peso della dura conquista della Natura così evoluta, prigioniera della materia così transitata alla conquista della cima nel segreto della comune via….




Sì, certo, uomini e materia, ma io vedo nella (tua) pupilla riflessa, nel momento che parlano e mostrano la Materia del loro progresso, la nuova crosta evoluta che si dibatte nell’aula (dove ogni legge è discussa nella ‘democrazia’ raggiunta): stratigrafia della legge che disciplina e regola la terrena vita, nello specchio di un Dio e nella falsità della parola al popolo rubata. La conquista del male antico che inchiodò la Parola del Primo Dio al Teschio della materia, per pretenderne di svelarne e spiegarne il Frammento nascosto in ogni grotta del sentiero. Nella grande piazza scolpita pretenderne legge e bene: moneta e preghiera ben esposta di ciò che mai si svela, la ‘vita prima della vita, Dio prima di Dio’, e l’orango della Parola scimmiotta dispensa e distribuisce la ‘fede’ da un ramo in attesa del pellegrino, conta e benedice i denari nella materia coniati e nel Teschio della Vita contati e difesi da chi nel Tempio difese l’antica dottrina dopo l’offerta ricevuta assicura il Paradiso del suo Dio…
Sono amici come prima e più di prima nell’inganno della parola dalla ‘parabola’ ben distribuita al ‘canone’ della strana Natura… così evoluta…




Zoo… della Camera monitor 5 canale 3: il popolo distratto affranto ammira il nuovo Naufragio, ove nessuno si è smarrito, ove nessuno al passo evoluto del Dio Taciuto ha perso la piccozza al ramo, ove ad ogni ‘scalo’ ed aeroporto del terreno volo si narra più uomo e saggio ed evoluto di prima. Certo, ha camminato chino come l’antico antenato, e per un rifugio sicuro avrebbe donato ogni soldo guadagnato e dalla materia fuggito in questa parodia paradosso della segreta ‘via’. Peso della fatica di uno zaino, di un’emozione in cerca della Vita, soldo al peso cui reggo il passo di questa difficile Via… Fra un frutto ed una nocciolina in attesa del nuovo evento della vita: la ricchezza è sola e degna parola all’espo-sizione della Natura evoluta ma così affranta nel Secondo di questa ‘parabola taciuta’. E il gorilla così cresciuto allo schermo della vita contempla la parola cui destina il senso della via racchiuso nella Camera che disciplina ogni politica di vita per ogni conquista della cima cui aspira. Voto e scelta della vita allo zoo di codesta difficile salita nel pil della grande economia raggiunta e scritta. Giungla della perenne fuga in cerca del Tempo della Memoria ove ogni Frammento è perso e crollato perito nel fuoco amico della  materia… Ma il politico, l’orango più saggio del villaggio globale giammai crollato al disastro della fatica di codesta avventura, si agita e scompone, dando saggio allo zoo della vita di chi maestro della via per la segreta saggezza nel pil della cima. Ringrazia per la fiducia ottenuta dopo la baruffa, teatro della materiale parola al popolo (ora di nuovo e come prima) proibita. Lo spettacolo così evoluto dell’orango in ognuno taciuto si compone alla vista…, e poi…, ‘amici come prima’… La pagnotta al telecomando della vita ci ridoni la vista certezza della parola per sempre tradita e dalla busta nutrita. Non si fraintenda al fuoco dell’eterna ora: la busta delle noccioline ove sfoga il Secondo del diletto allo zoo della vita è quella consumata con avido gesto al palato e sciolta dalla lingua. Perché ogni orango e gorilla al di là o di quà della gabbia è sempre un onesto e bravo cittadino così cresciuto… e nella poltrona evoluto. La banana solo il telecomando ove destinare il sogno di questa vita affidando al palato la ricetta dell’anima taciuta, al vino la qualità grado di una vista incompiuta nell’attesa della nuova puntata dello scalatore della cima…: non è morto annuncia la ‘parabola’ della vita e mai morrà al Teschio di questa Eresia…



  
…. Un cesto di mele in una mano, una telecamera dall’altra, mi avvicino all’isola degli scimpanzè. E’ il regno di Nikkie, maschio dominante di quella che è considerata la più grande colonia di ‘Pan troglodytes’ del mondo. Ed è Nikkie che farò arrabbiare, anche se il suo comportamento aggressivo nei confronti di un altro membro della comunità mi importa relativamente: non sono qui per studiare la guerra, ma la pace.
Esiste tra gli animali?
E quale può essere il significato di una eventuale riconciliazione dopo una lotta?
Quale utilità evolutiva di gesti in tutto e per tutto equivalenti alla nostra stretta di mano?
La mezza mela vola verso gli scimpanzè (la guardano e la studiano, la osservano e scrutano… come al Tempo Antico, loro padroni del creato nel peccato così consumato nel ramo condannato…). Hennie, una femmina adulta, la afferra. Nikkie resta a bocca asciutta. Hennie si siede a sgranocchiare su un vecchio copertone (cosa mi posso inventare con questa mela…? Cosa ne posso ricavare? La mangio in odor di peccato e inganno così il terreno Paradiso che saprò aver conquistato e nella ‘parabola’ di questa dieta sfamerò la verità non certo vissuta non certo compiuta ma sempre rubata ad una Eterna Natura… ‘Mangia la mela assapora la Rima… di chi mai ti privò della vita…’). Nikkie non sopporta l’affronto: si avventa sulla femmina, cerca di colpirla e di morderla (non è ancora arrivato Dio o chi per Lui a spiegare l’uguaglianza dei diritti e doveri…), la insegue fin sugli alberi. Poi si ferma, torna lentamente sui suoi passi, si ferma di nuovo, si volta e fissa Hennie immobile all’estremità di un ramo.
Parte il cronometro, comincio a filmare.
Che succederà?
Hennie si avvicina a Nikkie che continua a guardarla. 
Giunta a circa due metri da lui, gli tende la mano con il dorso rivolto in alto; l’altro si avvicina e, dopo qualche minuto di incertezza, le fa il baciamano. E’ il momento della pace: subito dopo, l’abbraccio e il bacio sulla bocca, il gesto riconciliatorio per eccellenza tra questi primati (talvolta anche sulle guancie… dopo il ‘baciamolemani…’). Sono passati dieci minuti dall’inizio...
















venerdì 24 aprile 2015

IL VOLO DI JONATHAN (13)









































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Il volo di Jonathan (12)

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Il volo di Jonathan (14)














... Già cresciuta, compreso quell’Adamo dalla povera favella e la sua donna, sono al piano da basso del condominio, il peccato ho loro per sempre donato, e loro mi hanno per questo affidato le chiavi del loro piccolo ‘appartamento’. Se non fosse nel ricordo del peccato consumato non potrei curare ed amministrare ogni sacrificio sudato. Quando io ero a questo piano edilizio ancorato, tu ancora strisciavi e porgevi un frutto, ancora, se ben ricordo, non volavi, strisciavi quale immonda schifezza nella Rima a me poco gradita, ha sollevato una bufera terrena da me sapientemente e fruttuosamente gestita. Così nuova moneta ho coniato, altrimenti gli uomini da te creati da cosa trarrebbero terreno nutrimento? Dall’aria e il Pensiero del tuo Dio? Per questo ci son io! Materia di ogni Spirito!  Qualcuno ti ha pregato e venerato all’ombra di uno stesso deserto, al confine di una Parola, il tuo Dio ti conduce per tutte le vite da me raccolte ed ornate su un rigo, troppo piccole ed immonde per essere studiate, troppo piccole per essere interpretate su un Frammento su di un rigo su di un Papiro, quando il vento ti è nemico e la voce barcolla non sazio nel ventre della materia che non perdona compagna della misera tua ora!




Hai inventato la neve, ed io ho edificato e costruito ugual desiderio, lo nutro e coltivo, a te poi regalo il pianto antico racchiuso entro una giara quale sfida al desiderio dell’uomo che governa e divora: vola anche lui su di un legno, a te regalo ugual legno su alto nel monte, Teschio del pensiero tuo così mal concepito. Vuoi volare solo tu in questo desiderio antico? La mia legge è custode di ogni sogno da te partorito, per questo io lo governo nella salita e discesa del tuo Paradiso, e non condannarmi con la difficile ed ingannevole Parola, vogliamo negare il privilegio ad ogni uomo della sua piacevole ora? non fu Tommaso l’atleta che raccolse l’Eresia tua?
Non vedi? Ammira! Si sentono come Dio, e pregano il tuo eterno martirio, tu che vuoi confinarli senza legge ed edificio per una terra senza girone e bellezza a contemplare una serpe che striscia, una volpe che ruba, un lupo che divora il mio gregge che produce e lavora. Ed ancor peggio, un albero che narra la sua Storia, cacciagione della  mensa condito con il fuoco della mia ‘ora’ elementi della materia per cui condanni la Terra qui nella blasfemia narrata. La neve fu solo una lacrima della tua mente, io ho saputo coltivare e dare a lei il giusto nutrimento e gradimento.




Per te sarebbe stata solo una bella ‘simmetria’, ogni fiocco diverso e un quadro del tuo Dio, che inutile costruzione che inutile Eresia, il marmo compongo, la chiesa e il Tempio io dipingo, il tuo invisibile disegno  elemento di un Creato nato da un nero Principio, quale  perfezione di morte dipinta e nel freddo scolpita, su una croce ho confinato ‘la vita prima della vita’, affinché il Sacrifico venga pregato e la luce illumini il materiale creato. Nel Battesimo ho costruito la dottrina, ed anche se l’acqua per te ha un diverso significato, ogni pargolo di questo Creato deve avere l’immunità di quanto da te Pensato!”.
Odo la tua voce nel Vento fermo della terrena mattina, avverto la paura antica del cacciatore della segreta ed antica Prima Dottrina, per quanto da me tutto Pensato e Creato, un diverso Dio comanda la materia e la luce della vita, un diverso Dio indica la via, io solo un enigma diviso fra un’onda ed una particella invisibile alla vista.
L’acqua è principio di vita, tu quale elemento che governi la Natura sappi che l’acqua è principio della Parola nata, ed io così compio il ciclo ad ogni stagione della materia da te narrata. Se così non fosse non potrei volare e ricordare delle tante e troppe guerre che conoscono solo martirio privazione ed inganno, in quanto, anche se  strisciavo ed ora volo, il mondo che prego e di cui mi feci ingegno per essere da te governato nella materia di questo strano Creato, è privo di quella violenza e inganno destino della legge e parola del profeta da te inviato. L’istinto della mia eterna Natura è privo del concetto e Pensiero scritto nella tortura. Quella io l’ho provata e provo ogni giorno anche nella morte di quelle creature che vedo affogate nel mare profondo, anche in quei tuoi figli periti nell’acqua di un tuo principio non condiviso.




Osserva la Natura, ho regalato loro una Rima e la Neve con l’antica simmetria ha imbiancato la Chiesa della mia poesia. Quale opera meravigliosa, quale pittura sublime, non v’è quadro più bello in questo dire. Guarda la bestia che mi fa compagnia, non v’è anima più gentile da condurre per ugual via. Guarda coloro che popolano il cielo d’inverno e d’estate, non v’è suono più bello e soave.
Io ho dovuto patire il sacrifico e umiliato dal tuo volo da ognuno condiviso: chi uno sputo chi una offesa, chi un inganno comandata al portiere che invade ogni Rima poco gradita al condominio della tua costruzione così ben concepita. Ma la vita e il Pensiero Primo che per sempre dominano la via e nella materia crocefissa, non conoscono tortura o violenza alcuna, lascio a te questo mondo poco gradito io sono figlio di un altro Dio.
Straniero alla tua poesia, Straniero alla ricchezza tua, e se la povertà e l’umiliazione saranno il calvario dell’eterna mia vita, benvenuto vento che predichi la vita, visibile e pregato da ogni navigante che gode dei favori della tua  materiale fortuna a buon porto condurrai la sua terrena venuta, di questo ne sono più che certo, di questo ne sono più che lieto. Ma io sono un povero Jonathan Straniero alla ricchezza, striscio volo arrampico su per una cima come un Cristo impazzito e braccato dal suo popolo come un male antico, muoio ad ogni stagione e poi risorgo alla primavera e perdo la testa come un quadro dipinto e nell’impressione scolpito, di questo io ne sono più che certo, la luce illumina ciò che è visibile alla materia, la morte sarà compagna della mia ora, io a te dono il quadro della mia onda impazzita al museo della comune via…
Lasciami narrare ora il martirio nella miniatura di questo breve sacrificio perché io non conosco violenza, la Natura non conosce tortura, per questo quando la vedo che striscia nella sua piccola dimora, il secolare gesto debbo narrare all’ombra dell’infame peccato consumato!)




…. Lo ammette tranquillamente anche Giorgio Rochat, 56 anni, docente di storia contemporanea all’Università di Torino e presidente della Società di studi valdesi. Questa metafora del valdese-pellerossa ricorre come un basso continuo nel nostro incontro a Torre Pellice, il capoluogo montano dei valdesi, che per la vivacità intellettuale, già Edmondo De Amicis aveva ribattezzato ‘la piccola Ginevra’. Né stupisce il nobilotto protagonista maschile dell’appassionante romanzo storico ambientato in queste valli a fine Seicento dalla scrittrice Marina Jarre, ‘Ascanio e Margherita’, appena posa gli occhi su boschi e spuntoni di roccia, veda proprio quegli indiani irochesi dal trofeo di penne, di cui narravano i primi pionieri d’America, appostati con arco e frecce sempre in agguato.
L’analogia con gli indiani  si fonda su diversi aspetti. Sulla fiera resistenza. Sulla perfetta conoscenza del territorio. Sui metodi di guerriglia. Sull’irriducibilità. Sulla condizione di rifugiati a casa propria. E non solo quassù, in quello che fu il verde ducato di Savoia, il Canada italiano. Anche giù in Calabria, verso la secca Arizona. Dove gli abitanti di villaggi come Guardia Piemontese, Montalto, San Sisto dei Valdesi e Vaccarizzo nel 1561 vennero stanati dalle truppe del vicerè di Napoli, chiamate dal grande inquisitore (il domenicano Michele Ghislieri, futuro papa, nonché santo, Pio V, a tal proposito puoi leggere…) con l’aiuto degli stessi cani mastini che gli spagnoli avevano addestrato in America latina per la caccia agli indios.
Sono pagine di orrori e di macelli, di tagli di frutteti, di conversioni estorte sul filo della spada, di raffinate… TORTURE… nelle segrete, di avviamento degli uomini più robusti sulle galere di Spagna, di rapimenti di ragazze destinate alla schiavitù sessuale, di roghi umani che ricordano il martirio dei primi cristiani, di macabre esposizioni di cadaveri squartati lungo le strade tra Cosenza e Morano. La faccia di quella ‘ecclesia maligna’, insomma, che per difendere il lucroso monopolio del sacro chiudeva entrambi gli occhi davanti alle atrocità del suo braccio secolare. 




(Io ho volato sopra quelle Terre, io ho raccolto ed udito il pianto di quel creato, non puoi qui negare il male arrecato, il peccato, il vero peccato accompagnato all’inganno di questo Creato ed ancora consumato al Tempo ciclico del tuo palato. Io dimoravo in una cella gabbia dell’Intelletto inquisito e braccato, calunniato dallo Stato del tuo araldo, volavo ieri come ora, ed un tuo servo mi ruba(va) la Parola, la distribuisce alla ‘parabola’ di una falsa via. La Storia hai inquisito, il canto e la Rima di chi morto bruciato, ed ancor oggi distribuisci stesso intento, la Storia non vuoi ricordare, cacciando la ragione dell’Intelletto confusa e rivenduta per pazzia al porto della giustizia. Poi, come quelle anime affogate, anche io sono....
















sabato 11 aprile 2015

IL VOLO DI JONATHAN: 'con un barcone li vidi attraversare il terreno cammino' (11)








































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L'esilio di Jonathan (10)

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Il volo di Jonathan (12)














Questa è la mia preghiera, questa la mia Chiesa, qualcuno dirà al divano di un Secondo Dio che il volo desidero, perché l’amore non di Spirito nutre il suo cammino, ragion per cui traduce e spiega l’intero mondo, non con la Parola scaturita dal gene occhio della Memoria, ma studia l’anima torturata nel contesto del desiderio che sazia la sua ‘ora’: l’amore che condisce il piatto suo all’ombra del dialogo pagato e nutrito da una creatura prigioniera del suo Dèmone antico, eterna strega della Storia nel materiale e ‘carnale’ desiderio di possedere Dio, ‘confessione antica’ evoluta al divano di un nuovo peccato così nato.  Il dotto medico quanto la sua creatura nata dalla terrena natura. Il Divino è altro, Dio non conosce l’ora tua, la inganna all’orologio della tua piccola scienza.




Un angelo sceso, lontano da quella ora,  mi ha narrato una triste vicenda, ed io, per questo, continuo il volo da lui pregato per il martirio subito, potevo ornare l’altare con la nobile parola ben miniata al ‘quadro’ che illumina e accende la ‘parabola’ della vita, ed apparire affranto e amareggiato per l’atroce destino (regalato e donato) pronto a risolvere il problema cui si potrebbe decidere la mia quanto l’altrui esistenza, in questo nobile ‘corridoio’ quale museo della vita. Sì, è vero, disprezzo quel Nobile cui tutti odono e vedono la Parola del potere nel museo custodita, conto gli araldi della sua promessa, conto i denari della sua mensa, conto e misuro la recita nel vestito ben cucito e dipinto, troppo lustre per essere offeso dal negro fuori dalla porta del museo della Storia. Sono contento in questo mio volo, in questa preghiera umiliata e braccata, che ora un Angelo sceso mi narra la disavventura nata perché un Eresia ebbi a pregare per ogni vita. In quanto la vita di ciascuno sacra al confine di una nuova nascita, al confine di ogni verità antica.




Benvenuta vita cui destini la parola antica vento della mia umile ora. Sono contento di non appartenere alla schiera dei nobili eletti che officiano il quadro antico, ed ognuno nella terrena vita scruta e vede alla ‘parabola’ del ‘canone’ cui bisogna nutrire la loro ora. Ognuno crede alla falsa parola, e l’angelo sceso una mattina mi donò l’ira del vento che vuole giusta degna e Grande Notizia al confine di ciò che narriamo ‘via’, per la bestemmia vista affinché dal mare nasca e risorga nuova vita. Quel mare estraneo al loro Dio, che una mattina rubò la vita di tanti e troppi prigionieri del calvario dell’eterna via guerra mai smarrita.
Benvenuto tu che bracchi la Rima, quale volo mai smarrito, ora volo più alto e nobile di prima, beninteso per sempre cacciato da ogni nobile che orna la ricca tua via,  non desidera vedere puzzo o parola, perché mai di moda al museo della tua ‘cornice’ ben vestita nutrita e dipinta per ogni stagione della ricca vetrina commercio di vita. Bracchi e cacci come il cane che fiuta la preda, la Rima non è a te gradita, tu nobile che orni quella spoglia via, nutrita con lo scempio della vita dei frutti cattivi alla tua ora.  Per sempre scruterò quella strada smarrita e perduta al confine della fiacca mia vita, nel mezzo d’un respiro quando il passo sembra indeciso, nel mezzo d’una vegetazione morta e appassita: alberi scheletri di un’altra vita, qualcuno è già fiorito e la sua foglia donerà nuova linfa, qualcuno dona giusto respiro forse perché ha compreso la punizione cui destino il cattivo frutto cresciuto ma non certo maturo!




L’angelo nel bel mezzo del volo, vento di quella triste mattina, mi donò parola violenta come l’ala che a fatica riesce a tenere la rotta, alla Parola da lei evoluta nella tempesta cui destino la vista nell’atroce naufragio della vita. Il vento, quale elemento, certo è sacrificio per il marinaio, dai tempi antichi dell’Odissea di ciascuno al porto di codesta vita. E’ certo sacrificio per ogni Ulisse che cerca la sua difficile via, ma in fine alla sua terra condurrà il corpo stanco e fiacco, potrà aspirare alla casa ed alla  sposa abbandonata ma non certo dimenticata, per poi vedere il nemico della sua ora fuggire smarrito e rapito dal salone ove orna il quadro di un altro e sconosciuto Dio.
In quel mare, non certo a causa del mio amico vento, della Parola voglio ben dire, Angelo sceso in quest’ora, mi narrò la mensa nutrimento di quei pesci e altri esseri che traggano il pasto di nera carne affogata quella triste mattina. Pescati son tutti destinati a miglior vita, conditi fanno la tua cena ben saporita, specie se accompagnata al lieto vino, non quello della cena di Cristo, non al misero pasto dell’apostolo suo, che se pur pesca e pescava qualche pesce, una Chiesa ha ben costruito, ha ben edificato anche nella paura dell’eterna ora, quando lo videro e dissero: ‘ecco Pietro lo abbiamo ben scorto con il ‘pazzo’, con l’Eretico della parola dal Tempio fuggita’. Sì c’era anche lui con altri uomini, narrano e rimano vicende che è bene non dire o pregare, fanno miracoli qui alla ‘parabola’ e la ‘penna’ della vostra ora, non graditi agli scribi dell’eterna avventura. Perché il versetto fu’ Eretico in quell’ora, forse per questo un altro Eretico disse che non può certo essere figlio di quel Dio che l’ha ben inchiodato al Teschio del suo martirio, al Teschio della vita, ove se scruti bene vedi in fondo all’acquarello anche una selva forse un po’ smagrita, te Gioconda dell’eterna via.




In quel mare sepolti senza neppure poter navigare la vita pasto di altre Spiriti e mondi, io accolgo con quel poco che ho in mio potere, perché la mia Parola eternamente braccata dal commercio di una diversa ricchezza, io vi accolgo con questa umile preghiera: fa’ mio Dio che te prego ad ogni ora, in questa povera miniatura, che rimanga testimonianza della vostra avventura, del martirio subito; a me giunga la vostra preghiera affinché a miglior vita possa io condurre il Destino, possa io contemplare l’occhio vivo di un bambino allegro che vede il mio cammino, possa io vedere la pace fra il Suo e un altro Dio, possa io vedere l’eterno sorriso di chi mai ha potuto godere di ugual ricchezza al destino di questa vita.
Prego e volo in quest’ora, ed il vento, Dio mi è testimone, urla ed impreca per l’intera notte, un discepolo mi ha tradito, ma non per questo pongo fine alla preghiera, non per questo smetto il volo, incurante dei custodi del Tempio, parlo e prego per l’eterno sorriso cui destino ogni creatura di questo mondo, pur essendo pagato con la peggiore moneta, il popolo insulterà e braccherà il passo al calvario di questa breve vita. Ragion per cui, il tuo quanto il mio destino, comuni al porto di quel mare impazzito ed inferocito, ed il vento urla il disappunto, perché non fu sua la colpa cagione della disavventura, non fu lui motivo del disastro nel mare onda di un diverso destino. Ormai questo vento lo conoscono in tanti, non è certo cattivo, almeno che non diventi bufera o altro, ma non è certo sua la colpa, l’ha ben spiegato su un divano quando costretto da un altro scienziato perché controllato e misurato l’impeto, schizzo di un’arte Divina, alla terra così poco gradita.




Svelò le ragioni alla rosa delle sue passioni divenute feroce ‘baccano’ perché in Lui qualcosa di naturale era mutato, e non certo questioni di donne o gabbiani. In quanto la sua Natura priva dei motivi della materia cui destini l’intricato e sessuale pensiero, grazie a lui la vita può nascere, è lui che inventa e semina la Terra, è lui che regala al volo della cicogna gravida ed evoluta al divano della vita, nutrimento e diletto del suo amore smarrito, divenuto fallo e pietra di un’amore nella materia scolpito. Lo Spirito è vento, che se pur costretto al divano dello scienziato, urla e grida le ragioni degli schizzi che destina alla terrena vita. Anche se uragano o altro evento, parente con la terrena paura, è sempre voce scaturita dalla colpa di un uomo che muta l’eterna sua Natura, perché altera il ‘canale’ della vita con un programma a più alto gradimento, con una ‘parabola’ ben più gradita dove la fine è sempre certa. Dove la recita è sempre superba e meravigliosa, e gli interpreti sono così ben vestiti e mascherati o meglio ornati, che pare un vero ed illustre per quanto eterno museo. Ma tutto quel lavoro, nel museo di quella ‘vista’ ha di certo da che nutrirsi per ogni pesce che divora, per ogni uccello che spenna con la nobile certezza scritta dall’urlo del vento, lui che inventa la Parola che detta la Rima qui scritta: pesce diverrai ad ornare l’invisibile vita, ancor peggio, ‘radiolare’ dell’umile ‘crosta’ cui sazio la terrena vita, cui appendo l’arte mia antica, cacciato dal museo della (tua) vista assieme al negro che rallegra il ritmo di questa Rima, blues all’incrocio di strani e-venti cui destini l’inferno e il Diavolo da te narrato, nel ‘canone’ recitato e cantato cui affidi la ‘parabola’ della vita. Nuoterai nel mare profondo ad ornare l’acquario che arreda la sala antica rivestita solo dal tomo della vita. 















giovedì 9 aprile 2015

L'ESILIO DI JONATHAN: 'L'uomo senza Natura e Dio perseguita il volo antico' (9)
















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I fari di Jonathan (8)

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L'esilio di Jonathan (10)


























Caro portiere della nostra terrena esistenza, a te debbo qualcosa, se non fosse il meschino gesto tuo, al confine dell’Albergo della vita, il passo Eretico non avrebbe Rima. Se non fosse per la prigione cui destini i Profeti e la Natura, espressione e voce di Dio, in questo martirio non potrei volare in compagnia del Sogno Antico. Ed il ricordo invade l’onirico volo, perché la Terra ove sei custode da secoli di immonda Memoria, conservata difesa e troppo spesso ingannata, è la tortura antica di chi non conosce Dio, anzi quando incontra la sua Parola uccide inquisisce perseguita e calunnia. Questo, io che volo alto nei cieli ricordo bene, ed anche se il mio volare è fuori dal tuo meschino sguardo cui destini gli uomini di Dio, l’esilio conosce ancora il passo antico, guardiano del nostro martirio. Perché volli volare e scrivere, difendere e indagare un vento espressione di un Primo Dio, in quella Terra ove la rotta spazia per altre Rime per altre Poesie, e talvolta esce dal libro miniato e ben scritto per secoli compagno del martirio, perché a quel volo, come ebbi a dire con Pietro, mio invisibile amico, ultimo Eretico cui destini l’eterno martirio, preferimmo e preferiamo un altro ‘Pensiero’ voce di un Primo Dio. Così che Lui nella prigione del nostro Albergo, possa darci ali e Spirito del volto Eretico di Dio che vola per mari e cieli a portare Parola cui tu perseguiti da quando abbiamo Memoria. Perché Memoria non hai conservato nell’ornamento ben dipinto, nell’abito ben cucito, altrimenti giammai assisteremmo al gesto servo di uno strano Dio e di materia vestito. E dalla terrena tua ‘faccenda’ attraversare in poche ore il mare ‘creare’ la terra (e con essa la Primavera di cui Dio narra il terreno martirio nell’inverno della tua Storia, zolla calpestata ed umiliata nell’evoluzione del pensiero troppo distante da Dio per poterlo misurare alla vista del passo antico moderno ciclope senza Dio) ed arrivare in questa Geografia che non conosce prigione, al confine di una pagina, al confine di una Vita. Nella grotta ho tracciato la Memoria, nella grotta ho narrato la storia in compagnia di un lupo e il desiderio di un volo lontano dal tuo meschino esempio accompagnato dall’occhio Polifemo uno e cieco nell’inganno della tua vista che spazia controlla ruba ed umilia, Portiere dell’Albergo di una Gnosi antica… Ed alla Geografia aggiungo la Storia, perché il gabbiano per sempre vola, lo ricordo quando alto nei secoli di un lontano martirio, sentinella e pensiero del mio cammino, vide due uomini che fuggivano, vide due ali che volavano pur camminando a fil di Terra, rogo cui destini la Parola. Sono uomini che hanno attraversato Geografie e Terre che non si possono vedere; hanno attraversato Pensieri e Venti che non si possono scorgere; hanno volato per luoghi che non si possono misurare; hanno attraversato vite che è difficile narrare nell’Albergo del tuo misero passo e pasto, cacciatore o inquisitore di Stato. L’abito non è mutato nel gesto antico. Jonathan ricorda quando ebbe ad udire il passo e la voce nel silenzio scritto di chi fuggito, ricordò anche lui l’eterno martirio, quando forse al posto delle ali di questo eterno Pensiero che vola, aveva due gambe che con dolore fuggivano dalle urla di un popolo che divora ogni verità barattata per altro, al confino del tuo pensiero di uomini senza Dio, pur pregando il suo terreno martirio nell’Inverno del suo Spirito, scritto nel Tempo della stagione di un Primo Dio….. Cerchio di un Tempo giammai pregato nel Creato del miracolo ben celato al falso gesto di un altro Dio, occhio Polifemo alla grotta del ricco pasto mensa di un falso Dio materia del tuo spirito. Sono volato fra le pagine di un tuo libro fra le righe di un tuo scritto, custode dell’arte e con essa della Memoria, custode della Parola, ma con l’Eretico dubbio, Polifemo e Dio, che vi fosse una diversa Rima o Poesia prima di quel Dio. Con l’eterno dubbio scritto nel volo eterno di un diverso Spirito, cenere cui destini la Parola bruciata al rogo di codesto martirio, nel momento in cui desideri tacitare la verità di questo Tempo, passo chino fuga dalla tua ‘ora’ ben ornata e descritta mentre Dio muore al Tempo di questa breve ‘lettera’, mentre Dio fugge in compagnia di un lupo ed insegue il Tempo tuo, uomo senza Natura e Dio!)





L’avvio di questa ‘ricerca’ nasce da due constatazioni: la produzione e l’illustrazione dei manoscritti giuridici (canonici) in Provenza e nella Francia meridionale tra XIII e XIV secolo non sono state ancora oggetto di uno studio approfondito e tali attività non possono essere studiate come un fenomeno circoscritto e isolato; è necessario al contrario considerarle come il felice esito di un processo originale e creativo fondato sugli spostamenti, gli scambi e l’interazione di ‘artifices’ – sovente di differente provenienza o di differente formazione – sulla circolazione di opere, committenti, modelli (scrittori e iconografici), sulla condivisione, infine, di saperi comuni nell’arco geografico mediterraneo, compreso la….




(‘Ora ricordo il borgo, ora ricordo il luogo’, Jonathan rimembra e mira il volo di un altro secolo al calvario del comune cammino, Jonathan vede un borgo e lo stesso Eretico accompagnato a Pietro, nella geografia di chi vuol custodire memoria alla povera vita di Cristo, pastore alla comune mensa nel diario antico. Non è delirio nominato sovente dal tuo Dio, ma Intelletto e Genio di un Primo volo scritto alla comune memoria di ugual libro. Troppo povero per essere capito, troppo ignorante per essere dal volgo recitato nella ricca strofa del latino ben vestito, cui disciplina la vita senza neppure essere compresa, cacciatore dell’Eterno cammino…. Cui illumini un diverso libro miniato all’evoluzione del tuo Dio…., perché ti vedo croce dell’eterno martirio… e assisto il tuo passo perché conosco bene la tua voce e il gesto nella volontà di questa eterna ‘ora’)







Nel mese di… dell’anno 1905 mi trovavo a Boltana e decisi di andare a dare un’occhiata al canon di Anisclo, il giorno 17 mi misi in cammino….
Don Felipe Lorenz, il curato di Vio, mi incantò per la simpatia con cui mi accolse nella sua casa. La mattina dopo vidi che mi aveva ceduto la sua stessa camera. Cenavamo nel vestibolo e Joaquina, la domestica nata a Ceresuela, ottima cuoca, preparava deliziose meringhe con il bianco d’uovo. La sera si bevevo tè, oppure un’infusione di una pianta particolare dei terreni rocciosi. Più tardi, uscivamo a prendere aria.
La cima del Sastral sporgeva dietro la chiesa. E mentre io scrivevo, le galline becchettavano vicino ai miei piedi. Il curato passeggiava leggendo il ‘breviario miniato’ (di cui ti accennavo nell’Infinito Tempo di codesto volo fuori dal comune e ‘giuridico’ tempo del Dio letto con devoto sapere strofa della comune ‘ora’. Ora incarnata nel labirinto ermetico di questa eterna vita che vola alta nella Rima di una diversa Poesia, ma recita ‘giuridica parola’ perché così è la Storia) e, poiché era il tempo della mietitura, dalla valle arrivavano le grida dei contadini che si chiamavano dalle terrazze coltivate.







Il giorno seguente, don Manuel volle a tutti i costi prestarmi il suo miglior mulo e mi diede una lettera di presentazione, ed all’improvviso un’aquila planò alta nel cielo! Al di là di una croce posta su una colonna esagonale sorge il villaggio di Mediano, circondato da poveri orti. In piazza, sull’architrave di una porta, ho letto una data scolpita: 1659. La mia guida mi condusse in cima ad un terrapieno che forma il belvedere per tutta la valle dell’Entremon. Una torre in rovina si eleva a ovest sulla cresta del faraglione, come una candela consumata. Al di là di un boschetto, scopro una specie di nicchia dove il rio Aso forma una pozza dalla quale si può bere con la mano, facendo attenzione a non intorbidire la sua trasparenza…. Ritorniamo per ugual cammino e attraversiamo con qualche difficoltà il rio Bellos sotto l’eremo di San Urbez per poi rientrare a Vio’ per il sentiero del mulino di Aso (ed un nuovo fugace per quanto veloce ricordo come quell’aquila vista all’improvviso: in quell’Eremo un Tempo vi ho dimorato, un Tempo troppo antico per essere conservato nella memoria di questo Creato. Ho scritto miniato pregato e volato in altro luogo per essere raccontato dal tuo Dio colmo di peccato, mentre volgo lo sguardo smarrito dalla cella al panorama di questa geografia racchiusa in un libro. Miniata tutta entro un rigo, contenuta in una lettera troppo stretta per il Primo Dio, troppo breve per la vita narrata…, ma l’‘ora’ si fa Storia ed io continuo l’opera, anche se il dubbio invade la geografia tutta contenuta nel Secondo di un Tempo senza gloria, tutta raccolta all’ombra della candela che illumina la scura parete, cui dimorai da principio… Frammento di un Secondo volo senza confino alla legge cui fiacco la vista, di cui consumo la vita, aquila o  gabbiano regredito all’Eterna Ora… di questa breve storia…).







Ai nostri occhi apparve allora una superba conca scavata in un circo di ripidi pendii; al fondo si aggruppavano le costruzioni minute e delicate di un villaggio, come in un plastico in rilievo. Alla sua sinistra, alcune terrazze coltivate disposte trasversalmente al pendio di una valletta concava parevano una scala di Ciclopi. Il colore generale del villaggio era rossiccio, interrotto dal bianco di alcune facciate; tutto contribuiva ad aumentare lo splendore del campanile; una antica torre.
Ci addentrammo nel desfiladero de las Cambras per un sentiero che piegava a sinistra poco dopo la fontanella chiamata Fuente del Cuello. Mentre mi guardavo attorno con il binocolo, scoprii una nuova grotta che, come appresi al mio ritorno a Vio’, dovrebbe chiamarsi Caverna del Guerriero; all’ingresso, si è accolti da una stalagmite a forma di essere umano… (come un punto esclamativo in fondo alla pagina che illustrai, che miniai, che pregai, nel dubbio di quella vita, nel ricordo di questa passeggiata, diario scolpito con ugual amor di Dio, con identico desiderio…: vedere e pregare il vero volto prima del loro Dio…. E la candela consumata che illumina il ricordo, come un sogno già sognato e mai morto nella genesi di questo segreto Creato scritto nel gene della geografia della Memoria, ridesta la vita passata come un fiume e mai assopita, conservata in una caverna e al buio di una cella rimembrata e su una parete scolpita… Anima scesa e dalla materia rapita e tradita!)






L’ora sesta forse la nona bussano alla porta ed il punto esclamativo, geografia dell’Eterna Vita debbo ornare, ‘ora’ divenuto croce su cui traccio l’invisibile sentiero alla comune via, e l’opera debbo continuare con l’occhio chino alla pagina ed il volo di un desiderio che per nulla si è smarrito alla Luce di Dio….





… Non si deve, infatti, sottovalutare, anche nell’ambito della produzione e dell’illustrazione libraria di argomento giuridico (in un’epoca nella quale il libro era un bene prezioso ma anche un valore di scambio), l’effetto culturale provocato nel Midi della Francia fra il XII e XIV secolo dall’intensa circolazione di uomini e di opere nell’area geografica del Mediterraneo occidentale, circolazione motivata in gran parte da ragioni commerciali, politiche, devozionali e culturali. Nel Midi occitano e provenzale, le università, spesso specializzate nell’insegnamento del diritto canonico, hanno svolto certamente, nel XIII  e nel XIV secolo, un ruolo rilevante nell’incremento della produzione e della decorazione di manoscritti giuridici e così pure della loro circolazione e diffusione.
E occorre anche considerare in questo contesto l’importante funzione dei mediatori che dovettero avere, fra il XIII e XIV secolo, i manoscritti del Midi francese negli scambi, sicuramente importanti, tra il vivido crogiolo artistico dei loro territori d’origine con i Pirenei…






(Qualcuno mi vede, qualcuno dalla terrena esistenza mi vede e mi avvista. “Cosa ci fa un gabbiano per questi luoghi? Come questo volare e sfrecciare per alte vette da un Primo Mare nutrito può illuminare la nostra ‘lotta’ per codesta terra ove il mio desiderio di caccia, millenario istinto, mai si è smarrito? Come sfreccia alto ed imperturbabile, se solo potessi, al fuoco del mio banchetto gusterai le sue ali saporite, scruterei le viscere saporite, perché da qualche parte o in altro luogo ho già discusso il tuo volo a noi poco gradito. Forse ti allontanammo dalla comunità e destinammo a te il nostro martirio, fuggisti con una lancia e un poco di umano calore ben custodito: arcane parole, arcani misteri di cui mai facemmo tesoro al popolo da noi nutrito, e destinammo al rogo il tuo Pensiero giammai gradito. Musiche strane e arcane, ermetiche, si combinavano in frasi fra loro incatenate da ugual accenti di cui provavamo incomprensione e smarrimento, perché diverse dal normale parlare e ciarlare. Si componevano in ‘accordi’ come i venti discesi da cui proviene il tuo volo....

(Prosegue....)