IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 18 luglio 2021

FILOSOFI ERRANTI (9)

 

















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De Umbra Ciceronis


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[& Arte e Idea]  


& Il male del vostro Secolo



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Filosofi erranti (10)


















Io Poliphilo sopra el lectulo mio iacendo, opportuno amico del corpo lasso, niuno nella conscia camera familiare essendo, se non la mia chara elucubratrice Agrypnia, la quale poscia che meco hebbe facto vario colloquio consolanteme, palese havendoli facta la causa et l’origine degli mei profundi sospiri, pietosamente suadevami al temperamento de tale perturbatione. Et avidutase de l’ora che io già dovesse dormire, dimandò licentia. Diqué negli alti cogitamenti d’amore solo relicto, la longa et taediosa nocte insomne consumando, per la mia sterile fortuna et adversatrice et iniqua stella tutto sconsolato, et sospiroso, per importuno et non prospero amore illachrymando, di puncto in puncto ricogitava, che cosa è inaequale amore…. 

…Hora li madidi ochii uno pocho tra le rubente palpebre rachiusi, sencia dimorare tra vita acerba, et suave morte. Fue invasa et quella parte occupata et da uno dolce somno oppressa, la quale cum la mente et cum gli amanti et pervigili spiriti non sta unita né participe ad sì alte operatione. O Iupiter altitonante, foelice o mirabile? o terrifica, dirò io questa inusitata visione, che in me non sa trova atomo che non tremi et ardi excogitandola. 

Ad me parve de essere in una spatiosa planitie, la quale tutta virente, et di multiplici fiori variamente dipincta, molto adornata se repraesentava. Et cum benigne aure ivi era uno certo silentio. Né ancora alle promptissime orechie de audire, strepito né alcuna formata voce perveniva. Ma cum gratiosi radii del Sole passava el temperato tempo. 




Nel quale loco io cum timida admiratione discolo, da me ad me diceva. Quivi alcuna humanitate al desideroso intuito non già apparisce, né ancora silvatica, né silvicola, né silvia, né domestica fera. Né casa rurestra alcuna, né alcuno tugurio campestro, né pastorali tecti, né Magar né Magalia se vide. Né similmente ad gli herbidi lochi non videva Opilione alcuno, né Epolo, né Busequa, né Equisio, né vago grege et armento, cum le sue bifore Syringe rurale, né cum le sue cortice Tibie sonanti. Ma freto per la quieta plagia, et per la benignitate del loco, et quasi facto securo procedendo, riguardava quindi et indi, le tenere fronde immote riposare, niuna altra opera cernendo.

Et cusì dirrimpecto d’una folta silva ridrizai el mio ignorato Viagio. Nella quale alquanto intrato non mi avidi che io cusì incauto lassasse (non so per qual modo) el proprio calle. Diqué al suspeso core di subito invase uno repente timore, per le pallide membre diffundentise, cum solicitato battimento, le gene del suo colore exangue divenute. Conciosia cosa che ad gli ochii mei quivi non si concedeva vestigio alcuno di videre, né diverticulo.

Ma nella dumosa silva appariano si non densi virgulti, pongence vepretto, el Silvano Fraxino ingrato alle vipere, Ulmi ruvidi, alle foecunde vite grati, corticosi Subderi apto additamento muliebre, duri Cerri, forti roburi, et glandulose Querce et Ilice, et di rami abondante, che al roscido solo non permettevano, gli radii del gratioso Sole integramente pervenire. Ma come da camurato culmo di densante fronde coperto, non penetrava l’alma luce. Et in questo modo me ritrovai nella fresca umbra, humido aire, et fusco Nemorale.





POLIPHILO TEMENDO EL PERICULO DEL SCURO BOSCO AL DIESPITER FECE ORATIONE, USCITTE FORA ANXIOSO ET SITIBONDO, ET VOLENDO DI AQUA RISTORARSE, ODE UNO SUAVE CANTARE. EL QUALE LUI SEQUENDO, REFUTATE L’AQUE, IN MAGIORE ANXIETATE PERVENE.

Et quivi quale Achemenide horridulo dal horrifico Cyclope exorava cum solicite et precarie voce Aenea, più praesto desiderando da gli homini inimici morire che per cusì horrendo interito. Cusì né per altro modo io precante orai. A pena le divote oratione sinceramente fusse, cum el core unito orante, contrito et exagitato, de lachryme perfuso hebbi terminate, fermamente tenendo, che gli Dèi ad la bona mente occorreno, che sencia mora fora dell’angusto, aspero, et imbricoso nemore inadvertente me ritrovai.

Et quasi ad novo dì, da l'humida nocte fora pervenuto. Gli ochii obumbrati, per alquanto non pativano l’amabile luce. Tutto lurido et moesto, et anxioso. Non manco niente al desiderato lume ad me parve de essere giunto. Che de uno caeco carcere chi fora advenisse diloricato delle gravose et molestante cathene, et uscito de caliginose tenebre. Tutto sitibondo lacerato, et la facia et le mane cruentate, et da morsicante Urtica pustulate sentendome exanimo, ad la gratiosa luce pur niuna cosa obiecta istimando. In tanto era sitiente, che delle fresche aure non poteva refrigerarme, né ancora acconciamente al sicco core satisfare.




…Il simbolismo dell’ascensione rivela il suo significato più profondo quando viene interpretato nella prospettiva della più pura attività dello Spirito!
Si direbbe che liberi il suo ‘vero messaggio’ sul piano della metafisica e della mistica (anche quando l’una e l’altra presentano risvolti inattesi rispetto all’ortodossia come abituati a recepirli…). Si potrebbe anche dire che proprio grazie ai valori espressi dall’ascensione nella vita dello Spirito (elevazione dell’Anima a Dio, èstasi mistica, e così via) gli altri significati, colti sul piano del rituale, del mito, dell’onirico, della psicologia, diventano completamente intelligibili, ci rivelano cioè le loro intenzioni segrete…

Infatti salire in Sogno o in un Sogno da svegli una scala o una montagna si traduce, al livello della psiche profonda, in una esperienza di ‘rigenerazione’. Come abbiamo letto precedentemente, la metafisica mahayanica interpreta l’ascensione del Buddha come se si realizzasse al Centro del Mondo e perciò come se significasse il duplice trascendimento dello Spazio e del Tempo. In altri termini, cioè, possiamo cogliere meglio l’effetto rigeneratore prodotto sulla psiche profonda dall’immaginazione dell’ascensione e del volo perché sappiamo (e l’abbiamo per sempre saputo) che – sui piani del rituale, dell’èstasi e della metafisica – l’ascensione è suscettibile, fra l’altro, di abolire il Tempo e lo Spazio e di ‘proiettare’ l’uomo nell’istante mitico della Creazione del Mondo (l’uomo qual Poeta e visionario crea il Mondo….); quindi, di farlo in qualche modo ‘nascere di nuovo’ rendendolo contemporaneo della nascita del Mondo.

In breve e per concludere, la ‘rigenerazione’ che avviene nel profondo della psiche trova la sua più completa spiegazione soltanto nel momento in cui apprendiamo che le immagini e i simboli che l’hanno provocata esprimono nelle religioni e nei mistici l’abolizione del Tempo…




Volendo dunque io Poliphilo territo et afflicto evaso tanto horrore, le optate aque sopra le verdose rive exhaurire, cum gli popliti consternato, et in clausura le dette reducendo, et la vola lacunata, feci vaso da bevere gratissimo. La quale infusa nel fonte et di aqua impleta per offerire alla rabida et hanelante bucca, et refrigerare la siccitudine del aestuante pecto. Più grate alhora ad me, che ad gli Indi Hypane et Gange, Tigride et Euphrate ad gli Armenii, né ancora è cusì grato alle gente Aethiopice el Nilo. Et ad gli Aegyptii el suo inundare imbibendo la tosta gleba. Né Eridano ancora alli populi Liguri, quanto mi se offerivano le acceptissime et fresche rive… 

…Ancor vedo in longo recesso una incredibile altecia in figura de una torre, overo de altissima specula, appresso et un grande edificio ancora imperfectamente apparendo, pur opera et structura antiquaria. Ove verso questo aedificamento mirava li gratiosi monticuli della convalle sempre più levarse. Gli quali cum el praelibato aedificio coniuncti vedea. El quale era tra uno et l’altro monte conclusura, et faceva uno valliclusio. La quale cosa de intuito accortamente existimando dignissima, ad quella sencia indugio el già solicitato viagio avido ridriciai.




Et quanto più che a quella poscia approximandome andava, tanto più discopriva opera ingente et magnifica, et di mirarla multiplicantise el disio. Imperoché non più apparea sublime specula, ma per aventura uno excelso Obelisco, sopra una vasta congerie di petre fundato.

L’altitudine della quale, incomparabilmente excedeva la summitate degli collateranei monti, quantunche fusse stato el celebre monte arbitrava Olympo, Caucaso, et Cylleno. Ad questo deserto loco pure avidamente venuto, circunfuso de piacere inexcogitato, de mirare liberamente tanta insolentia di arte aedificatoria, et immensa structura, et stupenda eminentia me quietamente affermai. Mirando et considerando tuto el solido et la crassitudine de questa fragmentata et semiruta structura de candido marmo de Paro. Coaptati sencia glutino de cemento gli quadrati, et quadranguli, et aequalmente positi et locati, tanto expoliti, et tanto exquisitamente rubricati gli sui lymbi, quanto fare unque si potrebbe. In tanto che tra l’uno et l’altro lymbo, overo tra le commissure una subtilecia quantunque aculeata, del intromesso reluctata unquantulo penetrare potuto non harebbe. Quivi dunque tanta nobile columnatione io trovai de ogni figuratione, liniamento, et materia, quanta mai alcuno el potesse suspicare, parte dirupte, parte ad la sua locatione, et parte riservate illaese, cum gli Epistyli et cum capitelli, eximii de excogitato et de aspera celatura. Coronice, Zophori, overo Phrygii, Trabi arcuati. Di statue ingente fracture, truncate molti degli aerati et exacti membri. Scaphe, et Conche, et vasi, et de petra Numidica, et de Porphyrite, et de vario marmoro et ornamento. Grandi lotorii. Aqueducti, et quasi infiniti altri fragmenti, de scalptura nobili, de cognito quali integri fusseron, totalmente privi, et quasi redacti al primo rudimento. Alla terra indi et quindi collapsi et disiecti…




Scavo nella memoria,
scavo la zolla,
scrivo con l’aratro il sogno nascosto
confuso con il peccato.
La pietra assume visione
di un altro Dio,
per tanti è solo un caprone
mal scolpito.
La pietra mi racconta
un’altra visione,
coniato nel profilo di una moneta,
nella giara antica dove la tomba
l’ha restituita.
Racconta un diverso amore
e la terra di un altro colore.
Racconta la gloria di un altro peccato,
racconta la storia di un altro Dio,
forma la statua di un altro oracolo.
Racchiuso nella pergamena di un Filosofo,
raccolto dalla parola di un’astronomo,
raccontato per bocca di uno storico,
intuito dalla mente di un matematico.

La pietra incide il principio
di un diverso Dio pregato.
La mano,
fossile antico di questo Creato,
scolpisce la forma divina di un
corpo,
ma con la testa di antico animale,
non sacrificato sull’altare.
Adorato come principio del Creato,
mitologia antica, diversa creanza:
insegna l’istinto d’un sogno proibito,
striscia cammina e poi vola lontano.
Dona i colori di un diverso
miracolo,
pensiero di vita infinita creazione,
pian piano diventa la sola
ossessione.

Ricordo questo sogno,
paura mai morta
come una divinità
sepolta,
estinta come lo scheletro
crepato di sete
sulla riva del torrente.
Ricordo la visione di un animale,
lento striscia e mi spia,
forma mai estinta di vita.
Ricordo la terra tremare
al passaggio di quella Dèa.
Ricordo il diavolo assumere
nuova visione,
nel caos di una nuova dimensione.
La pietra mi dona tanti troppi
ricordi mai sepolti,
e assume un nuovo colore,
in questa giornata piena di sole.

(G. Lazzari Frammenti in Rima)





…Il problema di cotal visione e Viaggio è meno semplice di quanto sembri. Chi di profondo s’intende concordano nel dichiarare che i dinamismi dell’inconscio non sono retti dalle categorie dello Spazio e del Tempo (come Colonne entro le quali il mito compone la propria futura materia teologica divenuta Storia…) come avviene nell’esperienza cosciente. Jung afferma anche espressamente che, a causa del carattere atemporale dell’inconscio collettivo, quando se ne toccano i contenuti, si ha l’‘esperienza dell’eternità’ e che si verifica appunto la riattivazione di tali contenuti, che si traduce in una rigenerazione della vita psichica. Questo può anche esser vero, ma sussiste una difficoltà: vi è continuità fra le funzioni assolte o i messaggi trasmessi da certi simbolismi ai livelli più profondi dell’inconscio e i significati che rivelano sul piano delle più ‘pure’ attività dello Spirito. E questa continuità è perlomeno sorprendente, poiché gli psicologi constatano generalmente opposizione e conflitto fra i valori dell’inconscio e del conscio e i Filosofi oppongono spesso lo Spirito alla Vita oppure alla Materia vivente…




…In tanto che risonavano gli mei amorosi et sonori suspiri in questo loco solitario et desertato, et di aere crassitato commemorantimi della mia Diva et exmensuratamente peroptata Polia. Omè paucula intermissione se praestava, che quella amorosa et coeleste Idea, non fusse simulacrata nella mente, et sedula comite al mio tale et cusì incognito itinerario. Nella quale fermamente nidulata l’alma mia contentamente cubiculava, quale in tutissimo praesidio, et intemerato Asylo secura.

Dunque essendo per questo modo ad tale loco pervenuto, ove erano dalla copiosa et eximia operatione antiquaria gli ochii mei ad tale spectatione furati et occupati. Mirai sopra tutto una bellissima porta tanto stupenda, et d’incredibile artificio, et di qualunque liniamento elegante, quanto mai fabrefare et depolire se potria. Che sencia fallo non sento tanto in me di sapere, che perfectamente la potesse et assai discrivere. Praecipuamente che nella nostra aetate gli vernacoli, proprii, et patrii vocabuli, et di l’arte aedificatoria peculiari, sono cum gli veri homini, sepulti, et extincti. O esecrabile et sacrilega barbarie, come hai exspoliabonda invaso, la più nobile parte dil pretioso thesoro et sacrario latino, et l’arte tanto dignificata, al praesente infuscata da maledicta ignorantia perditamente offensa. La quale associata inseme cum la fremente, inexplebile, et perfida avaritia, ha occaecato quella tanto summa et excellente parte, che Roma fece et sublime et vagabonda Imperatrice…

…Et cusì tenentise procedevano, uno dapò l’altro, che sempre uno volto alacre era converso, all’incontro dilla facia moesta dil praecedente. Questi erano sette et sette, tanto perfectamente fincti di venusta scalptura, cum vivabili movimenti, cum gli panni velanti volanti. Che d’altro difecto non accusavano il praestante artifice, si non, che la voce ad una, et le lachryme all’altra non havea posto. La chorea praedicta in una figura di dui semicirculi, et una interposita partitione, egregiamente era incisa. Sotto la quale Hemiale figura vidi tale parola inscripta. TEMPUS.




Evidentemente, resta sempre la via d’uscita di un ricorso all’ipotesi materialistica, alla spiegazione per via di riduzione alla ‘forma prima’, qualsiasi sia la prospettiva in cui situata (tal antiquaria vista…) la comparsa di questa ‘forma prima’. E’ grande la tentazione di cercare l’‘origine’ di un comportamento, di un modo d’essere, di una categoria dello Spirito, e così via, in una situazione antecedente, in qualche modo embrionale. Si sa quante spiegazioni causistiche sono state proposte dai materialisti di ogni specie e luogo per ridurre l’attività e le creazioni dello Spirito ad un certo istinto, a una certa ghiandola o a un certo traumatismo infantile. Sotto certi aspetti le ‘spiegazioni’ delle realtà complesse mediante la loro riduzione a un’‘origine’ sono istruttive, ma non costituiscono propriamente spiegazioni: si constata solamente che ogni creato ha un inizio nel Tempo, cosa che nessuno pensa di constatare…















DE UMBRA CICERONIS ovvero, il Racconto della Domenica (36)

 
















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De Umbra (37)  &  il capitolo completo


& con Arte & Idea 


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della Domenica:


Pupi di cartapesta (33/5)


Prosegue con un nuovo racconto


della Domenica, 


ovvero: la lottizzazione del cielo (39) 













  La parola fu donata da Dio agli uomini per manifestare i pensieri alle persone vicine, e la scrittura fu inventata dagli uomini per conversare con persone lontane. Quanto tempo abbia impiegato l’uomo a trovare i segni alfabetici non c’è dato determinare, i più antichi risalgono al carattere geroglifico, a cui seguì il geratico e da ultimo, dall’istrumento, onde si scriveva, a mo’ di cono, il cuneiforme.
Questo carattere, venuto nell’uso comune, abbandonò a poco a poco la sua primitiva rozzezza e prese linee più uniformi e regolari: il cono, ridotto ad un’asta con una delle punte acuminate per scrivere, l’altra aperta a forma di paletta per correggere mende ed errori, si disse stile, e soleva adoperarsi sopra pergamena spalmata di cera.
Aumentato il numero dei letterati, si sentì il bisogno di affrettare la comunicazione dei sentimenti e degli affetti e di ricercarne il mezzo più spedito. Allo stile fu sostituito il calamus scniptorius, cannuccia da scrivere, e alla cera l’atramento, inchiostro nero. E già al tempo di Cicerone ne vediamo l’uso universale…

…Poi qualcosa avvenne e l’uomo un tempo nominato Sapiens perse l’uso della scienza che dall’Anima-Mundi prosegue sino all’Intellegibile Principio, ed inciso per restituire verità circa il DNA di più certa appartenenza e di certo non un codice a barre digitato nella propria caverna per il diletto dell’altrui scemenza…





…E sì ci vorrebbe proprio il sottoscritto (il Cicerone detto) per ammirare siffatto 
scempio, siamo qui di nuovo presso lo scaffale di questo bosco antico ammirato da lontano o forse troppo da vicino, in tutto il triste spettacolo del degrado raggiunto. Fosse solo un rogo sarebbe sì poca cosa, in quanto se pur molti e troppi nell’apparenza a rinnovare l’infinita stagione da quando nata la parola, oggi siamo più inquisiti di pria nell’odierna realtà tradotta alla ‘parabola’ della nuova dottrina.
Che sia il virus della vita?

O meglio di quel male antico che disdegna ogni saggia e retta conoscenza?

Di certo noi figli della vera Natura in quanto ad essa conformati secondo la sua logica, se pur ci indicano antichi e superati, inutili per questo panorama ammirato ma di certo giammai compreso; non riconosciamo evoluzione in siffatto Sentiero da molti attraversato: li scorgiamo passo chino scrutare ma non vedere né Anima né Spirito in ciò che appena annusato confondere ed eccitare l’istinto: olfatto a caccia della vita ingannare la vista rimembrando il frutto propizio al rogo condire Anime attraversare il ciclo di una Selva ben più profonda non meno dal Principio al Nucleo della stessa…

Di quella ve ne fosse barlume ammirata pregata e composta in  un piccolo schermo senza Anima e Parola: automi regrediti privi dell’istinto con cui evoluta la ragione e con essa la volontà innata della conoscenza almeno ché non derivi da quell’alchemica sfera la quale per il vero fa torto anche all’antica scienza… divenuta d’incanto breve scemenza!




Per questo da qui ammiro ed introduco quell’albero altrettanto antico a cui alla sua ombra tanto debbo circa la reciproca natura.
Se non fosse stato per uomini di siffatto ingegno e cultura e volontà tradotta nella conoscenza oggi non regnerebbe né bosco né elemento né pia conoscenza. Il virus che ci assale è un morbo antico e moderno del quale grazie al fumo che dalla nostra cenere ne deriva ogni uomo può aspirare non solo al calore di un inverno privato della vera linfa della vita, ma anche al nobile progresso sottratto alla ragione della conoscenza di cui noi fotosintesi e indispensabile Elemento.

Certo questo male che ci destina ad un lento martirio trascinato su per un bosco privo di vita, sarà l’alba del nuovo millennio donde ogni ramo e foglia e con loro l’antico arbusto precipiterà o fors’anche regredirà al verso privo di parola, e questa, al gesto meccanico di chi disdegna il Pensiero, giacché questo il falso principio di chi aspira al nuovo Millennio in nome di ciò che comunemente nominano… Materia.

Sì certo ed anche per questo antica e nuova disputa rinnovo in nome e per conto della vera Natura, lo abbiamo appena detto virus antico e moderno donde taluni scorgono il principio della vita altri la fine della conoscenza…
Debbo essere accorto anche nella limpida aria riflessa quale specchio della breve conquista in siffatto Sentiero respirata altrimenti raggiungo con troppo fretta la mannaia della nuova scienza la quale disdegna la parola e con essa superiore ragione che ne deriva dalla dialettica al diritto della Natura di partecipare al vero scopo della vita; altrimenti la Materia nella propria innominata illimitata deficienza proverebbe l’istinto affine alla bestia fino alla clava regredita alla caverna della nuova alba… privato del successivo mattino con cui coniugare e veder nascere la vita…

 Costruisco così il DNA smarrito perso dimenticato barattato confuso e tradito….
(De Umbra Ciceronis)




…Aldo Romano è il primo a concepire il libro come svago: inventa il piacere di leggere…
Una vera e propria rivoluzione intellettuale trasforma uno strumento usato per pregare o per apprendere in un mezzo utile a trascorrere in levità porzioni di tempo libero. Aldo è anche il primo editore in senso moderno: negli anni precedenti a lui gli stampatori erano rudi operai del torchio, spesso ignoranti, interessati al libro come oggetto commerciale, prova ne sia la quantità di errori con cui erano infarcite le edizioni antecedenti l’era Manuzio.
Aldo è un raffinato intellettuale, uno che sceglie le Opere da stampare in base al loro contenuto, non solo alla potenziale capacità di vendita. E’ il primo ad unire il patrimonio di conoscenze culturali, le capacità tecniche, e l’intuizione nel comprendere cosa il mercato richieda, tanto che il mondo dell’editoria si distingue in prima e dopo Manuzio…
…A lui dobbiamo la diffusione del carattere corsivo che va di pari passo con l’altra grandissima innovazione attuata da Aldo, il tascabile, i libelli portatiles, come lui chiamava queste edizioni di piccolo formato, senza commento del testo, e quindi alla portata di un po’ tutte le tasche. ‘erano economici a sufficienza per gli studenti e gli studiosi che vagavano tra le grandi università europee’.
Non è il primo ad usare il piccolo formato già utilizzato per i testi sacri, in modo da permettere ai religiosi di spostarsi con i loro libri, cosa che sarebbe risultata assai complicata con i grandi volumi in folio che dovevano starsene aperti su un leggio.
Dopo di lui l’editoria sarà irrevocabilmente diversa da com’era prima: ancor oggi conviviamo con le sue intuizioni. Ci vorrà forse, il libro elettronico per mandarle in soffitta.
Nel gennaio 1515 Aldo stampa la sua ultima edizione, il De rerum natura di Lucrezio…
(Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri)




Comincio a scegliere il materiale che mi è indispensabile per formulare una ispirazione, una volontà. Per desiderare innanzitutto un’Opera nell’Opera, per meglio valorizzare e definire il concetto espresso nella miriade di buoni ‘legni’ che troviamo in questo fitto bosco. Aspiro alla foglia la quale dona vita e se pur tende alla luce e grazie ad essa compie le sue funzioni principali è riconducibile all’essenza della radice. Una ben visibile, l’altra nascosta e protesa verso i meandri della terra ma fonte prima di sussistenza per l’albero e il legno ad esso riconducibile (a cui aspiro per questa scala protesa verso il Tomo della vita).

Cerco la foglia e ammiro la sua perfezione.

Sfoglio la pagina respiro il Tempo che è stato è quello che di nuovo sarà…

Ciò che contemplo nella compostezza di un panorama colto da lontano è l’infinito concetto di verde in tutte le sue forme, di cui la foglia come una o milioni pagine di vita detta la storia nell’immenso suo capitolo.

Il verde d’estate con il loro germogliare in primavera, poi il lento morire, con le innumerabili sfumature d’autunno, mi conducono verso gli spazi e colori dell’universo.
Quando la linfa viene meno ecco la stella accendersi di colori ultimi e abbaglianti per poi ripiegarsi in monocromatici eventi che risiedono alla base del nero. Ma la bellezza, che conviene all’animo che colpisce la retina dell’occhio che fa vibrare in noi ogni sentimento di gioia e amore per le cose della Natura è composta dall’insieme di quelle note di verde.

Così, io, seleziono con cura e senza far inutile rumore questi ‘legni’. Non legno qualsiasi, ma accuratamente scelto, a costo di sacrifici e lunghe passeggiate. Poi pian piano costruisco il Tomo della Vita, così il legno, essenza originaria diventa irriconoscibile, e una volta lavorato perde quella sua (anche se pur raffinata consistenza) rozzezza.
L’Opera più raffinata e completa e nello stesso illuminante non è mai paragonabile a quel ponte sospeso fra due sponde. Nel Nulla della concretezza e astrazione dei temi trattati anche argomenti secolari, quelli che rimangono perenni testimoni dell’evoluzione creatasi nelle pieghe della sua struttura, così come nelle curve dei rami o nella forza dirompente delle radici, può cedere il passo alla volontà che sottostà all’ombra di quella ‘creatura’.
Quel ponte sospeso nell’attimo del raccoglimento è l’idea che supera l’opera originaria: il seme che feconda la terra per generare il frutto e la vita. È l’opera che in sé contiene la summa delle opere e ne supera la sostanza. Perché non si attiene ad essa, ma da essa ne prende linfa per uno slancio nuovo che produce l’energia fondamentale per assaporare la vita, e trasformare in processo incessante ciò che è morto e abbiamo reso tale, verso una lenta ricomposizione degli elementi per una nuova esistenza.

















sabato 17 luglio 2021

IL MALE DEL VOSTRO SECOLO (8)

 

























































Precedenti capitoli:



La donna dello schermo (5/6)  &  (7)


Prosegue con il racconto 


della Domenica:








De Umbra Ciceronis...


ovvero, ARTE & IDEA 













Il maestro sceglie il discepolo, ma il libro non sceglie i suoi lettori, che possono essere malvagi o stupidi; questo timore platonico perdura nelle parole di Clemente di Alessandria, uomo di cultura pagana:

‘La cosa più prudente è non scrivere ma invece apprendere e insegnare a viva voce, perché ciò che è scritto rimane’.

e in queste altre dello stesso trattato:

‘Scrivere in un libro tutte le cose è lasciare una spada in mano a un bambino’,

…che derivano anche da quelle evangeliche:

‘Non date le cose sante ai cani né gettate le vostre perle davanti ai porci, acciocché non le calpestino coi piedi, e si volgano contro di voi e vi sbranino’.




Questa massima è di Gesù, il più grande dei maestri orali, che una sola volta scrisse alcune parole in terra e nessun uomo le lesse (Gv, 8, 6).         
         
 Nell’ottavo libro dell’Odissea si legge che gli dèi tessono disgrazie affinché alle future generazioni non manchi di che cantare; l’affermazione di Mallarmé:  



‘Il mondo esiste per approdare a un libro’

…sembra ripetere, trenta secoli dopo, lo stesso concetto di una giustificazione estetica dei mali. Le due teleologie, tuttavia, non coincidono interamente; quella del greco corrisponde all’epoca della parola orale, e quella del francese a un’epoca della parola scritta.

In una si parla di cantare e nell’altra di libri.




Un libro, qualunque libro, è per noi un oggetto sacro; già Cervantes, che forse non ascoltava tutto quel che diceva la gente, leggeva perfino le carte strappate nelle strade.

Il fuoco, in una delle commedie di Bernard Shaw, minaccia la biblioteca di Alessandria; qualcuno esclama che brucerà la memoria dell’umanità, e Cesare gli dice:

‘Lasciala bruciare. È una memoria d’infamie’.

(J.L. Borges)




È questa irreversibile costante memoria di infamie che ci interessa, la quale compone la Storia; la quale ci priva del dono della saggia Parola, e talvolta anche del Pensiero come l’inutile materia vorrebbe per imporre la più deleteria corrotta dottrina contraria alla Vita.

E prima di lei lo Spirito e l’Anima che l’accompagna, rimpiangere ciò che al meglio componeva l’Armonia dismessa barattata e confusa…

È questa Memoria che vorremmo ritrarre  dipingere e descrivere sottratta all’occhio da cui la vera Natura abdicata alla demenza da cui la vostra materia…


  

In nessun paese esiste più una letteratura così grande come quella del mondo antico; i giornali, i libri scadenti d’ogni genere, le preoccupazioni della gente per ogni tipo di trasformazione concreta, hanno scacciato l’immaginazione viva del mondo.

Questi uomini, che tante centinaia d’anni separavano fra loro, avevano il medesimo Spirito. Siamo noi ad essere diversi; e allora mi tornò alla mente un Pensiero ricorrente, ossia che loro vivevano in tempi in cui l’immaginazione si rivolgeva alla stessa Vita per esaltarsi.

Il mondo non mutava velocemente intorno a loro!

Non c’era nulla che distogliesse la loro immaginazione dal mutarsi dei campi, dalle nascite e dalle morti dei loro figli, dal destino delle loro Anime, da tutto quanto costituisce la sostanza immortale della Letteratura.




Non dovevano intrattenere rapporti con un mondo composto da masse tanto enormi da poter essere rappresentate alla loro mente solo per mezzo di raffigurazioni e generalizzazioni astratte. Tutto quello che percorreva il loro animo vi si imprimeva con la vivacità dei colori dei sensi, e quando scrivevano, ciò scaturiva da una ricca esperienza personale, scoprivano i loro simboli espressivi nelle cose che avevano conosciuto per tutta una vita.

È la trasformazione che seguì il Rinascimento, e venne completata dal dominio dei giornali e dal movimento scientifico che ci ha sovraccaricato di queste frasi e generalizzazioni elaborate da menti che pretenderebbero di cogliere ciò che non hanno mai visto.




Esiste un’espressione presso un antico scrittore cabalistico sull’uomo che cade all’interno della sua stessa circonferenza: ora ad ogni generazione ci troviamo più lontani dalla Vita stessa e l’Anima-Mundi che forma la sua essenza, e cadiamo sempre di più in preda di quell’influenza cui si riferiva Blake quando scrisse:

I Re ed il Parlamento (e tutti i loro cortigiani) mi sembrano cosa diversa dalla vita umana (dalla realtà e verità umana)…

Perdiamo sempre più la libertà man mano che fuggiamo da noi stessi, e non solo perché le nostri menti sono stravolte dalle frasi astratte e dalle generalizzazioni, riflessi su uno specchio che sono un’apparenza della vita, ma perché abbiamo capovolto la scala dei valori e crediamo che la radice della realtà non stia al centro, ma da qualche parte in quella vorticosa circonferenza.




E in che modo potremmo creare come gli antichi, se innumerevoli considerazioni di probabilità esterne o di utilità sociale distruggono il potere creativo, solo apparentemente irresponsabile che è la Vita stessa?

…Ogni argomento come abbiamo letto ci riconduce a qualche concezione filosofica-religiosa, e alla fine l’energia creativa degli uomini dipende dalla loro fede di possedere, nel loro intimo, qualcosa di immortale e di incorruttibile, e che ogni altra cosa non è che un’immagine in uno specchio formare la spirale appena detta….

Sino a che questa fede non sarà soltanto formale, un uomo trarrà le sue creazioni da un’energia piena di gioia, senza cercare tante prove per un impulso che può essere davvero sacro, e senza ricorrere ad alcun fondamento fuori dalla vita stessa…




L’Arte, nei suoi momenti più alti, non è una creazione volontaria, ma deriva da un sentimento potente, dalla pura essenza intesa quale Anima-Mundi di vita, ed ogni sentimento è figlio di tutte le età passate (come una Spirale donde la vita) e sarebbe diverso se anche un solo istante fosse stato trascurato.

E davvero non è proprio quel piacere della bellezza e dell’armonia che dice all’artista che egli ha immaginato quel che forse non morirà, ed è esso stesso soltanto un piacere delle forme perenni e tuttavia cangianti in spirali di vita, nelle sue stesse membra e nei suoi tratti?

Quando la vita l’ha donato, non ha forse dato nient’altro che se medesima?

Riserva forse mai altra ricompensa, perfino ai santi?

Se uno fugge verso il deserto, non è quella luce chiara che cade sull’Anima quando tutte le cose insignificanti sono state allontanate, altri che la vita che l’ha sempre circondato, ora finalmente goduta in tutta la sua pienezza?

Se un uomo trascorre tutti i suoi giorni in buone opere sinché nel suo cuore non resti emozione alcuna che non sia colma di virtù, la ricompensa che implora non è forse vita eterna?

(W. B. Yates)




Il Cesare storico, a parer mio, approverebbe o condannerebbe il giudizio che l’autore gli attribuisce, ma non lo riterrebbe, come noi, uno scherzo sacrilego. La ragione è chiara: per gli antichi la parola scritta non era altro che un succedaneo della parola orale.

È fama che Pitagora non abbia scritto; Gomperz  sostiene che operò in tal modo perché aveva più fede nella virtù dell’istruzione parlata.

Di maggior forza della mera astensione di Pitagora è la testimonianza indubitabile di Platone. Questi, nel Timeo, affermò:

‘È ardua impresa scoprire l’artefice e padre di questo universo, e, una volta che lo si è scoperto, è impossibile rivelarlo a tutti gli uomini’,

…e nel Fedro narrò una favola egizia contro la scrittura (la cui abitudine fa sì che la gente trascuri l’esercizio della memoria e dipenda da simboli), e disse che i libri sono come le figure dipinte,

che paiono vive, ma non rispondono una parola alle domande che vengono loro poste’.

Per attenuare o eliminare tale inconveniente immagino il Dialogo filosofico così come abbiamo letto con Giuliano specchio dei Tempi che al meglio ritraggano




Leida 1629

Disegnare l’occhio che osserva (o al contrario, osservato, in questi Tempi al roverso del vero senso come sempre ammirato e contemplato…) era l’inizio dell’Arte.

Tracciare i contorni dell’organo della vista era l’iniziazione dell’apprendista al ‘mistero’ del suo mestiere ma anche un simbolo dello scopo di quel mestiere: una sorta di professione stenografica del potere della vista (non ancora del tutto ulcerata e corrotta).

La consuetudine di disegnare l’occhio umano doveva essere così radicata nell’inconscio di un artista da riaffiorare nel pieno della sua maturità, in forma di scarabocchio o di schizzo casualmente tracciato su un foglio bianco o su una lastra di recupero.

Un acquaforte dei primi anni Quaranta mostra su un lato un albero, su un altro una sezione destra della parte superiore del volto dell’artista, con l’occhio ben visibile sotto il berretto calcato sulla fronte; ma tra il berretto e l’albero c’è, del tutto a sé stante e perfettamente tracciato, un secondo occhio: spalancato vigile, vagamente inquietante.

Una Visione singolare!




Quando dipingeva occhi, dunque Rembrandt sapeva ciò che faceva.

Sapeva che nel repertorio convenzionale del linguaggio dell’occhio a disposizione dell’artista non c’era nulla di adeguato a questo momento; certo non bastava una fissità di occhi di vetro. Perciò per comunicare il senso di un distacco creativo, quel ‘sonno’ nella veglia che fin dai tempi di Platone gli autori paragonavano ad una sorta di trance sciamanico, opta per l’oscuramento.

Per il silenzio!

La Parola più comunemente usata per indicare quella situazione interiore era ingenium, o inventio, quel Divino Elemento, cioè, senza il quale mestiere e disciplina non erano che bassa manovalanza.

Quel Divino Elemento, cioè, senza il quale la Vita non avrebbe il perenne Studio da cui per ultimo l’uomo…




Solo l’ingenium distingueva chi era straordinariamente dotato da chi possedeva un mestiere perfetto.

Ma, a differenza della perizia tecnica e della pratica, l’ingenium non era cosa che si potesse acquisire con lo studio. Era una qualità innata e pertanto degna, letteralmente, di riverente timore:

Dono di Dio!

La Visione poetica veniva, in condizioni simili al delirio, a coloro che erano benedetti da quell’occhio interiore…

(S. Schama)




…Per tutti gli altri transitati nel comune Libro della Storia colma di infamie e ben conservata per ogni Secolo percorso al rogo della Memoria mai del tutto svelata neppure descritta e narrata qual male antico unanimemente condiviso in nome e per conto del falso progresso o atroce unanime apocalittico turpe destino, per tutti gli altri dicevo, ovvero i posseduti dal male antico, materia avversa allo Spirito, dedico cotal perla affinché sopravviva alle ceneri in ciò da cui il male si contraddistingue affliggere la Natura e con lei ogni Opera dell’Ingenium Creata…