IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 27 ottobre 2023

DOGMATISMO e DOGMATICA (41)

 









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Fra Finito e Infinito (38/9)









Prosegue con un sincero ricordo


alla Memoria di Pavel Florenskij


Prosegue nel...:








Riconciliare gli inconciliabili (42)







 

[ 28.... Splende un sole fortissimo e la neve è di una bianchezza accecante. Sarà perché ‘io non amo la primavera, in primavera mi ammalo’, o a causa di qualche radiazione cosmica, o in conseguenza delle difficoltà e dei problemi della nostra produzione, ma mi sento del tutto insoddisfatto. Non pensare che sia qualcosa legato al fisico, no, la mia salute va benissimo, ma è come un’ansia interiore, un turbamento di tutti i sensi. Forse questo turbamento è dovuto alla lontananza dalla natura. Ieri ho fatto una passeggiata attraverso un campo innevato. Alla luce del tramonto la neve aveva l’aspetto di petali di rosa sparsi. Si stagliavano i profili ondulati degli strati di neve che io amo tanto, in quanto mostrano chiaramente il meccanismo della formazione dei depositi eolici. La superficie della neve era coperta di tracce di esseri viventi: orme di zampette di uccelli, con piccoli solchi allungati fatti dalla coda, fossette di lepri, di volpi, e ancora di altri animali. Il cielo, come spesso avviene alle Solovki, divampava di tutti i colori. Ed io mi sono reso conto di quanto mi manchi la Natura e di quanto mi ripugni la produzione, che mi è sempre stata estranea. In fondo, alla base di ogni tipo di produzione, stanno i soldi. E il fatto che questi soldi vadano non in una tasca individuale, ma in quella comune, non rende la cosa molto più sopportabile.  

 


         

Proteggere più ‘ecosistemi’ facenti parte dell’‘universale patrimonio’ d’un comune perseguitato simmetrico destino, circa la corretta dovuta interpretazione della sopravvivenza (dello Spirito  quale vera Anima della Natura) esposta ai rigidi come opposti infuocati climi della Terra, della vera Natura afflitta in nome della Libertà (e con essa il Diritto che al meglio o al peggio la contraddistingue, o dovrebbe, seppur ingannevole maschera dell’‘apparente apparenza’…) ‘a cui’ esposta e soggetta e ‘da cui’ offesa vilipesa ed assoggettata, entro e non oltre termini e principi di economica sussistenza, non men della politica che li esalta e celebra quali nuovi miti della Terra…; sembra la miglior preghiera ‘offerta’ qual ‘oracolare summa’ al saldo corrisposta di questo nuovo anno non ancora trapassato a miglior vita.




Ovvero qual Faro esposto agli acrobatici nuovi Elementi scritti nella rosa del progresso, divenuti calamità - o funesti presagi - della censurata Visione della Via, da cui il clima dell’oracolo o profeta,  riconoscersi e dialogare (grazie alla Scienza Sacra) al pari di tutti i simmetrici Elementi rinati nell’essenza o (perseguitata) assenza di Spirito, e di cui solo la materia ne celebra - o peggio sentenzia - la dovuta esistenza nel Nulla di quanto crea, e da cui la sommaria vista senza Visione alcuna!

 

Prevedo un vento freddo, e un doppio nemico da avversare così come da combattere, equivalenti in pari misura al male.




Giacché scorgo non solo la pandemica catastrofe scalciare alla porta per ogni maschera indossata, accompagnata dall’altrettanta pandemica visione della sottostimata concreta certezza dell’equivalente veleno, posti nella simmetrica duplice maschera del proprio intento.

 

Ed in questo gelido freddo vento che proviene dal Nord d’un remoto pensiero, mi si rimprovera che all'Annunziato deserto di Elia privo di pioggia, si preannuncia breve imprevista bufera scritta nella visibile o invisibile Rosa.

 

L’oracolo si avvia anche lui alla bufera annunziata, al tramonto della specie cosiddetta umana. Giacché oltre la duplice pandemia inalata, anche l’Anima perseguitata nell’intento al Fine di rimuoverne ogni più certo e profondo legame della Terra.




Cosicché l’Apocalisse possa essere ammirata tanto da Marte quanto nel profondo della Terra. Oppure presenziata da una grotta, o meglio da una caverna, ove ogni Dio (o martire) di questo Cielo possa uscire indisturbato, al Fine della più celebrata materia (d’ogni sorta), da una diversa invisibile Porta.

 

L’unione nella Sintesi del Ricordo celebrata negli opposti crea tutta quella invisibile Energia di cui l’uomo o l’umano sprovvisto (pur avendone in deficiente eccedenza), qual vortice inesauribile di Vita scritta negli eterni eventi della Natura. Uguali e simmetrici, preannunziare luci ed echi d’ammirate aurore, oppure, al contrario, lampi di scomposta energia - seppur imprigionata non ancora del tutto compresa nell’essenza da cui la sacralità della mitologia, ed  ove la Fine sentenziata dalla conquista della materia celebra il famoso baratto dello scambio, annunziare nuova e futura moneta coniata e da coniare ancora.




In sua vece può apparire ad intermittenza il peggior Diavolo rivenduto per Santo, la materia illumina celebra e edifica il proprio Albero, la propria stirpe maledetta. La specie ove raccogliere il frutto malsano! Qualche Eretico, anche lui profeta, conviene allo scempio seminato ove nessun ‘dogma’ può essere portato all’Altare del Credo con cui scritta Via Verità e Vita.

 

Solo un Dio risorto dalla porta può rimembrarne il Sacrificio, così come il Tempo in nome Suo Creato!      




I carotaggi, di cui addetti gli scienziati (compresi i sacri cultori di simmetrica dottrina) circa ère e climi della Terra, siano questi inabissati negli strati più profondi del ghiaccio come in cielo, sentenziano ugual unanime sorte d’un comune tramonto dell’unanime destino apostrofato e scorto in ugual cielo boreale nell’èstasi o travaglio (anche mistico) della perseguitata Anima (Mundi), la quale scorge il proprio Dio (anche l’ateo possiede il dono del proprio Dio) così come il conflitto, e di cui, seppur la frammentata interpretazione, sia questa atea o credente, Eretica o Ortodossa, comporta l’unicità della Visione così come della Verità naufragata, giacché il dio Conosciuto così come Straniero, in ugual contesti tratti, comportano il rifiuto circa una determinata dogmatica interpretazione posta in un limitato dogma circa la vita.




E nell’Universo Infinito di questa invisibile Unione riconoscere il Sentiero. La Via fondata in Suo nome, o in ugual mistero che ne deriva, frammentarsi e dividersi - così come la vita - per poi unirsi e convergere alla luce del nuovo Sentiero rinato nella Selva dell’antica Natura (di tutti gli dèi prima e il dio dopo, ricomporsi e ricongiungersi come Elementi nella mitologica sacra e sola Dottrina, rivelare il rilevato Tempo rinato e risorto, comporre la Stagione così come il primo e ultimo elemento alla fotosintesi della luce, ispirare medesima ugual ‘visibile-invisibile’ rinascita contemplata pregata, oppure costantemente sperimentata così come ricercata col giudizio di ugual ‘dogma’…), non più (scritta) nel Karma di medesima ‘dogmatica’ materia, ma nell’universale superamento che tal concetto comporta riflesso nell’indissolubile interpretazione da cui Infinito come Eterno, nella volontà scritta in Suo nome, e fors’anche al contrario, nel superamento della velata unione da cui segreta causa e casualità, forma e principio  - non del tutto rivelato - circa il mistero della vita interpretato o peggio sentenziato attraverso il limitato oculo della materia. 




Ed anche se qualche goccia semina la povera dissacrata Terra violentata, il deserto sembra la summa d’ogni futura mummia rinata e riposta nel sarcofago dell’antica  fastosa tomba in eccesso di parola privata del Primo Pensiero; del corpo senza l’ombra dell’Anima; della libertà imbalsamata seppur divinizzata; dell’ispirata parola sottratta alla propria poetica natura divenuta geroglifico del progresso senza grammatica alcuna; del pensiero in eccesso ed iper-connesso sottratto al legame genetico della Terra; tradotto da un algoritmo decifrarne e ricomporne il senso attraverso un circuito neurale frutto di una intelligenza plastica ed artificiale frutto della memoria collettiva; coltivata o sottratta secondo i rigidi climi dati e conferiti dalla materia economica abdicati alla politica dell’impero; ed ove ogni intento o istinto come desiderio decifrato e riposto dall’archeologo incaricato nella piramide del progresso scavarne il mito della eterna civiltà fondata ed in qual tempo naufragata.

 

Scegliamo il nostro giusto Tempo o controtempo in questa breve Rima qual miglior risposta!




Il nemico avanza in questo progresso privato del sano consenso, mantengono ugual virale principio, e statene certi non solo un fattore pandemico il pericolo annunziato. Li accomuna l’invisibile delirio mutato in nome del falso progresso. Un nemico silenzioso ed invisibile, con un proprio segreto linguaggio crittografato, un male simmetrico all’evoluzione dell’uomo ed alieno al contesto naturale ove sembra evolvere al pari del virus che combatte, e di cui si ispira ammirato e nutrito da ugual principio: controllare e rallentare, annientare e dissacrare, insidiare e rettificare, secondo il proprio indiscusso geroglifico d’un codice genetico a barre d’ogni processo naturale al meno che non muti in virale. 

(Giuliano) 

 

Da dogmatismo e dogmatica…

 

Nella Coscienza è apparsa un’esigenza nuova, quella di adorare Dio (anche, aggiungo, nei suoi profanati Elementi) ‘in spirito e verità’.

 

La storia ci consente chiaramente di definire quell’esigenza insopprimibile di schematizzazione delle esperienze. Tutta la storia della scienza e della filosofia, come pure della teologia e della cultura in generale, consiste nel soddisfare questa esigenza….


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martedì 24 ottobre 2023

FINITO (38)

 










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Da Infinite Prediche (36/7)









Prosegue con gli..: 


Infiniti (39)

  






BREVE PREMESSA:

                              

Con le sue truppe persiane, Alessandro il Grande aveva marciato nel IV secolo a.C. da Babilonia fino in India, e fu grazie all’invasione macedone che i matematici indiani vennero a conoscenza del sistema di numerazione sumerico… e dello zero. Alla morte del condottiero, nel 323 a.C., le contese tra i suoi generali ne spezzettarono l’impero; Roma affermò la propria egemonia a partire dal II secolo a.C. e inghiottì la Grecia, ma la sua potenza non arrivò fino in India.

 

Come conseguenza, quella terra lontana non venne interessata né all’ascesa del cristianesimo né dalla caduta dell’Impero romano nei secoli IV e V d.C.  L’India non fu parimenti esposta all’influenza aristotelica. Nonostante che Alessandro fosse stato allievo dello Stagirita e che certamente ne introducesse le idee in quel paese, pure la filosofia ellenica non vi attecchì: a differenza della Grecia, l’India non vide mai con timore l’infinito e il vuoto, e, anzi, ne fece propri i concetti.

 

Il vuoto occupava un posto importante nella religione Indù. L’Induismo era da principio un credo politeistico fondato su un ciclo leggendario di battaglie e divinità guerriere, simile per molti aspetti, alla mitologia ellenica, e i cui dèi nel corso del tempo – e secoli prima dell’arrivo dei Macedoni – avevano iniziato a sfumare l’uno nell’altro. Benché i riti tradizionali e il culto del pantheon originale venissero conservati, esso acquisì la sostanza di religione monoteistica e introspettiva, e i molteplici numi divennero manifestazioni di un onnicomprensivo unico dio, Brhama.




Più o meno nel periodo dell’affermarsi a ovest della civiltà ellenica, l’induismo perdeva i caratteri di similitudine con imiti occidentali, le distinzioni tra le singole divinità si facevano incerte, mentre le connotazioni mistiche si accentuavano sempre più.

 

Il misticismo era un manifesto prodotto dall’Oriente.

 

Così come altre religioni orientali, l’induismo era impregnato del simbolismo della dualità. Alla stregua dei principi yin-yang dell’Estremo Oriente e, in Medio Oriente, del dualismo etico del Bene e del Male di Zoroastro, nella religione Indù creazione e distruzione si intrecciano; il dio Shivaè un agente a un tempo dell’una e dell’altra, tanto che viene rappresentato con un tamburo della creazione in una mano e la fiamma della distruzione in un’altra.

 

Shiva rappresentava, comunque, anche il nulla, essendo uno dei volti della divinità, Nishkala Shiva, letteralmente Shiva ‘indivisibile’ e ‘trascendente la forma’; egli era l’estremo vuoto, il supremo niente, l’incarnazione dell’assenza di vita. Però dal vuoto era scaturito l’Universo, e così parimenti l’Infinito.

 

A differenza dell’Universo come concepito in Occidente, il cosmo Indù è sconfinato, con innumerevoli altri universi esistenti oltre i limiti di quello noto agli umani. Al tempo stesso, però, questo cosmo, mantenne sempre qualchecosa dell’originale vacuità; dal niente il mondo era venuto, e il rinnovato conseguimento del niente diveniva il fine ultimo dell’umanità.




Si narra come la Morte racconti dell’anima a un discepolo: “Nel profondo del cuore di ogni creatura è l’Atman, lo Spirito, il Sé. Più piccolo del più piccolo atomo, più grande dello spazio immenso”.

 

Codesta entità, che abita in ogni cosa, è parte dell’essenza universale ed è immortale; quando una persona muore, l’atman ne abbandona il corpo accedendo ben presto a un’altra creatura, cosicché l’anima trasmigra e determina la reincarnazione del defunto.

 

Meta degli Indù è svincolare completamente l’atman dal ciclo della rinascita, arrestandone il samsara da un decesso al successivo, e la via per ottenere la definitiva emancipazione attraverso la negazione dell’esistenza consiste nel distacco dall’illusoria realtà materiale.

 

‘Il corpo, casa dello spirito, è in balia del piacere e del dolore’, spiega un dio ‘e se uno è governato dal proprio corpo, costui non potrà mai essere libero’. Ma nel momento in cui pervenga a separare sé stessi dalle velleità della carne e a volgersi al silenzio e al non-essere della propria anima, allora il moksha, la liberazione, sarà raggiunto; librandosi sopra le panie dei desideri umani, l’atman individuale potrà unirsi alla coscienza collettiva o brahman, anima cosmica onnipervasiva e realtà presente ovunque e in nessun luogo al medesimo tempo.

 

Ecco, dunque, l’infinità ed ecco il nulla.

 

La cultura indiana era già dedita all’investigazione attiva del vuoto e dell’infinito, e…. come tale accettò lo zero. 

(C. Seife, Zero)




 In una celebre lettera di Cantor indirizzata a Hilbert, afferma che…:

 

‘con un insieme compiuto si intende ogni molteplicità della quale tutti gli elementi sono insieme senza contraddizione e quindi può essere pensata come una cosa in sé stessa’.

 

Ritroviamo qui tutti gli elementi presenti nelle definizioni precedenti: di fatto la nozione di insieme è sempre la stessa. Da notare è il riapparire in modo esplicito della nozione di contraddizione, che dopo la definizione del 1882 non era più stata menzionata esplicitamente nelle definizioni del 1883 e del 1895.

 

Questo non è casuale: infatti, la nozione nuova qui introdotta, la ‘consistenza’ di un insieme, è completamente calibrata sulla ‘non-contraddittorietà’. Gli insiemi consistenti sono quelli costituiti da una molteplicità di elementi che possono essere pensati insieme senza alcuna contraddizione; mentre gli insiemi inconsistenti sono costituiti da elementi che non possono essere pensati insieme perché contraddittori fra loro.

 

Questi concetti vengono compiutamente esposti per la prima volta in una famosa lettera indirizzata a Dedekind del 3 agosto 1899:

 

‘Una molteplicità può essere determinata in modo tale che l’accettazione di un “essere-insieme” di tutti i suoi elementi conduce a una contraddizione, così che è impossibile comprendere la molteplicità come una unità, come una cosa compiuta. Queste molteplicità le chiamo assolutamente infinite o molteplicità inconsistenti. Come ci si può convincere facilmente, per esempio la “collezione di tutto il pensabile” è una tale molteplicità […]. Quando al contrario la totalità degli elementi di una molteplicità può essere pensata come “essente-insieme” senza contraddizione, così che è possibile metterli assieme in una cosa sola, la chiamo una molteplicità consistente o un “insieme” ’.




Il principio di comprensione nella sua forma standard, cioè ingenua, non vale dunque per la teoria di Cantor, la quale contempla fin da subito la possibilità che vi siano proprietà a cui, pena la ‘contraddizione’, non corrisponde alcun insieme.

 

Il passo della lettera a Dedekind sopra citato conferma quanto prima evidenziato rispetto alla stretta connessione tra gli insiemi e la ‘non-contraddizione’. Un insieme può dirsi consistente se non dà luogo ad alcuna contraddizione. Tuttavia, a una riflessione più approfondita, la cosa potrebbe non apparire molto chiara: del resto, nella lettera di risposta a Cantor, lo stesso Dedekind lamentava una mancanza di chiarezza proprio su tale distinzione.

 

Da quello fin qui detto, risulta chiaro che la ‘non-contraddittorietà’ è un elemento necessario affinché un insieme sia consistente, ovvero possa essere trattato come una cosa singola, un qualcosa di individuale.

 

Ma cos’è che mette assieme gli elementi di un insieme?

 

Il loro stare insieme da dove deriva?

 

Cosa rende possibile che una molteplicità divenga una unità?

 

Cantor non spiega mai esplicitamente in che cosa questa unità consista: insomma il punto filosofico centrale nella nozione di insieme rimane celato. Il fatto che Cantor non si pronunci su tale questione non significa che non si possano trovare indizi che vadano in una direzione piuttosto che in un’altra.

 

Uno di questi indizi è il costante riferimento al Pensiero ogniqualvolta egli debba definire che cosa è un insieme.

 

Che la consistenza sia data dalla possibilità di pensare insieme gli elementi sembra spingerci nella direzione di considerare il Pensiero come ciò che dà unità a una varietà sparpagliata di elementi.

 

L’unità di un insieme sarebbe data dal pensiero che pensa quell’insieme. 


[Prosegue all'Infinito...]








domenica 22 ottobre 2023

PREDICA DELLA DOMENICA, ovvero: ANIME e DEMONI... (36)









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so' tornati li lupi... (35)  


Prosegue con il...: 


capitolo completo   


& con... (??!!) [37]








Angeli Uomini e Dèmoni  







Dopo la morte la traslazione dell’anima doveva continuare. O è stato assorbito nel nous, in Brahma, nella divinità, oppure è sprofondato nella scala della creazione ed è stato degradato per animare un bruto.

 

Così la dottrina della metempsicosi era ed ‘è’ enfaticamente una delle ricompense e delle punizioni, poiché la condizione dell’anima dopo la morte dipende dal suo addestramento durante la vita.

 

Un uomo selvaggio e assetato di sangue fu esiliato, come nel caso di Licaone, nel corpo di una bestia feroce: l’anima di un uomo timoroso entrò in una lepre, e gli ubriaconi o i golosi divennero porci.

 

L’intelligenza che si manifestava nelle bestie aveva una somiglianza così stretta con quella dell’uomo, nell’infanzia e nella giovinezza del mondo, che non c’è da meravigliarsi se i nostri antenati non sono riusciti a individuare la linea di demarcazione tracciata tra istinto e motivo. E non riuscendo a distinguere questo, naturalmente caddero nella credenza nella metempsicosi.




Non era semplicemente una somiglianza esteriore immaginaria tra la bestia e l’uomo, ma era la percezione di abilità, perseguimenti, desideri, sofferenze e dolori come i suoi, nella creazione animale, che ha portato l’uomo a rilevare all’interno della bestia qualcosa di analogo a l’anima dentro di sé; e questo, nonostante i punti di contrasto esistenti tra di loro, suscitò nella sua mente una simpatia così forte che, senza un grande sforzo di immaginazione, investì la bestia dei propri attributi e dei pieni poteri della propria comprensione. Lo considerava mosso dagli stessi motivi, soggetto alle stesse leggi dell’onore, mosso dagli stessi pregiudizi, e quanto più la bestia era alta nella scala, tanto più la considerava alla pari.




Tra molte persone certamente più attente e colte, il corpo è considerato come un semplice indumento avvolto attorno all’anima. Il buddista considera l’identità come esistente solo nell’anima, e il corpo come identità costitutiva non più degli abiti che indossa o si toglie. Esiste come spirito; per comodità si riveste di un corpo; a volte quel corpo è umano, a volte è bestiale. Quanto più la sua anima si eleva nella scala spirituale, tanto più nobile è la forma animale che essa abita. Lo stesso Budda attraversò vari stadi dell’esistenza; in uno era una lepre, e la sua anima essendo nobile, lo portò a immolarsi, affinché potesse offrire ospitalità a Indra, il quale, in forma di vecchio, bramava da lui cibo e riparo.

 

Il buddista considera gli animali con riverenza; un antenato può essere affittuario del corpo del bue che sta guidando, oppure un discendente può correre al suo fianco abbaiando e scodinzolando. Quando cade in un’èstasi, la sua anima lascia il suo corpo per un po’, si spoglia del suo vestito di carne, sangue e ossa, per ritornarvi ancora una volta quando la trance è finita.




Ma questa idea non è limitata ai buddisti, è comune ovunque. Si suppone che lo spirito o anima sia imprigionato nel corpo, il corpo non è altro che la lanterna attraverso la quale lo spirito risplende, si crede che ‘il corpo corruttibile’ ‘prema l’anima’ e l’anima non è in grado di raggiungere la felicità perfetta finché non si è allontanato da questa spira terrosa.

 

Butler considera le membra del corpo come tanti strumenti usati dall’anima allo scopo di vedere, udire, sentire, ecc., proprio come usiamo i telescopi o le stampelle, e che possono essere respinti senza danneggiare la nostra individualità.

 

Questo è evidente, e così sono sorti gli innumerevoli racconti di trasformazione e trasmigrazione che si trovano in tutto il mondo. Che la stessa visione del corpo come mero rivestimento dell'anima fosse presa dai nostri antenati teutonici e scandinavi, è evidente anche dall'etimologia delle parole leichnam, lîkhama, usate per esprimere il corpo senz’anima.




 Ho già parlato della parola norrena hamr, vorrei ora fare alcune ulteriori osservazioni su di essa. Hamr è rappresentato in anglosassone da hama, homa, in sassone da hamo, in antico alto tedesco da hamo, in antico francese da homa, hama, a cui sono legati i gotici gahamon, ufar-hamon, ana-hamon; e-hamon, af-hamon, da qui anche l’antico hemidi dell’alto tedesco e il moderno hemde, indumento. Nella composizione troviamo questa parola, come lîk-hagnr, in antico norreno; in antico alto tedesco lîk-hamo, anglosassone lîk-hama, e flæsc-hama, antico sassone, lîk-hamo, tedesco moderno leich-nam, un corpo, cioè una veste di carne, proprio come vengono chiamati i corpi degli uccelli in antico norvegese fjaðr-hamr, in anglosassone feðerhoma, in antico sassone fetherhamo, o abiti di piume; e i corpi dei lupi sono chiamati in antico norvegese ûlfshamr, e i corpi delle foche in faroesekopahamr. Il significato dell’antico verbo að hamaz è ora evidente; significa migrare da un corpo all’altro, e hama-skipti è una trasmigrazione dell’anima. Il metodo di questa trasmigrazione consisteva semplicemente nel rivestire il corpo con la pelle dell’animale in cui l’anima doveva migrare.

 

Quando Loki, il dio nordico del male, andò alla ricerca dell’Idunn rubato, prese in prestito da Freyja il suo vestito da falco e divenne subito, a tutti gli effetti, un falco. Thiassi lo inseguì mentre lasciava Thrymheimr, avendo prima preso su di sé l’abito di un’aquila e diventando così un’aquila.




  ANDARE IN SPIRITO 

 

Ciò che mi aveva indotto a riconoscere una giusta intuizione nella squalificatissima tesi della Murray (o meglio in una parte di essa) era stata la scoperta di un culto agrario di carattere estatico diffuso in Friuli tra  500 e 600. Esso è documentato da una cinquantina di processi inquisitoriali tardivi (1575-1675 circa), decisamente atipici, provenienti da una zona culturalmente marginale: elementi che contraddicono tutti i criteri esterni fissati da Kieckhefer per isolare, al di là delle sovrapposizioni dotte, i lineamenti della stregoneria popolare. Eppure da questa documentazione emergono elementi decisamente estranei agli stereotipi dei demonologi.

 

Uomini e donne che si autodefinivano ‘benandanti’ affermavano che, essendo nati ‘con la camicia’ (ossia avvolti nell’amnio) erano costretti a recarsi quattro volte all’anno, di notte, a combattere ‘in spirito’, armati di mazze di finocchio, contro streghe e stregoni armati di canne di sorgo: la posta delle battaglie notturne era la fertilità dei campi. Gli inquisitori, visibilmente stupefatti, cercarono di ricondurre questi racconti allo schema del sabba diabolico: ma, nonostante le loro sollecitazioni, dovettero passare quasi cinquant’anni prima che i benandanti si decidessero, tra esitazioni e pentimenti, a modificare le loro confessioni nel senso richiesto.




La realtà fisica dei convegni stregoneschi non riceve alcuna conferma, neppure per via analogica, dai processi contro i benandanti. Essi dichiaravano concordemente di uscire la notte ‘invisibilmente con il spirito’, lasciando il corpo esanime. Solo in un caso i misteriosi deliqui lasciano intravedere l’esistenza di rapporti reali, quotidiani, forse di tipo settario. La possibilità che i benandanti si riunissero periodicamente prima di affrontare le esperienze allucinatorie, del tutto individuali, descritte nelle loro confessioni, non può essere provata in maniera definitiva. Proprio qui invece, per un curioso equivoco, alcuni studiosi hanno visto il succo della mia ricerca. I benandanti sono stati definiti da J. B. Russell ‘la prova più solida che sia mai stata fornita dell’esistenza della stregoneria’; da H. C. E. Midelfort, ‘l’unico culto stregonesco documentato fino ad oggi in Europa nei primi secoli dell’età moderna’.




Espressioni come ‘esistenza della stregoneria’ e ‘culto stregonesco documentato’ (poco felici perché assumono il punto di vista deformante degli inquisitori) tradiscono, come risulta dal contesto in cui sono state formulate, la già ricordata confusione tra miti e riti, tra complesso coerente e diffuso di credenze e gruppo organizzato di persone che le avrebbero praticate. Ciò è particolarmente evidente nel caso di Russell, che parla delle battaglie notturne con i ‘membri del culto stregonesco locale’, trascurando il fatto che i benandanti dichiaravano di parteciparvi ‘invisibilmente con il spirito’; più ambiguamente, Midelfort accenna alla difficoltà di trovare, sulla traccia dei benandanti, altri casi di ‘rituale di gruppo’.

 

L’obiezione che mi è stata mossa da N. Cohn, e cioè che ‘le esperienze dei benandanti... erano tutte di tipo estatico (trance experiences)’ e costituivano ‘una variante locale di quella che era stata, secoli prima, l’esperienza comune delle seguaci di Diana, Erodiade e Holda’, va rivolta in realtà a Russell e, in parte, a Midelfort. A me sembra del tutto accettabile anche perché coincide quasi alla lettera con ciò che avevo scritto nel mio libro.




Il valore della documentazione friulana va cercato, a mio parere, in tutt’altra direzione. Sulla stregoneria (è un’ovvietà, ma non è male ripeterla) disponiamo unicamente di testimonianze ostili, provenienti o filtrate da demonologi, inquisitori, giudici.

 

Le voci degli imputati ci giungono soffocate, alterate, distorte; in molti casi non ci sono giunte affatto. Di qui -per chi non voglia rassegnarsi a scrivere per l’ennesima volta la storia dalla parte dei vincitori - l’importanza delle anomalie, delle crepe che si aprono talvolta (molto raramente) nella documentazione, incrinandone la compattezza. Dallo scarto prolungato tra i racconti dei benandanti e gli stereotipi degli inquisitori affiora uno strato profondo di miti contadini, vissuto con straordinaria intensità.

 

A poco a poco, attraverso la lenta introiezione di un modello culturale ostile, esso si trasformò nel sabba.

 

Vicende analoghe si erano verificate altrove?




Fino a che punto era possibile generalizzare il caso - documentariamente eccezionale - dei benandanti?

 

Allora non ero in grado di rispondere a queste domande ma esse mi parevano implicare ‘un’impostazione in gran parte nuova del problema delle origini popolari della stregoneria’. Oggi parlerei piuttosto di ‘radici folkloriche del sabba’. Il giudizio sulla novità dell’impostazione mi pare invece ancora da sottoscrivere.

 

Tranne poche eccezioni la ricerca sulla stregoneria ha seguito infatti strade molto diverse da quella che prospettavo allora. A orientare l’attenzione degli studiosi prevalentemente verso la storia della persecuzione della stregoneria, ha certo contribuito in molti casi un pregiudizio (non sempre inconsapevole) di sesso e di classe. Termini come ‘bizzarrie e superstizioni’, ‘credulità contadina’, ‘isteria femminile’, ‘stranezze’, ‘stravaganze’, ricorrenti, come si è visto, in alcuni degli studi più autorevoli, riflettono una scelta preliminare di natura ideologica.




Ma anche una studiosa come la Larner, che muoveva da tutt’altri presupposti, ha finito col concentrarsi sulla storia della persecuzione. L’atteggiamento di solidarietà postuma con le vittime è certo molto diverso dall’ostentata superiorità nei confronti della loro rozzezza culturale: ma anche nel primo caso lo scandalo intellettuale e morale costituito dalla caccia alle streghe ha quasi sempre monopolizzato l’attenzione.

 

Le confessioni dei perseguitati, donne e uomini - soprattutto se riferite al sabba - sono apparse, a seconda dei casi, intrinsecamente irrilevanti o contaminate dalla violenza dei persecutori. Chi ha cercato di intenderle letteralmente, come documento di una cultura femminile separata, ha finito con l’ignorare il loro denso contenuto mitico.

 

Rarissimi, in verità, sono stati i tentativi di accostarsi a questi documenti con gli strumenti analitici offerti dalla storia delle religioni e dal folklore - discipline da cui anche i più seri tra gli storici della stregoneria di solito si sono tenuti lontani, quasi si trattasse di campi minati.




Paura di cadere nel sensazionalismo, incredulità nei confronti dei poteri magici, sconcerto di fronte al carattere ‘pressoché universale’ di credenze come quella nella trasformazione in animali (nonché, naturalmente, l’inesistenza di una setta stregonesca organizzata) sono stati tra i motivi addotti per giustificare una drastica, e alla lunga sterile, delimitazione del campo d’indagine.

 

Tanto i persecutori quanto i perseguitati sono invece al centro della ricerca che presento ora. Nello stereotipo del sabba ho ritenuto di poter riconoscere una ‘formazione culturale di compromesso’: l’ibrido risultato di un conflitto tra cultura folkloriea e cultura dotta.

 

Sin dall’inizio, la suggestione principale fu quella contenuta nell’opera di C. Ginzburg, il quale, in diversi lavori, ha tracciato una prospettiva storica di amplissimo respiro attorno alla tematica che ci interessa.




In questo modo è divenuto possibile concepire quei nostri frammenti quasi come tasselli da sistemare su un telaio precostituito, anche se ovviamente non fisso. In altre parole è sembrato possibile ravvisare un contesto, che offrisse spazio per un significato solo apparentemente perduto.

 

È necessaria a questo punto una digressione.

 

In quelle opere, in particolare in quella più organica, Storia Notturna, l’Autore delinea una prospettiva storica complessiva, fondata non solo sui testi di processi alle streghe da cui prende avvio la sua ricerca, e non limitata al tema al quale sembra fare riferimento il sottotitolo (Una  decifrazione del sabba), ma soprattutto articolata su una vastissima rassegna di elementi del folklore europeo, che gli consentono di ricondurre molti aspetti di leggende/credenze affioranti nella tradizione orale a una matrice unitaria assai lontana nel tempo, e insieme di tracciare a grandi linee il percorso storico di queste stesse credenze (quindi anche di quelle locali, nel nostro tentativo) da una remota preistoria sino alle vicende degli ultimi secoli che le hanno fortemente deformate e soprattutto frammentate.




Per continuare il nostro riassunto, la matrice unitaria, risalente alla preistoria, cioè a partire dalle società di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico superiore, e poi sviluppata nelle civiltà agrarie del Neolitico, è costituita dal mito del ‘ritorno dei morti’ dall’aldilà, spesso con un atteggiamento ostile o almeno ambiguo verso la comunità dei vivi e i loro beni, la produzione agricola, ecc.

 

Da qui deriverebbero i connessi rituali agrario-esorcistici dei ‘benandanti’, una sorta di sciamani nostrani impegnati nel combattere il pericolo di un ritorno ostile dei defunti. Quest’ultima credenza, attestata in una ristretta area tra Friuli e Balcani, non trova peraltro riscontri precisi nelle testimonianze e nelle leggende locali. Quanto alla linea di ricostruzione storica, le ricerche storico-antropologiche portano a unificare una serie di testimonianze del folklore europeo (e non solo) e molte altre desunte dai processi alle streghe (appunto: l’ipotesi del ‘sabba’), attorno a questa linea ricostruttiva: dietro ai frammenti superstiti reperiti nel folklore europeo vi sarebbe una memoria (ancora presente almeno fino al 500, ma ormai scarsamente o per nulla consapevole) di antiche pratiche di carattere sciamanico.




Anzitutto un viaggio iniziatico e comunque magico, allucinatorio ed estatico, nel mondo dell’al di là (ossia nel mondo dei Morti) con diverse motivazioni positive di alcuni personaggi privilegiati; più in generale una sorta di permeabilità tra mondo dei vivi e mondo dei morti (degli spiriti). Tale tradizione, dopo vari tentativi precedenti di estirparla, sarebbe poi stata definitivamente demonizzata e repressa nell’epoca dei processi alle streghe, all’incirca dal ‘400 in poi, e sarebbe quindi confluita in quello che viene nominato il ‘modello del sabba’, il notturno volo seguito dal convegno diabolico delle streghe con tutti i rituali connessi.

 

A questo punto l’ipotesi di lavoro era quella di verificare se i frammenti reperiti andavano a dislocarsi significativamente entro il complesso affresco tracciato particolarmente nell’opera Storia Notturna, ossia nel contesto delle credenze-leggende di area eurasiatica.



…Per i pellegrini ogni pietra parla.

 

Si sparpagliano e si siedono con familiarità tra di esse. Si infilano in una stretta apertura tra due massi per mettere alla prova la loro virtù, e strisciano sotto a un altro.

 

Le rocce divengono il giudizio della montagna.

 

Un affioramento chiamato il ‘Luogo dei peccati bianchi e neri’ forma una rudimentale galleria, e i pellegrini devono attraversare quest’inferno simbolico prima di tornare lungo un altro passaggio a uno stato più elevato. In queste fenditure la pietra viva percepisce la purezza dei corpi che vi passano attraverso, e le pareti possono contrarsi all’improvviso intrappolando il reo. Tre pellegrini seduti insieme amabilmente ricordano un’epoca in cui le rocce gemelle di fronte a loro venivano al giudizio. Parlano con Iswor in tamang zoppicante, ma non possono entrare nel passaggio di roccia. Sembra così stretto da essere intransitabile, ed è bloccato dal ghiaccio. Anche la persona più esile rischia di rimanervi intrappolata.

 

La roccia sa tutto… 




 Il 27 giugno 1580, l’inquisitore fra’ Felice da Montefalco riprende la causa lasciata a mezzo dal suo predecessore, facendo comparire davanti a sé uno dei due… ‘benendanti’, Paolo Gasparutto

 

Costui dichiara di ignorare per quale motivo sia stato chiamato. Si è confessato e comunicato ogni anno dal suo piovano; non ha mai sentito dire che a Iassico ‘ci sia alcuno che viva da lutherano, et viva malamente’.

 

Allora fra’ Felice chiede ‘se lui sa o conosca alcuno che sia… strigone o benandante’.

 

Il Gasparutto risponde negativamente:

 

di strigoni non so alcuno, né anco di benandante’.

 

…E improvvisamente scoppia a ridere:

 

‘Padre no che io non so… io non sonno benandante, né la profession mia è tale’.




 …Allora l’inquisitore comincia a bersagliarlo di domande: ‘ha mai curato il figlio di Pietro Rorato?’.

 

‘Il Rotaro mi ha chiamato’,

 

…dice Paolo,

 

‘ma io gli ho risposto di non saperne nulla e di non poterlo aiutare’.

 

‘Ha mai parlato di benandanti con l’inquisitore passato e con il piovano di Iassico?’.

 

Paolo dapprima nega: poi ammette, sempre ridendo, di aver affermato di sognar di combattere con gli stregoni. Ma di fronte alle domande incalzanti dell’inquisitore, che gli ricorda particolari dei suoi racconti di cinque anni prima, riprende a negare, tra continui scoppi di risa.

 

Chiede il frate: Perché hai tu riso?’.

 

E il Gasparutto, inaspettatamente:

 

‘perché queste non sonno cose da addimandarsi, perché si va contra il voler de Iddio’.

 

L’inquisitore insiste, sempre più sconcertato: ‘perché se va contra il volere de Iddio interrogandosi di queste cose?’.

 

A questo punto il benandante si accorge di aver detto troppo: ‘perché se addimanda cose che io non so’, risponde, e ritorna sulla negativa…


(Prosegue con il capitolo completo)