giuliano

giuliano
IL TOMO

venerdì 20 aprile 2012

NOVANT'ANNI FA



















Ad ogni passo del suo cammino Siddharta imparava qualcosa di nuovo,
poiché il mondo era trasformato e il suo cuore ammaliato.
Vedeva il sole sorgere sopra i monti boscosi e tramontare oltre le lonta-
ne spiagge popolate di palme.
Di notte vedeva ordinarsi in cielo e le stelle, e la falce della luna galleggiare
come una nave nell'azzurro.
Vedeva alberi, stelle, animali, nuvole, arcobaleni, rocce, erbe, fiori, ruscelli
e fiumi; vedeva la rugida luccicare nei cespugli al mattino, alti monti azzurri
e diafani nella lontananza; gli uccelli cantavano e le api ronzavano, il vento
vibrava argentino nelle risaie.





















Tutto quello era sempre esistito nei suoi mille aspetti variopinti, sempre era-
no sorti il sole e la luna, sempre avevano scrosciato i torrenti e ronzato le
api, ma nel passato tutto ciò non era stato per Siddharta che un velo effime-
ro e menzognero calato davanti ai suoi occhi, considerato con diffidenza e
destinato a essere trapassato e dissolto dal pensiero, poiché non era realtà:
la realtà era al di là delle cose visibili.
Ma ora il suo occhio liberato s'indugiava al di qua, vedeva e riconosceva
le cose visibili, cercava la sua patria in questo mondo, non cercava la....
'Realtà', né aspirava ad alcun al di là.





















Bello era il mondo a considerarlo così: senza indagine, così semplicemente,
in una disposizione di spirito infantile.
Belli la luna e gli astri, belli il ruscello e le sue sponde, il bosco e la roccia,
la capra e il maggiolino, fiori e farfalle.
Bello e piacevole andar così per il mondo e sentirsi così bambino, così...
risvegliato, così aperto all'immediatezza delle cose, così fiducioso.
Diverso era ora l'ardore del sole sulla pelle, diversamente fredda l'acqua
dei ruscelli e dei pozzi, altro le zucche e le banane.
Brevi erano i giorni, brevi le notti, ogni ora volava via rapida come vela sul
mare, e sotto la vela una barca carica di tesori, piena di gioia.
Siddharta vedeva un popolo di scimmie agitarsi su tra i rami nell'alta volta
del bosco e ne udiva lo strepito selvaggio e ingordo.





















Siddharta vedeva un montone inseguire una pecora e congiungersi con lei.
Tra le canne di una palude vedeva il luccio cacciare affamato verso sera:
davanti a lui i pesciolini sciamavano a frotte rapidamente, guizzando e ba-
lenando fuor d'acqua impauriti; un'incalzante e appassionante energia si
sprigionava dai cerchi precipitosi che l'impetuoso cacciatore tracciava nel-
l'acqua.
Tutto ciò era sempre stato, ed egli non l'aveva mai visto: non vi aveva mai
partecipato. Ma ora sì, vi partecipava e vi apparteneva.
Luce e ombra attraversavano la sua vista, le stelle e la luna attraversavano
il cuore.





















Cammin facendo Siddharta si ricordò anche di tutto ciò che gli era succes-
so nel giardino Jetavana, della dottrina che vi aveva ascoltato, del Buddha
divino, della separazione da Giovinda, della conversazione con il Sublime.
Gli ritornavano alla mente le sue stesse parole, quelle che aveva detto al
Sublime, ogni parola, e con stupore si accorgeva che in quella occasione
aveva detto cose di cui, allora, non aveva ancora esatta coscienza.
Ciò ch'egli aveva detto a Gotama: che il segreto e il tesoro di lui, del Bud-
dha, non era la dottrina, ma l'inesprimibile e ininsegnabile ch'egli una volta
aveva vissuto nell'ora della sua illuminazione, questo era appunto ciò che
egli cominciava ora a esperimentare.
Di se stesso doveva far ora esperienza.





















Già da un pezzo s'era persuaso che il suo stesso Io era l'Atman, di natura
ugualmente eterna che quella di Brahma. Ma mai aveva realmente trovato
questo suo Io, perché aveva voluto pigliarlo con la rete del pensiero.
Anche se il corpo non era certamente quest'Io, e non lo era il gioco dei
sensi, però non era l'Io neppure il pensiero, non l'intelletto, non la saggez-
za acquisita, non l'arte appresa di trarre conclusioni e dal già pensato de-
durre nuovi pensieri.
No, anche questo mondo del pensiero restava di qua, e non conduceva
a nessuna meta uccidere l'accidentale.
Io dei sensi per impinguare il non meno accidentale.
Io del pensiero.





















Belle cose l'una e l'altra, il senso e i pensieri, dietro alle quali stava nascosto
il significato ultimo; a entrambe occorreva porgere ascolto, entrambe occor-
reva esercitare,entrambe bisognava guardarsi dal disprezzare o dal soprav-
valutare, di entrambe occorreva servirsi per origliare alle voci più profonde
dell'Io.
A nulla egli voleva d'ora innanzi aspirare, se non a ciò cui la voce gli coman-
dasse d'aspirare, in nessun luogo indugiarsi, se non dove glielo consigliasse
la voce.....
(Herman Hesse, Siddharta)














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