giuliano

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IL TOMO

venerdì 1 giugno 2012

VERSI E PROSA












































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In linea generale, calcolare, misurare, sono operazioni del tutto umane.
Implica che si sovrappongono, realmente o idealmente, due oggetti per un certo
numero di volte.
La natura non pensa a questa sovrapposizione, non misura, calcola e conta!
Tuttavia la fisica conta, misura, mette in relazione tra loro le variazioni 'quantitative'
per ottenere delle leggi, e ci riesce. Il suo successo sarebbe inspiegabile, se il mo-
vimento costitutivo della materialità non fosse il movimento stesso che - da noi
proiettato al suo termine ultimo, sino cioè allo spazio omogeneo - alla fine ci fa con-
tare, misurare, seguire nelle loro rispettive variazioni i termini che sono funzione l'-
uno dell'altro.
Per effettuare questa proiezione, la nostra intelligenza ha solo bisogno di assecon-
dare la propria inclinazione, dato che è naturalmente orientata verso lo spazio e le
matematiche; intellettualità e materialità sono infatti della stessa natura e si produ-
cono nella stessa maniera.








































Se l'ordine matematico fosse qualcosa di positivo, se ci fossero, immanenti alla
materia, leggi paragonabili a quelle dei nostri codici, il successo della nostra scienza
avrebbe del miracoloso.
Quali probabilità avremmo, infatti di scoprire l'unità di misura della natura e di iso-
lare le variabili che essa avrebbe scelto per determinarne le reciproche relazioni?
Ma il successo di una scienza strutturata matematicamente sarebbe altrettanto in-
comprensibile se la materia non avesse tutto ciò che occorre per rientrare nei nostri
schemi.
Non resta dunque che una sola ipotesi plausibile: che l'ordine matematico non abbia
niente di positivo, che sia la forma cui tende, di per sé, una certa 'interruzione', e che
la materialità consista precisamente in un'interruzione di questo genere.








































E questo appunto perché alla base della natura non c'è alcun sistema definito di leg-
gi matematiche, e perché la matematica in generale rappresenta semplicemente la
direzione nella quale ricade la materia.
....Ma forse il filosofo si rifiuterà di fondare una teoria della conoscenza su simili
considerazioni. Ne avrà orrore, perché l'ordine matematico, essendo un ordine, gli
sembrerà racchiudere qualcosa di positivo.
Invano affermiamo che quest'ordine si produce automaticamente per l'interruzione
dell'ordine inverso, che è, anzi, questa interruzione stessa. Ciò non toglie che conti-
nui a sussistere l'idea che 'potrebbe non esserci affatto ordine', e che l'ordine mate-
matico delle cose, essendo una conquista sul disordine, possiede una realtà positiva.
Approfondendo questo punto, si potrebbe vedere quale decisivo ruolo abbia l'idea
di disordine nei problemi relativi alla teoria della conoscenza. Essa non vi compare
esplicitamente, ed è per questo che non ce ne si è mai occupati.
































...Difficoltà e illusioni derivano normalmente dal fatto che un modo di esprimersi
essenzialmente provvisorio venga assunto come definitivo. Derivano dal fatto che
un procedimento volto a una pratica venga trasposto nell'ambito della speculazio-
ne.
Se scelgo a caso un volume della mia biblioteca, posso riporlo dopo avergli dato
un'occhiata, dicendo:
non sono versi.
E' proprio questo che ho visto sfogliando il libro?
Evidentemente no!
Non ho visto, né mai vedrò, un'assenza di versi. Ho visto la prosa.
Ma siccome desidero la poesia, esprimo ciò che trovo in funzione di ciò che cerco,
e invece di dire 'ecco la prosa', dico 'non sono versi'.
Per contro, se mi viene voglia di leggere prosa ma mi imbatto in un volume di versi,
esclamerò: 'non è prosa', traducendo così i dati della mia percezione, che mi fa ve-
dere dei versi, nel linguaggio della mia aspettativa e della mia attenzione, che sono
fissate sull'idea di prosa e non vogliono sentir parlare d'altro.
























Ora, se David mi ascoltasse, dalla mia doppia esclamazione dedurrebbe che prosa
e poesia sono due forme di linguaggio riservate ai libri, e che queste forme dotte si
sono sovrapposte a un linguaggio più rozzo, che non era né in prosa né in versi.
Parlando di questa cosa che non è né versi né prosa, egli crederebbe del resto di
avercela in mente: si tratterebbe però solo di una rappresentazione.
Andiamo ancora più avanti: se David domandasse al suo professore di filosofia
in che modo la forma prosa e la forma poesia si sono sovrapposte a ciò che non
possedeva né l'una né l'altra, e se volesse ricavare in qualche modo la teoria dell'-
imporsi di queste due forme a tale materia semplice, allora la pseudorappresenta-
zione potrebbe creare uno pseudoproblema.
Il suo problema sarebbe assurdo, e l'assurdità deriverebbe dal fatto che egli avrebbe
ipostatizzato a sostrato comune della prosa e della poesia la negazione simultanea
di entrambe, dimenticando che la negazione dell'una comporta la posizione dell'altra.

































Supponiamo ora che ci siano due specie di ordine, e che questi due ordini siano
due termini contrari all'interno dello stesso genere. Supponiamo anche che l'idea di
disordine sorga nella nostra mente tutte le volte che, cercando una delle due specie
di ordine, incontriamo l'altra.
L'idea di disordine avrebbe allora un significato preciso nella pratica corrente della
vita; per comodità di linguaggio, essa oggettiverebbe il disappunto di uno spirito
che si ritrova in presenza di un ordine differente da quello di cui ha bisogno, ordine
di cui, per il momento, non sa che far(sen)e e che, in tal senso, per lui non esiste.
Ma di questa idea non si potrebbe fare alcun uso teorico.
E se, malgrado tutto, pretendessimo di introdurla in filosofia, perderemmo imman-
cabilmente di vista il suo vero significato. essa rilevava l'assenza di un certo ordine,
ma  a vantaggio di un altro; ma siccome essa può applicarsi di volta in volta a cias-
cuno dei due ordini, e anzi oscilla in continuazione tra i due, noi la cogliamo per
via, o meglio in aria, come il volano tra le racchette, e la trattiamo come se rappre-
sentasse non più l'assenza dell'uno o dell'altro ordine indifferentemente, ma l'assen-
za di tutti e due insieme: fatto che non può essere né percepito né concepito, ma
è una pura entità verbale.
Nascerebbe così il problema di sapere in che modo l'ordine si imponga al disordine,
la forma alla materia..........
(H. Bergson, L'evoluzione creatrice)















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