CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 16 settembre 2014

LA STRADA












































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Il Tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro!
‘Ferma, ferma!’ si vorrebbe gridare ma si capisce ch’è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.
Di giorno in giorno Drogo sentiva aumentare questa misteriosa rovina, e invano cercava di trattenerla. Nella vita uniforme della Fortezza gli mancavano punti di riferimento e le ore gli sfuggivano di sotto prima che lui riuscisse a contarle.  C’era poi la speranza segreta per cui Drogo sperperava la migliore parte della vita. Per alimentarla sacrificava leggermente mesi su mesi, e mai bastava.




L’inverno, il lunghissimo inverno della Fortezza, non fu che una specie di acconto. Terminato l’inverno, Drogo ancora aspettava. Venuta la buona stagione – lui pensava – i nemici avrebbero ripreso i lavori della strada. Ma non c’era più disponibile in cannocchiale di Simeoni, che permetteva di vederli.
Tuttavia col procedere dei lavori – ma chissà quanto ancora ci sarebbe voluto – i nemici si sarebbero avvicinati e un bel giorno sarebbero giunti a portata dei vecchi cannocchiali rimasti in dotazione a qualche corpo di guardia. Non più alla primavera Drogo aveva perciò stabilito la scadenza della sua attesa, ma qualche mese più in là, sempre nell’ipotesi che la strada si facesse davvero.
Al principio di maggio, per quanto scrutasse la pianura col migliore cannocchiale d’ordinanza, Giovanni non riusciva ancora a scorgere alcun segno di attività umana; neanche un lume di notte, e sì che i fuochi si vedono facilmente anche a smisurate distanze. A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. 




Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamene suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.
La fiducia cominciava a stancarsi e l’impazienza cresceva, sentendo Drogo come i colpi dell’orologio si facessero sempre più fitti. Già capitava di lasciar passare intere giornate senza neppure un’occhiata al nord. Finalmente una sera – ma quanto tempo c’era voluto – un lumicino tremolante apparve entro la lente del cannocchiale, fioco lume che sembrava palpitare moribondo e invece doveva essere, calcolata la distanza, una rispettabile illuminazione.
Era la notte del 7 luglio. Drogo per anni si ricordò la gioia meravigliosa che gli inondò l’animo e la voglia di correre a gridare, perché tutti quanti lo sapessero, e la orgogliosa fatica di non dir niente a nessuno, per la superstiziosa paura che la luce morisse. Ogni sera, sul ciglione delle mura Drogo si metteva ad aspettare, ogni sera il lumino pareva avvicinarsi un poco e farsi più grande.




Molte volte doveva essere soltanto un’illusione, nata dal desiderio, certe altre però era un effettivo progresso (proprio così, ‘progresso’ lo chiamano…), tanto che finalmente una sentinella lo avvistò ad occhio nudo.  Si cominciò poi a scorgere di giorno, sul biancastro fondo del deserto, un movimento di piccoli punti neri, così come l’anno prima, solo che adesso il cannocchiale era meno potente e perciò i nemici dovevano essersi fatti molto più vicini. 
In settembre il lume del presunto cantiere veniva scorto distintamente nelle notti serene (ma anche di giorno come una macchia bianca), anche da gente di vista normale. A poco a poco, fra i militari si riprese a parlare della pianura del nord, dei nemici, di questi strani movimenti e luci notturne. Molti dicevano ch’era proprio una strada, pur non riuscendo a spiegarne lo scopo; l’ipotesi di un lavoro....

















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