giuliano

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IL TOMO

mercoledì 2 ottobre 2019

RIMEMBRANDO GHIACCIO & MA(S)SO (3)




















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Il libro scomparso (5/7)













A una bambina che lo fissava esterrefatta, Tita Piaz – il più singolare personaggio delle nostre Alpi – domandò:

‘Perché mi guardi così? Non hai mai visto un uomo più brutto di me?’.

E la bambina:

‘No. Mai!’.

Nel suo libro di ricordi Mezzo secolo di alpinismo pubblicato ora da Cappelli, c’è a pagina 56 una fotografia giovanile del ‘mostro’; gli è accanto Ugo De Amicis, figlio dello scrittore e di Piaz discepolo in alpinismo. Due begli uomini, dal volto simpatico e ragionevole, e si sarebbe imbarazzati a fare la scelta.

Come è possibile che fin da allora – si parla del principio del secolo – la faccia di Piaz fosse giudicata diabolica?




Eppure le testimonianze, sue e dei biografi, sono d’accordo: i bambini erano spaventati e qualche cliente, dopo averlo visto, disdiceva con improvvisi pretesti l’impegno per l’escursione. In realtà nei suoi ritratti più recenti c’è qualcosa di mefistofelico.

Ma il ‘satanismo’ di Tita Piaz ha probabilmente più vaste origini. Il fatto è questo: un uomo deciso a essere genuino fino in fondo, a non tradire la propria natura, a lottare contro ciò che gli sembra ingiusto è destinato fatalmente a una vita difficile, a farsi coprire di scomuniche.

…La sincerità è un lusso che il mondo fa pagar molto caro….

I signori non erano più clienti da curare rispettosamente; non erano più, nelle prime salite, i condottieri dell’impresa, che concepivano e indicavano la via da seguire.

Il signore era lui, lui comandava, lui stabiliva cima, itinerario e ora di partenza: bontà sua se alla corda poteva legarsi l’ambizioso turista. Dedicava la Punta Emma (di fronte alle Vajolet) a una sguattera di rifugio, dava del tu – e copriva d’insolenze se nei punti difficili stentavano a salire – a principi del sangue e ministri.

A un arciduca di casa Absburgo gridava, tirando la corda:

‘Su, rinoceronte!’.

‘Carogna, creatura infame, capra!’,

…urlava a una signorina incrodata sotto il famigerato passo di Winkler.




Eppure fu uno degli uomini più amati: tenuto alla larga o addirittura perseguitato dalle autorità (conobbe via via le prigioni di Cecco Beppe, di Vittorio Emanuele e di Hitler), popolarissimo però tra i valligiani e gli alpinisti di tutto il mondo fra cui… Preuss

Circa la nota disputa abbiamo già accennato…

Ed ora, giunti alle (due) ‘grandi Cime’ è bene rimembrarne le dovute ‘geologie’ giacché alla loro vista possiamo pensare la giusta Via per ‘consolidare’ la Vetta nella 'pretesa' d'ognuno del mancato rispetto che ogni Elemento pretende…

…Molti altri (privi dello Spirito) affollarono ed invadono medesimo desiderio (incarnato e di certo non ben ‘meditato’) giammai eguagliato e per sempre tradito dalla ‘infruttuosa gara’ in cui la Natura perita…

Non debbo aggiungere molto altro!

Gli addetti ai lavori hanno compreso i molti modi di intendere e condividere ugual medesimo Desiderio!    




Il più grande alpinista che sia mai esistito è l’austriaco Paul Preuss (1886-1913).

Questa la ferma conclusione a cui arriva Severino Casara al termine di un poderoso e illustratissimo libro (Preuss, l’alpinista leggendario, editore Longanesi) che è costato molti anni di studi, di ricerche, di viaggi, di pazienti investigazioni per rintracciare una testimonianza, un documento, una fotografia, un minimo episodio a oltre mezzo secolo dalla morte.

Del medesimo avviso è, nella prefazione, Aldo Bonacossa, uno dei nostri più forti accademici della vecchia guardia, che di Preuss fu compagno di cordata nella memorabile prima salita dell’Aiguille Blanche de Pétéret per la cresta sudest.

Che cosa autorizza ad attribuire a Preuss questo primato?

Preuss realizzò meravigliose salite che a quei tempi rappresentavano la massima vetta della difficoltà e che ancor oggi conservano alto prestigio. Ma anche altri – come Angelo Dibona, Duelfer, Redlich, Fichtl, Piaz – negli stessi anni compivano imprese altrettanto ardue.

Perché dunque considerarlo in testa a tutti?

Possibile che non sia stato eclissato dalle meraviglie del sesto grado?

La sua prima e fondamentale virtù è la intransigente purezza dello stile.




Preuss destò quasi scandalo, provocò una clamorosa polemica, e venne definito suicida perché si batteva strenuamente contro l’uso dei mezzi artificiali. I chiodi non li ammetteva, non dico allo scopo di forzare un passaggio altrimenti insuperabile, ma neppure a titolo di assicurazione. Negava pure l’uso della corda doppia: non si doveva salire una parete se non si era in grado di discendere coi propri soli mezzi per la stessa via.

Nel corso di tanta prodigiosa attività egli piantò soltanto due chiodi, ma vi fu costretto per evitare, sul pilastro della Trisselwand, un penoso bivacco a una compagna di cordata.

Nelle Dolomiti due sono i suoi più celebri capolavori: la parete est del Campanil Basso di Brenta e la Piccolissima di Lavaredo. Su per la muraglia sommitale del Campanil Basso, che a quei tempi pareva sinonimo di follia, egli si avventurò da solo, e vinse in due ore: dopodiché discese per la stessa strada senza ricorrere alla corda (exploit che nessuno ha mai più ripetuto).

Su quei duecento metri di secco quinto grado Preuss non piantò neppure un chiodo; adesso ce ne sono infitti venticinque. E quindici chiodi costellano oggi la via Preuss, tracciata, con uguale castità, sulla Cima Piccolissima di Lavaredo, che per molti anni, anche dopo la prima guerra mondiale, metteva un quasi superstizioso terrore.

In fatto di pura arte ‘arrampicatoria’, senza intervento di attrezzi, sembra proprio che nessuno sia andato più in là. E per valutare fino in fondo le sue imprese va tenuto conto anche del progresso psicologico, di estrema importanza in alpinismo come in quasi tutti gli sport, per cui io stesso a cinquant’anni riuscivo a fare delle cose che a vent’anni, quando ero molto più forte, mi parevano assurde.

Eccezionale era in Preuss anche la rapidità di salita. In sole due ore e tre quarti, con una nuova variante, scalò da solo la parete ovest del Totenkirchl, ritenuta allora la più difficile delle Alpi, che pochissime cordate avevano fatta, con largo uso di mezzi artificiali, impiegando più di dieci ore: e tutto il mondo alpinistico ne restò sbalordito. Val poi la pena di ricordare la traversata da solo in dodici ore delle quattro cime più alte del Sassolungo, seimila metri di difficile arrampicata, e la doppia traversata in poche ore della Cinque Dita e della Piccola di Lavaredo per tutte le vie.

Di più.



La sua meravigliosa abilità non si limitava alla roccia.

Anche in ghiaccio era un campione; e Aldo Bonacossa ne ammirò la ‘perfetta lieve tecnica di ramponista’. Si aggiunga la instancabile attività di sciatore: le più lunghe e ardue traversate sopra i tremila e quattromila metri, tra cui la prima del Gran Paradiso. Basterebbero i dati numerici a farne un ‘essere quasi soprannaturale’. Oltre duemila ascensioni, per lo più molto difficili – cinquecento da solo – in una decina d’anni di vita alpinistica, in cui egli passò circa tremila giorni in montagna.

Bilancio che nessun altro scalatore è riuscito soltanto ad avvicinare.

Ricostruire quasi giorno per giorno l’esistenza di un uomo scomparso da oltre cinquant’anni, con due guerre mondiali di mezzo, deve essere costata una bella fatica a Severino Casara, instancabile alpinista, scrittore, regista di film di montagna. La meticolosa precisione del lavoro, le date, le cifre, i nomi, non mortificano però la luce che viene da quella affascinante figura. Era di media statura, esile, elegante, però tutto un fascio di muscoli scattanti (come Emilio Comici), benché fosse stato dichiarato inabile dalla commissione militare di leva. Le numerose testimonianze raccolte da Casara lo fanno apparire un giovane estremamente educato, modesto, ottimo parlatore, ricco di humour, pronto allo scherzo. Non si riesce a intravedere un difetto, per piccolo che fosse. Un primissimo della classe dunque, incensurabile, ammirevole, ma nel complesso affliggente per l’eccesso di virtù?

Sarebbe ingiusto dirlo, anche se Severino Casara, che per Preuss ha sempre avuto una autentica venerazione, indulge qua e là al tono apologetico. Aveva avuto tutto dalla vita; ottima famiglia (suo padre era musicista) ottima educazione, salute, ingegno (si era laureato in scienze naturali) strabiliante successo in ciò che più gli premeva nella vita (nel libro di Casara non si fa il minimo cenno ad amori).

Il 3 ottobre 1913, nel tentativo solitario di scalare la prima volta lo spigolo del Mandlkogel, ed era giunto fin sotto la vetta, fu sorpreso da una bufera violentissima, proprio in un delicatissimo traverso. Strappato via dalla rupe. Dieci giorni dopo, sotto una coltre di neve, il suo corpo fu ritrovato ai piedi della parete.

Nell’amaro rimpianto per una giovane gloriosa vita troncata si mescola un dubbio: non fu la sorte a lui misericordiosa?

Se quel giorno fosse giunto in vetta sano e salvo, se avesse proseguito sulla strada che sembrava protetta da una fortuna invincibile, se fosse sopravvissuto alla guerra, a quali ignominie sarebbe andato incontro Paul Preuss, ch’era figlio di un ebreo?

Se lo chiedeva il suo grande amico Tita Piaz.

La proscrizione, il vituperio della stella gialla, l’esclusione da ogni attività pubblica, le umiliazioni, la miseria, l’infamia, addirittura il campo di sterminio, a lui ‘il grande Preuss, il sommo arrampicatore, il più grande di tutti i tempi e di tutte le nazioni?’.

(D. Buzzati)













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