giuliano

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IL TOMO

martedì 22 settembre 2020

IL TRIONFO DELL'IDIOZIA

 



























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Circa la politica della ricchezza (18/1)


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Trionfo dell'idiozia (Seconda parte)







Incultura, ignoranza e stupidità non sono però sinonimi….

 

Un erudito può anche rivelarsi un imbecille totale e, inversamente, un ignaro può dimostrare grande capacità di giudizio.

 

Un genio può proferire delle sciocchezze e ci si può dimostrare tanto brillanti in un campo quanto stupidi in un altro.

 

Tuttavia, l’assenza di conoscenze, la perdita di referenze o di riferimenti, la difficoltà a stabilire rapporti tra le cose, la miopia intellettuale non possono favorire né la capacità di giudizio, né la perspicacia, né il senso delle sfumature, né la finezza del gusto.

 

Uno storico delle scienze americano, Robert Proctor, ha chiamato agnotologia il metodo che consiste nel fabbricare l’ignoranza per confondere la capacità di giudizio, in genere con lo scopo di difendere interessi privati.

 

I pubblicitari, mercenari delle stesse corporazioni e il cui mestiere è trasformare l’errore in verità e la follia in saggezza e soggiogare il giudizio personale (per esempio ordinando di consumare almeno “tre latticini al giorno”, di trovare la propria “energia” nello zucchero o la propria “grinta” nella carne, di eliminare il 99% dei batteri, di “lavare l’acqua sporca dalle nostre cellule”, garantendo che “la maggior parte dei medici fumano le Camel”, ecc.), fabbricano quotidianamente la stupidità, attraverso delle immagini o una letteratura appropriate.




 Ai professori che fanno studiare mediocri romanzi di successo invece di classici ritenuti difficili o noiosi per i giovani quanto lo sono per loro stessi, che spesso sono istruiti poco o male nella loro disciplina e che ammettono che tutti i ‘fatti culturali’ si equivalgono, senza distinzione né gerarchia (una pièce teatrale e un prodotto di pasticceria, un vestito e uno slogan pubblicitario, un graffito e una poesia, una canzone, un calciatore e uno scienziato, ecc.), basta seguire le istruzioni ufficiali dei libri scolastici e degli ispettori per confondere i riferimenti e diventare professori di stupidità.

 

I politici che pongono come realtà innegabili concetti puramente ideologici come ‘crescita’, ‘sviluppo’, ‘creazione di lavoro’ e ‘modernizzazione’, che confondono la ‘democratizzazione’ con la produzione di massa, l’uguaglianza con l’equità, la volontà del popolo con il risultato delle elezioni, la libertà con la negligenza, fabbricano confusione e stupidità e, da dirigenti, fabbricano servitù.

 

I giornalisti, anch’essi al potere, non possono essere estranei al fenomeno. Tacendo certe notizie, annunciandone altre in maniera incompleta o troncata, ponendo una accanto all’altra due opinioni contraddittorie come due ‘verità’ (‘L’obiettività non vuol dire cinque minuti per Hitler e cinque minuti per gli ebrei’, diceva Godard), modificando il senso delle parole che martellano ad nauseam (‘storico’, ‘inedito’, ‘all’ordine del giorno’, ‘gruppo ribelle’, ‘opinione’, ‘cittadino’ impiegato come aggettivo…), diffondendo massivamente ‘elementi del linguaggio’ che sono strumenti ideologici (come ‘governance’, ‘autoritario’, ‘estremista’…),  ma anche diffondendo termini, concetti, un linguaggio e un pensiero corrotti (la ‘violenza’ di una vetrina rotta di fronte a un ‘piano sociale’, il ‘costo del lavoro’ o il ‘turismo sociale”), contribuiscono all’avvento del nuovo regno.




 Grazie alla stampa, il potere può controllare l’influenza che esercita sulle idee a mano a mano che la parola si diffonde con un senso modificato. Sentirsi dire che il salmone affumicato è stato ‘democratizzato’ o che l’estrema sinistra e l’estrema destra sono ugualmente ‘populiste’, riconoscere gli stessi paragoni o le stesse immagini (‘il nucleare o la candela’, ‘contadini o giardinieri della natura’), vuol dire essere certi di parlare a un burattino, identificare nel proprio interlocutore, in un’unica formula pronta per l’uso, uno dei pappagalli del potere.

 

Nemici della cultura, falsari del discernimento, prevaricatori del pensiero, tutti coloro che mancano in maniera così flagrante ai doveri della propria funzione, manipolando un ‘pubblico’ privo di cultura, incapace di giudicare e di qualsiasi ammirazione che non sia ebete, di ogni critica argomentata (campioni del ‘Mi piace/Non mi piace’, del ‘Non ci sono parole…’, del ‘De gustibus…’), plasmano un popolo di sciocchi, sui quali potranno regnare tanto più facilmente in quanto l’avranno fatto sprofondare in una sorta di confusione concettuale e verbale.

 

Non bisogna stupirsi se la televisione fornisce con una tale abbondanza spettacoli e giochi per distrarre il gregge, se basta accendere la radio e la tivù per venire sommersi da un inesauribile flusso di stupidità, come se venisse tolto il tappo di una botte sempre piena.




Bisogna pur piacere alla maggioranza.

 

Ma nelle alte sfere?

 

Perché sovvenzionare la stupidità?

 

Si preferiscono i giochi del circo alla tragedia, o anche al niente?

 

Ma allora a che cosa serve la scuola?

 

In teoria, un sistema educativo trasmette alle nuove generazioni una cultura, dei metodi e delle conoscenze, favorisce lo spirito critico, prepara a tecniche o a saperi specialistici, lotta contro i pregiudizi.

 

È quindi lecito stupirsi del fatto che un quarto dei ragazzi che entrano alla scuola media non sappiano leggere correntemente e che ogni anno centocinquantamila giovani ne escano senza avere imparato od ottenuto nulla, mentre cinquant’anni prima, quando l’analfabetismo era quasi scomparso, tutti i neo-diplomati padroneggiavano quantomeno la propria lingua.

 

So bene che rischio di passare per un reazionario o per un nostalgico. È impossibile criticare la politica dell’istruzione senza essere elitista, così come era impossibile criticare il Partito comunista senza dare prova di un anticomunismo primario, l’islam senza essere islamofobo, o la politica di Israele senza essere antisemita, un po’ come se il nazismo si fosse riparato dietro la germanofobia. Ma essendo stato professore, so che le valutazioni sono alterate perché servono a far credere a una popolazione diffidente che il sistema educativo resta efficace, quando invece non lo è più.




 Sembra che la nostra civiltà non ci tenga più a trasmettere né i suoi valori né la sua cultura. Se c’è un abbassamento del livello, secondo la formula consacrata, questo rimane ancora inaccessibile a un gran numero di persone. Tutto è messo in atto per dare a ciascuno l’illusione del successo. Un ispettore rimprovera a dei professori di francese di correggere l’ortografia nei compiti in classe e quindi di scoraggiare gli alunni; un altro suggerisce di risparmiare Molière o La Fontaine a bambini che vengono da un’altra cultura e che potrebbero annoiarsi. Ancora una volta, si tratta di lottare contro la febbre rompendo il termometro o diminuire l’inquinamento alzando le ciminiere. Dopo aver accorciato i dettati, diviso i parametri per due, ammesso gli errori più correnti e persino consigliato di valutare solo le parole scritte correttamente, si è scelto di non considerare affatto l’ortografia – era più sicuro – e di sopprimere la grammatica come disciplina. Eppure, il figlio di un dirigente fa oggi 2,5 volte in più di errori ortografici rispetto al figlio di un contadino cento anni fa.

 

Ma la stupidità conviene: conviene agli industriali, poiché mette a loro disposizione una clientela captive, cui si possono vendere prodotti che verrebbero disdegnati da consumatori più attenti.




Conviene ai politici, che grazie a essa possono dirigere un popolo ai cui occhi bugie enormi riescono a passare per verità.

 

Conviene ai giornalisti, messaggeri di una verità ufficiale.

 

Conviene ai mediocri artisti che si sono avventati come cavallette e che potranno più facilmente essere presi per geni, come ci confermano le opere d’arte che ornano le rotatorie francesi o le scene teatrali che sfigurano capolavori con la scusa di rivisitarli.

 

E la tecnica, che in teoria dovrebbe fornire ali e strumenti alla nostra intelligenza, ha soprattutto contribuito a fabbricare altra stupidità. Quanto al culto del denaro cui sono votate da più di una generazione le nostre società di mercato, non conteremo certo su di lui per rialzare il livello.

 

 Socrate temeva, e a giusto titolo, che lo scritto finisse per indebolire la memoria, e quindi la capacità di memorizzare, attività mentale che necessitava l’apprendimento di una vera e propria arte della memoria. Questa facoltà di immagazzinare tutto nella testa è stata quindi, fin dall’Antichità, esteriorizzata, conservata a parte su una tavoletta consultabile nel momento del bisogno ma che corre il rischio di essere perduta.




 Che cosa direbbe oggi Socrate degli schermi di televisori, computer, quadranti e telefoni cellulari, che rilasciano senza sosta flussi di immagini mobili, fisse o intermittenti, piogge di messaggi e di informazioni il più delle volte insignificanti e subito seppelliti da altri, spariti, cancellati!

 

L’evoluzione naturale aveva reso il nostro sguardo sensibile al tremito delle foglie, al movimento della selvaggina, alle variazioni della luce, e non allo scintillio continuo di schermi onnipresenti; aveva reso le nostre orecchie attente ai passi sulla neve, al movimento delle acque del fiume, e non agli auricolari e agli impianti stereo.

 

Trent’anni di elettronica non hanno potuto cancellare millenni di morfogenesi. Gli effetti devastanti della televisione sul cervello, denunciati ormai da molto tempo (in particolar modo dai pedopsichiatri americani che li hanno quantificati), ovviamente si sono amplificati con la moltiplicazione degli schermi luminosi, siano essi immensi o minuscoli.

 

Questo adattamento comporta delle conseguenze: difficoltà di concentrazione costante, perdita della capacità di memorizzazione, sovrabbondanza di informazioni che complica la selezione o vi fa addirittura rinunciare. Il cervello, come qualsiasi organismo, si adatta continuamente all’ambiente, si modifica o si riconfigura in funzione dei bisogni, sviluppa o crea nuove connessioni trascurando quelle meno sollecitate.



La lettura o meglio la ricerca su uno schermo favorisce un percorso diagonale, erratico, come assente, sempre in cerca di informazioni in un insieme più ampio, un po’ come se per ritrovare un gioiello guardassimo da un capo all’altro la spiaggia dove pensiamo di averlo perso.

 

Ma questo gesto mentale ripetuto di continuo non è privo di effetti.

 

Entriamo, dice Nicholas Carr, in un ambiente che favorisce la lettura rapida, il pensiero distratto e affrettato e l’apprendimento superficiale. Lo zapping, che consiste nel passare molto rapidamente da un argomento all’altro senza soffermarsi su nessuno di essi, premendo un pulsante, erranza resa quasi obbligatoria da un’incessante profusione di scelte, crea ciò che l’autore chiama un flusso di particelle in rapido movimento, immagine che non potrebbe applicarsi alla lettura di un testo letterario.

 

Certo, anche lo scorrere delle immagini o delle parole richiede vigilanza e rapidità. Ma la reattività immediata utile, per esempio, nei videogiochi, migliora soltanto alcune capacità periferiche di attenzione, come il riconoscimento di motivi visivi che implicano l’attivazione di riflessi, con effetti negativi sull’attenzione prolungata necessaria alla riflessione approfondita. La manipolazione degli schermi mette in atto soprattutto degli automatismi […] e ci chiede di pensare di meno, riassume Serge Tisseron in L’enfant et les écrans.




Sul piano strettamente biologico, sempre più molecole chimiche, come il fluoro o il bromio, vengono confuse dall’organismo con lo iodio, grazie al quale l’ormone tiroideo contribuisce allo sviluppo cerebrale. Questa carenza di iodio basterebbe a spiegare un calo del quoziente intellettivo constatato dagli anni Novanta. Anche piombo, mercurio o pesticidi hanno un’azione neurotossica. Dal 2000, il tempo di concentrazione medio è passato da dodici a otto secondi.

 

La pubblicità aggiunge all’abbrutimento elettronico uno strato subliminale. Bernard Stiegler osserva che il neuromarketing sfrutta gli strati primari del cervello per aggirare quello che avviene nella neocorteccia. Per resistere a una tale pressione, a questo bombardamento di ingiunzioni, ci vuole una solida costituzione psichica. I giganteschi messaggi pubblicitari, le immagini shock, il linguaggio aggressivo, pensati per lasciare un segno nel cervello come se lo marchiassero a fuoco, non faranno fatica a coprire la dolce voce della principessa di Clèves.




 La minima finezza di scrittura, la più modesta figura di stile diventano una complicazione, un ostacolo.

 

L’ironia, quell’antifrasi che dice il contrario di ciò che intende, è presa alla lettera così tanto spesso che in genere conviene spiegarla per evitare il controsenso.

 

L’ellissi, salto dell’espressione e del pensiero, talvolta ha bisogno di essere sviluppata, il che la rende parassita o superflua. Spesso è meglio precisare il senso di alcune parole a coloro che, con ogni evidenza, lo ignorano. La parafrasi, un tempo bandita dai commenti, è diventata necessaria per la comprensione dei testi letterari.




 Un Esempio…            

                          

La fitta trama della Storia e non solo di questa Storia, lungo il filo d’una visibile ed invisibile Guerra, corre o meglio si dispiega come una fitta mimetica tela…

 

…Perdonando il ragno in quanto elemento proprio della Natura, giacché osservandola impariamo come la stessa dispiega e rivela il proprio intento circa la Vita e la sopravvivenza, adattandolo, o meglio, perfezionando il ‘metodo’ circa l’ambita preda caduta a sua insaputa nella trama non tanto della Storia bensì dell’Evoluzione in cui ogni specie si adatta e sopravvive.

 

La Natura insegna ed anche se il pasto del ragno con la mosca o altra preda nella tela imprigionato in attesa d’esser divorata da lei impariamo il difficile corso o mestiere della Vita narrata…

 

…Giacché ne ricaviamo una duplice chiave di lettura circa la differenza fra Natura e l’uomo in essa evoluto…

 

Il ragno agisce affinando l’istinto genetico misura e bagaglio della propria ed altrui Natura, rappresentando nella duplice interpretazione qualcosa di ostile ed affine all’arcano nel quale l’uomo, suo malgrado, precipitato nelle polverose cantine della Storia.

 

Nei polverosi scaffali senza più Memoria alcuna.




 Avvinghiato, incuriosito, non tanto dal fitto mistero piuttosto dalla Verità sepolta, rimanendo suo malgrado invischiato alla fitta tela del ragno sinonimo d’un potere occulto e ben celato fino nei recessi e/o futuri cessi di quanto giammai manifesto.  

 

…Va da sé chi evolve in umano, e chi invece, al contrario, in ragno, rappresentando quanto di più repulso alla Ragione nella tela invischiato suo malgrado…

 

…Divenendo pasto terra, o in miglior caso, sarcofago ben murato alla cantina o cripta riposto in precoce sepoltura, o ancor peggio, morte prematura senza dignità alcuna…

 

Senza un nome un numero una zolla di Terra per celebrarne la Verità perita.

 

Al Tempo comune della Storia!

 

…Neppure le dure ossa ben spolpate, o Eretici Pensieri sparsi e rimembrati, solo una fitta tela lavorata con troppo cura lasciando alla contraria Natura evoluta il feroce pasto d’un ragno qual Storia d’un terrore antico in cui non solo l’Eretico quanto il Santo Profeta e/o indistintamente il Saggio Pagano precipitato avvinghiato per altrui vil mano...

 

…E indifferentemente tutti coloro che della Verità nutrono non l’umano ma il ragno o il ratto d’una Storia antica che ora riproponiamo fin dentro la stiva dell’antica nave con cui l’umano vorrebbe navigare e conquistare quella Terra donde, in verità e per il vero derivato, ma fos’anche più ragionevolmente coniugato qual ragno nei meridiani e paralleli con cui misura la fitta tela d’una duplice Natura, nel ratto non più Tempo della giusta Memoria ancorata alla bestia…

 

…Giammai sia detto umano, in quanto nell’invisibile simmetria d’una sola ‘infinita’ Natura derivata e creata l’evoluzione misura il vero Tempo bagaglio - e non stiva - del dovuto progresso accumulato con reclamato successo al porto d’un’invisibile cesso in cui le differenze con difficoltà si riscontrano…

 

…Quando il ragno (futuro ratto) completa il gesto alla deriva scaricando quanto nella stiva predato o rubato qual fitta Geografia alla stratigrafica geologia abdicata - in quanto non regna simmetria o uniformità di intenti fra il Dio della Natura e il ragno di cui narriamo... - la Natura procederà nella dovuta infinita Universale creazione abdicando al ragno futuro ratto le sorti d’una teologia troppo antica per esser svelata…  

 

Sì ammettiamo che regnano due Dèi contrapposti, e se noi impariamo dal Ragno e la sua tela narriamo il tutto poi abdichiamo al ratto non certo qual Verità oscurata, ma a quello della stiva che con se porta il cancro e/o morbo d’una - ed ogni peste - qual vera malattia o male della Terra.

 

Così al Primo Atto di questa replica gli addetti ai lavori o  creatori d’ogni improprio misfatto procedano al dovuto appunto della criptata Memoria offesa vilipesa ma in attesa d’esser rinfrancata con futura Verità certa ma ben occultata…

 

…E a tutti i ragni futuri ratti rammentiamo che la Storia è cosa seria per esser abdicata ad una cantina o peggio al cesso consumata…




 Per l’animo tuo virtuoso,

lucente, verace e vivo,

tutto il globo invidioso,

ti odierà: senza motivo.

 

Ma quel male, contagioso,

che il cuor tuo mi rapisce,

è come sterco di maiali,

a cui l’Uomo non ambisce.

 

Rassegnatevi, voi mortali,

al nuovo nato nella culla:

contro un dio, benché in fasce,

l’odio vostro non può nulla.


(Prosegue...)






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