giuliano

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IL TOMO

giovedì 28 luglio 2022

ALLA 'GROTTA' DEI COSACCHI

 





















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tratti da una diversa grotta.... 


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il Generale 






& con l'Italia russa





 

 

 

Harbin (460.000 abitanti) è nata nel 1896, quando il Governo di Pietroburgo, che tendeva ad espandersi in Asia, obbligò la Cina ad accordare il diritto di costruire una ferrovia in Manciuria. Il Trattato, imposto con le baionette al decrepito Impero dei Figli del Cielo, riconosceva alla Russia anche la concessione di una ‘larga striscia di terreno’ sulle due rive del fiume Sùngari per costruirvi una città, destinata agli impiegati ed operai ferroviari ed alle loro famiglie.

 

L’anno medesimo il Governo russo fondava la famosa ‘Chinese Eastern Rail-way’ che doveva rappresentare una parte così importante sul teatro politico  dell’Estremo Oriente. I lavori della strada ferrata furono iniziati con molta pompa. La Russia degli Czar vedeva grande. Il piano ferroviario prevedeva la valorizzazione agricola di intere province e la costruzione di una ‘capitale’ per la quale la Cina dovette accordare la concessione di 44 milioni di metri quadrati di terreno. Nel pensiero del Governo di Pietroburgo la nuova città doveva essere una affermazione della potenza russa in Asia, contro il Giappone allora appena nascente ma già aggressivo, e contro l’Inghilterra, allora rivale tradizionale ed implacabile.

 

I giornali russi parlavano addirittura di una ‘nuova Mosca d’Oriente’. Lo Stato, l’aristocrazia di Pietroburgo e gli ebrei fornirono i capitali. Migliaia di russi migrarono verso il nuovo Eden asiatico che apriva le sue porte dorate e vi portarono il loro amore del fasto, la loro sete di piaceri, il caratteristico slancio slavo per tutto ciò che è nuovo. Alla posa della prima pietra di Harbin la Corte imperiale mandò un Granduca. Gli Czar non immaginavano certamente che con quella cerimonia la Russia collocava anche la prima pietra della guerra russo-giapponese e, per concatenazione, della Rivoluzione bolscevica del 1917.

 

Nel 1900 Harbin era in piena crescenza.




La Cina fu obbligata ad accordare una nuova concessione di 33 milioni di metri quadrati. Tre anni dopo, anche questi erano insufficienti a contenere la nuova città che aveva già 150.000 abitanti ed il Governo di Pechino cedeva altri 56 milioni di metri quadrati. Alla vigilia della guerra russo-giapponese la Concessione russa di Harbin aveva una estensione di ben 134 milioni di metri quadrati ed una popolazione bianca di 200.000 persone. Un giornale del tempo scriveva:

 

‘Al ritmo di un aumento di 5.000 abitanti all’anno marciamo irresistibilmente verso una Harbin di un milione di abitanti! Abbiamo alle spalle tutta la forza propulsiva della Santa Madre Russia! Abbiamo su di noi la benedizione del Piccolo Padre, lo Czar’.

 

La disfatta russa del 1904 frenò lo sviluppo impetuoso della ‘Nuova Mosca’ ed i voli asiatici dell’aquila dei Romanof. Da base ‘offensiva’ di una espansione politica, militare ed economica che pareva travolgente, Harbin diventava la base ‘difensiva’ di una espansione imperiale che aveva avuto le ali troncate sugli sfortunati campi di battaglia di Mukden e di Port Arthur e nelle acque di Tsuscima. Lo sviluppo di Harbin si fermò. La città però si raffinò, si abbellì, investì nel lusso e nelle eleganze gli abbondanti capitali che ritraeva dai lucrosi traffici fluviali sul Sùngari e sull’Amur, dal taglio delle foreste manciuriane, dallo sfruttamento delle miniere d’oro, dai pingui commerci delle lane e delle pellicce con la Mongolia e con la Cina.




La Chiesa ortodossa tenne ad erigervi basiliche festose che fossero una specie di proiezione di Santa Sofia verso le immensità dell’Asia. Su questa città fortunata e gioiosa si abbatté come un ciclone la rivoluzione bolscevica del 1917. In un primo momento la rivoluzione risparmiò Harbin. L’assenza di un proletariato slavo locale evitò che la rivoluzione scoppiasse sul posto e vi insanguinasse le strade.

 

Quando Mosca era già a ferro e fuoco, Harbin conservava intatte le sue pasticcerie. A Harbin cercarono, anzi, rifugio tutti i ricchi che riuscivano a scappare dalla Siberia, portandovi i denari che avevano potuto salvare, i gioielli, le loro pellicce di zibellino e di ermellino, le loro abitudini di prodigalità e di lusso, i racconti drammatici delle loro peripezie, il loro odio per la rivoluzione, la loro certezza in un rapido ritorno dello Czar sul trono di Tutte le Russie. Si accolsero ad Harbin anche gli ufficiali di tutte le guarnigioni di Siberia che si erano rivoltate contro il Governo e vi si adunarono quei battaglioni cosacchi che, sopraffatti militarmene dalla eruzione popolare, rimanevano spiritualmente fedeli all’Imperatore ed alla bandiera.

 

....Harbin visse mesi intensamente drammatici, tra la febbre rivoluzionaria, le passioni politiche ed i dolori familiari, in mezzo ad una confusione straordinaria di strati sociali e di stati d’animo. Le strade rigurgitavano di principesse, di dame d’alta borghesia, di ufficiali della Guardia, di nomi illustri e di pellicce che rappresentavano le più grandi casate aristocratiche e plutocratiche della Russia.

 

La città formicolava di uniformi, di sciabole, di spalline.




Nell’angolo di un caffeuccio russo, dinanzi a quattro bottiglie di birra giapponese, un vecchio cencioso che però incastra ancora con gesto signorile nell’orbita rugosa un monocolo di stile – ultimo avanzo di una esistenza ricca finita nel fango di tutte le miserie – mi ha rievocato quel periodo teatrale della storia di Harbin. Era il resoconto di una storia recente che è tuttavia lontanissimo. Ad ascoltare il suo linguaggio pieno di nomi finiti, di cose morte, di situazioni scomparse, di pensieri svaniti nel grande cimitero delle idee superate, sembrava di vivere paradossalmente in un altro tempo.

 

Dal 1918 al 1921 Harbin diventa la capitale della Russia Bianca. Nel 1923 tutti i piani, tutte le chiacchiere e tutti gli eroismi della Russia bianca sono finiti in un lago di sangue, di lacrime e di  retorica… Così per consolarmi e congedarmi con dignità da questa grande città della ferrovia e dell’industria e del commercio sguscio furtivo, rasente i muri e le bottegucce male chiarite, con la strana sensazione di essere colpevole di una mancanza grave, con l’impressione fisica di sentirmi da un momento all’altro sulle spalle l’artiglio della POLIZIA e d’essere tradotto in guardine buie verso una sfilata di interrogatori e torture… cinesi…

 

Ed è proprio l’ingresso di un bagno cinese che mi tenta….

 

Lo stabilimento di Han-Kong con annessa lavanderia è di prim’ordine…

 

- Vuole una russa di pelle bianca?

 

– Bianca! Bianca!

 

- Bianca come la neve. Bianca come il latte. Bianca come la giada bianca.

 

– ….E’ di grande famiglia… Una principessa… una principessa cosacca…




Venti minuti dopo la ‘principessa di giada bianca’ batte con le nocche alla porticina della stanzetta. Han-Kong incassa per la fornitura cinque dollari della Banca della Manciu-Kuò e se ne va soddisfatto, dignitosissimo, correttissimo…  La donna è alta, bionda, bianca come la giada bianca, ruvida soldatesca. Avrà trent’anni. Si chiama Olga.

 

Olga Mikhailova.

 

Parla inglese….

 

Puzza d’aglio e di vodka.

 

Sorride.

 

Arrossisce un po’.

 

Si sfagotta dai suoi cenci e dalle sue pellicce miserabili. Che buon odore di acqua e di sapone! Lei non ha un bagno in casa sua. Permetterei che facesse un bagno? E’ piuttosto brutta Olga Mikhailovna, con un fondo di antica bellezza giovanile rimasto fra pelle e pelle sul volto avvizzito da una esistenza di battaglia e di miseria.

 

Puzza di vodka e zoppica, Olga….

 

Ha un viso tormentato ed aspro, la carnagione ruvida, staffilata dal freddo, flagellata dal vento, cotta dall’intemperie. Si spoglia. Scopre una biancheria sudicia, povera, tutta consumata e rammendata. E’ l’immagine viva della misera, un povero avanzo della Grande Russia, un coccio della Rivoluzione giocata in troppi cortili di ambasciate decrepite, un vago tentativo della Guerra civile, ordinata dai suoi nuovi protettori. Un batuffolo umano della gigantesca crisi dell’Asia….




Dai cenci luridi esce un corpo ancora giovane che deve essere stato all’inizio bellissimo, sformato ora un po’, ha difficoltà a  tenersi in piedi e barcolla, resti di una vita di miserabili bagordi nella quale qualcuno ignoto le ha macerato il destino. Vizzi e cascanti sono i piccoli seni, gonfio il ventre, tutte peste di lividi le gambe dal ginocchio in giù, mal conciate le braccia dal gomito rozzo alle dita ordinarie, ma le giunture fini, la curva ben modellata delle spalle, i fianchi falcati, l’incavatura sinuosa del dorso, la rotondità dolce delle cosce e dell’avambraccio, rivelano un esemplare umano di razza.

 

Nuda, con solamente gli stivali, si scioglie i lunghi capelli biondi e resta un po’ così a parlare, coprendosi con le mani il basso ventre con un istintivo gesto di pudore che sopravvive ai colpi del destino ed all’abbrutimento della vodka. Nella stanzetta cinese, tutta fradicia d’acqua e di saponata, intrisa del vapore delle emanazioni del bagno bollente, quel nudo femminile bastonato dall’esistenza, aureolato dalla traboccante capigliatura d’oro a riflessi fulvi, eretto sugli alti stivalacci di pelo di lupo, inzaccherati, ha una linea scultorea ed una intonazione drammatica.

 

La femmina non tenta di accarezzare.

 

Deve sapersi brutta.

 

Non cerca di baciare.




Deve sapere che puzza d’aglio e di alcole. E’ un po’ ubriaca e un po’ scossa da quell’insolito incontro con un bianco, ammorbidita dal tepore umido dell’ambiente, Olga Mikhailovna deve sentire una specie di indeterminata gratitudine verso lo sconosciuto il cui capriccio le procura l’insolito ed  inaspettato conforto di un luogo tiepido mentre fuori fa tanto freddo, d’un bagno caldo, d’un ritorno alla pulizia, d’un tè bollente, d’una conversazione gentile venata d’intimità…

 

A vederla così, nuda, fra l’oro dei capelli bellissimi e quel sedere ancora in forma, si è colpiti dal contrasto che esiste fra il colore rossiccio del volto, del collo, d’un angolo di petto, dei polsi, delle mani, di tutte le parti del suo corpo che sono abitualmente a contatto dell’atmosfera e della quotidiana vita vissuta, e, viceversa, la lattea magnificenza del resto della carne che i cenci luridi proteggono normalmente dal contatto con l’esterno. Poi Olga entra nella vasca, con la sua nudità assoluta…. si ode  un rantolo di piacere, forse l’acqua calda….

 

Olga Mikhailovna è cosacca…




E’ una cosacca autentica dell’Ussuri. Suo padre faceva parte d’uno squadrone cosacco dell’atamano Semionof ed è morto nei dintorni di Urga, al servizio del barone Unzern-Stenberg, durante la mirabolante avventura mongolica del barone baltico alla quale, bambina, ha partecipato di accampamento in accampamento, di battaglia in battaglia, di eccidio in eccidio, di infamia in infamia…

 

Appiccicata alla gonna della madre che è poi morta in un bosco sull’Amur, e lei ha continuato da sola la sua procellosa vita…. zingaresca, nel turbine della guerra civile, nel tragico caos degli sconvolgimenti della Manciuria, ora a fianco di un cosacco ora di un altro, amante successivamente accarezzata ed abbandonata, preda di questo e di quello, vivendo di baci e di cipolle… e di aglio, di schiaffi…. e di vodka, su e giù per i boschi e per i villaggi, da Urga a Harbin, trastullo dei bianchi e di gialli, di mongoli e dice anche di inglesi, a volte innamorata da una carezza calda sotto una coltre pidocchiosa, altre volte forzata con brutalità all’amplesso dalla violenza d’un vincitore sopra un letto di foglie nell’asprezza del bosco, sempre lì lì per morire di fame o di stenti, sempre salvata da un bruscolo di fortuna appoggiato nel bel mezzo delle sue cosce ardenti….

 

Ora Olga Mikhailovna si gira di spalle e mi mostra il suo bel  di dietro, mentre geme nella tinozza calda… corpo ardente d’amore… e inizia il suo racconto…

 

 …Alle due di notte il colonnello Kracenski mi conduce in una taverna dell’Artilleriskaia.

 

Piove a dirotto.


(Prosegue....)








 

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