giuliano

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IL TOMO

mercoledì 2 novembre 2022

CIO' CHE RIMANE DELLA SELVA (3)

 









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Il grande albero (Sequoia gigantea) è il capolavoro della foresta e della natura, per quanto ne so, il più grande degli esseri viventi. Appartiene a un ceppo antico, come dimostrano i suoi resti nelle rocce altrettanto antiche, e ha un’aria strana d’altri tempi, un aspetto da purosangue ereditato da molto tempo fa: l’antico Genio degli alberi della Selva.

 

Un tempo il genere era comune e con molte specie fioriva nelle ormai desolate regioni artiche, nell’interno del Nord America e in Europa, ma in lunghi e movimentati alternanze da clima a clima solo due specie sono sopravvissute alle difficoltà che hanno dovuto affrontare, la gigantea e sempervirens, il primo ora limitato alle pendici occidentali della Sierra, l’altro alle montagne costiere, ed entrambi alla California, eccetto alcuni boschetti di sequoie che si estendono nell’Oregon.

 

La costa del Pacifico in generale è il paradiso delle conifere, qui quasi tutti sono giganti nel mostrare una bellezza e una magnificenza sconosciute altrove. Il clima è mite, il terreno non gela mai e l’umidità e il sole abbondano tutto l’anno.

 

Tuttavia non è facile spiegare le dimensioni colossali delle Sequoie.




I più grandi sono alti circa trecento piedi e hanno un diametro di trenta piedi. Chi, di tutti gli abitanti delle pianure e delle praterie e delle fertili foreste domestiche di querce e aceri dalla ‘testa tonda’, di noce e di olmo, ha mai sognato che la terra potesse sopportare tali escrescenze, alberi di cui i familiari pini e abeti sembrano non sapere nulla: solitari, silenziosi, sereni, con una fisionomia quasi divina, e così anziani, migliaia di loro infatti, erano ancora in vita, e maturavano ancora i propri ed altrui secolari anni in moltitudini di anelli. Ovvero da quando Colombo salpato dalla Spagna  si mostravano nel vigore della propria immacolata giovinezza; o della mezza età, quando la stella condusse i saggi caldei alla culla del neonato Salvatore!

 

Nessuna descrizione può comporre un’adeguata idea della loro singolare maestà, tanto meno della perduta bellezza.

 

A parte il pino da zucchero, la maggior parte dei  vicini dalle cime appuntite sembra gridare sempre Meraviglioso! Mentre il Grande Albero, sebbene svettante sopra tutti loro, sembra soddisfatto, con la sua  rotonda chioma in bilico e leggera come una nuvola, senza dare l’impressione di cercare di salire più in alto. Solo nella perduta gioventù mostra come altre conifere anelino verso medesimo cielo, aspirando intensamente con una cima lunga e rapida. In verità l’intero albero per il primo secolo o due, o fino a cento a centocinquanta piedi di altezza, ha una forma a punta di freccia e, in confronto alla solenne rigidità dell’età, è sensibile al vento come la coda di uno scoiattolo.




I rami inferiori vengono gradualmente lasciati cadere man mano che invecchia e quelli superiori si assottigliano fino a quando ne rimangono relativamente pochi. Questi, invece, sono sviluppati a grandi dimensioni, si dividono ancora e ancor di più per terminare in masse arrotondate sporgenti di ramoscelli frondosi, mentre la chioma diviene a forma di cupola. Allora in bilico in pienezza di forza e bellezza, severo e solenne nell’aspetto, risplende di vita ardente ed entusiasta, fremente sulla punta di ogni foglia e ramo e radice di vasta portata, calmo come una cupola di granito, il primo a sentire il tocco dei rosei raggi del mattino, gli ultimi a dare la buona notte al sole.

 

Risoluto, consumato, determinato nella forma, sempre visto con meravigliata ammirazione, il Grande Albero sembra sempre sconosciuto, in piedi da solo, non imparentato, con una fisionomia peculiare, terribilmente solenne e serio.

 

Tuttavia, non c’è nulla di estraneo nel suo aspetto.

 

La Madrona, rivestita di corteccia sottile, liscia, rossa e gialla e di grandi foglie lucide, sembra, nelle oscure foreste di conifere di Washington e dell’isola di Vancouver, come un vagabondo smarrito dei boschetti di magnolie del sud, mentre la Sequoia, con tutta la sua stranezza, sembra più a suo agio più di tutti i suoi vicini, tenendo il miglior diritto nel suolo occupato come l’abitante più vecchio e forte. Presto si conosceranno nuove specie di pino e abete rosso come persone amichevoli, che agitano i loro rami stesi come per stringere la mano e accarezzare i loro bei piccoli, mentre la venerabile Sequoia aborigena, antica ed d’altri tempi, ti tiene a distanza, senza badare a te, parlando solo ai venti, pensando solo al cielo, sembrando strana nell’aspetto e nel comportamento tra gli alberi vicini, come farebbe il mastodonte o l’elefante peloso tra gli orsi e i cervi familiari.

 

Il debole fruscio dei fiocchi di neve che si posano sui loro rami è uno dei più incantati suoni che un essere mortale possa sentire.




I densi rami a ciuffo creano comodi nidi per gli uccelli, e in alcune delle più alte e frondose torri di verde migliaia di generazioni sono state allevate, i grandi alberi solenni liberano ogni anno dai nidi stormi di allegri cantori, come stormi di semi alati dai coni.

 

The Big Trees mantiene la sua giovinezza molto più a lungo di qualsiasi altro vicino. La maggior parte degli abeti bianchi sono vecchi nel loro secondo o terzo secolo, i pini nel loro quarto o quinto, mentre il Grande Albero che cresce accanto a loro è ancora in fiore della sua giovinezza, giovanile in ogni aspetto all’età dei vecchi pini, e non si può dire raggiungere qualcosa di simile alla grandezza e alla bellezza prima del suo mille cinquecentesimo anno, o in circostanze favorevoli invecchiare prima del suo terzo-millennio.

 

Molti, senza dubbio, sono molto più vecchi...

 

Su uno dei giganti del fiume Kings, di trentacinque piedi e otto pollici di diametro esclusa la corteccia, ho contato più di quattromila anelli di legno annuali, nei quali non c’era traccia di decadimento dopo tutti questi secoli di clima montano. Non c’è limite definito o assoluto all’esistenza di qualsiasi albero. La loro morte è dovuta ad incidenti, non, come per gli animali, all’esaurimento degli organi. Solo le foglie muoiono di vecchiaia, la loro caduta è predetta nella loro struttura, ma le foglie si rinnovano ogni anno e così anche gli altri organi essenziali: legno, radici, corteccia, germogli. La maggior parte degli alberi della Sierra muore di malattia. Così i magnifici abeti bianchi sono divorati dai funghi, e relativamente pochi di loro vivono fino a scorgere il trecentesimo anno di nascita.

 

Ma niente e nulla nuoce al Grande Albero.




Non ne ho mai visto uno malato o che mostrasse il minimo segno di decomposizione: vive per migliaia di Stagioni e secoli simili all’infinito Dio che lo ha pensato qual eterno Pensiero donato ad ogni Essere della Terra, compresa l’inumana bestia da una più nobile fiera evoluta immune dal mercato - vestito o mascherato - da essere umano, ovvero fino a quando non viene bruciato da un rogo utile solo al suo misero cementato cospetto, o da un suo fratello qual demente servile lavoratore dell’innominato azionariato utile e capitale dell’ignobile Compagnia!

 

Oppure abbattuto, minato o frantumato da un tremendo e più naturale colpo di fulmine (alieno alla stato in cui rilevato il più noto ‘colpo di stato’).

 

“Tutte le cose avvengono in colui che sa aspettare alla sua ombra, così come rettamente e saggiamente ispirato cogitare”.

 

Per migliaia di anni, infatti, è pronto ed in attesa del Figlio che meglio lo sa adorare come cantare, offrendo la testa a ogni nuvola che passa come se invitasse il suo destino, pregando l’altare di Zeus del cielo come benedizione; e quando finalmente la vecchia chioma si stacca, un’altra della stessa forma comincia subito a crescere. Ogni bocciolo e ramo sembra eccitato, come le api che hanno perso la loro regina, e si sforzano di riparare il danno. I rami che da molti secoli sono cresciuti orizzontalmente si volgono subito verso l’alto e tutti insieme si dispongono nella comune volontà di una nuova sommità della stessa curva peculiare di quella vecchia. Anche i più piccoli, subordinati a metà del tronco, fanno del loro meglio per spingersi verso l’alto e così aiutare, in questa curiosa creazione della chioma, un più elevato silente composto Pensiero e Dio!




La corteccia degli alberi adulti è spessa da uno a due piedi, ricca di marrone cannella, violacea sugli alberi giovani e sulle parti ombrose di quelli vecchi, formando magnifiche masse di colore con il sottobosco e le aiuole di fiori. Verso la fine dell’inverno gli alberi stessi fioriscono mentre la neve è ancora alta otto o dieci piedi. I fiori pistillati sono lunghi circa tre ottavi di pollice, verde pallido e crescono in innumerevoli migliaia alle estremità degli spruzzi. Gli stami sono ancora più abbondanti, giallo pallido, lunghi un quarto di pollice; e quando il polline d’oro è maturo colorano l’intero albero e spolverano l’aria e il suolo lontano e vicino.

 

I coni sono di colore verde erba brillante, lunghi circa due pollici e mezzo, larghi uno e mezzo e sono costituiti da trenta o quaranta squame romboidali forti, fitte, con quattro o otto semi alla base di ciascuna. I semi sono estremamente piccoli e leggeri, essendo lunghi e larghi solo da un ottavo a un quarto di pollice, inclusa un’ala circostante velata, che li fa luccicare e vacillare nella caduta e consente al vento di portarli a distanze considerevoli dall’albero.




Nelle stagioni fruttuose gli alberi sono abbastanza carichi di frutti. Su due piccoli rami campione di un pollice e mezzo e due pollici di diametro contai quattrocentottanta coni. Nessun’altra conifera della California produce così tanti semi, eccetto forse il suo parente, la sequoia delle montagne costiere. Milioni di ‘vite’ vengono maturate ad ogni stagione da un solo albero, e il prodotto di uno dei boschi principali in un anno fruttuoso sarebbe sufficiente per seminare tutte le catene montuose del mondo.

 

Studiando il comportamento dei giganti da qualche  amichevole rifugio - cosa assai rara in questi tempi -, scorgerai che anche nel bagliore del più sfrenato entusiasmo, quando la tempesta ruggisce più forte, non perdono mai la loro compostezza divina, non agitano mai le braccia o si inchinano o salutano come i pini, ma solo lentamente (specchio del divino) e solennemente annuisce e ondeggia, in piedi eretto, senza dare segno di conflitto, nessuno di riposo, né in alleanza né in guerra con i venti, troppo calmo, inconsciamente nobile e forte per lottare o sfidare qualsiasi cosa.

 

A causa della densità dei rami frondosi e della grande ampiezza della testa, il Grande Albero trasporta un carico di neve molto più pesante di qualsiasi altro vicino, e dopo una tempesta, quando il cielo si schiarisce, gli alberi così carichi sono uno spettacolo glorioso e divino, e vale più di milioni di false preghiere!




Ogni arto e corona è di un bianco candido, e l’immensa altezza dei giganti diventa visibile mentre l’occhio percorre i gradini bianchi della torre colossale, ciascuno sollevato da una massa d’ombra blu.

 

Una delle caratteristiche più nobili e interessanti di questa eterna Selva è l’apparente semplicità, accompagnata dalla forza e confortevole indipendenza in cui gli alberi occupano il loro posto nella foresta generale. Piantine, alberelli, alberi giovani e di mezza età sono raggruppati in modo promettente attorno ai vecchi patriarchi, senza tradire alcun segno di avvicinamento all’estinzione. Al contrario, tutti sembrano dire: “Tutto è nella nostra mente e intendiamo vivere per sempre”. Ma, triste a dirsi, un’azienda di legname sta costruendo un grande mulino e un canale fluviale nelle vicinanze, assicurando una diffusa distruzione.

 

La Sanger Lumber Company possiede quasi tutti i boschetti del fiume Kings al di fuori del Parco e per molti anni i mulini hanno sparso la desolazione senza alcun vantaggio.




In questa gloriosa foresta il mulino in uso alla Compagnia della segheria è sempre indaffarato, formando un doloroso e triste centro di distruzione, sebbene ancora piccolo, così immensamente pesante è l’inutile sua ed altrui crescita. Solo gli alberi più raggiungibili per la ridotta mole vengono tagliati. I tronchi, di diametro da tre a dieci o dodici piedi, sono trascinati o arrotolati con lunghe file di buoi in uno scivolo e fatti volare giù per il ripido versante della montagna fino alla piana del mulino, dove i più grandi vengono fatti saltare in aria in dimensioni gestibili per il seghe. E poiché il legname è molto frammentato, a causa di questo abbattimento negligente ed esplosivo posto su terreno irregolare, metà o tre quarti del legname è andato sprecato.

 

Ho trascorso diversi giorni esplorando la cresta e contando gli anelli di legno annuali su un gran numero di ceppi nelle radure, quindi ho riempito il sacco del pane e mi sono spinto verso sud. Per tutto il percorso attraverso gli ampi bacini accidentati dei fiumi Kaweah e Tule, la Sequoia regnava sovrana, formando una cintura quasi continua per sessanta o settanta miglia, ondeggiando su e giù in enormi onde massicce di montagne in conformità con la grande topografia arata dal ghiacciaio.




Forse più della metà di tutti i Big Trees sono stati venduti e ora sono nelle mani di speculatori e mulini, ed anche il bellissimo boschetto di novanta alberi di Calaveras, così storicamente interessante fin dalla prima scoperta, è ora di proprietà, insieme al ben più grande South o Stanislaus Grove, di una ditta di legname.

 

Le rivendicazioni private tagliano e macchiano, sia i parchi di Sequoia che tutte le migliori foreste del mondo, su ognuna delle quali un saggio governo dovrebbe gradualmente estinguerle con il loro acquisto, come prontamente potrebbe, poiché nessuna di queste proprietà ha molto valore per i loro proprietari. Così, per quanto possibile, il grande errore alla vendita o appalto di grandi e piccole aziende corporative, sarebbe evitato nell’improprio indiscriminato utilizzo.

 

Il valore di queste foreste nell’immagazzinare e ridistribuire il giusto ciclo ecologico (e non solo delle nuvole) è infinitamente più grande del legname o delle pecore. Per gli abitanti della pianura, dipendente dall’irrigazione, il Grande Albero, lasciando fuori dal conto tutti i suoi usi superiori, è un albero della vita, una sorgente inesauribile, che invia acqua viva alle pianure durante tutta l’estate calda e senza pioggia.

 

Per ogni boschetto abbattuto un ruscello è prosciugato, pertanto, l’intero mondo grida: “Salva gli alberi dei Torrenti”, né, a giudicare dai segni dei tempi, è probabile che il grido cesserà finché non sarà certa la salvezza di tutto ciò che resta di Sequoia gigantea.

 

(J. Muir... PROSEGUE VERSO IL BRASILE.....)







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