IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 13 aprile 2013

BILLY THE KID (il ragazzo nato nella metropoli) (83)


























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Negli stessi anni: pedalando verso la ferrovia... (81/82)

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Billy the Kid (il ragazzo nato nella metropoli) (84)








L'immagine delle terre dell'Arizona, prima di qualsiasi altra
immagine: l'immagine delle terre dell'Arizona e del Nuovo
Messico, terre delle illustri viscere d'oro e d'argento, terre
vertiginose e aeree, terre di monumentali altipiani e delica-
ti colori, terre dal bianco splendore di scheletro scarnifica-
to dagli uccelli.
In queste terre, un'altra immagine, quella di Billy the Kid,
il cavaliere inchiodato alla sella, il giovane dai secchi spari
che assordano il deserto, il giovane dalla mano lesta, il gio-
vane con scaltrezza mai l'intelligenza ...nel cuore, il giova-
ne dispensatore di pallottole invisibili che uccidono a distan-
za, come ...una magia.....




Il deserto venato di metalli, arido e lucente.
Il bandito bambino (sponsorizzato ed amato dai grandi),
a ventun anni era debitore, nei confronti della giustizia de-
gli uomini, di .. ventun morti (ammazzati) - senza contare
i messicani -.
L'uomo che per il terrore e la gloria sarebbe divenuto Billy
the Kid nacque intorno al 1859 in un tugurio sotterraneo di
di New York.
Dicono che lo partorì uno stremato ventre irlandese, ma
crebbe in mezzo ai negri.
In quel caos di afrori e di capelli crespi godette del vantag-
gio che conferiscono le lentiggini e una zazzera rossiccia.




Sperimentava l'orgoglio di essere bianco; era inoltre graci-
le, selvatico, sboccato. A dodici anni militò nella banda de-
gli 'Swamp Angels' (non era una banda musicale parrocchia-
le), gli Angeli del Pantano, divinità che operavano nelle ...
cloache.
Nelle notti odorose di nebbia bruciata emergevano da quel
fedito labirinto, seguivano i passi di qualche marinaio tede-
sco, lo abbattevano con una randellata, un colpo secco di
fuoco, lo spogliavano persino della biancheria, e tornavano
poi alle loro fogne....




Li comandava un negro incanutito, Gas Houser Jonas, famo-
so anche come allevatore di cavalli.
A volte dalla soffitta di una casupola gibbosa vicina all'acqua,
una donna vuotava un secchio di cenere in testa a un passan-
te. L'uomo si dibatteva e soffocava. Allora gli Angeli del Pan-
tano sciamavano contenti su di lui, lo trascinavano in uno scan-
tinato e lo depredavano.
Tali furono gli anni di apprendistato di Bill Harrigan, il futuro
Billy the Kid. Non disdegnava la finzione teatrale (forse sen-
za neppure presentire che erano simboli e lettere del suo de-
stino) i melodrammi di cow-boy.




Se negli affollati teatri della Bowery abbandonavano quei
melodrammi di cavalieri e sparatorie, la ragione era sempli-
cissima: l'America subiva allora il fascino dell'Ovest.  Al di
là dei tramonti c'era l'oro delle miniere del Nevada e della
California.. e alla malora gli Indiani. 
Al di là dei tramonti c'era la scure che abbatte i cedri, l'enor-
me faccia babilonica del bisonte, il cappello a larghe tese e
il trafficato letto di Brigham Young, i riti e l'ira dell'uomo ros-
so, l'aria limpida dei deserti, la sconfinata prateria, la terra
essenziale la cui vicinanza accellera il battito del cuore come
la vicinanza del mare.




L'Ovest chiamava.
Un rumore continuo e cadenzato popolò quegli anni: erano
le migliaia di americani che occupavano l'Ovest. In mezzo
a loro, intorno al 1872, c'era il sempre allampanato Bill Har-
rigan, era sempre presente..., in fuga da una cella rettan-
golare.
La Storia ci offre adesso quella di una insidiosa taverna,
che sta nel mezzo dell'onnipotente deserto come in alto
mare.
Il momento: un'inquieta notte dell'anno 1873; il luogo preci-
so: il Llano Estacado (Nuovo Messico). La terra è quasi so-
vrannaturalmente liscia, ma il cielo di nuvole a strati, con
squarci di tempesta e di luna, è gremito di pozzi che si a-
prano come crepe e di montagne.......
(Prosegue....)














venerdì 12 aprile 2013

INTANTO JESSE....(lavorava...) (79)













Precedenti capitoli:

la febbre dell'oro (78)

Negli stessi anni (gli stati da fare)

Prosegue in:

Negli stessi anni: sistemi di allarme (80)








Intanto Jesse James ben sponsorizzato e fiancheggiato...
non si comportava da uomo che teme la morte.
Come un drogato incapace di controllarsi, si abbandona
 ai vizi della sua vita di brigante come mai prima di al-
lora.
Giocava così spesso e senza ritegno che persino la quie-
ta Zee, che aveva sopportato tanto nel corso degli anni,
cominciò a lamentarsi.
Nella primavera del 1880 Jesse tornò nel Missouri per
darsi alla pazza gioia con i suoi seguaci e parassiti, com-
preso Jim Cummins, un vecchio compagno dei tempi del-
la guerra... o guerriglia...il saccheggio insomma...




A partire da Maggio ed Aprile fino all'Agosto del 1880
si tuffò in una serie di rapine con una frequenza senza
precedenti.
Appena due settimane dopo il loro arrivo a casa, lui e
Liddil andarono alla fattoria di George Hite nel Kentu-
cky a prendere Ryan per una nuova operazione: Jesse
progettava di fermare la diligenza dei turisti a Mommo-
th Cave.
Tuttavia un temporale lo indusse a rimandare le cose e
Liddil andò in Tennesse. Una decina di giorni dopo Jes-
se e Ryan tornarono a Nashville con un sacco di contan-
ti e preziosi.




Il 3 settembre, avevano assalito una diligenza piena di
gente davanti alla grotta. Raccontarono ridendo che a-
vevano costretto un predicatore a bere whisky. Jesse
frugò nel bottino e ne estrasse un bell'anello di brillanti
che aveva fatto ridurre a misura per Zee.
Poi ripartì con il suo piccolo gruppo, con gli altri brillan-
ti voleva fare una collana di perle per una sua amica sco-
nosciuta....
Poi ancora il suo piccolo gruppo ripartì, questa volta per
rapinare un negozio di proprietà di John Dovey nella cit-
tà mineraria di Mercer, in Kentucky.




Il 15 ottobre fecero irruzione nel locale, mancando di
poco le paghe dei minatori che dovevano essere depo-
sitate nella cassaforte di Dovey, non furono ritrovati i
basisti, e l'operazione fu eseguita con tale precisione
da farla assomigliare ad ...una azione militare.....
Jesse passò di crimine in crimine, spinto da un impul-
so irresistibile.
Al loro ritorno alla fattoria Hite dopo la rapina al nego-
zio di Dovey, Ryan partì per Nashville in un carrozzino
con Clarence Hite, il fratello minore di Wood. Ma Jes-
se voleva di nuovo tentare la fortuna.




Portò Liddil in campagna per assalire una diligenza.
Strada facendo incontrarono due uomini a cavallo in un
viottolo e Jesse decise di derubarli. Ma le vittime desi-
gnate estrassero immediatamente le rivoltelle ed entram-
be le parti aprirono il fuoco........
(Jesse James, Storia del bandito ribelle, T.J. Stiles)











mercoledì 10 aprile 2013

LA FEBBRE DELL'ORO (75)













Precedente capitolo:

la febbre dell'oro (74)

Prosegue in:

la febbre dell'oro (76)








        Ove si narra dell'incontro
con un cercatore indiano, la sua 'squaw'
           e il fortunatissimo figlio.
Ingenuità del selvaggio e bonomia
                  dell'autore.




Forse ti sembrerò piuttosto noioso con queste mie
descrizioni, ma, prima di andare avanti con le av-
venture capitatemi, vorrei darti un'idea del paese
e dei luoghi.
Procederò dunque nel modo abborracciato che
ho seguito finora perché spero che ne trarrai un'-
idea del paese più soddisfacente che potrebbe
fornirti un'irreprensibile relazione geografica.




Ti sarà chiaro, a questo punto, che ci trovavamo
ad una trentina di miglia sopra Forte Sutter, nel-
lo American Fork, dove si svolgono gli ultimi se-
tacciamenti.
I miei compagni non vedano l'ora di mettersi al-
l'opera, io tuttavia ero deciso a compiere un'al-
tra ispezione e a rendermi meglio conto dei luo-
ghi.




Charley fu daccordo nel restare con me per al-
meno un altro paio di giorni.
Dopo aver buttato giù un sobrio pasto tirato
fuori dalla bisaccia, ci mettemmo a gironzolare
fra i gruppi sparsi lì attorno e intenti a lavorare.
Si trattava di gente allegra e alacre: chi con i te-
gami, chi con ciotole di legno, chi con i canestri
da indiani.




Questi ultimi erano considerati i più adatti poiché
dalle fessure uscivano agevolmente acqua e terric-
cio.
C'era un grande numero di indiani vestiti in manie-
ra quanto mai fantasiosa; invece della consueta
pezza che fa loro da braca e forma il principale ar-
ticolo di vestiario, erano ammantati di cotonina
sgargiante, con fazzoletti dai mille colori e nastri
di stoffa rossa. 
Il primo gruppetto che raggiungemmo era costitui-
to da un vecchio indiano, dalla sua 'squaw' e da un
 ragazzotto sui quindici anni.




Sembrava che lavorassero per conto proprio, seb-
bene la maggior parte degli indiani sia alle dipen-
denze di altri che forniscono loro del cibo e un tan-
to al giorno.
In questo modo riescono ad ottenere fino a quasi
venti dollari giornalieri; più spesso si fanno dare
un'oncia e mezzo di metallo, il cui corrispettivo in
denaro va dai dieci ai dodici $ l'oncia....
(Prosegue....)













martedì 9 aprile 2013

LA FEBBRE DELL'ORO (73)










Precedente capitolo:

Quando tornammo alla ferrovia (....e altri racconti) (72)

Prosegue in:

La febbre dell'oro (74)







Scrivendo all'amico, l'autore gli narra
d'aver contratto la febbre dell'oro. 
Verso la vallata del Puebla ed oltre.
Pagiuzze d'oro in fondo alla tazza....
(Guda del cercatore d'oro della 
California)


Addì 17 sett. 1848
Monterey, California


Caro M.....,

Ottemperando alle tue richieste, passo a fornirti una
serie di informazioni su questa terra meravigliosa.
Come ogni altro del luogo, contrassi anch'io - è natu-
rale - la febbre dell'oro; per cui, non appena il mio
reggimento venne congedato e fui libero da doveri
professionali, feci i preparativi per recarmi a San
Francisco, un posto che, a quanto si diceva, era
stato quasi del tutto abbandonato dalla popolazio-
ne maschile.




Eravamo in quattro, compreso Charley H., che tu
conosci.
Sistemate le nostre cose, ci mettemmo dunque in
viaggio per San Francisco felici e contenti, pronti
ad affrontare l'avventura nell'El Dorado.
Felici e contenti perché, diciamolo pure, le favolo-
se notizie che giungevano giorno dopo giorno, suf-
fragate da prove altrettanto continue che sembrava-




no sfidare l'incredulità, mi avevano acceso l'imma-
ginazione. E poi nel corso del viaggio ebbi la dimo-
strazione di ciò che hanno sostenuto i filosofi: che
nella ricerca si prova più alto diletto, se non mag-
gior felicità, di quanto se ne tragga dal possesso.
Infatti sono sicuro che tutto l'oro di questo mondo
non sarebbe stato in grado di suscitare in me quel-
le penetranti e nitide sensazioni che vi aveva instil-
lato l'attesa....




Il giorno 21 giungemmo a San Francisco, da dove
la nostra strada, fino a San José, una distanza di
venti leghe, si snodò attraverso l'incantevole valla-
ta del Puebla; mai terra più bella s'offerse a sguar-
do umano!
Dall'una parte e dall'altra si stendevano a perdita
d'occhio praterie tappezzate di fiori che sembrava-
no intessute dai colori più amabili....




Le tenui brezze eran sature di profumi e i rivi si-
nuosi, i quali svolgevano qua e là il corso delle
acque chiare e dolci, gorgoglianti e spumeggianti
al sole, aggiungevano alla scena la musicalità di
quel basso, incantevole mormorio!!
Una terra di grande feracità, ideale per stabilirsi.
Non potrei fare a meno di ripensare alla favola di
quel vecchio che in punto di morte volle dar la no-
tizia ai figlioli di un tesoro nascosto nel podere; al
che costoro furono spinti a rimescolare talmente
il terreno che questo, con l'aiuto dei sementi, finì
per dar corpo coi suoi prodotti alle loro brame di
ricchezza......
(Prosegue....)













lunedì 8 aprile 2013

IN ATTESA DELLA NORTHERN PACIFIC... (70)











Precedente capitolo:

Minstrel Show (69)

Prosegue in:

in attesa della Northern Pacific (71) &

Quando tornammo alla ferrovia (72)








La nuova Udienza è attesa nei prossimi giorni.
E' utile però, per il futuro aggiornamento di questa, ed in difesa
del mio 'assistito', fare una breve parentesi, a mio avviso impor-
tante, forse indispensabile, per tutti coloro che fossero digiuni
delle più elementari nozioni cronologiche di storia.
Carichiamo l'orologio, e portiamolo qualche anno indietro rispet-
to alla data del presente dibattimento.




...Per i Sioux le Black Hills sono la dimora delle divinità e sono
quindi colline sacre; con il trattato del 1868, queste montagne
erano state assegnate per sempre agli indiani.
E' in questa regione che nel 1874 i bianchi scoprono dei giaci-
menti auriferi...
Custer, mandato per un accertamento nelle Black Hills, confer-
ma tali scoperte al governo. La febbre dell'oro s'impossessa di
migliaia d'avventurieri che si precipitano nel territorio dei Sioux.




Questi li scacciano con facilità e alla richiesta del governo rifiu-
tano di dare in affitto Le Black Hills in cambio di danaro. Nell'-
   inverno del 1876, il ministro della Guerra ordina al generale
Sheridan d'iniziare una campagna contro gli 'indiani ostili' guida-
ti da Toro Seduto e Cavallo Pazzo.
Il governo pensa che qualche energica azione contro gli indiani
Sioux sia in grado di convincerli a rivedere le loro 'intransigen-
ti posizioni' circa le Black Hills.




Sheridan affida queste operazioni militari a due generali, Cro-
ok e Terry. Colonne di soldati cominciano allora a setacciare i
'territori indiani non ceduti', distruggendo villaggi pacifici co-
me quello dei Cheyenne di Two Moon.
Nella primavera del 1876, alcune migliaia di indiani si riuni-
scono sulle sponde del Rosebud. Lì, circa mille guerrieri gui-
dati da Cavallo Pazzo costringono alla ritirata le truppe di
Crook, dopo un combattimento nel corso del quale Cavallo
Pazzo evita di affrontare direttamente la cavalleria, lan-
ciando attacchi su diversi fronti e disorganizzando così il
piano di battaglia di Crook.




Dopo questa vittoria, Cheyenne e Sioux risalgono per caccia-
re verso il Nord nella valle della Little Big Horn, dove ritrova-
no Toro Seduto.
In giugno il generale Terry lancia un'offensiva e decide di attac-
care gli indiani raggruppati nella vallata di Little Big Horn. Di-
vide le truppe in due colonne, una agli ordini di Gibbon, l'altra
agli ordini di Custer.....
(Prosegue......)











sabato 6 aprile 2013

PIONIERI e NATIVI: Seconda Udienza (66)













Precedente capitolo:

pionieri e nativi: ricorso in appello (65)

Prosegue in:

pionieri e nativi: Seconda Udienza (67) &

Minstrel Show (68)

Minstrel Show (69)










Aggiorniamo il Dibattimento, e procediamo a breve riassunto quanto
finora detto, in difesa del mio cliente.
A iniziare dagli anni 1880-85, in tutte le riserve le terre sono coltiva-
te; gli indiani non conoscono la fame come ai tempi delle campagne
militari. Certo, abbiamo notato, che rimangano poveri, ma le pratiche
comunitarie, l'assenza di ineguaglianza sociali e la volontà di sopravvi-
vere, spiegano i risultati che ottengono dalle loro aride terre.
E' allora che Governo, agricoltori e uomini d'affari si rendono conto
da un lato di aver fallito nella loro politica d'assimilazione, dall'altro del-
la notevole estensione delle riserve.




Nel 1887 gli indiani posseggono ancora 139 milioni di acri a ovest del
Mississippi. Ora queste terre sono sempre più appetite dai coloni che
mal tollerano vederle tanto poco valorizzate.
Infine nell'Est, nasce un movimento per concedere alle popolazioni in-
diane la dignità della proprietà privata. La stampa, società religiose,
missionari e uomini politici, come il senatore del Massachusetts, Hen-
ry L. Dawes, pensano che il solo sistema per civilizzare gli indiani sia




di trasformarli in agricoltori. Perciò il possesso della proprietà indivi-
duale, 'fondamento di ogni virtù cristiana' dovrebbe legarli alla terra
e portarli, di conseguenza, progressivamente ad adottare 'l'american
way of life'.
Perciò nel 1887 viene votato il 'Dawes Allotment Act', che sopprime,
di fatto, la proprietà collettiva tribale sulla terra delle riserve. Le ter-
re delle riserve vengono distribuite: ogni famiglia riceve 160 acri, i
celibi un po' meno.




La legge prevede che una volta che gli indiani sono entrati in posses-
so del loro lotto di terra, il 'surplus' sarà venduto all'asta pubblica.
Data la scarsa densità della popolazione indiana nelle riserve, il 'sur-
plus' risulta molto rilevante.
L'abilità degli agenti dell'amministrazione fu di creare un 'surplus' di
terre fertili e ben irrigate, facili da vendere agli agricoltori delle vici-
nanze. Per far fronte a tale manovra, gli indiani spediscono degli e-
missari a Washington per protestare e denunciare la spoliazione di
cui sono oggetto, come il qui presente, mio assistito.




Signori della giuria, vorrei farvi notare che in virtù del 'Dawes Act',
ogni famiglia può disporre del suo lotto di terra, e può affittarlo o
venderlo. Gli agricoltori bianchi, però, si accordono fra loro per af-
fittare i lotti di terra a prezzi molto bassi, dal momento che gli india-
ni ignorano il valore della terra.
Altri persuadono gli indiani a lasciarla per testamento ad 'amici bian-
chi', mesi dopo, il numero di decessi tra gli indiani aumenta conside-
revolmente! Inoltre i lotti di terreno, essendo proprietà individuali,
vengono sottoposti alle locali imposte degli Stati.




Infine l'estensione dei lotti di ciascuna famiglia è troppo scarsa per
essere produttiva, anche perché il numero dei componenti familiari
aumenta.
Le parcelle verranno frazionate per essere distribuite agli eredi.
Quindi cosa succede: la proprietà indiana, come quelle del mio as-
sistito, che nel 1887 era di 138 milioni di acri, passa a 47 milioni nel
1934; così, il 75% del patrimonio degli Indiani viene a trovarsi nelle
mani dei bianchi.
Altra grave conseguenza del 'Dawes Act' è il colpo inferto all'auto-
rità del Consiglio di Tribù. Tale Consiglio scomparirà progressiva-
mente, via via che gli indiani si emancipano dalla sua tutela.




Questa politica facilita l'ingerenza dell'amministrazione federale con
le sue leggi inique, negli affari delle tribù.
Gli agenti del BIA moltiplicano i regolamenti al fine di costringere gli
indiani, liberi dal Consiglio di tribù, a vivere come i bianchi. I trattati
erano sempre stati stipulati sulla base del fatto che le leggi degli Sta-
ti o delle singole Contee, non potevano essere applicate alle tribù.
Gli indiani, divenendo individui indipendenti delle loro tribù, si vedo-
no obbligati a rispettare leggi che ignoravano.




Vengono giudicati da un tribunale di bianchi, la polizia penetra nelle
riserve per far rispettare le leggi locali.
Negli anni 1825-30, una simile politica aveva disorganizzato le 'Cin-
que tribù civilizzate'; molti sperano che accadrà lo stesso nei territo-
ri dell'ovest. Contemporaneamente, nel 1885, in Canada il 'Canadian
Act' proibisce il 'potlatch' e prevede persino la prigione per i parteci-
panti alla cerimonia.
Come negli Stati Uniti, il governo tenta di far abbandonare agli india-
ni le loro pratiche comunitarie e religiose; anche lì sono raggruppati
in riserve.
(Prosegue....)












giovedì 4 aprile 2013

PIONIERI e NATIVI: Ricorso in Appello (64)












Precedenti capitoli:

due ubriaconi (60)

due ubriaconi (61)

poi arriverai alle miniere dell'oro (per rubare il mio...oro...) (62)

poi arriverai alle miniere dell'oro (63)

Prosegue in:

pionieri e nativi: ricorso in appello (65)











Poco prima che la commissione di Dawes venisse nel Dakota, Toro
Seduto fu rilasciato dal carcere di Fort Randall e trasferito nell'agen-
zia Hunkpapa a Standing Rock.
Il 22 agosto, quando arrivarono lì i commissari a raccogliere le testi-
monianze, egli si recò al quartier generale dell'agenzia dall'accampa-
mento che gli era stato assegnato sul fiume Grand, per partecipare
al consiglio. I commissari ignorarono deliberatamente la presenza
del più famoso capo Sioux vivente, invitando a testimoniare prima
Antilope Che Corre, e poi il giovane John Grass, figlio di Old Grass,
 il capo dei Sioux Piedi Neri.
Alla fine il senatore Dawes si volse verso l'interprete e disse:
'Chiedete a Toro Seduto se ha qualche cosa da dire al comitato'.




'Naturalmente io parlerò a te se tu lo desideri',
rispose Toro Seduto.
'Suppungo che solo gli uomini che a te piace che parlino devono
dire qualcosa'.
'Noi credevamo che gli indiani avessero scelto gli uomini che devo-
no parlare a loro nome',
disse Dawes,
'Ma qualunque uomo che desideri parlare, o qualunque uomo che gli
 indiani qui presenti desiderano che parli a loro nome, sarà ascolta-
to da noi con piacere se ha qualcosa da dire'.
'Sai chi sono io, per parlare così?'.
'So che tu sei Toro Seduto, e se hai qualcosa da dire, noi saremo
lieti di ascoltarti'.
'Tu mi riconosci; sai chi sono io?'.
'So che tu sei Toro Seduto'.
'Dici di sapere che sono Toro Seduto, ma sai qual è il mio rango?'.
'Non faccio nessuna differenza fra te e gli altri indiani di questa a-
genzia'.
'Sono qui per voler del Grande Spirito e, per suo volere, io sono
un capo. Il mio cuore è rosso e dolce, e io so che esso è dolce,
perché ogni cosa che passa vicino a me, mi parla; eppure voi uo-
mini siete venuti qui a parlare con noi, e tu dici di non sapere chi
sono io. Io voglio dirti che se il  Grande Spirito ha scelto qualcuno
perché sia il capo di questo paese, quello sono io'.
'In qualunque veste tu possa trovarti qui oggi, se desideri dirci
qualche cosa, noi ti ascolteremo; altrimenti toglieremo la seduta'.
'Si va bene',
disse Toro Seduto.
'Vi siete comportati come uomini che hanno bevuto whiskey, e io
sono venuto qui per darvi qualche consiglio'.
Fece un largo gesto con la mano e tutti gli indiani che si trovava-
no nella stanza del consiglio si alzarono e uscirono con lui...




A questo punto prende la parola la difesa, nella persona incari-
cata di questo dibattimento, l'avvocato Tocqueville...:

'Signori qui presenti, così si è soliti presentarsi in queste circo-
stanze, porterò con me, oltre che 'innegabili' verità storiche in-
tese come testimonianze, che la Corte può valutare, anche prin-
cipi fondamentali per cui la vostra nazione ha creato la sua in-
dipendenza sottraendosi dal 'giogo' altrui, e da cui la mia cultu-
ra, per il vero, proviene; non trascurando questo fatto importan-
te, cercherò di essere fedele ai principi, gli stessi che hanno mo-
tivato il mio e vostro percorso per gli stessi fini e ideali di in-
dipendenza, giustizia legalità e rispetto della democrazia..., in
dovere e onore di questi stessi principi, come dicevo, mi pare
logico dare corso alla verità storica non del tutto accertata, e
altresì con questa motivazione del mio assistito, permettere che
uguali episodi passati e futuri abbiano la giusta collocazione e
definizione, e vengano riconosciuti per quello che in realtà so-
no, collocandoli negli giusti scaffali della biblioteca della storia,
per i quali tutti i presenti qui convenuti, siano essi in vita o no,
possano veder riconosciuta quella stessa giustizia negata, e
sperare che i loro figli ne possano godere in futuro....
Affinché la Storia possa essere letta e riconosciuta per quello
che veramente è, e non per ciò che vorrebbe apparire.....di
modo che le meschinità del grandi uomini possano essere rico-
nosciute come bassezze di piccoli uomini, ed i piccoli uomini
cancellati e schiacciati dall'evolversi inesorabile del Tempo e
della Storia, possano essere riconosciuti per Grandi Uomini
da essa cancellati.........'.




'Inizio quindi con la testimonianza del signor M. Bell, relato-
re del Comitato degli affari indiani al Congresso, del 24 feb-
braio 1830, ci dice...'.
'Per appropriarci delle terre deserte di cui gli indiani reclama-
no la proprietà, abbiamo adottato l'uso di pagare alle tribù in-
diane ciò che vale il loro paese di caccia dopo che la selvag-
gina è fuggita o è stata distrutta. E' più vantaggioso e certa-
mente più conforme alle regole della giustizia e più umano agi-
re così, che appropriarsi a mano armata del territorio dei sel-
vaggi. L'uso di acquistare dagli indiani il loro titolo di proprie-
tà non è dunque altro che un nuovo modo di acquisizione che
l'umanità e l'interesse hanno sostituito alla violenza, e che de-
ve renderci padroni delle terre che reclamiamo in virtù della
scoperta e che, d'altro canto, ci sono assicurate dal diritto che
le nazioni civili hanno di stabilirsi sul territorio occupato dalle
tribù selvagge.
Fino ad oggi, parecchie cause non hanno cessato di diminuire
agli occhi degli indiani il prezzo del suolo che occupano, e in
seguito le stesse cause li hanno indotti a vendercelo facilmente.
L'uso di comprare dai selvaggi il loro diritto di 'occupante' non
ha dunque mai potuto ritardare in un grado percettibile la pro-
sperità degli Stati Uniti'.





'Permettetemi ora delle considerazioni :
Al sorgere delle colonie, sarebbe stato loro possibile, unendo
le loro forze, liberarsi dell'esiguo numero di stranieri, appena
sbarcati sulle coste del continente. Più di una volta hanno ten-
tato di farlo, e sono stati sul punto di riuscirvi. Oggi la spropor-
zione delle risorse è troppo grande, perché possano pensare
ad una simile impresa.
Sorgono ancora, tuttavia, tra le nazioni indiane, uomini di ge-
nio (come il qui presente mio assistito) che prevedono la sorte
finale riservata alle popolazioni selvagge e cercano di riunire
tutte le tribù nell'odio comune contro gli europei; ma i loro sfor-
zi sono impotenti. Le popolazioni che confinano con i bianchi
sono già troppo indebilite per presentare una resistenza effica-
ce; le altre, abbandonandosi a quel disinteresse puerile del do-
mani che caratterizza la natura selvaggia, aspettano che il peri-
colo si presenti per occuparsene; gli uni non possono, gli altri
non vogliono agire.
E' facile prevedere che gli indiani non vorranno mai civilizzarsi,
o lo tenteranno quando sarà troppo tardi.
La civiltà, quindi, è il risultato di un lungo travaglio che si ope-
ra in uno stesso luogo, e che le diverse generazioni, succeden-
dosi, si trasmettono le une alle altre. I popoli, presso i quali la
civiltà riesce più difficilmente a fondare il suo impero, sono i
popoli cacciatori. Le tribù di pastori cambiano luogo, ma se-
guono sempre nelle loro migrazioni un ordine regolare, e ritor-
nano continuamente sui loro passi; la dimora dei cacciatori
varia con quella degli animali stessi che inseguono.
Parecchie volte si è tentato di far penetrare la cultura tra gli
indiani, lasciando loro i costumi vagabondi: i gesuiti l'aveva-
no tentato nel Canada, i puritani nella Nuova Inghilterra. Gli
uni e gli altri non hanno fatto nulla di durevole.
La civiltà nasceva sotto la capanna e andava a morire nei
boschi. Il grande sbaglio di questi legislatori degli indiani era
di non comprendere che, per giungere a civilizzare un popo-
lo, bisogna innanzitutto ottenere che esso si stabilisca, e non
si può farlo se non coltivando il suolo; si trattava dunque an-
zitutto di rendere gli indiani...coltivatori.
Trascuriamo però un fatto di aspetto antropologico, gli indiani
non possiedono questo indispensabile requisito richiesto dalla
civiltà degli occupanti, ed è oltretutto difficilissimo acquisirlo'.
(Prosegue.....)












lunedì 1 aprile 2013

PIONIERI E NATIVI: il reverendo Hinman & ...gli altri (58)













Precedente capitolo:

Owl Creek (57)

Prosegue in:

Pionieri e nativi: il reverendo Hinman....& gli altri (59)









.....Malgrado la loro resistenza, i Sioux nel 1882 stettero quasi per
perdere 36.000 chilometri quadrati di territorio trattando con una
commissione capeggiata da Newton Edmunds, un esperto nel togli-
ere la terra agli indiani negoziando.




I suoi colleghi erano Peter Shannon, un avvocato di frontiera, e Ja-
mes Teller, un fratello del nuovo segretario agli Interni. Li accompa-
gnava come 'interprete speciale' nientemeno che il reverendo Samuel
D. Hinman, che era stato missionario fra i Sioux sin dai tempi di Pic-
colo Corvo.
Hinman credeva che gli indiani avessero bisogno prima di tutto del....
cristianesimo, più che di terra.




Mentre la commissione viaggiava da un'agenzia all'altra, Hinman di-
ceva ai capi che egli era lì a stabilire i confini delle sei agenzie del-
la riserva. Questo era necessario, egli diceva, così le diverse tribù
Sioux avrebbero potuto considerare proprie le arie dove si trovava-
no e possederle finché vivevano.




'Dopo aver stabilito le riserve', disse Hinman a Nuvola Rossa
'Il Grande Padre vi darà 25.000 vacche e 1000 tori'.
Tuttavia, per ottenere il bestiame, i Sioux dovettero firmare alcune
carte che i commissari avevano portato con sé. Poiché nessuno dei
capi Sioux sapeva leggere, non sapevano che con quella firma stava-
no cedendo 36.000 chilometri di terra in cambio dei tori e delle vac-
che promesse.




Nelle agenzie dove i Sioux erano riluttanti a firmare qualsiasi cosa,
Hinman usava a seconda dei casi le lusinghe o le minacce.
Per ottenere un gran numero di firme, convinse ragazzi di sette an-
ni a firmare i documenti. In una riunione nella riserva Pine Ridge sul
torrente Wounded Knee, Hinman disse agli indiani che se non firma-
vano non avrebbero più ricevuto razioni o rendite annuali, e inoltre
sarebbero stati mandati nel Territorio Indiano.




Molti dei Sioux più anziani, i quali avevano visto che i confini del
loro territorio si stringevano ogni volta che 'toccavano la penna' per
firmare simili documenti, sospettavano che Hinman stesse cercando
di rubare la loro riserva.
Capelli Gialli, un capo minore di Pine Ridge, si oppose fermamente
alla firma, ma poi fu costretto a farlo in seguito alle minacce di....
Hinman.....
(...prosegue......)