IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 19 aprile 2014

ENTRAR SEMPRE DEUE COMESAR... (44)












































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L'equazione del... Tempo (43)

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Vida noua Vida... (45)














L’inverno durava ancora….
Imponeva la sua volontà e si prendeva il suo Tempo, riferisce amaramente il cronista (l’umile cronista di questa breve vita…).
Conservava il suo pieno vigore, benché il sole brillasse ormai per gran parte della giornata. In quel giorno di Pentecoste, il 4 di giugno dell’anno 1620 dopo il Nostro Salvatore, i bianchi campi di neve si stendevano ancora immacolati verso l’orizzonte a nord…
Neppure una breccia di mare azzurro brillava nella luce. La Baia di Hudson era una pista da ballo piana e deserta dove il vento, qua e là, invitava un fantasma a danzare. Un po’ più a monte della foce del fiume, le navi erano bloccate nella banchisa…
La più piccola, lo sloop ‘Lamprenen’, era stata trascinata verso la costa mentre la fregata ‘Enhiorningen’ giaceva piegata su un fianco a circa 120 braccia dalla terra ferma…. La pressione dei ghiacci disegnava una gorgiera intorno ai suoi fianchi catramati, un battere continuo proveniente dal ponte di poppa risuonava lontano sulla terraferma….




Sulla costa, tra le capanne dei carpentieri, la neve era ancora alta. L’oca selvatica aveva incominciato a migrare verso nord, i grandi stormi di uccelli volavano imperturbabili sopra i campi, qui non c’era anima viva, qui abitavano solo i morti e i morti non alzano il moschetto contro la prelibata oca selvatica.
Nella neve si drizzava una cinquantina di croci di legno e sulla distesa di ghiaccio, tra la più grande delle navi e la costa, giacevano quegli uomini che non avevano neppure una croce. Alcuni erano per metà coperti di neve, come se, sorpresi dal gelo, in assenza di una vera tomba avessero cercato di proteggersi con uno di quei bianchi piumini.
Ma come già constatava sua eccellenza Movritz Stygge, rivolgendosi più che altro a se stesso in quella fredda giornata di aprile in cui, in piedi sul bastingaggio, le mani rovinate, osservava le croci: ‘I morti non hanno freddo, al contrario. Tra loro c’è di certo qualche povero diavolo che spera che faccia un po’ meno caldo là dove ora si trova’.




Queste profonde parole furono pronunciate il 7 aprile dell’anno 1620 dopo il Nostro Salvatore. Cinque giorni più tardi a bordo vennero fabbricate tre nuove croci. Tra queste, una per il signor Movritz. Ma ciò accadeva tanto Tempo fa’, oggi tutto è calmo nella Baia di Hudson…. Nel corso di questa lunga giornata di Pentecoste l’unico rumore che si sente è il battere regolare che proviene dalla nave più grande, dove una cima si è staccata dal sartiame e va a colpire a brevi intervalli con un paranco il fianco del castello di poppa.
Lì accanto sono coricate tre figure, ma nessuna di loro chiede che cosa sia che continua a picchiare in quel modo sopra le loro teste. Giacciono con il viso contro il ponte e le braccia tese, come se, anche nella morte, volessero aggrapparsi alla nave inclinata.
Navigano… non fanno domande….
Non l’hanno mai fatto…
Navigare è necessario… Fare domande… no…!




Nello scaldavivande di bronzo della cabina di poppa il fuoco era spento. Il sole di Pentecoste penetrò dall’arcuata finestra laterale, si posò su un rotolo di cavi, sfiorò un boccale e disegnò il profilo di alcune figure scure. Anche laggiù c’erano tre uomini coricati.
Il capitano riposava nella cuccetta vicina al tavolo, sembrava vecchio e provato, ingrigito anzitempo. Il gabbiere era sdraiato sul tavolaccio a sinistra e l’aiuto cuoco allungato sul pavimento davanti alla cabina del capitano, la testa sepolta tra le mani rovinate.
Il sole di Pentecoste si imporporò per qualche istante nella lampada che, appesa a una trave sopra il tavolo, rivelava l’inclinazione della nave nel ghiaccio. Man mano che il giorno calava, il raggio di luce abbandonava l’ottone lucente per scivolare sui tre uomini, attardandosi prima sull’uno e poi sull’altro. Due di loro rimasero immobili. Il terzo si mosse….
Era il capitano….
Era ancora vivo…




Fuori aveva inizio lo spettacolo consueto della sera. La banchisa si divideva in chiazze dorate e viola scuro. La neve si colorava d’azzurro. L’inverno durava ancora. Sembrava che a poco a poco si fosse impadronito dell’intera stagione successiva, ma a queste latitudini la primavera giunge sempre all’improvviso…. Nella cabina di poppa il capitano, spinta via la pelle d’orso, cercava di alzarsi, e il fiato che gli usciva dalle labbra formava piccole nubi di vapore nel locale stantio.
Finalmente riuscì a mettere le gambe fuori dalla cuccetta, ma rimase a lungo seduto, le mani appoggiate al tavolo, lottando contro le vertigini. La cabina oscillava da un lato all’altro. Era come se la nave si fosse improvvisamente liberata dal ghiaccio; poi, però, tornata in acque calme, ritrovò a poco a poco l’inclinazione di prima.
Si guardò intorno, il gabbiere dormiva, l’aiuto cuoco era morto. Volgendo poi gli occhi ai propri avambracci appoggiati al tavolo, si sfilò i guanti con precauzione e fissò le sue mani rovinate, come se stentasse a credere che erano proprio le sue. La luce penetrava quasi orizzontale nella stanza, tra poco sarebbe stato buio. Dopo aver frugato un po’, pose sul tavolo davanti a sé un quaderno, la delicata copertina di pergamena è macchiata di sangue, sulla prima pagina sono scarabocchiate alcune parole:

Emtrar sempre deue comesar Vida Noua Vida


(Prosegue....)















GLI ULTIMI VELIERI (dal mare venimmo...) (41)


















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Il teatro del loro agire... (40)

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Gli ultimi velieri (42)













L'appellativo 'windjammer' suonava come un insulto, e tale
infatti era nelle intenzioni degli equipaggi dei piroscafi, che
lo usavano per descrivere gli enormi scafi a vela che sfida-
vano bravamente l'avvento... del vapore....
Quei mostri, dicevano, erano troppo goffi e ingombranti
per muoversi con eleganza nel vento. Con questo elemen-
to il loro rapporto era necessariamente brutale, vele tese
allo spasimo, pennonieri intrecciati al sartiame.




Ma il sarcasmo si trasformò in plauso allorché cinquant'an-
ni della loro operosa esistenza quei maestosi velieri rivela-
rono per intero la loro effettiva supremazia toccando, dopo
secoli di gloriosa evoluzione, il punto più alto nell'arte del-
la vela.
In fuga sotto i sibili delle raffiche di capo Horn o volando
veloci al soffio degli alisei, questi imponenti vascelli dalle
bianche ali erano senza pari per dimensioni, forza e bellez-
za. Pur con scafi di lunghezza doppia, raggiungevano qua-
si la stessa velocià degli eleganti clipper di legno che li a-
vevano preceduti.




Grazie alle immense velature sospese ai loro alberi gigan-
teschi, trasportavano nelle capaci stive migliaia di tonnella-
te di... "preziose verità"....
Fin dall'inizio, quando doppiavano il tempestoso capo Horn
e fendevano i mari del Sud, il fascino dei windjammer attras-
se gente di mare e di terra.
Uno di questi è.....




... Il capitano del piroscafo chiamò la sala macchine e or-
dinò di aumentare la potenza. Avrebbe offerto ai suoi pas-
seggeri un ricordo indimenticabile: avvicinatosi velocemen-
te al vecchio veliero lo avrebbe superato con una mossa emo-
zionante, tagliandogli la rotta, e sarebbe quindi proseguito
sulla rotta per.....
Ma quel mattino di una data imprecisata, al comando del suo
enorme veliero d'acciaio nell'Atlantico meridionale, il capita-
no Sven Eriksson aveva ben altre idee....




Per lui lo 'Herzogin Cecile', nonostante contasse già 32 anni
di vita, non era affatto un rudere anacronistico, ma soprat-
tutto non era figlio di quel Secondo Vapore che regnava come
una strana e nuova burla del progresso......
Lo Herzogin Cecile era di costruzione tedesca (l'armatore e-
ra un certo Otto Karnak...), ma dalla fine della Guerra batte-
va bandiera finlandese. I componenti dell'equipaggio erano
di nazionalità diverse.
Eriksson ordinò all'equipaggio di salire e sbrogliare le vele,
mentre il piroscafo si avvicinava furono spiegati i controve-
lacci, le vele più alte: ora il Grande Veliero presentava tutte
le sue 33 vele....

(Prosegue....)














mercoledì 16 aprile 2014

ORE 2 E 15: LA PARTENZA (con l'anima in spalla...) (39)






































Precedenti capitoli:

con Pietro Autier sulle orme del Payer  (1)  (2)  (3)

Passaggi senz'anima (38)

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Il teatro del loro agire (40)













Salire sull’Ortles era mio desiderio da molti anni. La notte fra il 29 e il 30 agosto (ma le date sono un inutile dettaglio entro i confini della prigione del Tempo…) la passai con Pinggera ai piedi della Tabaretta, ma al mattino il tempo si guastò e pertanto tornammo alla pieve senza aver concluso nulla.
Il 30 agosto, sotto una pioggia incessante, visitai Solda di Fuori. Il primo settembre giorno del mio 24° compleanno era di un sereno radioso. Per assicurarmi un percorso adeguato per il mattino successivo, assieme a Pinggera mi arrampicai per due ore sulle enormi pareti rocciose a sud di Cima Tabaretta.
Ad un’altitudine considerevole, fummo costretti al ritorno a causa di uno strapiombo, nel quale, senza il tempestivo intervento di Pinggera, sarei stato trascinato da un masso rotolato giù. Allora feci un grande disegno dell’Ortles. Dormimmo ancora in quota, come il 29 agosto.




Durante la notte cadde pioggia e grandine, al mattino eravamo avvolti nelle nubi e pertanto tornammo a Solda e salimmo subito sulla punta Beltovo. Il pastore della malga di Schonleit mi fece sperare per il 4 settembre: Dio doveva essere ancora in vacanza perché il tempo era così brutto, ma per allora sarebbe diventato bello. Ed ebbi davvero la fortuna di scegliere per l’ascensione sull’Ortles, come già per quella del Glockner, una giornata di rara limpidezza.
Per evitare lo scomodo pernottamento all’aperto, assieme a Pimggera mi misi in cammino già alle 2 e un quarto del mattino. Alla luce delle lanterne ci inoltrammo nella valle Marlet, passammo la vedretta coperta di detriti e la grande morena laterale di sinistra e dopo le 4 arrivammo alle pendici della Tabaretta. Le ombre della notte andavano gradatamente sfumando, le stelle impallidivano, un bagliore rosato rivestiva la cima innevata dell’Ortles, mentre le sue terribili pareti erano ancora avvolte nei toni ovattati dell’alba.
Venti minuti di sosta….




Poi con i ramponi salimmo velocemente e allegramente lungo le pendici tremendamente sgretolate della Tabaretta in una scogliera ripida e alle 6 eravamo sulla sommità innevata del Passo Tabaretta. Il panorama era già di una incantevole bellezza, l’Ortles che si ergeva in possenti ondulazioni di ghiaccio sembrava più alto che dalla valle.
Dopo una sosta di mezz’ora, procedendo lungo la cresta rocciosa girammo attorno alle guglie selvagge di Cima Tabaretta passando su una parete di ghiaccio e, arrivati sulla cresta di un contrafforte che si stacca verso ovest, vedemmo davanti a noi il precipizio diverse centinaia di piedi della gola della Tabaretta. Oltre la gola, la ripida parete inclinata a 45° e coperta di ghiaccio della vedretta Tabaretta, sospesa sulla Valle di Tabaretta.




Secondo Pinggera, il picco era completamente cambiato da giugno; allora era coperto di neve alta, che rendeva superflui i gradini, ora invece si vedevano ‘solo crepe’. Ma questo non ci scoraggiò per nulla, Pinggera era tutto ambizioso di poter ‘portare da solo un signore sull’Ortles’. Ci calammo lungo la ripida fascia di detriti nel canalone e poi ci legammo alla corda. Evitando la parte più ripida della parete, ci portammo più in alto possibile, ai piedi di quella fila di rocce che dalla Cima Tabaretta prosegue verso l’Ortles, poi dovemmo affrontare la gigantesca parete…
Risalendo in obliquo, per tre quarti d’ora Pinggera scavò incessantemente gradini di ghiaccio friabile, mentre io lo seguivo passo passo. L’ora successiva si proseguì senza sforzo, solo sul fondo di una terrazza glaciale sporgeva una parete di ghiaccio friabile e i numerosi blocchi di ghiaccio presenti richiamavano alla mente le scariche di ghiaccio. Ma l’ora mattutina ci risparmiò questo pericolo.

(Prosegue....)















PASSAGGI (senz'anima) (il grande silenzio...) (37)

















Precedenti capitoli:

Passaggi senz'anima: anche i grandi soffrono (35)

Passaggi senz'anima: l'incomprensione della Natura (36)

Prosegue in:

Passaggi senz'anima: assenza di valori (38)













Il problema del riscaldamento globale assume dimensioni bibliche,
al punto da smuovere le coscienze religiose.....
Nel Dicembre 2009, in occasione del Vertice sul Clima di Copena-
 ghen organizzato dalle Nazioni Unite, molte voci si sono levate
dalle varie 'chiese' del mondo minacciato.
Nel Duomo di Arzignaco, un comune della vallata del Chiampo in
provincia di Vicenza, cattolici, (eretici), induisti, buddisti, sikh e
musulmani, ortodossi..., hanno recitato insieme la 'Preghiera per
il clima', invocando il sostegno divino.





























Nell'ottobre 2009 Papa Benedetto XVI era stato esplicito al ri-
guardo, inviando un messaggio all'arcivescovo di New Orleans,
Gregory Michael Aymond, in occasione del 'Simposio di religione,
scienza e ambiente' organizzato dal Patriarcato ecumenico di Co-
stantinopoli (il problema non è se Dio esiste o non esiste, ma se
l'Evento Divino o la 'casualità atea' possano rinnegare i valori stes-
si del loro dibattito, senza i quali le loro ragioni e tutti i loro argo-
menti risulterebbero inutili... Cioè, venendo a mancare le ragioni
dell'oggetto discusso..., in un collasso ambientale di dimensioni
bibliche, le motivazioni, anche per l'eretico più ortodosso..., an-
drebbero a decadere... Unire quindi le forze, perché il Dio del
Religioso quanto quello del matematico, in onor della stessa lo-
gica che motiva suddetta disquisizione si generano dallo stesso
principio... di vita....).





























"I cristiani (ed i non credenti ... a maggior ragione...) sono
chiamati a unirsi nell'offrire al mondo una testimonianza credi-
bile di responsabilità per la salvaguardia del Creato e a collabo-
rare in ogni modo per assicurare che la nostra Terra possa con-
servare intatto ciò che Dio le ha donato (anche se codesta entità
fosse negata dal laico quanto dal matematico o dallo scienziato,
il prendere atto che la 'casualità' di quest'ultimo, e le basi su cui
si fonda il suo pensiero, se vengono scomposte nelle fasi della
motivazione originaria, (così come in Heisemberg), premetto-
no una visione opposta alla conclusione affermata..., quindi...,
la verità spirituale (e non) comporta una ricerca che non può e
non deve escludere la premessa di una visione (Filosofica) Teo-
logica del mondo...): grandezza, bellezza e generosità".





























"La soluzione delle crisi ecologiche del nostro tempo richiede
un cambiamento profondo da parte dell'uomo contemporaneo",
perché "i problemi urgenti che riguardano la cura e la protezio-
ne dell'ambiente, pur toccando importanti questioni politiche,
economiche, tecniche e scientifiche, sono tuttavia essenzial-
mente di natura etica...
La natura è una priorità per tutti (quindi come già detto anche
per i non credenti...) e, come fondamento della vita, va usata
responsabilmente e con rispetto".





























Alla voce dei cattolici si è unita quella degli evangelici riuniti in
assemblea alla vigilia del Summit di Copenaghen.
Entrando senza reticenze nel cuore della questione, i riformati
hanno invitato le chiese 'a intensificare la conversione dei propri
stli di vita e a promuovere concretamente 'l'economia dell'abba-
stanza' nell'ottica della sobrietà e del rispetto per il Creato, par-
tendo dall'esperienza già vissuta da diverse comunità locali'; inol-
tre hanno rimarcato l'importanza della 'cooperazione ecumenica,
interreligiosa, e con organizzazioni di ispirazione laica contro la
continua distruzione del Creato, anche incentivando l'utilizzo del-
le risorse rinnovabili.....'.





























Nel 2006 l'arcivescovo di Londra elencò fra i 'sintomi del pec-
cato' contemporaneo l'abuso di automobili e di aerei, e tutta l'-
economia da essi derivante.
Parallelamente introdusse la riflessione sulla 'virtù ambientale',
che presuppone il contenimento dei consumi per un senso di
responsabilità nei confronti dei più poveri e delle future gene-
razioni. E per la propria gioia.
Il nuovo concetto di colpa per abusi e omissioni di natura eco-
logica è stato analizzato da Marinella Correggia in un articolo
per il quotidiano 'Il Manifesto', dove cita anche la posizione del
vescovo cattolico Gianfranco Girotti, reggente del tribunale del-
la Penitenza Apostolica, che invita a considerare il peso dei
peccati sociali emergenti: per esempio l'inquinamento, l'accu-
molo di eccessive ricchezze, la violazione dei diritti fondamen-
tali....  DELLA NATURA UMANA.....

(E. Camanni, Ghiaccio vivo)

(Prosegue...)













 


domenica 13 aprile 2014

INTERMEZZO POETICO (la Prima e l'Ultima) (33)










































Precedenti capitoli:

Alla ricerca del 'Monte Analogo'  (30)   (31)   (32)

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... e l'Ultima.... (34)










ALLA NATURA


Quando ancora giocavo col tuo velo
e in te mi radicavo come un fiore,
e sentivo il tuo cuore in ogni suono
battere delicato con il mio,
ed ero come te ricco di fede
e di richiami - guardavo la tua immagine,
trovavo ancora un luogo per le lagrine,
ancora un mondo per il mio amore;

e quando ancora mi volgevo al sole
come se ricevesse la mia voce,
e le stelle chiamavo mie sorelle,
la primavera musica di Dio;
e un vento che muoveva appena il bosco
il tuo spirito era la tua gioia
che muoveva le calme onde del cuore, -
mi avvolsero davvero giorni d'oro.

Nella valle ove fresca era la fonte
ed il giovane verde dei cespugli
giocava al fianco delle calme rocce
e l'Etere tra i rami traluceva,
e quando intorno i fiori traboccavano
ed ebbro ne bevevo il calmo alito,
e dall'alto scendevano su me
circonfuse di luce nubi d'oro:

e quando mi allontanavo per la landa,
dove nella penomra degli abissi
cantava il fiume un canto di titani,
e una notte di nubi mi chiudeva,
e la bufera con i suoi marosi
tempestosi viaggiava alla montagna,
e le fiamme del cielo mi avvolgevano:
anima della Natura, mi apparisti.

Spesso ebbro di lagrime e d'amore
come i fiumi che hanno errato a ungo
sentono il desiderio dell'Oceano,
io mi perdetti nella tua pienezza,
o bellezza del mondo! e insieme a tutti gli esseri,
via dalla solitudine del tempo,
pellegrino che torna nella casa
paterna, mi gettai nell'Infinito.

Voi benedetti, sogni dell'infanzia,
che celaste la povertà del vivere:
nutriste i buoni germi del mio cuore
e ciò che non conquisterò, donaste.
Nella tua luce e nella tua bellezza
Natura, senza pena né violenza,
simile ad un arcadico raccolto,
crebbe il frutto dell'amore.

Ora quel mondo della giovinezza,
che mi allevò e mi placò, è morto;
e questo petto che colmava un cielo
è come un campo arido di stoppie.
La primavera canta alle mie pene
amica come allora e consolante
ma l'alba della vita è dileguata,
primavera del cuore è già sfiorita.

Sempre dovrà il più amato amore
intristire. Ed è ombra ciò che amiamo.
Poiché i giovani sogni sono morti,
morta è per me quella Natura amica.
Questo nei giorni lieti non provasti,
come la patria tua ti è lontana (e nemica..),
né mai, povero cuore, ne saprai,
se non ti basterà vederla in sogno.

(Friedrich Holdernin, Le Liriche)

(Prosegue....)
















venerdì 11 aprile 2014

INTERMEZZI BELLICI (fra una pagina e l'altra di poesia) (28)






































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La tempestosa nuvola del XIX secolo  (26)  &   (27)

Prosegue in:

Napoleone è passato per di quà... (29) 














Ora stiamo per assistere ad un mutamento di scena… lasciamo che la Nube passi e che il grande Ruskin esponga le sue teorie in anticipo sui tempi giù da basso… e, lasciamo me stesso, riverso sul tavolino in quel dì di Cornovaglia…, ma non è possibile: devo pure accompagnarvi sino alla fine del romanzo…




Se il lettore non ha potuto ancora farsi un’idea chiara di quel pezzo di terreno situato in fondo all’orto di zio Tobia, la colpa non è mia, ma della sua scarsa immaginazione; sono certo, infatti, di non aver lesinato i particolari nella descrizione, anzi sovente mi vergogno della mia pedanteria. Quando il fato, un pomeriggio, ispezionando i grandi avvenimenti degli anni venturi, si ricordò a quale scopo quel piccolo lotto di terreno era destinato, fece un cenno alla NATURA… fu sufficiente… la NATURA vi gettò sopra una mezza vanga dei suoi più pregiati composti, con quel tanto di argilla sufficiente a irrobustire gli angoli e le pareti dentellate, senza neppure quel pizzico in più che avrebbe potuto danneggiare gli attrezzi e rendere quegli splendidi lavori di fortificazioni un’orrenda fanghiglia, col tempo cattivo.




Zio Tobia, come il lettore ha potuto apprendere, portò con sé le piante di quasi tutte le città fortificate d’Italia e delle Fiandre. Non appena il duca di Maribourough e gli alleati attaccavano una città, zio Tobia immediatamente ne allestiva un plastico in giardino. Il suo metodo, il più semplice del mondo, consisteva nel prendere visione della pianta della città non appena questa veniva circondata d’assedio (e se era possibile, anche prima, quando se ne ventilava soltanto il progetto) e quindi riportarla, con misure proporzionalmente più limitate, sulla verde spianata delle bocce, sulla cui superficie, con l’aiuto di un grosso gomitolo di spago, di varie asticciole piantate nel terreno, di parecchi angoli e contrafforti, riusciva a trasferire le linee dalla carta e, dopo aver tratteggiato i contorni delle fortificazioni, determinato la profondità e la pendenza dei fossati, gli spalti della trincea e l’altezza precisa dei vari parapetti, metteva il caporale all’opera e tutto procedeva regolarmente….
La NATURA del suolo, il genere stesso di lavoro e soprattutto zio Tobia, col suo carattere affabile, che se ne stava seduto dalla mattina alla sera a chiacchierare amichevolmente col caporale sugli ultimi avvenimenti, rendevano la FATICA tale solo di nome.




Quando la fortezza era pronta, con tutti gli accorgimenti di difesa adatti, veniva assediata. Zio Tobia e il caporale tracciavano la prima parallela. Adesso vi prego di non interrompermi con l’obiezione che la prima parallela deve essere sempre distante trecento tese dal corpo principale della piazzaforte e che io non ho lasciato nemmeno un centimetro di spazio: perché zio Tobia si era preso la libertà di invadere anche l’orto per poter ampliare le fortificazioni della verde spianata, ragion per cui tracciava la prima e la seconda parallela tra due file di verze e di cavolfiori.
Esamineremo ampiamente i vantaggi e gli svantaggi relativi, nel racconto delle campagne di zio Tobia e del caporale, di cui sto tracciando ora solo un abbozzo, che occuperà poche paginette… Le campagne stesse occuperebbero col loro racconto parecchi libri, capisco perciò che verrebbe appesantito troppo questo romanzo leggero e frivolo, volendole inserire così sconsideratamente. Certo meriterebbero di essere stampate a parte. Studieremo anche questo problema: per ora gustatevi il seguente abbozzo….




Quando la città con le sue fortificazioni fu terminata, zio Tobia e il caporale cominciarono a tracciare la loro prima parallela, non a casaccio (come molti potrebbero immaginare…), ma osservando le stesse distanze e misure usate dagli alleati e, regolando gli assalti in base alle notizie raccolte dal giornali (o da altre fonti… per ora anonime…), essi avanzavano di pari passo con gli alleati durante tutto l’assedio… Quando il duca di Mariborough occupava una posizione strategica, mio zio Tobia faceva altrettanto. Quando la facciata di un bastione veniva abbattuta o una fortificazione distrutta, il caporale prendeva il piccone e lo imitava.
E così proseguivano guadagnando (sì guadagnando…) terreno e impadronendosi di una roccaforte dopo l’altra, finché tutta la città cadeva nelle loro mani. Per uno che goda della felicità altrui non poteva esistere niente di più bello che starsene dietro la siepe di carpine la mattina in cui la posta recò la notizia che era stata praticata una breccia dal duca di Mariborough nel corpo principale della roccaforte, e contemplare la gioia con cui zio Tobia, seguito dal fedele Trim, partì anch’egli all’attacco.




L’uno con la gazzetta in mano, l’altro con una vanga sulla spalla pronto a mettere in atto il contenuto del giornale…… Che ‘onesto’ trionfo nello sguardo di mio zio mentre marciava alla volta del bastione! Che gioia intensa nuotava nei suoi occhi quando si fermò accanto al caporale e gli lesse dieci volte il capoverso, mentre questi lavorava, per timore che magari facesse una breccia troppo larga o troppo stretta….
Ma quando la ‘chamade’ rullò e il caporale aiutò zio Tobia a salire sulla terra conquistata, con le bandiere in mano sui baluardi… cielo! terra! mare… ma a che servono le apostrofi? Con tutti i vostri elementi asciutti o bagnati, mai riuscirete a comporre una droga così eccitante….
Su questo sentiero di felicità per molti anni e secoli, senza interruzione di sorta, a meno che il vento soffiasse per una settimana o dieci giorni sempre verso ovest, il che impediva al corriere di giungere dalle Fiandre con le notizie e teneva in apprensione i due, su questo sentiero, dico, zio Tobia e Trim camminarono…..

(L. Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy)

(Prosegue....)