IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

lunedì 24 aprile 2017

IL CULTO DELL'IGNORANZA (48)


















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Verità senza tempo: la scelta (47)

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Il culto dell'ignoranza (49)














Angosce e lontane visioni,
mondi con strane illusioni,
accompagnate da eterni lamenti.
Patimenti accampati per questa
Terra,
non conoscono la scienza antica
che sa di medicina:
l’arte di curare gli accidenti
predetti.
Colpa della strega
e la strana sua profezia,
oracolo del diavolo che attenta…
la povera anima mia!
La preghiera per il vero
è l’unico e sano rimedio,
contro il demonio e il suo triste
dono,
prima natura senza l’uomo.
Perché la reliquia ridona la vista,
l’osso del santo non offre
il miracolo,
per chi ancora non l’ha pregato.
L’acqua della fonte,
cantata prima dalla ninfa
poi dalla figlia segreta,
divenuta bella e santa pargoletta,
disseta non solo l’oracolo e
lo scemo del villaggio
antico sciamano,
ma anche l’intera congrega
che ora prega ugual rito
dentro una chiesa. (7)

Tutti abbiam visto la lacrima
della bella pargoletta,
vergine benedetta della mia
santa visione,
donare la vista chi ha smarrito
la speranza di un mondo migliore,
ci inchiniamo a lei madonna
d’amore.
Per questo non scordiamo
i calzari di Sant’Antonio,
perché conducono dritti al perdono.
Il bastone di San Pietro
porta dritto al convento,
l’unghia di San Filippo
cura anche la peste.
La vista della Gerusalemme
per sempre liberata,
dona a noi tutti…,
la salvezza sperata. (8)

Non sa di tutta questa
benedizione,
mercato di Nostro Signore,
l’eterno peccatore.
Non sa che il nostro amore
è questa beata illusione,
anche lei, povera strega.
Coltiviamo così la speranza
di un’altra vita
nel campo di questa semina,
il miracolo di un uomo che morì
nella nostra eterna e divina bugia,
contro ogni blasfema eresia! (9)
(G. Lazzari, Frammenti in Rima, Dialogo in-crociato)







…. Giungendo in città, la dogana gli aveva visitato i bauli frugando tra gl’indumenti sin la più insignificante minuzia, mentre nella maggior parte delle altre città d’Italia questi funzionari si contentavano che gli venissero semplicemente mostrati, e oltre a ciò gli avevano tolti i libri (o meglio, diciamo rubati… anche se poi restituiti) trovati, allo scopo di esaminarli, e questo richiedeva tanto tempo, che chi avesse dovuto servirsene poteva ben considerarli perduti; si doveva poi tener conto che i criteri erano così strani, che un libro di preghiere alla Madonna, per il solo fatto di essere parigino e non romano, risultava sospetto, e del pari quelli di certi dottori tedeschi contro gli eretici, ché – per confutarli – ne menzionavano gli errori.
Dopo alcuni mesi trascorsi nella capitale, mi vennero restituiti i Saggi, purgati secondo l’opinione dei monaci dottori (per mio conto è sempre un furto…). Il maestro del sacro palazzo aveva potuto formarsene un giudizio soltanto dalla relazione d’un frate francese, nulla comprendendo della nostra lingua, ma rimase tanto pago dalle spiegazioni da me fornite su ogni punto riprovato da quel francese, che rimise alla mia coscienza di emendare quanto giudicassi poco conveniente.
Di rimando lo supplicai di volersi attenere all’opinione di chi aveva già espresso un giudizio, riconoscendo che in alcuni casi – come l’esser ricorso alla parola ‘fortuna’, l’aver citato qualche poeta eretico, l’aver giustificato Giuliano e la riprovazione del fatto che chi prega deve essere esente da qualsiasi cattivo pensiero…..
(M. de Montaigne, Viaggio in Italia)




Sembra che nei secoli XVI e XVII, come già nel Medio Evo, bastasse la densità delle reliquie a dare un’impressione positiva, persuadendo della loro importanza e autenticità. Così agiva su un forestiero Tolosa, nella quale riposavano i corpi di ben sette apostoli.
A Colonia, oltre ai tre Re Magi, i cui corpi erano stati portati lì da Milano da Federico Barbarossa, prima che la città fosse rasa al suolo da quest’imperatore, un pellegrino pote-
va vedere le reliquie di sant’Orsola e di ben undicimila....

(Prosegue....)














lunedì 17 aprile 2017

IL RAMO INDUSTRIOSO DELL'UOMO ovvero la foglia genesi della conquista...









































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Una più profonda riflessione....















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Ovvero la foglia....















....Nei giardini di primavera...












& una più saggia camminata.....





















Il passaggio dal dominio indiano a quello europeo nel New England (come in molti altri luoghi) comportò importanti cambiamenti – ben conosciuti agli storici – nei modi in cui questi popoli organizzarono le loro vite, ma implicò anche una riorganizzazione sostanziale – meno conosciuta dagli storici – nella comunità vegetale e animale della regione.
Alle conseguenze culturali dell’invasione europea, che gli storici a volte definiscono ‘il processo della frontiera’, dobbiamo aggiungere anche quelle ecologiche…
Tutto era collegato da complesse relazioni che per essere ben comprese richiedono gli strumenti di un ecologo e quelli di uno storico. La grande forza dell’uso dell’analisi ecologica, quando si scrive di storia, consiste nella sua capacità di scoprire processi e cambiamenti di lungo termine che altrimenti potrebbero restare invisibili.
E’ particolarmente utile per valutare i cambiamenti storici nei modi di produzione: in un simile approccio, l’economia diventa, in un certo senso, un sottoinsieme dell’ecologia.




La mattina del 24 gennaio 1855, Henry Thoreau si sedette con il proprio diario a riflettere su come Concord, la sua terra natale, era stata modificata da più di due secoli di colonizzazione europea. Aveva letto da poco il libro ‘New England’s Prospect’ nel quale il viaggiatore inglese William Wood narrava il proprio soggiorno del 1633 nel New England meridionale descrivendo il paesaggio ai lettori inglesi.
Ora Thoreau tentò di stabilire quanto il Massachusetts di Wood fosse diverso dal suo. I cambiamenti sembravano veramente radicali…
Iniziò dai prati che, scrisse, ‘a quel tempo sembravano crescere più rigogliosi’. Anche le fragole, se le descrizioni di Wood erano precise, erano state più grosse e abbondanti ‘prima che i campi coltivati non le costringessero in spazi angusti’. Alcune arrivavano a misurare almeno tre centimetri di diametro ed erano così numerose che se poteva raccogliere mezzo staio in una mattina. Altrettanto abbondanti erano l’uva spina, i lamponi e, in modo particolare, i ribes dei quali, pensò Thoreau, ‘così tanti scrittori del passato hanno narrato, mentre così pochi tra i moderni ne trovano allo stato selvatico’.




Nel 1633, le foreste del New England erano state molto più estese e gli alberi molto più grandi. Sulla costa, dove gli insediamenti indiani erano stati maggiormente vasti, i boschi erano apparsi ai primi coloni inglesi più aperti, simili a parchi, senza sottobosco e senza vegetazione cedua, così comuni invece nella Concord del XIX secolo.
Per poter ammirare una simile foresta, secondo Thoreau, sarebbe stato necessario organizzare una spedizione fino al Maine, dove si trovava ‘l’unico esemplare ancora esistente di essa’.
Le querce, gli abeti, i prugni e i liriodendri erano comunque tutti, a suo dire, meno numerosi di quanto non lo fossero stati ai giorni di Wood.
Nonostante la foresta fosse stata molto ridotta al suo stato originario, la maggior parte delle specie degli alberi erano rimaste. Non si poteva dire lo stesso per gli abitanti del regno animale. L’elenco di Thoreau delle specie scomparse era desolante: ‘L’orso, l’alce, il cervo, il porcospino, il leopardo delle nevi, il lupo vorace, il castoro, e la martora’. Derivò dalle elevate capacità di cacciare, che gli osservatori inglesi avevano considerato come una forma di ‘pigrizia’. Scrivendo sui castori, William Wood ammise che ‘queste bestie sono troppo astute per gli inglesi, i quali raramente o mai riescono a catturarne qualcuno; perciò li lasciamo a quegli abili cacciatori, gli indiani cioè, il cui tempo non è così prezioso’.




Non solo se ne erano andati i mammiferi terrestri; anche il mare e l’aria sembravano più vuoti. Un tempo si potevano catturare due o trecento esemplari di pesce persico in una sola volta. La riproduzione delle alose era stata ‘quasi incredibile’. Nessuno di questi pesci era ormai presente in tale abbondanza.
Circa gli uccelli, Thoreau scrisse: ‘Le aquile sono probabilmente meno comuni; sicuramente i piccioni i fagiani sono scomparsi e i tacchini. Probabilmente allora vi erano stati più gufi, e cormorani, e poi uccelli marini in genere, e cigni’.
Se una volta Wood poteva affermare che era possibile acquistare per cena un cigno appena preso al prezzo di sei scellini, Thoreau non poteva che scrivere sbigottito: ‘Pensateci!’.
 Vi è una sorta di malinconia in questa lista di Thoreau, il lamento di un romantico per un mondo incorrotto di tempi passati e ormai perduti. Il mito di un’umanità perduta in un mondo perduto è sempre molto presente negli scritti di Thoreau, e risulta maggiormente percepibile nella sua descrizione del paesaggio antico.
Un anno dopo il suo incontro con il New England del 1633 di William Wood, Thoreau ritornò alle sue lezioni con un linguaggio più esplicitamente morale. ‘Quando penso’, scrisse ‘che qui gli animali più nobili sono stati sterminati il puma, la pantera, la lince, il ghiottone, il lupo, l’orso, l’alce, il cervo, il castoro, il tacchino e altri ancora – non posso che sentirmi come se vivessi in un paese addomesticato ed evirato rispetto al suo stato originario’.




Visto in questo modo, un mutamento nel paesaggio significava la perdita di uno stato selvaggio e di una virilità fondamentalmente spirituali nel loro significato più profondo, un segno di decadenza sia della natura sia dell’umanità. ‘Non è questa allora’, chiese Thoreau, ‘una natura mutilata e imperfetta quella che mi circonda?’.
E’ importante rispondere in modo preciso a questa domanda di Thoreau: in che modo cambiò la ‘natura’ del New England all’arrivo degli europei?
Inoltre, è adeguato parlare dei suoi cambiamenti in termini di mutilazione e di imperfezione?
Non c’è nulla di nuovo nell’affermare che la colonizzazione europea ha trasformato il paesaggio americano. Molto prima di Thoreau, naturalisti e storici avevano commentato il processo mediante il quale la ‘wilderness’ era stata convertita in una terra di insediamenti agricoli europei. Sia che scrivessero di indiani, di commercio di pellicce, di foreste o di fattorie, gli autori del periodo coloniale erano decisamente consapevoli che profonde alterazioni della struttura ecologica si stavano verificando attorno a loro.
In un brano di un suo scritto, Benjamin Rush, anticipando parzialmente la tesi sulla frontiera di F. J. Turner, per esempio, descrisse una precisa sequenza di passaggi per deforestare e civilizzare la ‘wilderness’.




‘Dalla riconsiderazione delle tre diverse tipologie di colono’, scrisse della Pennsylvania ‘risulta che vi sono alcune fasi regolari che segnano il progresso dalla vita selvaggia a quella civilizzata. Il primo tipo di colono è quasi vicino a un indiano per il modo di comportarsi. Nel secondo, i modi di comportamento da indiano sono più diluiti: è solo nel terzo tipo di colono che vediamo la completa civilizzazione’.
Sebbene il paesaggio risultasse modificato da questa supposta evoluzione sociale, il processo ‘umano’ di sviluppo – dall’indiano, a colui che disbosca, al prospero agricoltore – era il momento centrale su cui Rush focalizzava la sua attenzione.
Il cambiamento ambientale era di interesse secondario.
Per i pensatori illuministi come Rush, a ogni fase, la configurazione del paesaggio era una conferma visibile dello stato della società umana. Ambedue subivano uno sviluppo evolutivo dallo stato selvaggio alla civilizzazione. Sia che venisse interpretato come decadenza, sia che venisse interpretato come progresso, il mutamento – dalla foresta – ‘degli animali più nobili’ di Thoreau ai campi e ai pascoli del prospero agricoltore di Rush – indicava una campagna veramente trasformata, una campagna i cui cambiamenti erano strettamente legati alla storia umana che si era sviluppata al suo interno.
Nel New England, la sostituzione degli indiani con la popolazione prevalentemente europea fu una rivoluzione tanto ecologica quanto culturale, e l’aspetto umano di questa rivoluzione non può essere pienamente compreso finché rimane vincolato a quello ecologico. Per arrivare a ciò è necessaria una storia non solo di attori umani, di conflitti e di questioni economiche, ma anche di ecosistemi.




Gli animali da pelliccia del New England coloniale furono distrutti in due modi: con il prezzo posto per la loro cattura e con la perdita degli ‘habitat’ ecologici, sostituiti da un nuovo utilizzo della terra da parte degli uomini. Gli ‘habitat’, precedentemente gestiti dagli indiani tendevano a ritornare boschivi per la diminuzione della  popolazione nativa. Ma, oltre alle foreste, anche il resto del paesaggio venne modificato o ridotto – e su larga scala – dal disboscamento, un’attività alla quale i coloni inglesi, con i loro confini fissi di proprietà, dedicarono un’attenzione molto più accurata rispetto agli indiani.
Sia che le terre divenissero foreste, o che divenissero campi, le conseguenze finali furono le stesse: la riduzione – o a volte la sostituzione, come avvenne con il bestiame europeo – delle popolazioni animali che le avevano un tempo abitate. La scomparsa del cervo, del tacchino e di altri animali minacciò così non solo una nuova economia basata sulla caccia, ma anche una nuova ecologia della foresta.
I coloni tagliarono gli alberi per molte ragioni. Alcune di queste – come il disboscamento dei campi per l’agricoltura – erano funzionali all’economia rurale europea, e spesso generavano solo indirettamente legami con i mercati. Altre, come il taglio del legname, erano molto più direttamente legate con l’attività mercantile e il commercio. Insieme alle pellicce, il legname fu tra i primi ‘beni commerciabili’ inviati in Europa per saldare i debiti con i finanziatori.




Nel 1621, quando i Padri Pellegrini fecero la loro prima spedizione verso la madrepatria con il ‘Fortune’, un vascello di 52 tonnellate, inviarono solo due casse di pellicce; il resto della stiva della nave fu, come raccontò Bradford ‘caricata di buone assi quante se ne potevano trasportare’.
Ancor più delle pellicce, il cui acquisto richiedeva uno scambio di beni con i cacciatori indiani, il legname poteva essere raccolto liberamente. Teoricamente era necessario possedere la terra sulla quale cresceva, ma questa era una regola facile da eludere. Buona parte del valore insito nel legname apparve come il dono della natura, che richiedeva solo un modesto investimento di lavoro e di capitale per es-sere trasformato in profitto. Per ‘migliorare’ gli alberi da legname, e acquistarne così i diritti di proprietà, si doveva semplicemente tagliarli, segarli o spaccarli in misure maneggevoli e inviarli al mercato, il passaggio più costoso.
In alcune zone, questo venne fatto contemporaneamente al disboscamento per gli insediamenti agricoli; in altre, il taglio della legna fu di per sé un’importante attività economica. I coloni cercavano specie diverse di alberi per scopi differenti, così, quando il taglio del legname non coincideva con il disboscamento, abbattevano le foreste in modo selettivo a seconda degli usi richiesti.
Dal 1630 circa in poi, la maggiore concentrazione del commercio di legname per esportazione era situata nel Maine e nel New Hampshire, lungo i principali fiumi a nord del Merrimac. In quelle regioni, al posto delle vecchie foreste incendiate, si trovavano distese di pini con alberi che arrivavano fino a quasi a due metri, e dai trenta ai sessanta metri di altezza. Nel 1682, ventidue segherie, operanti nei luoghi delle attuali Kittery, Wells e Portland, spedivano principalmente legno dolce che, contrariamente a quello più duro, poteva galleggiare sui corsi d’acqua navigabili che giungevano fino alla costa. La foce del Piscataqua divenne rapidamente il principale porto per il legname delle colonie del nord. Le foreste non erano solo un luogo di caccia, ma ora fonte primaria per il mantenimento del potere navale dei coloni. Le terre erano ora più che mai indispensabili…

(W. Cronon, la terra trasformata)

(Prosegue...)





















mercoledì 12 aprile 2017

UN FIORE PER RICOSTRUIRE LA MEMORIA...


















Prosegue:

Il fiordetto dal dur durante detto.... (2)














Il tempo risorge e con lui magnifica Natura protetta e rinnovata quanto celebrata nella volontà di ricomporre Memoria, la comune Memoria cui pongo cotal breve miniatura anche e soprattutto nel ricordo di un Uomo morto figlio di quella Terra in cui, in nome di un comune credo perì in ugual volontà, in nome e per conto della primordiale pace di cui Ragione e Pensiero superiori all’istinto nato… Periti in medesimo Teschio, ove, in cotesto o altro regno diverso araldo e motto incidere e coniare vil moneta affine alla materia…  quantunque estraneo a qualsivoglia porta o verbo per sempre malinterpretato… nel proprio ed altrui Creato…
Ed allora non perdete speranza voi che vagate giacché la Parola dalla Natura appresa con il Tempo matura se stessa…   




E nel rimembrare tal croce rendo omaggio all’eterno sacrificio, anco con un poco d’umorismo ad Enzo così caro… Giacché in nome d’una bellissima abbazia tanto ammirata (1*) quanto sospirata nei momenti d’estrema calura la qual dall’intollerenza trema… prego nella rinascita a miglior vita che il Tempo destina in più retta accademica scienza riposta nella grammatica di tal sofferta e sudata via…
Rendo omaggio con un Fiore e ciò non venga frainteso è pur nostra cultura dall’esilio di medesima Natura… e più non prego et oso giacché la Terra se trema pur regnata da ugual elementi evoluti, ed in siffatta miniatura celebriamo quantunque Prima Eretica…ed Infinita Stagione di vita, e con essa, ogni resurrezione a miglior papa et imperator predicata e dicono conservata… in difetto d’ogni Memoria persa per cotesta o diversa Natura precipitata…




Buona Lettura… e per medesimi viandanti i quali voglion curare propri ed altrui dolori di cotesta sofferta vita o Sentiero che essa sia…  consiglio bono luogo et convento per riposare Anima Spirito (alla giusta gradazione alcolica servito) et anco lo Pensiero nonché verbo dagli scribi dispensato, rettamente et velatamente distribuito (Beatrice può godere anche d'un più degno fontanile ove maturare meravigliose sembianze al pari della indomita solare… selva sua folto bosco a noi pur sempre gradito alla vista d’un più disgraziato riparo malmente pugnato… Carlo ancor non ritornato dalle crociate indi lo prezzo stabilito dopo la giostra convenuta…). 




Troverà lì frate Raffalele buon ospizio pazientare et curare ogni appetito dallo stomoco nutrito perché sempre fu detto e per lo sempre sarà che Homo de panza anco Homo de sustanza…. Et anco dall’Anima desideroso di miglior partito… Che qui tutto è pur ito esule dall’esilio nutrito d’una disgraziata… (scusate ora frammento sì breve verbo… Cecco comanda oste fora le mura dello cancello: domanda breve piazzola per ucual esilio giacché neppur lo castello s’è salvato dall’ultima giostrata prosa sua (fu)ita dall’imperator braccata… e dallo papa accompagnata alla bolla cui poco gradita siffata Rima dallo corriere servita…  Lui ‘curato’ d’ogni Spirito taciuto governare nostra et altrui ora alla ‘parabola’ dallo ‘canone’ ben servita… et anco la bestemmia perché qui tutto Preci e Campi anco dalli lupi accompagnati neppure una prima catapecchia che la seconda è tutta dallo Ponzio governata… taccio e più non dico…)…








(1*) ….Della biblioteca eutiziana nulla è rimasto; gli ultimi codici, rubati nel 1883, furono depositati dopo il ritrovamento, nella pinacoteca di Spoleto ove ancora conservati.
Il nome dell’abbazia di S. Eutizio è legato ad un importante e rilevante documento letterario…. Un monaco vi scrisse uno dei più antichi testi in volgare. E’ una formula di confessione (che ricalca fedelmente il testo latino), definita dal Devoto ‘italiana mediana’.
Infatti alcuni elementi, come il rafforzamento delle consonanti iniziali, tipici del toscano, si accompagnano al passaggio di I atona in e (dacema per decima) ed alla metafonesi di E in I per influenza una I finale (dibbi da debbi), fenomeni sconosciuti alla lingua toscana, ma non prettamente ed esclusivamente umbri, come si può vedere da un passo della Confessione:

Me accuso de la decema et de la primitia et de

offertione, ke uno dei si ccomo far dibbi


La formula databile dopo il 1095 ed è in netto anticipo rispetto al Cantico di San Francesco o alle Laudi dei Disciplinati… 
















venerdì 7 aprile 2017

SEMPRE E SOLO UN SOL UOMO...












































Prosegue in:

Sempre e solo un sol uomo.... (da 1 a....2)














Il vero inquisitore non picchia...
Parla, intimidisce, sorprende.
Il vero inquisitore sa che un buon interrogatorio o una sana e retta inquisizione non consiste nelle torture fisiche ma nelle sevizie psicologiche che seguono le torture fisiche (di quelle ne prova il vero piacere).
Sa che col corpo ridotto a un ammasso di piaghe l’interrogato sarà felice di rifugiarsi in qualcuno che lo tormenta con le parole e basta.
Sa che dopo tante sofferenze niente come l’annuncio pacato di altre sofferenze piegherà la sua resistenza fisica e morale.
Il vero inquisitore non si mostra mai coi personaggi della commedia che ha nome Persecuzione: per rivelarsi aspetta che il sipario sia calato sul primo atto. Soltanto allora, come un regista che coordina il lavoro della sua troupe, egli interviene: graduando le domande con pazienza, studiando le risposte con intelligenza, accettando i silenzi con civiltà. Tanto a lui non importa rivelazioni straordinarie o immediate. Gli interessano piuttosto piccole notizie con cui comporre il mosaico che gli consentirà di individuare i punti vulnerabili della sua vittima, provocare in lei senso di incertezza e di paura, infine l’abbandono totale.
Per questo quando l’inquisitore si presenta, non basta rifiutargli risposte. Bisogna rifiutargli anche il dialogo, ogni forma di dialogo, e tenere il cervello all’erta. Naturalmente è difficile: le torture fisiche diminuiscono il funzionamento cerebrale. Però è necessario sforzarsi se si vuole capire dove è giunta l’inchiesta, quel che hanno scoperto o non hanno scoperto.
Occhi e orecchi aperti, dunque…
…E memoria (1*), fantasia, perché l’inquisitore non ha fantasia: è un tipo che vede il potere come un fenomeno esterno, un cumulo di mezzi per conservare lo status quo senza affaticarsi nella problematica. Non che sia un cretino o un vanitoso assetato di gloria: spesso non è sollecitato nemmeno da ambizioni personali, si accontenta di essere uno sconosciuto appena autorevole e cioè di stare nell’-anticamera del Potere.
(O. Fallaci, Un Uomo)





(1*) Inquisitore - L’inquisitore fu una figura centrale nella repressione dei reati contro la fede (intesa anche quale fede di vita circa il come concepire la propria ed altrui esistenza… nella comune materia distribuita…) in quanto rappresentante del papa, che gli delegava il proprio potere di giudicare i colpevoli di eresia. Sono fondamentali anche i suoi rapporti con i vescovi, che avevano l’autorità ordinaria di perseguire gli stessi reati nella propria diocesi e con le autorità secolari, che erano indispensabili al funzionamento dei tribunali della fede. Le funzioni, l’attività e i rapporti degli inquisitori con le autorità ecclesiastiche e civili mutarono nel tempo ed ebbero caratteristiche parzialmente diverse nei vari territori dove operarono. In questa voce si cercheranno di delineare sinteticamente alcuni degli aspetti più rilevanti della figura dell’inquisitore, in modo da offrire un quadro di riferimento generale entro cui collocare le notizie e informazioni al riguardo che sono presenti in molte voci del Dizionario, senza voler entrare nel dettaglio delle questioni e pretendere di proporre tutta la storia del sistema inquisitoriale dal medioevo a oggi.




Gli uffici medievali dell’Inquisizione: poche e insicure sono le notizie sui primi inquisitori fornite da scarsi documenti e da brevi accenni presenti in alcune cronache. Risale al 12 giugno 1227 la nomina papale a cercatori e persecutori di eretici di Conrad von Marburg e dei suoi  collaboratori. Non si trattava di un tribunale itinerante, ma di un gruppo di giudici delegati che sollecitava i vescovi a fare processi e premeva sulle magistrature secolari per l’esecuzione delle sentenze. Fino ad allora avevano proceduto nei delitti contro la fede i vescovi e, durante la crociata contro i catari in Linguadoca, dei legati pontifici, quasi tutti cistercensi.
Gregorio IX (1227-1241), pur continuando a sollecitare l’azione dei vescovi, decise di delegare sempre più ai frati domenicani il potere di agire come giudici speciali nei confronti degli eretici. Tra il 1231 e il 1238 nominò diversi inquisitori domenicani in Italia, in Francia, nel Regno di Aragona e in quello di Navarra.
Più tardi Innocenzo IV (1243-1254) con la lettera ‘Cum super inquisitione’ dell’8 giugno 1254 organizzò la rete inquisitoriale della Penisola italiana in otto distretti, che affidò in parte ai domenicani (Lombardia e Regno di Napoli) e in parte ai francescani (Marca Trevigiana, Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Lazio).




Molto scarsa e frammentaria risulta la documentazione superstite della loro azione. Notevole fu l’attività degli inquisitori in Linguadoca verso la metà del Duecento e oltre, della quale è rimasta invece una discreta documentazione. Inquisitori furono presenti in seguito anche in Inghilterra (per la repressione dei templari), in Polonia, in Portogallo e nei Paesi Bassi. All’inizio la designazione degli inquisitori rimase teoricamente in mano ai papi, ma poco a poco questo potere fu lasciato ai superiori provinciali o locali degli Ordini mendicanti.
Gli inquisitori non ebbero sempre rapporti facili con i vescovi, che si vedevano limitare e talvolta contrastare la propria autorità giurisdizionale e neppure con le autorità secolari, non di rado poco disposte ad eseguire i loro ordini, soprattutto nei primi tempi. I giudici della fede non frequentavano scuole particolari: generalmente si formavano nei normali Studia dell’Ordine cui appartenevano, erano di solito maestri in Teologia e avevano una certa conoscenza del diritto canonico e civile.
L’inquisitore costruiva la sua ‘cultura’ sul campo, cominciando talvolta come vicario e venendo quindi istruito e iniziato ai suoi compiti da colleghi già esperti. L’età minima richiesta per rivestire l’incarico, stabilita da Clemente V al Concilio di Vienne (1311-1312), era di quarant’anni. Lo stesso Concilio regolò i rapporti tra inquisitori e vescovi con le norme della Multorum querela. La situazione non sempre chiara riguardo alle nomine, alle giurisdizioni territoriali, alla competenza sui delitti contro la fede, ai limiti di intervento dei singoli inquisitori, ma soprattutto le scarse comunicazioni fra delegante e delegati, in pratica una certa mancanza di regole e di comportamenti omogenei, che dominò per quasi tutto il medioevo, mutò in parte tra il XV e il XVI secolo con la centralizzazione dei tribunali della fede che avvenne in Spagna, Portogallo e Italia.




Inquisizione spagnola e Inquisizione portoghese: Il I novembre 1478 Sisto IV (1471-1484) con la bolla ‘Exigit sincerae devotionis affectus’ fondò l’Inquisizione spagnola, autorizzando i sovrani di Spagna a nominare, ma eventualmente anche a revocare o sostituire, tre inquisitori per ogni città o diocesi del loro territorio. Cinque anni dopo fu istituita all’interno dell’Inquisizione spagnola una gerarchia che moderava il potere concesso precedentemente. A capo dell’istituzione fu nominato dal papa su proposta del re un inquisitore generale. Si formò un Consiglio generale centrale composto da tre, cinque o talvolta sette membri, che coordinavano i tribunali di distretto e nei quali nominavano da due a quattro inquisitori. Questi erano scelti, nella maggioranza dei casi, tra la piccola nobiltà: i giudici, in genere letrados, dovevano avere frequentato una delle università più prestigiose (Salamanca, Alcalá de Henares o Valladolid), terminati i loro studi in Diritto canonico e spesso anche civile nei sei Colegios Mayores e avere un’età di almeno quarant’anni, abbassata poi a trenta. Spesso iniziavano la carriera come procuratori fiscali e potevano passare man mano nelle sedi più prestigiose e talvolta entrare nel Consiglio della Suprema Inquisizione o ottenere un vescovado. Le loro competenze nella sede di distretto pare fossero minori di quelle dei loro pari grado operanti nell’Inquisizione romana e venivano regolate dalle istruzioni della Suprema emanate sin dai primi anni di attività del tribunale iberico. Non ci furono praticamente rapporti tra gli inquisitori e i vescovi nella gestione del tribunale.




Gli inquisitori normalmente risiedevano nella città principale e, a partire dall’inizio del Cinquecento, ogni anno dovevano effettuare la visita del distretto, pratica fortemente ridotta alla fine del secolo e nel primo Seicento. Essi si servivano stabilmente di commissari dislocati sul territorio per raccogliere informazioni e denunce e svolgere altre mansioni, con l’ausilio di vario personale e dei familiari.
Con la bolla ‘Cum ad nihil magis’ emessa il 23 maggio 1536 da Paolo III (1534-1549) ebbe origine anche l’Inquisizione portoghese. In essa il papa nominava tre vescovi (di Ceuta, di Coimbra e di Lamego) come inquisitori generali e concedeva al re portoghese la nomina di un quarto, scelto fra i vescovi, i religiosi o il clero secolare, laureato in Teologia o in Diritto canonico. In realtà, a guidare il tribunale fu sempre un inquisitore generale soltanto, secondo un sistema che fu ufficializzato nel 1547 dalla bolla ‘Meditatio cordis’, che segnò la fine della fase di fondazione del Sant’Uffizio. La situazione degli inquisitori dei tre tribunali del regno (Coimbra, Évorae Lisbona), molti dei quali formati in Diritto canonico, fu regolata da istruzioni simili a quelle dell’Inquisizione spagnola. A Goa, invece, dove fu attivo l’unico tribunale extraeuropeo, fu consistente anche il reclutamento di regolari. Anche nell’Inquisizione portoghese ebbero luogo le visite del distretto tra metà Cinquecento e metà Seicento, ordinate dal Consiglio generale.




Inquisizione romana: con la bolla ‘Licet ab initio’ del 21 luglio 1542 Paolo III decise di accentrare a Roma il controllo della repressione dell’eresia protestante diffusa tra parecchi alti prelati e nelle diocesi italiane e organizzò la Congregazione del Sant’Uffizio, la cui giurisdizione avrebbe dovuto ricoprire tutta la cristianità con l’esclusione dei territori spagnoli e portoghesi, ma di fatto si limitò all’Italia e a poche altre zone. Il papa nominò una commissione di sei cardinali inquisitori, cui attribuì i più ampi poteri, annullando ogni esenzione e privilegio. I cardinali delegavano i loro poteri a dei frati domenicani o francescani laureati in Teologia ed esperti in Diritto canonico, di età superiore ai trent’anni, scelti all’inizio dai superiori dei loro Ordini. Nei decenni successivi la nomina degli inquisitori venne sottratta lentamente ai superiori degli Ordini e fu effettuata direttamente dalla Congregazione, anche se probabilmente gli Ordini fornivano i nominativi di coloro che ritenevano più adeguati a tale compito. Nella maggioranza delle sedi locali gli inquisitori erano domenicani, mentre erano minori conventuali nel Granducato di Toscana e nella provincia del Santo nella Repubblica di Venezia (con l’eccezione della città di Venezia dal 1560 in poi). A Malta erano invece ecclesiastici secolari, che ricoprivano   contemporaneamente l’incarico di nunzio apostolico….























martedì 28 marzo 2017

INDICE SENTIERI PERCORSI (e quelli ancora da percorrere) (1)



















Prosegue in:

Indice Sentieri percorsi (2)  &  (3)


















5)  Il Viaggio









10)  Il drago












18)  Chicago


20)  La bamboula





21)  Ribelli

22)  il Klan











33)  Io povero pagano (1)   (2)    (3)