domenica 11 giugno 2017
RACCONTI DELLA DOMENICA: la chiesa di Shiloh (48)
Precedente capitolo:
Sul prato di Bennett: Zilpha Marsh (47)
Prosegue in:
La chiesa di Shiloh (49)
- Salve, vecchio; devi lavorare, eh?
- Oh, Ben, sei tu! Non ti avevo visto!
- Senti, io vado a nuotare. Non ti piacerebbe venire?
Ma naturalmente preferisci lavorare, vero? E' natura-
le!
...Tom lo contemplò per un pezzetto, poi disse:
- Cos'è che chiami lavoro?
- Perché, quello non è lavoro?
Tom riprese ad imbiancare e disse con noncuranza:
- Beh, forse lo è e forse non lo è. Tutto quello che so
è che pare fatto proprio su misura per Tom Sawyer.
...Altrimenti come posso completare a dovere la stac-
cionata......
Mary tirò fuori il vestito che già da due anni Tom usa-
va soltanto la domenica e che veniva comunemente
chiamato 'l'altro vestito', dal che si può dedurre l'am-
piezza del guardaroba di Tom...
La scuola di religione durava dalle nove alle dieci e
mezza; poi si svolgevano le funzioni. Due dei ragaz-
zi restavano sempre, di loro spontanea volontà a sen-
tire il sermone ed anche l'altro rimaneva sempre, ma
per ragioni più forti.
I banchi della chiesa, con i loro alti schienali senza cu-
scini, potevano ospitare circa trecento persone; la chie-
sa era una piccola e modesta costruzione con una spe-
cie di assi d'abete che fungeva da campanile.
Giunti presso la chiesa, Tom si attardò sulla soglia e si
avvicinò ad un compagno, anche lui vestito a festa:
- Dì, Bill, hai un biglietto giallo?
- Sì.
- Quanto vuoi?
- Cosa mi dai?
- Un pezzo di liquirizia ed un amo.
- Fammi vedere.
Tom esibì. Erano soddisfacenti e la proprietà cambiò
mani...
Poi Tom offrì un paio di biglie bianche per tre bigliet-
ti rossi ed alcune cianfrusaglie per due biglietti blu.
...Alla fine entrò in chiesa con uno sciame di bimbet-
te e bimbetti, tutti lindi e chiassosi; si diresse al suo
posto e cominciò subito a litigare col primo ragazzo
che venne a tiro.
L'insegnante, un grave signore anziano, pose termine
al tafferuglio poi volse le spalle per un momento e
Tom ne approfittò per tirare i capelli ad un ragazzo
seduto nel banco, ma quando quello si girò, Tom era
assorto nel suo libro; poi punse un altro con uno spil-
lo, solo per il piacere di sentirlo strillare 'Ahi!' e rice-
vette un nuovo rimprovero dal maestro.
Tutta la classe di Tom era sul suo stampo: irrequieta,
chiassosa e disturbatrice. Quando venivano a recita-
re la lezione, nessuno di loro sapeva i suoi versetti al-
la perfezione (così come il maestro li impartiva..), ma
doveva andare avanti a furia di suggerimenti.
Ogni versetto, cinque figurine....
Comunque, bene o male, qualcosa recitavano (non sa-
pevano neppure loro cosa...), ed ognuno riceveva la
sua ricompensa sotto la specie di bigliettini blu, con
sopra un versetto (talvolta una sola parola...)...della
Sacra Scrittura......
Ogni biglietto blu rappresentava il pagamento per due
versetti; dieci biglietti blu ne valevano uno rosso, con il
quale potevano venire scambiati; dieci biglietti rossi va-
levano uno giallo, e, per dieci biglietti gialli il direttore
regalava una Bibbia rilegata molto alla buona.
Quanti miei lettori avrebbero la pazienza e l'applicazio-
ne di mandare a memoria 2000 versetti, anche per una
Bibbia illustrata dal Doré.
Eppure Mary aveva già ottenuto due Bibbie in questo
modo (in seguito molto altro ancora...): era stato un la-
voro paziente di due anni (poi di tutta una vita...); ed
il ragazzo di origine tedesca ne aveva già vinte quattro
o cinque.
Una volta aveva recitato tremila versi (senza compren-
derne neppure uno...) senza fermarsi ed il maestro qua-
si svenne per un misto di gioia ed emozione (sarebbe
divenuto un ...Profeta...); ma lo sforzo era stato troppo
forte, e da quel giorno, era rimasto quasi del tutto rin-
citrullito (anche i Profeti dopo un eccesso di versetti
spesso lo diventano...).
Solo gli allievi più vecchi riuscivano a conservare i lo-
ro bigliettini (numerati) ed a perseverare nel loro te-
dioso 'mestiere' quanto era necessario per ottenere la ...
Bibbia; e così la consegna di uno di questi premi era
sempre un evento raro e memorabile, il quale era sem-
pre presenziato, oltre che dal maestro-reverendo, an-
che dallo sceriffo della contea.....
(Mi sembra doveroso aggiungere che ogni riferimento
con la 'storica' chiesa di Shiloh è da ritenersi del tutto
casuale, in quanto si sta narrando l'omonima sita nella
disgraziata....Italia....)
(Prosegue......)
venerdì 9 giugno 2017
QUESTA TERRA E' LA MIA TERRA: Avellaneda nella camera oscura... (23)
Precedenti capitoli:
Avellaneda nella camera oscura di... (22)
Prosegue in:
Questa Terra è la mia Terra... (24)
Stando alle nostre attuali conoscenze, tutta la vita dell’Universo
prospera sulla superficie del Pianeta Terra, o in prossimità di essa. Sebbene
non si possa escludere l’eventualità che in futuro venga scoperta una qualche
forma di vita altrove, nel cosmo, per ora non abbiamo solide prove che ne
dimostrino l’esistenza.
Quel che è certo è che finora né le sonde inviate sulla superficie di
Marte e di altri pianeti, né i tentativi di captare segnali radio alieni
provenienti dallo spazio hanno dato risultati positivi.
Perciò dobbiamo credere, almeno per adesso, che la vita pullulante
sotto i nostri occhi sia l’unica esistente, e che il luogo dove noi viviamo
sia, per questo aspetto, unico nell’Universo.
Che cosa rende la superficie della Terra un luogo così adatto alla
genesi della vita e al suo perpetrarsi? Probabilmente, i fattori critici
interagenti sono tre: una gamma di temperature che permette l’esistenza
dell’acqua allo stato liquido, l’abbondanza di energia luminosa visibile senza
troppe radiazioni ultraviolette e infrarosse pericolose e la particolare
composizione chimica dell’atmosfera, che contiene ossigeno.
Tutte e tre queste condizioni, essenziali per le moderne forme di vita
terrestri, si sono verificate grazie a una straordinaria attività delle piante,
che si servono dell’energia luminosa emessa dal Sole per scindere le molecole
d’acqua (H(2)O), generalmente stabili, mediante un processo detto ‘fotolisi’
che libera nell’atmosfera ossigeno molecolare gassoso (O(2)).
Poiché la molecola d’acqua contiene solo un atomo di ossigeno, e quella
di ossigeno ne contiene invece due, per ogni molecola di O(2) liberata devono
esserne scisse due di acqua. La fotolisi della molecola d’acqua è una delle
fasi della fotosintesi, il processo con il quale la pianta attinge l’energia
proveniente dal Sole per sintetizzare i nutrienti dei quali ha bisogno. Una
volta scissa la molecola d’acqua, l’idrogeno non viene liberato come gas
(H(2)), ma sotto forma dei protoni e degli elettroni che compongono ciascuno
dei suoi atomi.
Nella cellula della foglia, tali protoni ed elettroni sono infine
utilizzati per trasformare i prodotti ottenuti a partire dall’anidride
carbonica, un gas che la pianta assorbe dall’atmosfera. Combinando i
costituenti di idrogeno con l’anidride carbonica e altri componenti, la pianta
sintetizza gli zuccheri che le servono sia per costruire i propri tessuti sia
come riserva energetica.
Le piante dunque trasformano l’atmosfera terrestre, dalla quale dipende
tutta la vita esistente sul pianeta, sia liberando ossigeno sia assorbendo
anidride carbonica. Si pensa che l’atmosfera terrestre primitiva consistesse in
larga misura di idrogeno, metano, ammoniaca e acqua, nonché di una certa
quantità di anidride carbonica.
Una simile miscela risulterebbe tossica per tutte le forme di vita che
oggi conosciamo, con pochissime eccezioni. L’attuale atmosfera, invece è
caratterizzata dall’abbondanza (circa il 21%) di ossigeno libero, assolutamente
necessario a quasi tutte le forme di vita superiori; si pensa che praticamente
tutto l’ossigeno presente nella nostra atmosfera derivi dalla semplice fotolisi
dell’acqua effettuata nelle foglie delle piante.
Nella stratosfera, parte dell’ossigeno, (O(2)), viene convertita in
ozono, (O(3)), per azione della luce ultravioletta, e tale ozono stratosferico
protegge la vita presente sulla superfice terrestre assorbendo gran parte delle
pericolose radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole.
Il pianeta Marte ci offre l’esempio di un ambiente ostile alla vita,
perché privo di ozono atmosferico: l’azione dei raggi ultravioletti ha infatti
trasformato la superficie minerale di quel pianeta, generando sostanze ossidanti
e corrosive che distruggerebbero le molecole della materia vivente.
Gran parte dell’anidride carbonica gassosa nell’atmosfera primordiale
fu convertita in zuccheri dalle piante. L’odierna atmosfera terrestre, perciò,
è diversa da quella primordiale anche per il suo contenuto estremamente basso
(0,033%) di anidride carbonica. Questa alterazione della composizione chimica
dell’atmosfera evitando l’eccessivo riscaldamento della Terra dovuto al
trattenimento delle radiazioni infrarosse per effetto dell’anidride carbonica,
ha indirettamente reso possibile la presenza di acqua allo stato liquido.
Poiché tutte le cellule viventi contengono un fluido acquoso che è il
mezzo fondamentale in cui avvengono i processi metabolici, la presenza di
temperature che consentono all’acqua di esistere allo stato liquido è
probabilmente la condizione più importante perché la vita possa prosperare
sulla Terra.
Sul nostro pianeta, la diffusione delle forme viventi è limitata
soprattutto dal fattore temperatura, ed affinché la maggior parte delle forme
viventi possa sopravvivere, la temperatura del pianeta non deve aumentare in
misura tale da far evaporare l’acqua, innescando dei processi chimici
irreversibili dalle gravi conseguenze….. ed inoltre sul nostro pianeta la
diffusione delle forme viventi è limitata soprattutto dal fattore temperatura:
giacché la Terra è un corpo approssimativamente sferico con un raggio
equatoriale di quasi 6400 Km, coperto da una sottile crosta di materiale
granitico solidificato il cui spessore è mediamente compreso fra i 5 e gli 8 Km
sotto gli oceani è fra i 25 e i 50 Km in corrispondenze delle terre emerse, ed
affinché la maggior parte delle forme viventi possa sopravvivere, la
temperatura del guscio appena accennato non deve aumentare in misura tale da
far evaporare l’acqua.
I raggi solari, infatti, riscaldano la Terra, che poi re-irradia parte
dell’energia calorica assorbita rinviandola nello spazio sotto forma di
radiazione infrarossa. L’anidride carbonica, la quale è trasparente alla luce
visibile, assorbe invece radiazioni la cui lunghezza d’onda cade, appunto,
nell’infrarosso, è importante, quindi, che il livello di anidride carbonica
nell’atmosfera non diventi troppo alto, altrimenti questo ‘gas serra’ tratterà
troppa energia calorica.
Fortunatamente, le piante verdi che popolano la Terra assorbono una
quantità considerevole di anidride carbonica per utilizzarla nella fotosintesi,
e attualmente il livello di questo gas nella nostra atmosfera è aumentato in
maniera considerevole dall’inizio della rivoluzione industriale. Così la
captazione dell’anidride carbonica da parte delle piante fotosintetiche può
appena compensare la sua liberazione nel corso di processi quali la
combustione, la respirazione e il dilavamento delle rocce, sempre che l’uomo
non distrugga troppe foreste….
...Il Sole è essenzialmente un congegno termonucleare alimentato da una
reazione nella quale quattro atomi di idrogeno si fondano per formarne uno di
elio. In questo processo, una piccola quantità di massa va perduta con la liberazione
di moltissima energia, secondo la famosa equazione di Einstein, E = mc2. Parte
di questa energia colpisce la superficie della Terra sotto forma di luce
visibile. La peculiarità delle piante verdi consiste nella loro grande capacità
di assorbire e di convertire in forma chimica l’energia associata a particolari
lunghezze d’onda della luce.....
sabato 3 giugno 2017
QUESTA TERRA E' LA MIA TERRA ovvero il Sogno nel Sogno (19)
Precedenti capitoli:
L'ultimo treno per Yuma (18/17)
Prosegue in:
La tempestosa nuvola... (ovvero il clima che cambia fine ed inizio secolo) (20)
Dopo un periodo di peregrinazioni, Joseph arrivò nella lunga valle di
Nuestra Senora, e qui dichiarò il proprio domicilio…
Nuestra Senora, la lunga valle della California centrale, era verde,
oro, giallo e azzurro quando Joseph vi giunse. Il fondo pianeggiante era
immerso in alte avene selvagge e fiori di senape color canarino. Il fiume San
Francisquito rumoroso nel suo letto di roccioni attraverso l’antro della sua
piccola e stretta foresta. Due fianchi della catena costiera tenevano stretta
la valle di Nuestra Senora, da un lato riparandola dal mare, e dall’altro dai
venti violenti della grande vallata di Salinas.
All’estremo limite meridionale un passo si apriva nelle colline per
lasciar uscire il fiume, e presso il valico stavano la chiesa e la piccola
città della Vergine. Le capanne degli indiani si raggruppavano intorno ai muri
di fango della chiesa, e benché ormai questa fosse spesso vuota e i suoi santi
consunti e parte del suo tetto fosse crollato in un cumulo di rovine e le
campane rotte, gli indiani del Messico continuavano a viverci intorno, e là
tenevano le loro festività, ballavano la jota sul terreno e dormivano al sole.
Quando il suo podere fu registrato, Joseph partì per la nuova dimora.
Sotto il cappello a larghe tese i suoi occhi brillavano di eccitazione e pareva
ch’egli fiutasse avidamente la valle. Portava calzoni nuovi con un cerchio di
bottoni di rame intorno alla cintura, una camicia azzurra e un panciotto, per
la comodità delle tasche. Aveva stivali nuovi dal tacco alto e gli speroni
luccicavano come fossero d’argento. Un vecchio messicano si trascinava
penosamente entrando in Nuestra Senora. Il suo viso si illuminò di piacere
quando Joseph si avvicinò. Si tolse il cappello e si fece da un lato.
‘C’è una festa in qualche luogo?’…
…chiese cortesemente…
Joseph rise di gioia.
‘Ho cento e sessanta jugeri di terreno su nella vallata. Vado a
stabilirmici.
Gli occhi del vecchio viandante si posarono sul moschetto che stava nascosto
nella sua guaina lungo la gamba di Joseph.
‘Se vedete un daino, senor, e se lo uccidete, ricordate il vecchio
Juan’…
Joseph proseguì, ma gridò di sopra alla spalla:
‘Quando la casa sarà costruita darò una fiesta. Mi ricorderò di voi,
allora, vecchio Juan’…
‘Mio genero suona la chitarra, senor’…
‘Allora verrà anche lui, vecchio Juan’…
Il cavallo di Joseph procedeva svelto, scivolando con gli zoccoli tra le fruscianti foglie di quercia, i ferri risuonavano contro le pietre sporgenti. Il sentiero correva attraverso il bosco che seguiva il fiume. Mentre cavalcava, Joseph era timido e pure impaziente, come un giovane che vada di nascosto ad un appuntamento con una bella donna e per di più avveduta. Era un po’ stordito e oppresso della foresta di Nuestra Senora. C’era una strana femminilità nelle fronde e nei ramoscelli allacciati nella lunga grotta verde che il fiume tagliava tra gli alberi e nel lucente sottobosco. Le infinite navate verdi, i recessi e le alcove parevano avere un significato oscuro e promettente come simboli di un’antica religione.
Joseph rabbrividì e chiuse gli occhi…
‘Forse sono ammalato’…
…disse!
‘Quando aprirò gli occhi vedrò che tutto ciò è delirio e febbre’…
Mentre andava avanti lo prese il timore che questa terra fosse solo
l’immagine di un Sogno nel Sogno e che si sarebbe dissolta in un mattino
asciutto e polveroso. Un ramo di manzanita gli fece cedere il cappello che andò
in terra, e quando scese di cavallo Joseph distese le braccia e si chinò per
accarezzare la terra con le mani. Sentiva il bisogno di scuotersi per uscire da
quello stato d’animo. Sollevò lo sguardo alle sommità degli alberi dove il sole
splendeva sulle foglie frementi o il vento cantava roco.
Quando salì di nuovo in sella sentì che non avrebbe mai potuto perdere
l’amore della terra. Il cuoio scricchiolante della sella, il tintinnio delle
catenelle degli sproni, lo sfregare della lingua del cavallo sul rullo del
freno erano accordi in maggiore sul pulsare della terra. Joseph s’accorse
ch’era stato ottuso e ora s’era fatto sensibile, s’era svegliato dopo un lungo
sonno. Nella profondità della sua mente c’era la sensazione di essere un
traditore. Il passato, la sua casa e tutti gli averi della sua infanzia stavano
per smarrirsi, ed egli non si scordava che doveva ad essi un ricordo.
…Se non stava attento questa terra lo avrebbe posseduto per intero…
…Ora il sentiero costeggiava una lunga collina protetta da fitti
arbusti arruffati che persino i conigli dovevano farsi delle piccole gallerie
per attraversarli. Il sentiero varcava a fatica la lunga e stretta sommità e
giungeva a una cintura di alberi, querce rosse e verdi e querce bianche.
Tra i
rami degli alberi un minuscolo fiocco bianco di nebbia apparve e navigò
delicatamente proprio sulla vetta degli alberi. Un momento dopo, un altro lembo
tralucente lo raggiunse, poi un altro e un altro ancora. Veleggiarono un poco
come fantasmi semimaterializzati, diventando sempre più grandi finché
improvvisamente raggiunsero una colonna d’aria calda e salirono in cielo per
mutarsi in piccole nubi.
Su tutta la valle le molte nuvolette bianche salivano e si formavano,
come spiriti di morti che sorgessero da una città dormiente. Sembravano
dissolversi contro il cielo, ma per esse il sole perdette il suo calore. In
cima alla sommità c’era un ammasso di alberi giganti di madrone, e Joseph vide
con stupore che essi parevano fatti di carne e muscoli. Levavano in alto membra
rosse come carne scorticata, e contorte come corpi messi alla tortura.
Joseph seguitando a cavalcare, posò la mano sul ramo e lo sentì freddo,
liscio e duro. Ma le foglie all’estremità delle orribili membra erano
verdissime e lucenti. Spietati e terribili, gli alberi di madrone.
….Gridano di dolore quando bruciano…
Joseph raggiunse la sommità e guardò in basso le praterie della sua
nuova proprietà dove le avene selvagge si muovevano in onde argentee sotto un
venticello, e dove le chiazze azzurre dei lupini si stendevano come ombre in
una chiara notte lucente, e i papaveri sulle colline laterali erano larghi
raggi di sole.
Si alzò per vedere le lunghe praterie in cui gruppi di querce stavano
come perpetue assemblee che governassero il paese. Il fiume con la sua maschera
di alberi si tagliava un cammino contorto scendendo la valle. Poteva scorgere a
due miglia di distanza, di fianco a una solitaria quercia gigante, la macchia
bianca della sua tenda piantata là e poi lasciata da quando era andato a
dichiarare il suo podere.
…Stette a lungo lassù…
Mentre guardava la valle, Joseph sentì invadersi le vene da un caldo
fluido d’amore.
‘E’ terra mia’…
…disse semplicemente, e i suoi occhi brillarano di lacrime e il
cervello gli si empì di meraviglia all’idea che gli appartenesse.
C’era in lui pietà per l’erba e per i fiori; sentiva che gli alberi
erano creature sue e sua creatura la terra. E per un istante, gli parve di
esser sospeso in alto e di guardare giù in basso.
‘E’ mia’
…disse ancora…
…‘E devo averne cura’…
…Il viottolo lasciò di nuovo il fiume, e mentre Joseph si avvicinava
alla sua tenda le nuvole si mossero di nuovo all’indietro da Ovest ad Est come
una cortina di lana grigia, il sole al tramonto scintillò sulla campagna
lavata, splendette sui fili d’erba e lasciò faville sulle gocce nascoste nel
cuore dei fiori di campo. Dinanzi alla sua tenda Joseph saltò a terra, tolse la
sella dal cavallo strofinandogli la groppa e le spalle bagnate con un panno
prima di lasciare che l’animale stanco cominciasse a brucare.
…E restò sull’erba umida di fronte alla sua tenda…
Il sole al tramonto scherzava sulle sue tempie abbronzate e il vento
della sera gli scompigliava la barba. Il desiderio del suo sguardo divenne
rapacità mentre guardava in basso la lunga valle verde. La sua fame di possesso
per la Natura si fece passione.
E’ mia cantava…
‘Fino giù in fondo è mia, fino al centro della Terra’…
Pestò col piede la terra soffice. Poi la sua esultanza divenne un acuto
spasimo che gli passò attraverso il corpo come un fiume ardente. Si gettò
sull’erba e accostò la guancia agli steli bagnati. Le sue dita afferrarono l’erba
bagnata, la strapparono e la strinsero ancora. I suoi fianchi batterono
pesantemente la terra.
La furia lo abbandonò, e rimase freddo, stupito e spaventato di se
stesso. Si levò a sedere e si asciugò il fango dalle labbra e dalla barba.
‘Che è stato?’…
…si chiese…
‘Che cosa mi ha preso?…Posso avere un bisogno così grande’…
Cercò di ricordare con precisione quello che era avvenuto. Per un
attimo la terra era stata la sua donna.
‘Avrò bisogno di una donna’…
…disse…
‘Sarò troppo solitario qui senza una donna’…
Era stanco.
Il suo corpo era indolenzito come se avesse sollevato una roccia e quel
momento di passione lo aveva spaventato….
(J. Steinbeck, Al Dio sconosciuto)
(J. Steinbeck, Al Dio sconosciuto)
venerdì 2 giugno 2017
L'ULTIMO TRENO PER YUMA con coincidenza per Los Angeles (17)
Precedenti capitoli:
Il Nulla degli Ambasciatori (16)
Prosegue in:
Coincidenza per Los Angeles (provenienza 'ultimo treno per Yuma'...) (17)
Avvolsi
i miei pennelli in una vecchia camicia e li infilai nella tasca
posteriore dei calzoni. Leggevo una lettera sul pavimento della baracca,
e di tanto in tanto riflettevo su me stesso…
posteriore dei calzoni. Leggevo una lettera sul pavimento della baracca,
e di tanto in tanto riflettevo su me stesso…
Sì parto me ne vado sono un Don Chisciotte anch’io…
E questa giornata è proprio l’ideale per mettersi in viaggio…. Erano circa le tre del pomeriggio. Mi tirai
dietro la porta sfasciata e la chiusi alla meglio che potevo. Poi puntai verso
ovest e camminai per un po’, attraversando i binari e oltrepassando un
magazzino di carbone. Cara vecchia Pampa, sono arrivato qui nel
1926. Mi sono spezzato la schiena per te, ma non ho cavato un ragno dal
buco. Da allora sei cresciuta, ti sei estesa oltre i campi. All’inizio eri solo
quattro case, un paese di allevatori e contadini, poi col boom del petrolio ti
sei ingigantita e nel giro di undici anni hai concluso la tua parabola morendo….
Un camion della birra di tre o quattro tonnellate frenò e l’autista (con
una donna grossa con il volto grassoccio) gridò:
‘Per Dio volevo ben dire che fossi tu, Woody! Dove te ne vai di bello? Ad
Amarilla? Devi dipingere delle insegne?’…
Il camion si rimise in moto con un salto mentre l’uomo sputava fuori dal finestrino.
‘Vado in California. Ho deciso di farla finita con quest’accidenti di
polvere! E poi non lo sai? Ha vinto il commercio noi viandanti della Natura
dobbiamo pur recitare una nuova poesia e con lei una canzone non ti pare?...
‘una bella scarpinata, una bella sfida mi sembra! Comunque una partita persa!'…
‘Basta seguire la strada fino in fondo! E non ho intenzione di voltarmi
indietro a costo di finire su in cima sino al Teschio!’…
‘Caspita! E non dai neanche un’ultima occhiata a tutta questa
meravigliosa Natura?’…
Guardai fuori dal finestrino e la vidi sparire in lontananza. In quella
parte della città c’erano solo baracche stanche dall’aria disabitata. Lì non c’era
più posto per molti di noi. Le trivelle segnavano su tre lati i confini della
città, e c’erano le raffinerie che all’inizio mandavano un buon odore e che
invece ora puzzavano: quelle raffinerie nere come il carbone che sputavano fumo
e veleno lungo l’orizzonte peggio di dieci vulcani, e la polvere nera e fine si
posava sull’erba e sul grano tenero che spuntava appena, accarezzato dal vento
di maggio….
Ovunque camioncini e automobili come mandrie di bestiame. Ma il cielo era
limpido e luminoso, e mi pareva di lasciare il posto più bello e più brutto del
mondo.
‘Ho sentito dire che gli abitanti sono diminuiti di qualcosa come
16.000 unità’, dissi.
‘Già sembra proprio che la polvere si stia portando via anche le
persone!’, disse il camionista.
Poi a scossoni attraversammo un altro passaggio a livello e lo sentii
aggiungere:
‘Ricordo quando un sacco di gente veniva soltanto per vedere il cinema.
Adesso è come se la città si ritirasse a poco a poco!’…
‘Non mi dicono niente di bello quelle nuvole minacciose laggiù verso
nord’…
‘E’ un brutto periodo, questo, per quelli che vivono a nord. Certe
volte scoppia una tempesta all’improvviso. Hai dei soldi con te?'...
‘No!’….
‘E come pensi di sopravvivere?’…
‘Con le insegne che altro possiamo fare ha vinto il commercio non ti
pare?’….
‘E com'è che non ti porti appresso la chitarra?’…
‘Me la sono impegnata la settimana scorsa’...
‘Mi chiedo come farai a dipingere insegne in qualche maledetto paesino del Nord, con la temperatura che oscilla intorno allo zero. Ecco:...ti devo lasciare qui’…
‘Mi hai già risparmiato un bel pezzo di strada. Grazie tante…’…
Chiusi la portiera e mi tirai indietro, restando a guardare il camion
che deviava dalla strada principale; rimbalzando per una strada di campagna. Il
camionista non mi aveva salutato, né aggiunto altro. Strano pensai. Che brutte
nuvole. Ad ogni modo sono già a sette chilometri dalla città e non è il caso di
tornare indietro.
Ma che diavolo ho nella tasca della camicia?
Che mi venga un accidente: un biglietto da un dollaro.. Ecco perché non
ha detto una parola. C’erano due case, una da una parte e una dall’altra, e io rimasi
per un attimo in dubbio su quale delle due fosse quella del pastore. Trovata la
casa bussai per cinque minuti ma nessuno si svegliò; così quasi vergognandomi,
me ne andai camminando in punta di piedi sul marciapiede accidentato, e girai l’angolo.
Arrivai in una strada di affari.
I negozi si stiracchiavano completamente svegli. Gironzolai pian piano,
guardando nelle vetrine i vestiti belli caldi ma troppo costosi, e i dolci ancora
fragranti e profumati di zucchero,ammonticchiati e pronti per le consegne.
Un grosso poliziotto mi seguì per una cinquantina di metri tenendomi d’occhio,
controllando ogni movimento che facevo. Mi voltai e lui sorrise. Disse:
‘Buongiorno’.
Contraccambiai il saluto…
‘Sta andando a lavorare?’…
‘No, veramente sto cercando lavoro. Vorrei trovare qualcosa e fermarmi
in città, dipingo insegne’…
Guardò la strada oltre la mia testa, dove un automobilista mattiniero non
aveva rispettato uno stop e disse:
‘Di questi tempi, da queste parti lavoro non se ne trova’…
‘Di solito sono abbastanza fortunato. So fare l’impiegato, il commesso,
il cameriere, e anche dipingere cartelli’…
La sua voce risuonò chiara nell’aria rarefatta:
‘Qui morirai di fame. O te la vedrai brutta!’.
‘Brutta?’…
‘Ho detto proprio brutta'...
‘Vuol dire che mi metterò nei
guai?’…
Annuì. Sì, intendeva proprio
guai.
‘Che tipo di guai? Sono
abbastanza bravo a tenermene alla larga’…
‘Sta’ a sentire, ragazzo. In questa città per essere nei guai basta non
avere un lavoro. Capisci? E di lavoro non ce n’è. Perciò nei guai ci sei già’…
Poi aggiunse con un sogghigno come un macigno da energumeno:
‘ ...Noi, cani rognosi come te non ne vogliamo in questa città ...hai capito
bene ...figliolo!’…
Non trovai lavoro come ben ricordate per chi conosce la storia anche se
parlano e parlano lavoro per tutti e di tutti i gusti sembra una pubblicità di
cui sto dipingendo l’insegna, così mi avviai verso la ferrovia i treni
fischiavano a squarciagola, e c’era già una lunga fila di vagoni organizzati e
pronti a partire. Centodieci vagoni significava quasi sicuramente che si
trattava di uno di quelli veloci, e con diritto di precedenza.
Un ragazzo negro dall’aria esausta si affrettava sui binari, alla
ricerca di un vagone frigorifero per calarcisi dentro. Ma ad un certo punto
decise che non aveva più tanta fretta e si fermò accanto a me.
‘Prendi anche tu questo treno’, gli chiesi.
‘Già sono appena arrivato e subito devo ripartire. Non ho neanche avuto
il tempo di rimediare un boccone. Vorrà dire che mangerò quando arrivo!’…
I suoi sbiaditi abiti da lavoro color cachi erano inzuppati di sudore.
Era tutto impiastricciato di fumo, fuliggine e polvere. Fece una corsa verso
una pozza d’acqua pulita e stendendosi supino cominciò a succhiare tutta
l’acqua che poteva. Poi tirò un bel respiro e ritornò, pulendosi con un
fazzoletto a scacchi sporco come la strada; quindi, visto che adesso il
fazzoletto era bagnato e fresco, se lo legò intorno alla fronte fissandolo con
un grosso nodo sulla nuca. Poi mi guardò dal basso in alto e disse scuotendo la
testa:
‘E’ per non far colare il sudore’…
Era un vecchio trucco dei vagabondi. Lo conoscevo anch’io, ma non
possedevo un fazzoletto. Il caldo si faceva sempre più insopportabile. Gli
chiesi:
‘Quando è stata l’ultima volta che hai mangiato?’…
‘A El Paso. Un paio di giorni fa’…
La mia mano non mi consultò prima di muoversi, anche se comunque io non
avrei fatto obiezioni: tirai fuori dal maglione il sacchetto e glielo porsi.
Era ancora caldo, e sapevo esattamente cosa si doveva provare a mettere le mani
su quella cosa calda ed appetitosa. Affondò i denti nel panino e si sfamò…
…Man mano che il treno acquistava velocità ed il vento aumentava,
sventolavamo i cappelli salutando le macchine di passaggio.
‘Arrivederci! Tanti saluti! Che Dio vi benedica!’…
Poi osservai i due coperchi delle buche frigorifere della mia carrozza:
erano chiusi così bene che non sarei riuscito ad aprirli neanche con l’aiuto di
una coppia di cavalli e da queste parti cavalli e muli non mancano di certo, e
non passò molto tempo che altri due viaggiatori misero la testa dentro al buco,
strillando:
‘C’è nessuno?’…
Rispondemmo urlando:
‘Siamo in due! Ma c’è posto per altri…’….
….D’un tratto tutti si zittirono! Abbassammo la testa, e voltandoci
bisbigliai:
‘Sparpagliatevi! State giù! Ehi, butta via quella cicca e tu il libro e
tu quella Poesia, e tu non parlare in Rima, tu in fondo non fiatare con la Luna
e non dialogare con la Natura, e tu cerca di non sognare è arrivato quell’uomo
grasso e grosso come e più di un fagotto… E’ uno strano tizio mascherato ma
tutti noi lo conosciamo come il peggiore aguzzino ed in vero è ora accompagnato
da tre uomini con le pesanti uniformi delle ferrovie, ci raggiunsero in meno
che non si dica a loro poco e nulla sfugge circa questa ed altra vita… Solamente
ora siamo in questo treno e presto arriveremo'…
…Loro con le lanterne abbaglianti e le torce puntate strillarono ed
urlarono e il più grosso di tutti dalle sembianze di un fagotto era il più
agitato scaricava pesanti e ingombranti casse di legno e per il vero nei secoli
tutti indistintamente dal negro all’orientale lo ricordano… Non ha un volto non
ha un nome compare puntuale su questa ed ogni altro vagone con la quale
attraversiamo i binari morti di questa Poesia… di questa Canzone…
A vederlo è un enorme fagotto che scarica il letame del suo ed altrui
peso! A guardarlo è solo uno schiavo, abbiamo pensato io ed il mio amico che ha
appena cambiato colore... Uno schiavo con un padrone ma ad osservarlo è solo un
enorme fagotto ed un inutile contorno con tanto troppo rumore…
Un fagotto della innominata Compagnia!
Del resto che pretendiamo viaggiamo su un vagone merci della sua linea…
‘Dove siete diretti e che pensate di pensare clandestini?’…
Ancora silenzio giacché il fagotto ancora non ha mosso il proprio peso…
‘Che vi succede? Siete tutti sordomuti non avete udito Contener
il mio amico? Non c’è nessuno che sappia rispondere?'...
Da quel che potevamo vedere i tre custodi della linea portavano la
pistola bene in vista, non si poteva fare a meno di notarla. Tenevano una mano
appoggiata sul calcio, e fagotto, anzi scusate, ora che conosco il suo nome, Contener,
teneva una mano appoggiata sul calcio e con l’altra la torcia illuminata almeno
da questa distanza pare una torcia: si accende e spegne e tutti indistintamente
abbiamo notato che i due tappi sulle tempie o forse sulle orecchie: non vedo
bene anch’io un po’ di paura, il nero invece è quasi sbiancato…
Alcuni riuscirono a scappare, disubbidendo all’alta delle guardie. I
pochi rimasti furono sottoposti ad un breve interrogatorio… Sotto l’occhio
vigile di Contener si intende!
‘Dove sei diretto!’
‘A Yuma’…
Cercai anch’io di entrare nel giro visto che da pittore degradato ad
imbianchino delle insegne del progresso in nome e per conto del commercio… ciò è
sottointeso…
Per farla breve ci circondarono!
E ragazzi non è certo un bel Viaggio credetemi accompagnato da questa porto
e comandato per di più da Contener…
‘Sì lo ammetto stiamo sul binario morto per Yuma o forse “l’ultimo
treno per Yuma”, insomma anche noi non certo commedianti per non arrecare torto
al Don della stazione precedente… ma con noi non alberga di sicuro la morte ci
dev’essere uno strano costume in questa scena ed impone che pur se Poeti
dobbiamo anche un po’ recitare altrimenti Contener ci degrada all’ultimo
convoglio e poi direttamente alla stiva e da questa fino alla baleniera dove
ancora cerca la sua ed altrui vendetta...
Il nero non ricorda la scena e continua nella preghiera…
Sì! Siamo qui per Yuma e penso che non abbiamo neppure sbagliato
coincidenza…
…Non vedete siamo tanti e tutti ben relegati anche se la comparsa per
questa scena non si addice alla nostra statura. E’ questione di immagine.
E’ questione di fantasia.
E’ questione di effetti che da ciò ne deriva…
Il nostro è miracolo nel sogno della vita il vostro uno strano artifizio
che ruba il sogno e ci butta giù dal vagone dell’infinita linea…
Un sogno recitato di fretta per quest’ultimo treno per Yuma come le
dicevo caro Contener… abbia pietà della nostra sfortuna ci faccia arrivare fino
a Yuma…
Iscriviti a:
Post (Atom)


































