IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 10 febbraio 2021

LA POLVERE GIALLA (3)

 










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Sull'Himalaya (1/2)


Prosegue con...:


La polvere gialla (4)









& con l'intero Capitolo da cui 


il paragrafo tratto (Le Tre Visioni)








Fin dai tempi più antichi i popoli del subcontinente indiano credettero il Tibet una terra favolosamente ricca di oro. Ciò perché la maggior parte dei grandi fiumi che scendono dagli altipiani tibetani trasportano a valle polvere d’oro, e per secoli coloro che sono vissuti lungo le rive di questi corsi d’acqua hanno setacciato il limo alla ricerca del metallo luccicante.




 In Europa, questa convinzione che il Tibet fosse un El Dorado asiatico si può far risalire a Erodoto, il padre della storia e il primo scrittore in Occidente a citare questa terra chimerica a nord dell’India. Circa quattro secoli prima della nascita di Cristo, aveva scritto di grandi formiche che vivevano nel deserto lassù e scavavano montagne di sabbia piena d’oro. Tant’è che nel vicino Ladakh l’oro è stato chiamato l’oro della formica fino a tempi relativamente recenti, nella convinzione che questi insetti, smuovendo il terreno per costruire i loro formicai, a volte portassero alla luce le pepite.




 L’appetito britannico per l’oro tibetano era stato stimolato per la prima volta nel 1775, quando il Panchen Lama aveva inviato in dono a Warren Hastings alcuni lingotti e della polvere d’oro. Con il ritorno di Nain Singh dal Tibet, si era risvegliato all’improvviso Tra le informazioni che Nain riferì, infatti, vi erano voci sull’esistenza di bacini auriferi in varie parti del paese. Inoltre, egli aveva visto con i propri occhi nei templi di Lhasa e di Shigatse molti Buddha riccamente coperti d’oro e altri oggetti d’oro. Ma aveva anche appreso che i tibetani erano riluttanti a sfruttare i loro bacini auriferi per via della curiosa convinzione che le pepite contengano vita e siano i progenitori della polvere d’oro. Interferire con le prime, essi credevano, avrebbe interrotto la fornitura della seconda e di conseguenza impoverito il loro paese. Se qualcuno scavava per sbaglio una pepita, immediatamente la seppelliva di nuovo.




Una simile superstizione esisteva anche riguardo all’argento, e Nain Singh sentì parlare di un cinese cui non molto tempo prima erano state amputate le mani, quando le autorità avevano scoperto che aveva scavato gran quantità di minerale argentifero da una collina sei chilometri a sud della capitale. Ma il pandit venne anche a sapere che, a condizione che fossero abbastanza lontani dalla capitale e da altri centri  religiosi, era permesso sfruttare determinati bacini auriferi, come in effetti accadeva.

 

Montgomerie era deciso a scoprire la verità riguardo a questi leggendari bacini auriferi. I più vicini tra quelli attivi sembrava si trovassero nei pressi di una piccola città del Tibet occidentale chiamata Thok Jalung. Ammesso di superare l’ostacolo delle guardie di frontiera tibetane, il modo più facile per raggiungere questa regione desolata era dal Ladakh, a ovest, una zona che Montgomerie conosceva forse meglio di tutti. Per nove anni era stato a capo delle operazioni di compilazione delle mappe per il Survey of India nella zona del Kashmir, che includeva anche la regione del Ladakh. Nell’insieme essa abbracciava un’area di circa centottantamila chilometri quadrati, ostruita da montagne e, nel corso di gran parte del lavoro di ricognizione, piena zeppa di soldati ammutinati. Senza la perdita di neppure una vita, Montgomerie era riuscito a completare questa mappa di importanza cruciale entro il 1864, e a vincere in virtù di ciò l’ambita medaglia d’oro della Royal Geographical Society.




Ma sapeva meglio di tutti con quanta attenzione i tibetani controllavano la frontiera con il Ladakh, essendo molto sospettosi delle attività dei topografi inglesi alle pendici dei loro valichi. Decise, dunque, di infiltrare nel Tibet i suoi uomini - questa volta sarebbero stati in tre - attraverso il passo Mana, ad oltre cinquemilaseicento metri di altitudine, ancora una volta travestiti da mercanti bisahari. Scelse per capo il brillante Nain Singh, e come suoi compagni il cugino Mani e un terzo pandit addestrato di recente. Essi raggiunsero il passo Mana nel giugno 1867, per scoprire che era ancora bloccato dalla neve. Appresero anche che ogni anno il passo doveva essere aperto ufficialmente dai tibetani dopo che si fossero accertati che nulla di avverso - come guerre, pestilenze o carestie – fosse in corso sul versante indiano.




Il mese successivo i tibetani aprirono formalmente il passo e i tre pandit si misero in cammino insieme con otto servitori che avevano assoldato durante l’attesa. Erano bene armati e pronti a respingere le bande di briganti che terrorizzavano questa regione selvaggia e poco controllata. Alla frontiera il loro bagaglio fu attentamente ispezionato dai funzionari doganali tibetani senza che riuscissero a trovare gli strumenti di rilevazione nascosti. Arrancando in mezzo alle montagne desolate in direzione di Gartok, attraversarono il fiume Sutlej su un ponte sospeso a catene lungo oltre venti metri che così sosteneva la leggenda locale, era stato costruito da Alessandro il Grande più di duemila anni prima. Largo più di due metri e sospeso dodici metri al di sopra delle acque turbolente, le sue grandi catene di ferro erano forgiate con anelli a forma di 8 lunghi trenta centimetri. Per evitare che si arrugginissero, ogni anno erano attentamente lubrificate con burro di yak.




 Alla fine, attraversati due passi molto alti, a oltre cinquemilasettecento metri, e un altro a quota cinquemilatrecento, i pandit raggiunsero un grande accampamento di nomadi. Qui, in un primo momento, il capo tribù mise in dubbio la loro pretesa di essere mercanti bisahari che vendevano coralli e speravano di comprare lana tibetana per farne scialli destinati al mercato indiano, ma, con l’aiuto di doni, il persuasivo Nain Singh, sempre pieno di risorse, riuscì più o meno a convincerlo e a lasciarli proseguire. Tuttavia a   garanzia del loro ritorno dovettero lasciare in ostaggio lo sfortunato Mani. Usciti che furono dal campo, Nain Singh spedì il terzo pandit a compiere rilievi lungo il fiume Indo, risalendone il corso il più possibile, mentre lui, dal canto suo, si diresse a est verso i ricchi bacini auriferi che si diceva esistessero dalle parti di Thok Jalung.




Quando ormai si avvicinava a quella regione remota, contando ogni passo come al solito, Nain Singh iniziò a udire il suono misterioso di molte voci che cantavano in lontananza. Si rivelarono poi essere le voci dei minatori e delle loro famiglie, che cantavano per tenere alto il morale, oltre che per riscaldarsi in quella piana desolata battuta dal vento. Malgrado fosse solo agosto, il pandit confessò in seguito a Montgomerie di non aver mai sofferto tanto freddo in tutti i suoi viaggi. Per fortuna l’astuto Nain Singh si era dato la pena di scoprire in anticipo le particolari preferenze del capo della miniera, un funzionario proveniente da Lhasa. Malgrado ciò, costui, pur palesemente compiaciuto del fatto che il pandit gli avesse regalato del tabacco indiano della migliore qualità, era assai sospettoso nei suoi confronti, e lo esortò a portare a termine qualsiasi faccenda avesse da sbrigare in città e ad andarsene il prima possibile.




Disse a Nain Singh che un’ordinanza bandiva tutti i Bisahari dalla regione. Ma, per un colpo di fortuna, sua moglie scoprì che Nain Singh commerciava in coralli, per i quali lei aveva un debole, e persuase il marito a comprarglieli in cambio di oro. Egli allora divenne meno sospettoso nei confronti del pandit e parlò liberamente con lui della vita e del lavoro nei bacini auriferi, che i calcoli discreti di Nain Singh rivelarono trovarsi a quasi cinquemila metri sopra il livello del mare. A causa dei venti terribili che sferzavano quell’altopiano inospitale, i minatori, vestiti di stracci, vivevano in tende di lana di yak piantate in apposite buche, un buon paio di metri sotto il livello del terreno. I loro scavi in cerca di oro, sparsi per oltre un chilometro, erano realizzati con pale dal manico lungo, fino a una profondità di oltre sette metri. Un ruscelletto che attraversava utilmente il sito era usato per lavare l'oro dalla terra di scavo.




Il bacino aurifero di Thok Jalung parve a Nain Singh estremamente produttivo, ed egli notò una pepita del peso di almeno un chilo. Notò anche un certo numero di bacini auriferi abbandonati nelle vicinanze, e apprese che ce n’erano molti di più tra Thok Jalung e Gartok, centotrenta chilometri più in là. A Nain Singh fu spiegato che qualsiasi tibetano lo desiderasse poteva scavare i bacini auriferi di Thok Jalung pagando al governo la cosiddetta tassa del cercatore d’oro. Apprese anche, fatto alquanto sorprendente che in inverno il numero dei minatori aumentava in modo considerevole, fino a raggiungere quasi le seimila unità, il doppio dell’estate. Il motivo era che in estate il suolo a volte crollava in testa ai minatori, rendendo il lavoro molto pericoloso, mentre in inverno era congelato e dunque più sicuro.


(Prosegue con la seconda parte del paragrafo)


(&  il capitolo - o visione - completa)









domenica 7 febbraio 2021

COSA E' SUCCESSO SULL'HIMALAYA?!

 










Prosegue con...:








L' "Ode del Carbonaro dimenticato" (2)








Mentre una parte del ghiacciaio Nanda Devi si è interrotta domenica nel distretto di Chamoli nell’Uttarakhand, portando a massicce inondazioni (GUARDA IL VIDEO), uno studio pubblicato nel 2019 aveva avvertito che i ghiacciai himalayani si sono sciolti due volte più velocemente dall’inizio di questo secolo a causa dei cambiamenti climatici.

 

Il crollo del ghiacciaio a Joshimath domenica ha portato a una massiccia inondazione nel fiume Dhauli Ganga e ha causato devastazioni su larga scala nella parte superiore dell’Himalaya ecologicamente fragile.




Lo studio del 2019, che copre 40 anni di osservazioni satellitari in India, Cina, Nepal e Bhutan, indica che il cambiamento climatico sta divorando i ghiacciai dell’Himalaya, come hanno previsto i ricercatori.

 

Lo studio, pubblicato sulla rivista Science Advances nel giugno 2019, mostra che i ghiacciai hanno perso l’equivalente di più di un piede verticale e metà di ghiaccio ogni anno dal 2000, il doppio della quantità di scioglimento avvenuta dal 1975 al 2000.

 

‘Questo è il quadro più chiaro ancora di quanto velocemente i ghiacciai himalayani si stanno sciogliendo in questo intervallo di tempo, e perché’,




 …ha detto Joshua Maurer, un dottorando presso la Columbia University negli Stati Uniti.

 

Sebbene non siano stati calcolati specificamente nello studio, i ghiacciai potrebbero aver perso fino a un quarto della loro enorme massa negli ultimi quattro decenni, ha affermato Maurer, autore principale dello studio.

 

I dati indicano che lo scioglimento è coerente nel tempo e nello spazio e che la colpa è dell’aumento delle temperature, hanno detto i ricercatori.

 

Le temperature variano da luogo a luogo, ma dal 2000 al 2016 sono state in media di un grado Celsius più alte di quelle dal 1975 al 2000, hanno detto.




I ricercatori hanno analizzato le immagini satellitari ripetute di circa 650 ghiacciai che si estendono per 2.000 chilometri da ovest a est.

 

Molte delle osservazioni del 20° secolo provenivano da immagini fotografiche declassificate scattate dai satelliti spia statunitensi.

 

Hanno creato un sistema automatizzato per trasformarli in modelli tridimensionali (3D) che potrebbero mostrare le altitudini mutevoli dei ghiacciai nel tempo.

 

I ricercatori hanno quindi confrontato queste immagini con i dati ottici successivi al 2000 provenienti da satelliti più sofisticati, che trasmettono in modo più diretto i cambiamenti di elevazione.




 Hanno scoperto che dal 1975 al 2000 i ghiacciai di tutta la regione hanno perso una media di circa 0,25 metri di ghiaccio ogni anno a fronte di un leggero riscaldamento.

 

A seguito di una tendenza al riscaldamento più pronunciata a partire dagli anni 90, a partire dal 2000 la perdita è accelerata fino a circa mezzo metro all’anno.

 

I ricercatori hanno notato che le nazioni asiatiche stanno bruciando carichi sempre maggiori di combustibili fossili e biomasse, inviando fuliggine nel cielo, aggiungendo che gran parte di essa alla fine atterra sulle superfici dei ghiacciai innevati, dove assorbe l'energia solare e accelera lo scioglimento.




Hanno compilato i dati sulla temperatura durante il periodo di studio dalle stazioni di terra e poi hanno calcolato la quantità di fusione che ci si aspetterebbe di produrre l’aumento di temperatura osservato.

 

Il team ha quindi confrontato queste cifre con ciò che è realmente accaduto.

 

‘Sembra proprio quello che ci aspetteremmo se il riscaldamento fosse il fattore principale della perdita di ghiaccio’,

 

…ha detto Maurer.

 

L’Himalaya generalmente non si sta sciogliendo velocemente come le Alpi, ma la progressione generale è simile, hanno detto i ricercatori.




Lo studio non ha incluso le enormi catene montuose adiacenti dell’Asia di alta montagna come il Pamir, l’Hindu Kush o il Tian Shan, ma altri studi suggeriscono che uno scioglimento simile è in corso anche lì.

 

I ricercatori hanno notato che circa 800 milioni di persone dipendono in parte dal deflusso stagionale dai ghiacciai himalayani per l’irrigazione, l’energia idroelettrica e l’acqua potabile.

 

Finora lo scioglimento accelerato sembra essere un dilavamento gonfio durante le stagioni calde, ma gli scienziati prevedono che questo diminuirà entro decenni man mano che i ghiacciai perdono massa.

 

Questo, hanno detto i ricercatori, alla fine porterà a carenze idriche.

 

‘A lungo termine, questo porterà a cambiamenti nei tempi e nell'entità del flusso di corrente in una regione densamente popolata’,

 

…ha detto Shea.




Una rottura glaciale nella zona Tapovan-Reni del distretto Chamoli di Uttarakhand domenica ha portato a massicce inondazioni nei fiumi Dhauli Ganga e Alaknanda, danneggiando le case e il vicino progetto energetico Rishiganga. Fonti hanno detto che c’erano 100 lavoratori nello sbarramento a Rishiganga di cui almeno 50 si teme morti. Circa 125 persone risultano disperse, secondo gli ultimi rapporti, anche se sette corpi sono stati ripescati.

 

Fonti hanno detto che le squadre dell’ITBP, che ha una base a Joshimath, a circa 26 km da Reni, insieme alle unità della State Disaster Response Force hanno raggiunto il posto. Anche le squadre della National Disaster Response Force di stanza in Uttarakhand sono partite per il posto, hanno detto fonti.




Intorno alle 10:45 si è verificata un’inondazione improvvisa nel fiume Rishiganga a causa della caduta del ghiacciaio nel fiume che ha aumentato esponenzialmente il volume dell’acqua. A causa di ciò il progetto idroelettrico di Rishiganga vicino al villaggio di Raini è stato completamente devastato. Anche il ponte BRO sull’autostrada Joshimath-Malaria è stato completamente spazzato via. C’erano sei allevatori con il loro bestiame e anche loro furono portati via da una piena. Rishiganga incontra Dhauli Ganga vicino a Raini. Quindi anche Dhauli Ganga è stata allagata. Anche le cinque-sei case del villaggio sono state spazzate via. C’era un progetto NTPC sul fiume Dhauli Ganga vicino a Tapovan. L’intero progetto è stato completamente devastato. Anche due ponti Jhulla che collegano villaggi sull’altra sponda del fiume sono stati spazzati via, ha detto un funzionario dell'ITBP.

 

Il portavoce dell’ITBP Vivek Pandey ha dichiarato:

 

‘Per ora sembra che il peggio sia passato poiché il flusso a valle in Alaknanda non sembra essere molto dannoso ed è sotto controllo. Tre squadre di personale ITBP, circa 250 uomini, sono attualmente impegnate nel soccorso’.




 NEW DELHI: Definiamo lo scoppio glaciale a Uttarakhand un incidente molto raro, gli scienziati domenica hanno detto che le immagini satellitari e di Google Earth non mostrano un lago glaciale vicino alla regione, ma c’era la possibilità di sacche d’acqua (laghi all’interno dei ghiacciai) che potrebbero essere scoppiate, portando a questo evento estremo anche se l’intera regione himalayana hindu-kush è emersa come hotspot del cambiamento climatico nel corso degli anni.

 

Anche se l’evento necessita di ulteriori analisi, è improbabile che si sia una ‘raffica di nuvole’ poiché i rapporti meteo nel distretto di Chamoli hanno mostrato tempo soleggiato fino a domenica senza record di precipitazioni. Il tempo asciutto prevarrà probabilmente su Uttarakhand anche lunedì. L’evento, tuttavia, ricorderà ai pianificatori indiani che la frontiera del cambiamento climatico potrebbe essere più vicina a causa di qualche lontana fusione di ghiaccio artico.




 ‘E’ una probabilità molto rara che un’esplosione glaciale possa accadere. C’è la possibilità di una sacca d’acqua nella regione che potrebbe essere scoppiata. Abbiamo bisogno di ulteriori analisi, rapporti meteorologici e dati per confermare se è stato davvero così’,

 

…ha dichiarato Mohammed Farooq Azam, assistente professore, glaciologia e idrologia, IIT Indore.

 

Tuttavia, non ha escludere la possibilità di una frana indotta da valanghe di neve.

 

‘Anche la nostra comprensione si sta evolvendo. Non c’è dubbio che il riscaldamento globale ha portato al riscaldamento della regione’,

 

…ha detto Azam.




 Il National Crisis Management Committee (NCMC) è stato informato durante la riunione di domenica che…

 

‘lo scoppio glaciale ha portato all’innalzamento del livello dell’acqua nel fiume Rishiganga, che ha spazzato via il piccolo progetto idroelettrico rishiganga di 13,2 mw’.

 

‘Non vi è alcun pericolo di inondazioni a valle e l’aumento del livello dell’acqua è stato contenuto, secondo le informazioni fornite dalla Central Water Commission (CWC). Non c’è alcuna minaccia anche per i villaggi vicini’,

 

….ha detto un comunicato ufficiale.




 L’impatto del riscaldamento globale sul ritiro glaciale è ben documentato.

 

Un recente rapporto di valutazione del Centro internazionale per lo sviluppo integrato della montagna (ICIMOD) - un organismo intergovernativo - ha mostrato che le temperature stavano aumentando nella regione himalayana dell’Hindu-Kush e questo, insieme agli aumenti della temperatura globale, avrà un impatto maggiore nella regione himalayana a causa del riscaldamento dipendente dall’elevazione.

 

‘Se il mondo può mantenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi Celsius, nella regione HKH, si tradurrebbe in almeno un aumento di 1,8 gradi C, e in alcuni punti, anche le regioni himalayane sopra i 2,2 gradi C. Sono meno monitorate e questo evento mostra effettivamente quanto potremmo essere vulnerabili’,

 

…ha detto Anjal Prakash, direttore della ricerca e professore associato aggiunto presso la Indian School of Business di Hyderabad.

 

Prakash, autore principale coordinatore della relazione speciale dell’IPCC sugli oceani e la criosfera, ha dichiarato:

 

‘Vorrei chiedere al governo di spendere più risorse per monitorare meglio la regione in modo da avere maggiori informazioni sul processo di cambiamento. Il risultato sarà che siamo più consapevoli e possiamo sviluppare migliori pratiche di adattamento’.

 (Quotidiani locali 'indiani') 







martedì 2 febbraio 2021

UNA ITALIA ANCORA DA FARE (qualche decennio prima & nello stesso Secolo) (24)

 










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Benvenuti all'Excelsior    (24/1)


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Voce della Verità (25)














& con il Manoscritto di un prigioniero
  



& con i travestimenti della Storia, 


ovvero ed ancor meglio, 


'la Storia travestita' (27)








Prima della metà del Diciannovesimo secolo, il mito di una ‘Europa delle nazioni’ era visto in una luce per lo più ottimistica. Le due idee che ne costituivano l’essenza, almeno fino al 1848, furono quella della ‘missione’ spettante a ciascun popolo una volta riunito a formare una nazione e quella dell’‘armonia’ che sarebbe derivata dalla creazione dell'Europa delle nazioni.

 

Già prima del 1830, numerosissime sono le prove dell’esistenza di questo stato d’animo, seppure in forma ancora imprecisa, dal momento che i concetti di stato e di nazione non di rado erano confusi.




Il poeta francese Béranger espresse lo stato d’animo in questione, in maniera un po’ rozza ma con estrema chiarezza nel poema Santa Alleanza dei popoli, scritto nel 1818, in cui compare la Pace che si rivolge agli uomini:

 

Ah voi uguali in valore francesi, inglesi, russi o tedeschi, popoli formate una Santa Alleanza e datevi la mano

 

Il grande filosofo tedesco Hegel applicò ai concetti di stato e di Europa il suo idealismo dialettico. Lo stato era ai suoi occhi la personalità vera, l’assoluto, la realizzazione dello spirito del popolo.

 

Lo Stato è l’Idea dello Spirito nella manifestazione esteriore della Volontà umana e della sua Libertà. 

 

Ma, nella fase fino a quel momento raggiunta dall’umanità, lo stato era un’espressione dello spirito universale: La storia universale procede dall’est all’ovest, e quindi l’Europa costituisce la fine della storia, ...di cui l’Asia è l’inizio.




Sicché, l’evoluzione della Storia è un’evoluzione dello spirito, e il suo completamento è l’Europa…

 

Se per Hegel l’essenza dell’Europa era la Germania, per Jouffroy la Francia era ‘l’avanguardia dell’Europa in quanto nazione’, per dirla con Denis de Rougemont, e Francois Guizot unì assieme le due idee. In Hegel come in Jouffroy, faceva dunque la propria comparsa la duplice idea della ‘missione’ dei popoli e dell’unificazione europea.

 

L’idea della ‘missione e del ‘primato’ era del resto ampiamente diffusa e nella fase successiva al 1830 acquistò ancor maggior valenza, ad esempio in Michelet, il quale, nella ‘Introduction à l’Histoire universelle’, del 1831, scriveva che…

 

ciò che v’ha di meno semplice, di meno naturale, di più artificiale, vale a dire di meno fatale, di più umano e di più libero al mondo, è l’Europa; di più europeo, è la mia patria, è la Francia.




E il sacerdote Vincenzo Gioberti intitolava la sua opera ‘Del primato morale e civile degli italiani’ (1843). Il suo compatriota Giovanni Berchet parlava lo stesso di linguaggio descrivendo l’attuale ‘stato di sofferenza’ in cui il dolore si univa alla ragione e ai lumi nel dar vita a quel sentimento di nazionalità europea che cominciava ad avvicinare gli abitanti del continente.

 

Il termine ‘Europa’ compariva nei nomi dei periodici, come il Journal européen che Muhrad pubblicò a Berna nel 1817 o la Revue européenne, prefiguratore del ‘Correspondant’.

 

E’ ben nota la celebre Lettera ai redattori della Revue européenne di Chateaubriand.




Ed ecco ancora l’Européen di Buchez. Ci si dedicava allo studio della ‘civiltà europea’, come Guizot nella sua Histoire générale de la civilisation en Europe (1828); ci si occupava di letteratura europea, e il primo scritto dell’ancora giovanissimo Giuseppe Mazzini apparso sul Conciliatore del 1829 aveva il titolo Di una letteratura europea.

 

A partire dal 1830, l’idea di un’Europa formata da un armonioso insieme di nazioni divenne più pregnante, più generale. Nel suo libro Le grand schisme de 1830: Romantisme et Jeune Europe, Fernand Baldensperger ha efficacemente illustrato la scissione che si manifestò allora in seno alla corrente romantica: gli uni restarono fedeli all’ideale puramente letterario della scuola, mentre altri, che via via divennero più numerosi, associarono a esso un ideale politico radicaleggiante e nazionalista.




Mazzini fu, in effetti e senza dubbio alcuno, l’eroe per eccellenza del romanticismo nazionalista ed europeo, ragion per cui converrà soffermarci sul suo pensiero, per quanto vago, misticheggiante, contraddittorio e utopico. ‘ben di rado’, scrive Carlo Curcio, ‘in uno scrittore politico la parola Europa è stata usata con tanta frequenza quanto in Mazzini’.

 

Dopo aver aderito alla società segreta dei Carbonari, Mazzini se ne distaccò e fondò a Marsiglia la ‘Giovine Italia’ (1831). La mèta che si proponeva era l’unificazione del paese, aspirazione di marca puramente nazionalista, e l’avvento della repubblica.

 

Nell’omonimo periodico, Mazzini descriveva il ruolo che l’Italia avrebbe avuto nella nuova Europa e, facendo proprio un concetto caro a Buchez, sviluppò il tema della ‘missione’ di ciascuna nazione in Europa. Dall’idea della ‘missione’ d’un popolo a quella dell’unione dei popoli europei, c’era solo un passo, che Mazzini compì in seguito alle sconfitte cui andarono incontro i suoi tentativi nella Savoia e in Italia.




Rifugiatosi a Berna, Mazzini con altri sedici rivoluzionari italiani, tedeschi e polacchi sottoscrisse, il 15 aprile 1834, il patto della ‘Giovine Europa’, un documento nel quale apparivano, in esergo, i principi di

 

‘libertà, uguaglianza, umanità, fraternità dei popoli e progresso continuo’.

 

I firmatari si affermavano convinti che ogni popolo avesse una missione particolare che concorreva necessariamente al compimento della missione generale dell’umanità.




 Quel patto di fratellanza venne sottoscritto anche da diverse associazioni tedesche, polacche, italiane, svizzere, francesi e austriache, riunite in forma di federazione della ‘Giovine Europa’.

 

Ma Mazzini si spinse oltre, concependo una sorta di federazione di repubbliche europee previste in numero di quattordici. Nota Pierre Renouvin che quel rifacimento della carta d’Europa era in fin dei conti più importante del piano di organizzazione futura dei rapporti internazionali, essendo Mazzini convinto che tra quelle repubbliche avrebbe regnato, a priori, uno spirito di fratellanza.




 Ma non va dimenticato che, sia Mazzini che Buchez nutrivano anche un’altra ambizione, quella del socialismo cristiano, frutto in entrambi di ispirazione religiosa. L’idea della transizione dalla nazione all’Europa sedusse molti altri italiani, come Vincenzo Gioberti e Carlo Cattaneo, e quest’ultimo fu tra coloro che, nel1848, si servirono dell’espressione ‘Stati Uniti d’Europa’.