IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 7 marzo 2021

RACCONTI DELLA DOMENICA: la montagna

 












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D'un Fiore... 


Prosegue con...:











Il capitolo completo (circa l'editto...) 


ovvero a tutte le Genti di montagna 


(dello territorio detto...)









& in ciò che fu e divenuto (3)


& con i racconti della Domenica (2)








Rammento un gruppo di tuguri aggrappati alla falda del monte: piccoli, tozzi, lerci, puntellati, cadenti, decrepiti, inverosimili. Tre case in basso, tre case in alto e la strada nel mezzo. Il tetto delle case a valle copre due terzi della strada ed è a sua volta mezzo coperto dal tetto delle case a monte, sicché la strada non vede mai il cielo. La luce vi scende obliquamente per il vano che corre fra l’altezza del primo tetto e quella del secondo. Quando piove, l’acqua precipita da un tetto all’altro e da questo sulla strada che serba tutto l’anno in riga le bucherelle delle grondaie.



Sì mi fecero visita stavo in piccolo misero tugurio…

 

Un giorno passò un essere non so se aveva qualcosa di umano, confido più nelle bestie; fiere bestie vere maestre dell’arte di sopravvivere ed insegnare il proprio mestiere!

 

Vide, così si narra, disegnarsi in cielo chiaro del crepuscolo una specie di bernoccolo angoloso e scuro che rassomigliava ad un tetto sormontato da un camino.

 

In una piega del monte, semi nascosto dalla neve e coperto di ghiaccio!




La capanna non contiene che una camera sola, quella dov’eravamo, ma quella camera contiene il mondo intero!

 

Era una grande sala bassa il cui soffitto, costituito da tralicci e cordame, sostenuto da pali sparsi qua e là, lascia incunearsi e pendere in lunghi fasci il fieno ammassatovi. Alcuni assiti formavano nella stanza compartimenti capricciosi.

 

Uno di questi, a sinistra della porta, comprende un angolo della capanna, la finestra, il camino, enorme caverna di pietra tutta affumicata, e il letto, cioè una specie di bara, con mille grinze di un pagliericcio fuligginoso e una coperta bruciacchiata.

 

È la camera da letto!



Di fronte alla camera da letto un altro compartimento contiene una lupa se pur di guardia… addormentata… e alcuni polli si aggiravano d’attorno addormentati anch’essi in una specie di scatolone simile a piccole cascine anch’esse abbandonate…

 

È l’intero fienile ove s’aggirano d’attorno contorte ed invisibile stradine di più alte fiere genti e cime per sempre perdute nel loro strano modo di allevare ogni essere fedele al principio di Madre Natura…



All’angolo opposto, in un terzo compartimento, si ammucchia una piramide informe di ceppi irsuti e di fascine spinose: provviste di legna per l’inverno, sembra una strana Selva ove si nasconde ogni poeta dall’Alba non ancora mattina sino al tramonto della specie e mai sia detta notte dell’umanità intera…

 

Il camino sepolto sotto un metro di neve!




 Neppure più il fumo si scorge si ha timore di ferire anche il fiero guardiano dell’inverno…

 

Mai compresi come non l’abbia acceso!

 

Bivacco d’un rifugiato più pagano che cristiano prega come un druido presso l’antica quercia?!

 

Alcune botti di vino vuote stanno accumulate travasate vicino a bardature di mulo non lontano da altri otri. Parole antiche e indecifrabili travasate e trasudate presso moderni altari…

 

È la cantina d’un sapere antico!



 Un grande masso di roccia, che riempie l’angolo a destra della porta, forma un pendio di granito, oppure uno strano altare ove v’erano addossati dei fastelli di paglia gettati a terra, come lasciar intendere il luogo dove il Sogno per sempre celebrato cede il passo al preciso punto ‘cardinale’ oracolo della Terra…

 

La Terra parla v’è chi l’ode ed ascolta!

 

Due alti alari di ferro lavorato, arrugginiti dal freddo ghiaccio e vento lo vigilano dall’alto, si specchiano nel ghiacciaio dell’uscio. Si sarebbero detti dei draghi pronti ad urlare e mordere ove un Tempo si coniava il danaro. Del resto non vi è nel tugurio altro utensile da cucina, solo una ‘paideia’ con cui attraversare il difficile camino… nutrimento del corpo…




Una giara d’olio per leggere il futuro, e una lampada poggiata vicino al letto consumare la fioca luce dell’altare, e presso la porta un’altra giara piena di latte di lupa (la capra di passaggio la teme e venera), sul cui orlo uncinata e scavata una ciotola di legno dalla forma più elegante e più pura: una scodella etrusca.

 

Un essere peloso gli fa compagnia, dal modo in cui mi guarda appare chiaro che sia un lupo!

 

Udii e odo distintamente ululati sino ai piedi della valle!

 

Non un tavolo, non una sedia, chi entra deve rimanere in piedi o accomodarsi per terra.

 

Un lieve rumore s’ode!

 

Sì è vero!



 Una specie di gorgheggio discreto e continuo, che per il vero anch’io sento da quando entrato e mi scuote in queste meditazioni, non riuscivo a comprendere donde provenisse.

 

Ed infine, essendosi abbassati i miei occhi verso la Terra, distinguo nell’oscurità una specie di fremito metallico, una striscia lievemente luminosa, e riconosco un Ruscello che attraversa la capanna da parte a parte.

 

Questo ruscello - o Fiume - scorre rapido sopra un piano obliquo inclinato lungo una trave cava, e un grosso arbusto infossato a fior di Terra entra nella capanna per un foro del muro - là ove muro non c’èra -… per poi uscirne dalla parte opposta.



D’Inverno vigile e solitario s’erge muto una sentinelle vestita della sua sempre verde armatura, ne distingue ogni araldo stemma Fiore e frutto…

 

In Primavera ne legge le silenti Rime, se pur in Inverno serio e muto ha meditato l’intero Viaggio compiuto e da compiersi ancora per ogni èra…

 

Hora sembra voler narrare e rimembrare le segrete strofe donde proviene il più elevato vigile compito cui incaricato, trovare - cioè - le note giuste per descrivere l’eterna sua avventura, giacché mai  sconfitto dal rogo di nessuna guerra…

 

Pur cenere della Terra!




Mi narra - mentre inizia a rimare la linfa tutta in Rima - della futura Primavera, mi racconta come dura la Vita per ogni Cima ben osservata vigilata & confusa dal torbido di quella corrotta ciminiera...

 

Mi racconta del Sogno ispirato e dettato dalla sua saggezza a guardia del difficile compito che mi attende per ogni cosa da narrare ancora.

 

La detterà strofa per strofa, rima per rima, giacché il Genio infinito e ben ispirato all’occhio vigile che tutto scorge e nulla vede nel cieco intendimento posto all’ombra della Sapienza destinata al rogo della dottrina coglierne il solo frutto.  

 

Per ogni ‘getto’ dell’invisibile immateriale [suo] Pensiero mi narra di un Dio dimenticato. Per ogni colore alla linfa che di nuovo scorre, mi racconta di un Dio risorto all’Alba di codesta terrena avventura.



 Mi dice - nel gergo dell’antica lingua - che il suo Dio risorge all’alba d’ogni mattina scritta nella volontà dell’uomo che in Lui  crede, scorgendo il profilo dell’Universo donde proviene da ogni Ramo dell’antico Sapere…

 

Mi dice ancora che per questo lo cinsero con una corona di spine, lo spinsero sino al Golgota ove fu deriso calunniato e poi crocefisso, reciso della Linfa ove il suo Dio, assieme all’eterna sua sposa - Madre Natura - lo avevano creato per ogni pietra e legno della Terra…

 

Gli conficcarono rapaci demoniaci uncinati artigli, poi legarono  mani e piedi con strani chiodi, solo dopo aver sconfitto ogni vigile e fedele sentinella dell’Antica dimora, poi lo trafissero senza ritegno alcuno sino alla Cima, mentre qualcun’altro prendea prigioniero l’intero Fiume dichiarando con orgoglio il successo ottenuto…



Lo deposero entro un disegno sì imperfetto, che nulla potea più scorgere intendere e volere, sì secco e muto scritto nel silente Testamento…

 

Anche le Rime che per sempre lo avevano accompagnato e contraddistinto, hora paiono morire allo scuro riparo dell’Avvenire mi incaricano del dovuto lascito Testamentario…  

 

Suggerì Via e Ragione negando il moderno Passo sbarrando l’avversato progresso ivi incamminato, e a chi si depose all’ombra dell’eterna chioma e Sognò del Genio promise generoso lascito testamentario senza ricchezza alcuna…



Quanti fieri paladini al letto del severo suo cospetto!

 

Quanti eserciti scudi motti parole e glorie in cotal Testamento!

 

Quanto oro può nascere ancora dall’Alba della Primavera?

 

Seppure il freddo gelo nulla ha mai potuto sulla lucida armatura poggiata in silente preghiera sul letto ingombrare il Passo pellegrino d’un segreto Inverno dettare il proprio Testamento nell’attesa Primavera…   




Più duri dell’acciaio sicuri ad ogni attacco difendere con la propria armatura il potere dalla ricchezza.

 

Solenni nel secolare compito comandato loro.

 

Quanta segreta invisibile religiosità e universale dottrina ispira la Via da secolari paladini protetta, che la maestosità d’ogni altare o ogni Tempio incaricato di fondare Ragione un nulla dinnanzi al muto silente coraggio di codesti apostoli della Vita.

 

Quale difficile lotta e quale Dio potrà ancora cantarne le gesta?

 

Per ogni anello della ferita conto un Fiore dell’antica Sua moneta posta al rogo del progresso in nome e per conto della celata umana pazzia.




 Eppure solo noi che li veneriamo ancora e con loro discutiamo futuri piani di guerra possiamo riconoscerne la Vita e restituire il Genio per ogni frutto offerto ricambiando la cortesia.

 

Se l’Odi ancora non affaticare l’inutile Ragione per comprendere l’invisibile Linfa, costruttore dell’inutile progresso.

 

Non t’affaticare al Golgota della falsa Preghiera per ogni chiodo in nome del tuo progresso, tu che baratti e confondi Dio e Verbo!

 

Capanna o tugurio singolare, ed in cui la montagna sembra sentirsi a casa sua, entra familiarmente: la roccia vi dimora, il ruscello l’attraversa… 

(ispirato da V. Hugo)

 



 Quei tuguri abitati l’estate i soli giorni che durano i lavori ed i raccolti nelle terre circostanti, servono l’inverno a deposito di fieno, foglie, legnami ed attrezzi agricoli. La loro estrema bassezza li fa parere inginocchiati e l’oscurità della via li impicciolisce ancora, sicché fanno pensare a gente rannicchiata che ci viva carponi. Sembrano balocchi di giganti o tane di pigmei, a nessuno viene in mente che siano destinati alla razza umana. Tale bassezza, già incredibile l’estate, è resa più mostruosa dall’inverno. Quando io vi giunsi, i tetti reggevano un metro di neve, e parevano schiacciati sotto il peso. Traverso la neve il giorno filtrava nella viuzza con una luce verdognola, fievolissima, una luce da cripta o da acquario. E nella viuzza dormente era un tepore di stalla, come vi soffiasse l’alito di un gregge invisibile. Uscito dalla lucentezza brunita e fredda della valle, quel luogo chiuso, ombroso e tepido mi parve animato.




Entravo colla fantasia negli stambugi e li vedevo occupati da un gigante silenzioso. Uomini da stare in boccetta, che mi guardavano dimenando la testa ed ammiccandosi, punto impauriti della mia corpulenza. Mi pareva di inoltrarmi circospetto per tema non me ne venisse qualcuno sotto i piedi. Erano in numero sterminato, bianchi bianchi come la neve, barbe lunghe e capelli lanosi. Erano i padroni del luogo, della valle, della stagione. La grave rovina invernale era opera loro. Essi si aggiravano turbinando per l’aria, piombavano sulle cime, e voltando la neve per forza di poppa l’approdavano sull’orlo delle scogliere, donde la facevano smottare in valanga….

 

(Prosegue con la narrazione completa circa l'editto…)









giovedì 4 marzo 2021

UN FIORE PORGO ALLA VOSTRA VIGILE ATTENZIONE (16)

 




















Precedenti capitoli...:


Al di sopra del Cielo stellato (15/1)


Prosegue con una possibile...:









Interpretazione per ciò di cui (17)... 


la Rima  (in Memoria di Dante & Durante  [capitolo completo]













Lo dio d’amor con su’ arco mi trasse

Perch’ i’ guardava un fior che m’ abellia,

Lo quale avea piantato Cortesia

Nel giardin di Piacier; e que’ vi trasse

 

Sì tosto, c’ a me parve che volasse;

E disse : I’ sì ti tengo in mia balia.

Allo[r] gli piaque, non per voglia mia,

Che di cinque saette mi piaghasse.

 

La prima à non Bieltà, per li ochi il core

Mi passò; la seconda, Angielicanza,

Quella mi mise sopra gran fredore;

 

La terza Cortesia fu san dottanza;

La quarta, Compagnia, che fé dolore;

La quinta apella l’ uon Buona-Speranza.

 

Però a voi vado a narrarvi

Non men di tale magnificenza

Fedele all’amor di Madonna Beatrice

 

Lo schifo che mi colse nell’udire

Lungo ugual via’

L’altrui ardire

 

Schifato porgo la Rima

 

Con una chiave d’oro mi fermò il core

L’Amor, quando cosi m’ ebe parlato,

Ma primamente l’ à nette parato,

Si c’ ogni altro pensier n’ à pinto fore.


E po’ mi disse: I’ sì son tu’ signiore,

E tu sì se’ di me fedel giurato.

Or guarda che  ’1 tu’ cuor non si’ inpacciato,

Se non di fino e di leal amore;

 

E pensa di portar in pacienza

La pena che per me avrà’ a sofrire,

Inanzi ch’ io ti doni mia sentenza.

 

Che molte volte ti parrà morire;

Un’ ora gioia avrai, altra doglienza.

Ma poi dono argomento di guerire.

 

Parte s’ Amor su’ ale battendo,

E ’ n poca d’or sì forte isvanoio,

Ched i’ noi vidi poi, né noll’ udio,

Ellui e ’l su’ soccorso ancor atendo.

 

Allor mi venni forte ristrignendo

Verso del fior chessì forte m’ ulio,

E per chu feci homagio a questo Dio,

E dissi: Chi mi tien ched i’ noi prendo?

 

Sì ch’ i’ verso del fior tesi la mano,

Credendolo aver colto chitamente,

Ed i’ vidi venir un gran villano,

 

Con una maza, e disse: Or ti ste’ a mente

Ch’ i’ son lo Schifo, e sì son ortolano

D’esto giardin: i’ ti farò dolente.  

 

Dogliendomi in pensando del villano

Chessì vilmente dal fior m’ à lungiato.

Ed i’ mi riguardai dal dritto lato,

E sì vidi Ragion, col viso piano.

 

Venir verso di me, e per la mano

Mi prese, e disse: Tusse’ sì smagrito:

I’ credo chettu a’ troppo pensato

A que’ chetti farà gittar in vano,

 

Ciò è Amor, a chui dat’ ài fidanza.

Masse m’ avessi avuto al tu’ consiglio,

Tu non saresti gito collui a danza,

 

Che sie ciertano, a chui da di piglio,

Egl’ il tiene in tormento e malenanza,

Sì che su’ viso non n’ è mai vermiglio.

 

Tutto pien d’umiltà verso ’l giardino

Torna’ mi, com’ Amico avea parlato,

Ed i’ guardai, e sì ebi avisato

Lo Schifo, con un gran baston di pino,

 

Ch’ andava riturando ognie camino

Che dentro a forza non vi foss’ entrato.

Sì ch’ io mi trassi a lui, e salutato

Umilemente l’ ebi a capo chino;

 

E sì gli dissi: Schifo, agie merzede

Di me, se  ’nverso te feci alcun fallo,

Chèd i’ sì son venuto a pura fede

 

A tua merzede, e presto d’amendarlo.

Que’ mi riguarda, e tuttor si provede

Çhed i’ non dica ciò per inghanarlo.

 

Quand’ i’ vidi lo Schifo si adolzito,

Che solev’ esser più amar che fele,

Ed il trova’ vie più dolcie che mele,

Sapiate ch’ i’ mi tenni per guerito.

 

Nel giardin me n’ andai molto gichito

Per dotta di misfar a quel crudele,

E gli giurai a le sante Guagniele

Che per me non sarebe mai marrito.

 

Allor mi disse: I’ vo’ ben chettu venghi

Dentr’ al giardin, sì come ti piacie,

Ma che lungi dal fior le tue man tenghi.

 

Le buone donne fatt’ anno far pacie

Tra me e te; or fa chella mantenghi.

Sì che verso di me non sie fallacie.

 

Intorno dal castello andai ciercando

Sed i’ potesse trovar quel’ entrata,

La qual folle Largheza avea fondata,

Per avacciar ciò che guia pensando.

 

Allor guardai, e sì vidi onbreando

Disotto un pin una donna pregiata,

Sì nobilmente vestita e parata

Che tuttol mondo già di lei parlando;

 

E sì avea in se tanta beleza

Che tutto intorno lei aluminava

Chol su’ visagio, tanto avea chiareza.

 

Ed un suo amico colici si posava.

La donna sì avea nome Richeza,

Mallui non so com’ altri l’ apellava.

 

Col capo inchino la donna salutai,

E siila cominciai a domandare

Del camin c’ uomo apella Tropo-Dare.

Quella rispose: Già per me noi sai,

 

E sei sapessi già non v’ interrai;

Chèd i’ difendo a ciaschedun l’entrare,

Sed e’ non à che spender e che dare.

Sì farai gran saver sette ne vai,

 

C’ unquanche non volesti mi’ acontanza,

Nè mi pregiasti mai a la tua vita,

Ma or ne prenderò buona vengianza.

 

Che sie ciertano, settu m’ài schernita,

I’ti darò tormento e malenanza

Sì che me’ ti varia avermi servita.

 

La Baronia sì fecie parlamento

Per devisar in che maniera andranno,

la qual porta prima assaliranno.

Si fur ben tutti d’ un’ acordamento,

 

Fuor che Richeza, che fé saramento

Ch’ ella non prenderebe per me affanno,

Ned al Castel non darebe già danno.

Per pregheria nè per comandamento

 

Che nessuna persona far potesse,

Per ciò ch’ i’ non volli anche su’ acontezza.

Sì era dritto ch’ i’ mene pentesse.

 

Ben disse ch’ i’ le feci gran carezza

Sotto dal pino, ma non c’ ancor vedesse

Che Povertà no m’ avesse in distrezza.

 

Al die d’amor ricordaro il fatto,

E disser che trovavar d’ acordanza

Che Falsenbiante e Costretta- Astinenza

Dessono a Malabocca scacco matto,

 

Largheza e Cortesia traesser patto

Con quella chessà ben la vechia danza,

E Piotate e Francheza dear miccianza

A quello Schifo che sta sinor sato;

 

E po’ vada Diletto e Ben-Cielare,

Ed a Vergognia dean tal la strellata

Ched ella non si possa rilevare;

 

Ardimento a Paura dea ghigniata,

E Sicurtà la degia sì pelare

Ched ella non vi sia ma’ più trovata.

 

Amor sì disse: Per cotal convento,

Falsosenbiante, in mia corte enterai

Che tutti i nostri amici avanzerai,

E metterai i nemici in bassamente;

 

E sìtti do, per buon cominciamento.

Che re de’ barattier tu sì sarai;

Ch’ è peza che ’n capitolo il fermai,

Ch’ i’ conosciea ben tu ’tradimento.

 

Or sì vo’ checci dichi in audienza,

Pe’ ritrovarti, se n’avren mestiere,

I’ luogo dove tuffai residenza;

 

Nè di che servi, né di che mestiere,

Fa che n’agian veracie conoscienza:

Ma noi farai, sìsse’ mal barattiere.

 

I’ sì mi sto con que’ religiosi.

Religiosi no, se non in vista,

Cheffan la ciera lor pensosa e trista,

Perparerer a le gienti più pietosi.

 

E sì si mostran molto sofrettosi,

E ’n tapinando ciaschedun aquista,

Sì che perciò mi piacie lor amista

C’ a barattar son tutti curiosi.

 

Po’ vanno procacciando l’acontanze

Di riche gienti, e vanole seguendo;

E si voglion mangiar le gran pietanze,

 

E preziosi vin vanno bevendo,

E queste son le lor grandi astinenze.

Po’ van la povertà altrui abellendo.

 

Quando ’l castello fu così inbrasciato,

E chelle guardie fur fu gite via,

Alor sì v’ entro entrò Cortesia

Per la figluola trar di quello stato.

 

E Franchez’ e Pietà da l’altro lato

Sì andaron collei in conpagnia.

Cortesia sille disse: Figlia mia,

Molt’ ò avuto di te il cuor crucciato,

 

Che stata se’ gran tenpo inpregionata.

La Gielosia agi’ or mala ventura,

Quando tenuta t’ à tanto serrata.

 

Lo Schifo, e Vergogna con Paura

Se son fugiti, e la gol’ à tagliata

Ser Malabocca, per sua disaventura.

 

Malgrado di Richeza la spietata.

Ch’ unquanche di pietà non seppe usare,

Che del camino c’ a nome Troppo-Dare

Le piaque di vietarmene l’entrata;

 

Ancor, di Gielosia ch’ èssi spietata,

Ched a gli amanti vuole il fior guardare;

Ma pure ’l mio non sep’ ella murare,

Ched i’ non vi trovasse alcuna entrata.

 

Ond’ io le tolsi il fior ch’ ella guardava,

E si ne stava in sì gran sospezone,

Chella sua giente tuttor inveghiava.

 

Bellacoglienza ne tenne in pregione,

Perch’ ella punto in lei non si fidava,

E sì n’ er’ ella dona di ragione.


(Prosegue verso... Venere...)







mercoledì 3 marzo 2021

INTUISCI UN (falso) CREATORE, MONDO? (14) (28)



















Precedenti capitoli:




& Volare o Nuotare? (13)


Prosegue in:

















La grande Notizia....


Un Tomo:


















O voi ch’avete li ’intelletti sani
Mirate la dottrina che s’asconde
Sotto ’l velame de li versi strani




…La ‘dottrina’ quanto la ‘verità’ è nascosta….
Qui sorge spontanea la domanda: perché nasconderla?
Ma ancor prima ci saremmo dovuti porre un’altra domanda: come poteva un qualsiasi signor Alighieri, un laico, permettersi di proporre una ‘dottrina’?
Lo poteva fare solo la Chiesa, che all’epoca bollava come eretico e metteva al rogo chiunque non accettasse la dottrina da lei insegnata o addirittura osasse proporne di diverse.
A questo punto abbiamo la risposta alla domanda: perché nasconderla?
E’ ovvio che dovesse farlo, ed è anche ovvio che era (ed è!) eterodossa, Eretica, o meglio: quand’anche non lo fosse stata, tale sarebbe stata giudicata dai vertici della Chiesa.
E infatti tale fu giudicata, soprattutto nei primi secoli. Solo recentemente (1881), e sotto la pressione della crescente considerazione dell’opera di Dante all’estero, fu consentito alla Chiesa che la Commedia venisse pubblicata in Italia integralmente, cioè senza i tagli dell’ Index libro rum expurgandorum, e si dovette attendere il 1921 per sentire un papa lodare Dante quale paladino della fede cattolica.
Certo ci volle molto troppo tempo in patrio suolo italico…
Di ciò bisognerebbe sempre tener conto: a nutrire dubbi sull’ortodossia di Dante non è un manipolo di sobillatori anticlericali, ma era la Chiesa stessa, fino a non molto tempo fa.

Con grande coraggio il nostro Dante vuole ‘dottrina dare’ ‘verità annunciare’. Infatti sia il Convivio, sia la Divina Commedia contengono, esplicitamente, una ‘dottrina’. Interessante l’aggiunta ‘la quale altri veramente dare non può’.
Anche qui dovremmo chiederci a chi mai possa alludere Dante con quell’‘altri’ se non la Chiesa, l’unica autorizzata a ‘dottrina dare’ (e certo in codesto medesimo velato Tempo non nego ma al contrario affermo il nucleo sociale ove la sua ed altrui ‘espressione’ parte di una comune nonché monolitica cultura…).
Non può essere che la Chiesa. Ma allora perché Dante dice ‘non può’ darla?
Questo è un altro degli infiniti fili che conducono all’Eresia…
Se da un lato è vero che, dati i tempi, una simile dottrina doveva essere ben nascosta, dall’altro è anche vero che l’obiettivo era di farla conoscere. Il solo fatto di usare la lingua volgare denota (già a partire dai trovatori) una volontà di uscire dall’ambito dei pochi ‘litterati’, ovvero di coloro che sapevano leggere e scrivere in latino. L’uso del volgare – una vera e propria rivoluzione – apriva a un pubblico molto più vasto. Anche la Divina Commedia sarà rivolta a tutti, ai posteri soprattutto, a coloro che questo tempo chiameranno antico.
…Ed agli intellettuali sani…
Ora, se Dante voleva essere compreso, è ovvio che doveva scrivere in modo semplice. Infatti la Divina Commedia è semplice: quello che la rende spesso difficile sono i commenti dei critici.
Che cosa intendeva Dante per ‘intelletti sani’?
Non certo gli eruditi! Bensì la gente semplice, che ha il cuore puro e aperto o che sta compiendo un ‘cammino spirituale’. L’‘intelletto’, infatti, non è la ‘ragione’, non è la facoltà di discernere e argomentare: è tutt’altra cosa. Intelletto e ragione non sono sinonimi; averli considerati tali ha generato gravi fraintendimenti.
La conoscenza intellettiva è intuitiva, è un ‘vedere’ puro, vero, assoluto, mentre la ragione procede per deduzioni e dimostrazioni. Dante usa varie volte la parola intelletto nella Divina Commedia, a partire da quando, appena varcata la porta dell’Inferno, definisce i dannati le ‘genti dolorose c’hanno perduto il ben de l’intelletto’. Con ciò non vuole certo dire che hanno perso la capacità di ragionare, anche se è proprio questo che si intende oggi quando si usa l’ormai proverbiale locuzione dantesca. Il ben de l’intelletto è Dio. E’ con l’intelletto che Dante arriva a ‘vedere’ Dio, non con la ragione, della quale infatti dice:

Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.

Della ragione può dire che ha corte l’ali, espressione che non userebbe mai per l’intelletto, il quale può essere offuscato, legato, piegato, ma non ha certo le ali corte, dato che la sua natura è quella di volare in alto, sino a Dio.
Sono tutte espressioni usate più e più volte da Dante. Quindi quando si rivolge ai lettori che abbiano gli ‘intelletti sani’ intende rivolgersi a coloro in grado di cogliere sotto il velo, tra le righe, un messaggio spirituale, non un discorso razionale.
Nella terzina del ‘velame’ c’è anche un’altra parola che viene in genere fraintesa: strani… I critici, volendo limitare la portata di questa esortazione al singolo episodio, chiosano una parola che non ne avrebbe bisogno. Allora ‘strani’ viene forzato a significare ‘che narrano eventi straordinari’, o cose analoghe…
Dante è molto più semplice: strani significa ‘strani’, nel senso che diamo ancor oggi a questo aggettivo…
Cosa significa nascondere un messaggio (come l’intero titolo di questo stesso 28esimo capitolo?)…
Lo Spiega Leo Strauss in un saggio che ha un titolo molto esplicito: ‘Scrittura e persecuzione’ (proseguo in riferimento allo stesso autore con un tomo a vostra disposizione da cui traggo pretesto evidenziando uno e più passi in ragione del vostro intelletto…1*).
Strauss, il quale non parla di Dante ma fa un discorso in generale applicato poi alle opere di Maimonide e di Spinoza, sostiene che ogni persecuzione influisce sulla letteratura in quanto ‘spinge tutti quegli scrittori che pensano in modo eterodosso a sviluppare una peculiare tecnica letteraria in cui la verità sulle questioni cruciali appare esclusivamente tra le righe…’.
Ragion per cui ripetiamo il Verso strano… e voliamo in alto ‘oltre l’azzurro cielo visibile’ e apostrofiamo con l’Eretico dire:

Intuisci un (falso) creatore, mondo?
Cercalo al di sopra del cielo stellato!
oltre le stelle deve albergare…
e non certo nella
‘Grande Notizia’ annunciata
con solo un volto e uno schermo…
di una falsa ‘parabola’ apostrofata:
Secondo di una Parola
celare l’inganno dell’intera ‘creazione’
motivo e materia
di un Guerra velata
in nome e per conto
di una falsa economia…
spacciata!

(M. Sorasina, Libertà va cercando)





(1*) Il discernimento degli ordini e delle cause, dei regimi e delle opinioni, e dunque la disposizione o la facoltà necessaria alla vita politica, dove si tratta di guidare l’azione alle prese con un’esperienza imperfetta e opaca. Esso si mostra però anche virtù teorica più che mai nel caso della tentazione che la tirannia rappresenta per la vita della Città e del pensiero, in modo specifico della Città moderna e del pensiero moderno.
Le esperienze totalitarie sembrano infatti riassumere o illustrare, con la stessa radicalità con cui danno ad esse una risposta inadeguata, le questioni sollevate dalla vita politica e dal movimento moderno. Le contraddizioni che in esse divengono drammaticamente operative sono le contraddizioni intellettuali e politiche di un’epoca. Comprendere quelle contraddizioni significa discriminare e orientarsi tra le dimensioni che compongono le tirannie moderne, ma anche tra quelle che definiscono l’agire storico e il rapporto dell’uomo alla Città.
Ciò vale per Aron in ambito di giudizio e commento dell’azione presente, ma anche sul piano dell’interpretazione storica o dell’indagine teorica, quando si tratta di rendere intelligibile la genesi di quei fenomeni, i loro caratteri di regimi tirannici delle società moderne – o di regimi tirannici delle società moderne – e le loro dinamiche interne ed esterne. Quello sforzo di discernimento traduce una profonda e paziente preoccupazione del vero e ispira ad Aron il ricorrente richiamo a tener conto, nell’analisi del nazismo così come in quella del comunismo, della diversità e dell’interazione tra le loro cause. La pluralità di definizioni ricorrenti nell’opera aroniana riflette dunque, in un certo senso, anche le contraddizioni epocali forzate o rese eclatanti dall’impresa tirannica ed esprime un approccio analitico volto a cogliere senza forzature speculative, ma senza nemmeno perdere di vista l’essenziale, quel composito carattere. I tratti originali del fenomeno totalitario che si innestano sulle tendenze antiche della tirannia, la situazione politica che rivela o si somma a quella dell’anima, le crisi economiche, sociali e istituzionali che estremizzano il dispiegamento di radicate contraddizioni intellettuali, tutto ciò si cristallizza ed esprime sul piano dei motivi degli uomini che l’interprete mira a chiarire nella loro contingenza, nelle loro possibili ragioni e nell’orizzonte generale in cui trovano posto: vi sono sempre alternative fondamentali e possibilità eterne al fondo di esperienze che si concretizzano in una congiuntura unica e specifica. Una simile prospettiva mira a rispettare le articolazioni del fenomeno umano e a preservare i diversi approfondimenti dal rischio dell’astrazione legato all’isolamento analitico di fattori che trovano il loro esatto significato solo all’interno del tutto a cui appartengono.
La pluralità di elementi e di contraddizioni che definisce le tirannie moderne va cosi esaminata sul piano delle loro dottrine, delle loro pratiche e dell’interazione tra queste ultime e le circostanze. Il regime sovietico va ad esempio compreso per Aron come l’indissolubile combinazione di un ‘insieme di istituzioni’ e della ‘intenzione metafisica’ di coloro che le hanno fondate. L’anima e i mezzi delle tirannie moderne caratterizzano congiuntamente il fenomeno, non solo perché i loro ambiti specifici sono modellati dalla loro complessiva finalità politica o ideologica, ma anche perché la barbarie o la volontà tirannica che esse rappresentano si afferma al culmine della modernità e dunque anche armata dei suoi strumenti.
Allo stesso modo, o dalla stessa prospettiva, l’avvento e il carattere dei totalitarismi risultano dalla concatenazione di situazioni interne e internazionali (in primis la guerra), di processi originali e drammi antichi, di disponibilità delle masse e decisioni delle elites, di matrici nazionali ed esperienze universali. Le dottrine che supportano e sospingono le imprese totalitarie rendono particolarmente visibile o intelligibile, se ben comprese, il paradossale ed esplosivo intreccio dei loro motivi e dei loro progetti.

Le contraddizioni delle tirannie moderne sono in particolare scomposte e messe in luce allorché Aron rintraccia ad esempio al cuore del loro movimento la cooperazione tra cinismo e dogmatismo, o tra il più ‘sregolato’ machiavellismo e un fanatico fervore religioso (secolare). Nel restituire l’atmosfera spirituale respirata nella morente Germania di Weimar o la logica della ‘filosofia’ che animava l’impresa sovietica, Aron mostra come il concorso di quelle opposte attitudini in una così efficace macchina distruttiva sia solo apparentemente paradossale: i loro termini rinviano l’uno all’altro, come ‘manifestazioni opposte della stessa crisi’.....