IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

sabato 5 giugno 2021

UNA LETTERA (per la Storia)

 























Una Lettera (e una breve notizia).... 








Dinanzi a questo scenario socio-politico particolare che aleggia in Italia, io, in quanto persona nera, inevitabilmente mi sento chiamato in questione. Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo.

 

Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera. Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone.

 

Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro.

 

Dopo questa esperienza dentro di me è cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco.

 

Il che, quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati, addirittura con un’aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler affermare, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato. L’unica cosa di troneggiante però, l’unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura.

 

La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini e chiamavano Capitano Salvini. La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più definirli tali) che quando mi vedono intonano all’unisono il coro ‘Casa Pound’.

 

L’altro giorno, mi raccontava un amico, anch’egli adottato, che un po’ di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli:

 

Goditi questo tuo tempo, perché tra un po’ verranno a prenderti per riportarti al tuo paese.

 

Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente Vita.

 

 


 


Ed a lui rispondo in questo gelo d’Inverno con una preghiera affinché colga una Infinita Primavera... 

 

 

Lascia che sia fiorito

Signore, il suo sentiero

quando a te la sua anima

e al mondo la sua pelle

dovrà riconsegnare

quando verrà al tuo cielo

là dove in pieno giorno

risplendono le stelle.

 

Quando attraverserà

l'ultimo vecchio ponte

ai suicidi dirà

baciandoli alla fronte

venite in Paradiso

là dove vado anch'io

perché non c'è l'inferno

nel mondo del buon Dio.

 

Fate che giunga a Voi

con le sue ossa stanche

seguito da migliaia

di quelle facce bianche

fate che a voi ritorni

fra i morti per oltraggio

che al cielo ed alla terra

mostrarono il coraggio.

 

Signori benpensanti

spero non vi dispiaccia

se in cielo, in mezzo ai Santi

Dio, fra le sue braccia

soffocherà il singhiozzo

di quelle labbra smorte

che all'odio e all'ignoranza

preferirono la morte.

 

Dio di misericordia

il tuo bel Paradiso

lo hai fatto soprattutto

per chi non ha sorriso

per quelli che han vissuto

con la coscienza pura

l'inferno esiste solo

per chi ne ha paura.

 

Meglio di lui nessuno

mai ti potrà indicare

gli errori di noi tutti

che puoi e vuoi salvare.

 

Ascolta la sua voce

che ormai canta nel vento

Dio di misericordia

vedrai, sarai contento.

 

Dio di misericordia

vedrai, sarai contento.

 

(F. De André)




 

 

 


 

venerdì 4 giugno 2021

IL MESSIA (13)

 










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Il Messia (12/1)


Prosegue con...:


Il Messia (14)








Il grande maestro liutaio Antonio Stradivari, morì nel 1737 all’età di 94 anni. 


I suoi figli, Francesco e Omobono, continuarono la sua bottega.

 

Tra il 1774 e il 1776 il grande collezionista di violini conte Cozio di Salabue acquistò molti violini di Francesco Stradivari, oltre a molti dei violini di Antonio ancora disponibili nella bottega di Stradivari, dal figlio più giovane di Antonio, Paolo, commerciante di stoffe. Uno di questi violini, presumibilmente realizzato da Antonio Stradivari nel 1716, divenne in seguito noto come ‘Messia’ o ‘Messie’.

 

Nel 1827 il violinista italiano itinerante, Luigi Tarisio, acquistò il violino. Tarisio si vantava costantemente con i suoi conoscenti del bellissimo violino che aveva scoperto, ma non lo portava mai alla luce per mostrarlo a nessuno. Il violinista francese Delphin Alard (genero del famoso liutaio francese Vuillaume) esclamò:

 

Il tuo violino è come il Messia... Uno lo aspetta sempre, ma non appare mai!




 Quando Tarisio morì nel 1855, Vuillaume, il grande liutaio e commerciante parigino, rendendosi conto che Tarisio aveva un grande magazzino di preziosi violini italiani depositati da qualche parte in Italia, si recò in una fattoria vicino a Milano, appartenente a Tarisio, dove trovò e acquistò oltre 140 strumenti, compreso il leggendario ‘Messia’, che a quanto pare non era mai stato usato. Nonostante avesse già quasi 150 anni, sembrava nuovo come se fosse appena uscito dalle mani di Stradivari.

 

Vuillaume aprì il violino e cambiò la barra del basso e modernizzò l’angolo del manico. Lo espose in una teca di vetro a casa sua e ne fece diverse copie molto belle. Era sua delizia sfidare i visitatori a dire quale violino era suo e quale era di Stradivari. Nel 1872 la espose alla Exhibition of Ancient Musical Instruments di Londra. Vuillaume morì nel 1875, ma il ‘Messia’ rimase in possesso della sua famiglia, fino a quando non fu acquistato da Alard, suo genero.




La famiglia Hill, una famosa famiglia di liutai e collezionisti in Inghilterra, acquistò il ‘Messiah’ da Alard nel 1890. Il prezzo fu la cifra record di 2000 sterline e acquistarono il violino per conto di un ricco collezionista di Edimburgo. The Hills aprì il violino e cambiò di nuovo il contrabbasso. Hanno scritto del ‘Messia’ nella loro famosa opera sulla vita di Antonio Stradivari, e hanno anche scritto una monografia proprio sul ‘Messia’. Riacquistarono il violino nel 1904, lo vendettero di nuovo nel 1913 e lo riacquistarono di nuovo nel 1928. (Da allora, il valore dello strumento è stato stimato in £ 10.000.000 dal noto commerciante, Charles Beare.)

 

Nel 1940 la famiglia Hill ha donato il leggendario violino alla nazione britannica, per vederlo conservato in modo permanente in ottime condizioni. È ospitato all’Ashmolean Museum di Oxford, nella Hill Room. L’accesso allo strumento è strettamente limitato.

 

Attualmente è in corso un dibattito tra gli esperti se il violino sia stato effettivamente realizzato da Antonio Stradivari, in quanto alcune autorità scientifiche hanno datato il legno dello strumento all’anno successivo alla morte del maestro liutaio.



 

 Da tutto ciò che costantemente volutamente e non, rileviamo, anche se formulassimo una radicale scelta di Vita, affine al suo Principio, così come avveniva nel Tempo del vero spartito donde la musica di Dio, mai saremmo esentati dalla Sinfonia incompiuta eseguita dall’uomo civilizzato.

 

Certo non vuol essere un ritmo ripetitivo entro una cantilena o peggio una Rima non del tutto compresa, però evidenziare la Verità come si manifesta nella odierna ostacolata Coscienza d’ognuno, ci sembra un compito dovuto nei confronti del buon Compositore.

 

Ed il pregarlo, oppure appena comprenderlo, o solo cercarlo nel Sentiero della Vita non significa abbandonare la Via maestra in quanto proprio un Uomo ci insegnò che i suoi Sentieri infiniti nella vastità espressiva dell’apparente muto silente universale linguaggio, divenuto  nel Tempo materiale in cui nato e coniugato improprio verbo; sia esso esulare dal mito divenuto Legge, o al contrario, nel mito decifrato in quella Armonia in cui l’intera Natura parlava la sua Poesia da un Dio ispirata e creata, ci sembra un ottima prospettiva non solo per comprenderne la Sinfonia ma altresì coniugare gli opposti così come la Vita.

 

Senza la Prima Sinfonia e da ciò che ne deriva compresa la Scienza, potremmo rilevare non solo il dovuto Bene ma anche decifrare il male da cui l’incompleta Opera trascritta e certamente mal coniugata ed eseguita affine al principio dell’Armonia con cui non solo la ‘musica’ ma l’universale Opera donde la Vita.




Armonia!?

 

Sì Armonia!

 

Certo potrebbe sembrare un paradosso, quando la stessa si presenta e evolve secondo principi nefasti e catastrofici come del resto rilevato dai dati dell’Universo. Eppure - in tutto e da tutto ciò - siamo pur evoluti compresa la capacità attraverso la Ragione e con essa l’Intelligenza il linguaggio e la capacità della presunta ‘differenza’ per ciò che intendiamo ‘materia’.

 

Così ci siamo incamminati verso medesima spirale di Vita, prima chini entro una caverna, poi (apparentemente) retti fondare civiltà e con essa vasti (in medesima apparenza) Regni ed Imperi (in Terra).

 

Osservando costantemente il Cielo donde medesimo Oceano in Terra!

 

E mai dimenticando da dove proveniamo.

 

E di certo mai comprenderne (pur la vastità e mole della nostra breve ‘opera’) quale la vera e più elevata Scienza coniugare ogni movimento e dovuto intendimento e non solo sulla Terra.




 Ed allora in nome e per conto dell’Armonia detta, bisogna evidenziare la ‘temporale circolarità’ di quel moto e pensiero che ci induce alla costante divergenza (e non solo ortodossa eretica e gnostica che sia), seppure la Vita apparentemente edificata su codesto ‘asimmetrico’ principio; ed anche se la Storia  comporre la dovuta ‘materia’ e il mito, di quanto di più elevato e spirituale componeva e formava l’uomo, guardato con diffidenza e con accurato ‘transformer’ di più nobile pazzia innestata e ben coltivata da diversa coscienza nell’ugual medesimo ‘vuoto’ pur apparentemente ‘colmo’ di opposta armonia, bisogna saper riformulare l’udito e con esso ogni senso perso, compresa la vista, per decifrarne non solo la bellezza irrimediabilmente persa, ma anche il solo saper udire la sua Armonia.

 

Anche se solo fosse un rumore di fondo.

 

Eppure lo abbiamo ben udito provenire da una remota Regione e Ragione dell’Universo il quale implica un ‘ascolto’ da cui la pur mirabile superiore vista ancora esclusa.

 

Se solo ed anche leggessimo e di conseguenza ricaviamo e deduciamo l’intera ‘materia’ sotto questa prospettiva, il suono e la musica convergono non più alla vista ma all’udito solo per dirci che in Fondo quel mito sapeva leggere lo spartito e Dio.




 Rompere siffatta apparente ‘simmetria’ non certo per rimodellare medesimo ‘vuoto’ donde per qualcuno la prima vibrazione o nota di Vita (ed una prospettiva), bensì rivolgerci da codesta Foresta, così come la Sinfonia insegna, proprio dall’Albero e non certo all’invertebrato più o meno evoluto, ma in nome e per conto dello Spirito del Dio ivi dimorato e morto… che pur ci parla e talvolta castiga…

 

Nel nome e per conto dell’Opera incompiuta e completare lo spartito dalla ‘materia’ dedotta.

 

Giacché leggendo e parlando con il mio Dio, ho certamente compreso dimorare in ogni Legno e Pietra, come mi ha sussurrato in una nota dell’invisibile Simmetria, perché il Sentiero della retta via apparentemente avevo smarrito se pur osservato non men che additato dalla vostra retta appartenenza vestita con falsa coscienza, ho pur trovato e sognato la sua Nota o Musica… letto di ogni Selva.

 

Dibattevo e confabulavo non certo strani impropri deliri, ma scorgo costantemente una volontà vilipesa in colui che pur costantemente… dimora nel Legno quanto nella Pietra.

 

Ed aprire anche in questo Autunno come la Primavera sua sorella, il sepolcro della Vita per ogni inutile guerra avversa ad ogni più elevata e spirituale Armonia, mi sembra d’interpretare il vero e certo suo intendimento proprio mentre la morte, quella terrena, come vedrete, apparentemente approderà al ciclo della Vita.




 Quella terrena, ma nella Sinfonia donde la strofa o nota dell’Autunno - come la Primavera - scritta, Infinita la Vita che mi saluterà per ogni collina per non più raccoglierne schegge di pietra di chi non certo cacciando ugual preda si difende ancora da una impropria materia.

 

Che qualcuno in nome del Maestro accolga ed intenda la Preghiera!   

 

Ed in onor del Dio che pur ha creato codesta nobile Armonia e Sinfonia anche nelle note ‘autunnali’ - come le successive rinascite ‘primaverili’ - quando la linfa smarrisce e risorge in ugual Via, pur lasciando all’occhio che guarda la lenta agonia per appena comprenderne e decifrarne i colori dell’Universo scritti nella bellezza della Morte, come la certezza della rinascita dell’Anima che aspira alla fonte eterna della Divinità da cui la linfa per ogni ciclo della Vita da compiersi ancora ed ancora…

 

La quale seppure regna sovrana disquisita nell’Infinita spiritualità con cui ogni universale e più elevata immateriale appartenenza, - o più elevata - partecipazione al senso da cui l’intera vita, di cui la ‘materia’ ne limita impropriamente una più vasta Coscienza (come la dovuta Conoscenza); facciamo appello; pur niente e nessuno ch’io sia e sono interpretato e circoscritto nella ‘materia detta’, alla costante volontà di poter contemplare la Sinfonia udita (scritta nel vasto spartito di ogni Elemento) pregata e fors’anche, tutte le volte che impropriamente esiliati, ben dedotta e decifrata.




Un appello affinché non si rimanga prigionieri entro impropri meccanismi dove una e più avversità contrarie all’Armonia, possano compiere quella ciclicità con cui  scritto un irreversibile apocalittico Destino edificare impropria ‘materia’.

 

È pur vero che la civiltà raggiunta può essere anche avversata con un’umile ‘punta di freccia’ così come un buon Maestro insegna, ma non dobbiamo e possiamo ripercorrere costantemente medesimo Sentiero e raccogliere simil fossili o crani di compiute, o peggio, incompiute opere e sinfonie.

 

La guerra ad ogni Elemento con cui fondata ed evoluta la Vita, e chi per essa in moto avverso, in nome e per conto del progresso, ostacola ogni più elevata Armonia dell’intera Sinfonia, o meglio mi correggo, anche se qualcuno mi insegna che l’intera Vita o un Dio si manifesta attraverso codesta lotta, a lui rispondo che il suo Dio limita le prospettive del ‘puntinato’ da dove evoluti, in quanto medesima Scienza ci insegna per chi di Evoluzione trascrive comprende ed intende singola nota della medesima ugual Sinfonia, nella quale ogni Elemento tende al progressivo e stabile miglioramento così come la Vita che ora stiamo distruggendo nella frazione d’un Secondo … Dio.




 E se ben saprete leggere questa mia, certamente comprendete che l’ortodossia esula del mio credo ed intelligenza in quanto aperto ad ogni possibile e più probabile imprevedibile Armonia e nota musicale dello spartito detto.

 

Quindi la Guerra ad ogni Elemento, dicevo, non certo una condizione di vita ma dell’impropria ‘materia’ che ne vorrebbe condizionale l’incompiuta Sinfonia.

 

L’uomo ha il costante dovere ‘materiale’ di poter costantemente migliorare non solo le proprie agiate condizioni di Vita, ma poter far sì che queste stesse siano specifica unanime condizione d’ogni essere vivente in Terra.




  In nessun paese esiste più una letteratura così grande come quella del mondo antico; i giornali, i libri scadenti d’ogni genere, le preoccupazioni della gente per ogni tipo di trasformazione concreta, hanno scacciato l’immaginazione viva del mondo.

 

Questi uomini, che tante centinaia d’anni separavano fra loro, avevano il medesimo Spirito. Siamo noi ad essere diversi; e allora mi tornò alla mente un Pensiero ricorrente, ossia che loro vivevano in tempi in cui l’immaginazione si rivolgeva alla stessa Vita per esaltarsi.

 

Il mondo non mutava velocemente intorno a loro!

 

Non c’era nulla che distogliesse la loro immaginazione dal mutarsi dei campi, dalle nascite e dalle morti dei loro figli, dal destino delle loro Anime, da tutto quanto costituisce la sostanza immortale della Letteratura.

 

Non dovevano intrattenere rapporti con un mondo composto da masse tanto enormi da poter essere rappresentate alla loro mente solo per mezzo di raffigurazioni e generalizzazioni astratte. Tutto quello che percorreva il loro animo vi si imprimeva con la vivacità dei colori dei sensi, e quando scrivevano, ciò scaturiva da una ricca esperienza personale, scoprivano i loro simboli espressivi nelle cose che avevano conosciuto per tutta una vita.




È la trasformazione che seguì il Rinascimento, e venne completata dal dominio dei giornali e dal movimento scientifico che ci ha sovraccaricato di queste frasi e generalizzazioni elaborate da menti che pretenderebbero di cogliere ciò che non hanno mai visto.

 

Esiste un’espressione presso un antico scrittore cabalistico sull’uomo che cade all’interno della sua stessa circonferenza: ora ad ogni generazione ci troviamo più lontani dalla Vita stessa e l’Anima-Mundi che forma la sua essenza, e cadiamo sempre di più in preda di quell’influenza cui si riferiva Blake quando scrisse:

 

I Re ed il Parlamento (e tutti i loro cortigiani) mi sembrano cosa diversa dalla vita umana (dalla realtà e verità umana)




 Perdiamo sempre più la libertà man mano che fuggiamo da noi stessi, e non solo perché le nostre menti sono stravolte dalle frasi astratte e dalle generalizzazioni, riflessi su uno specchio che sono un’apparenza della vita, ma perché abbiamo capovolto la scala dei valori e crediamo che la radice della realtà non stia al centro, ma da qualche parte in quella vorticosa circonferenza.

 

E in che modo potremmo creare come gli antichi, se innumerevoli considerazioni di probabilità esterne o di utilità sociale distruggono il potere creativo, solo apparentemente irresponsabile che è la Vita stessa?

 

Ogni argomento come abbiamo letto ci riconduce a qualche concezione filosofica-religiosa, e alla fine l’energia creativa degli uomini dipende dalla loro fede di possedere, nel loro intimo, qualcosa di immortale e di incorruttibile, e che ogni altra cosa non è che un’immagine in uno specchio la cui forma a spirale inerente l’Universo ove nati.




 Sino a che questa fede non sarà soltanto formale, un uomo trarrà le sue creazioni da un’energia piena di gioia, senza cercare tante prove per un impulso che può essere davvero sacro, e senza ricorrere ad alcun fondamento fuori dalla vita stessa.

 

L’Arte, nei suoi momenti più alti, non è una creazione volontaria, ma deriva da un sentimento potente, dalla pura essenza intesa quale Anima-Mundi di vita, ed ogni sentimento è figlio di tutte le età passate e sarebbe diverso se anche un solo istante fosse stato trascurato.

 

E davvero non è proprio quel piacere della bellezza e dell’armonia che dice all’artista che egli ha immaginato quel che forse non morirà, ed è esso stesso soltanto un piacere delle forme perenni e tuttavia cangianti in spirali di vita, nelle sue stesse membra e nei suoi tratti?

 

Quando la vita l’ha donato, non ha forse dato nient’altro che se medesima?

 

Riserva forse mai altra ricompensa, perfino ai santi?

 

Se uno fugge verso il deserto, non è quella luce chiara che cade sull’Anima quando tutte le cose insignificanti sono state allontanate, altri che la vita che l’ha sempre circondato, ora finalmente goduta in tutta la sua pienezza?

 

Se un uomo trascorre tutti i suoi giorni in buone opere sinché nel suo cuore non resti emozione alcuna che non sia colma di virtù, la ricompensa che implora non è forse vita eterna? 

(W. B. Yates)


(Prosegue...)








martedì 1 giugno 2021

PREMATURE SEPOLTURE (11)

 










Precedenti capitoli...:


Di in nuovo e vecchio testamento...


& un Re molto più in alto...


Prosegue con il...:


"Messia" (12)








Ed ora, tornando alla Cappella del Rosario, non voglio chiudere il presente capitolo senza intrattenere il cortese lettore sovra alcune notizie aneddotiche riguardanti la distruzione della sepoltura Stradivari.

 

Si era nell’estate del 1869, le opere di demolizione della stupenda Basilica di S. Domenico apparivano inoltrate, tanto che l’abside e la torre e la Cappella del Cristo erano già spariti sotto i colpi incessanti dei picconi, i quali andavano man mano cupamente ripetendosi fra i piloni e sulle volte delle arcate e delle cappelle che ancora rimanevano in piedi.

 

I tempi nuovi s’imponevano ai vecchi.




Le esigenze imperiose e reclamate dell’igiene e della civiltà distruggevano in una pregevole concezione dell’arte le tracce di un’epoca nefasta illuminata dai sanguigni bagliori del rogo. La foga del lavoro faceva sì che non si badasse ad abbattere questa piuttosto che quella parte. E il piccone lavorava, lavorava sempre, e già era entrato nella Cappella del Rosario, e la cupola del Molosso e la volta del Cattapane vi aveva abbattute.

 

Ed io lo ricordo ancora, e ancora mi par di assistere a quella febbrile distruzione di tanto artistico splendore; mi pare di assistervi poiché non passava giorno ch’io non andassi a vedere il progressivo atterramento della grandiosa Basilica. Mi ricordo perfino quando il fotografo Aurelio Betri era là colla sua macchina a ritrarre i punti più interessanti della demolizione. D’uno dei quali credo non inutil cosa offrire qui il disegno, e precisamente quello dove si vede tutta intera la fila delle arcate di sinistra, e a destra un lato della Cappella di S. Pietro Martire e cioè il muro divisorio con quella del Rosario, che nella riproduzione fotografica si vede segnata con la crocetta nera.




Or bene io fui presente in un certo momento nel quale vari cospicui cittadini stavano intorno all’entrata della sepoltura Stradivari. E ricordo, come se appena ora le avessi udite, le seguenti parole allora pronunziate da uno di quei signori: «

 

 V’è tanta confusione di ossa senza nessun segno particolare, che riesce proprio inutile il far ricerche. 

 

…In quella circostanza ho anche udito il nome di Stradivari.



Ma io era così giovane e talmente digiuno di ciò che volesse significare quel nome, da non comprendere affatto l’importanza delle ricerche, che avrebbero voluto effettuare quei cospicui cittadini, de’ quali panni ricordare l’Avvocato Tavolotti, il Dott. Robolotti, il Prof. Stefano Bissolati, Pietro Fecit, e gli assuntori delle demolizioni Ferrari e Bassi, ed altri ancora che sfuggono ora alla mia memoria.

 

Ricordo invece perfettamente un aneddoto di cui non voglio defraudare il cortese lettore.

 

Qualche giorno dopo l’avvenuto sopraluogo di quella Commissione di dotti, era corsa voce che a visitare la sepoltura Stradivari sarebbe giunto espressamente da Milano il proprietario di un importante Museo. Io lo seppi da persona addetta ai lavori, e non mi lasciai sfuggire l’occasione per mettere a novella prova la mia curiosità. La visita s’è infatti verificata a soli due o tre giorni di distanza; e quel che avvenne eccolo in poche parole.




Quel signore, dalla fisonomia tutt’altro che rassicurante dal lato della serietà, ottenuto il permesso di scendere nel sotterraneo, fu visto dopo alcuni istanti risalire la scala a pioli e uscire trafelato e ansimante come Montecristo dall’antro delle verghe d’oro. Egli aveva fra le mani un teschio che agitava convulsamente, e che mostrava ai presenti per l’enorme sviluppo della calotta cranica e specialmente dell’osso frontale, ciò che a lui dava la certezza essere quello il teschio del grande Stradivarìus.




Quell'atteggiamento, quella fisonomia, quelle smanie convulse non fecero che destare le risa nei presenti. Fra i quali pur troppo! nessuno ha trovato di osservare, che forse l’opera del caso poteva benissimo aver fatto indovino l’improvvisato antropologo, mentre il teschio da lui asportato bastava perché nessuno più potesse avere la certezza che nella sepoltura, con gli altri teschi fosse vi ancora quello di Antonio Stradivari.

 

Altri tre teschi furono tolti dalla cripta nei giorni successivi per corredo scientifico di uno studente di medicina figlio dell’assuntore dei lavori. Tutte le altre ossa vennero man mano estratte con le ceste del terriccio, per essere di poi maciullate e sparse pei campi a incremento dell’agricoltura. Se tutto fosse rimasto dov’era, non sarebbe stato difficile a qualche intelligente e diligente antropologo il cercare fra le ossa esistenti nella sepoltura quelle che più rispondevano all’alta statura che si vuole avesse lo Stradivarìus.




E, comunque, con la scorta sicura dei documenti della Parrocchia di S. Matteo, si aveva sempre la certezza che in quel sotterraneo, fra le ossa sparse sul pavimento della cripta, quelle pur v’erano dell’uomo la cui fama era corsa per ogni dove non mai disgiunta dal nome della nostra Cremona.

 

Certezza assoluta in forza della quale potremmo oggi avere tra i fiori del nostro pubblico giardino un piccolo santuario dove custodire la più grande reliquia a ricordo della celebre scuola dei liutai cremonesi. Ma chi ordinò o lasciò compiere la dispersione dei resti gloriosi del grande liutaro, avrà forse pensato col poeta dei Canti rossi:




 Date al vento le ceneri ridendo dei sepolcri, delle cripte, dei colombai, forme ingannevoli d’umani egoismi e spesso di ridicole ambizioni.

 

Date al vento le ceneri, e naviganti nella infinità dello spazio, feconderanno forme umane.

 

Una parte di esse toccherà il Sole dove il grande artefice tenne fisso lo sguardo per togliervi quella scintilla che doveva renderlo immortale e tornerà più tardi sulla terra

 

Forse a dar vita a un fior,

O a fecondar le zolle

Di un obliato allor 



Dimentichiamo adunque l’opera inconsulta dei profanatori, e accontentiamoci noi concittadini di Antonio Stradivari di cullarci nella dolce illusione che l’alito trasformatore della natura abbia mutato le ceneri del sommo liutaro ne’ variopinti fiori del nostro pubblico giardino.

 

Qualche anno dopo la Rappresentanza Comunale deliberava di intitolare ad Antonio Stradivari uno dei Corsi più centrali della Città, e precisamente quello che fa capo al pubblico giardino di Piazza Roma, dove sorgeva la Basilica di S. Domenico, e qualcuno fino d’allora propose, con assai poca fortuna, d’innalzare al grande artefice un ricordo monumentale. Proposta che io stesso ebbi l’onore di ripresentare al Consiglio Comunale di Cremona nella seduta del 12 maggio 1889, ma che, come la prima, si trovò di fronte lo spettro minaccioso e indomabile delle esauste finanze.




Ma, sia comunque, anziché dilungarmi più oltre intorno all’argomento della Sepoltura Stradivari il quale mi pare aver trattato abbastanza ampiamente e con suffiiente corredo di notizie e di considerazioni, mi consenta il benevole lettore di chiudere il presente Capitolo colle parole che servono d’introduzione ad un lavoro pubblicato dal mio egregio amico Ingegnere Ettore Signori intorno la Basilica di S. Domenico nei  Documenti Cremonesi della decadenza Romana alla fine del Secolo XVII:

 

Non crediamo di fare opera inutile col pubblicare questo insigne monumento e coll’indagarne la storia, sebbene già da qualche anno sia caduto sotto il martello demolitore e sull’area del vasto tempio e del chiostro fiorisca ora un pubblico giardino. Non sarebbe però adesso di nessun scopo pratico l’addentrarci per codesta demolizione in una discussione tecnica ed amministrativa, che è già durata troppo a lungo; e noi a dir vero, per quanto ferventi amici dell’arte e della conservazione dei patri monumenti, contemplando la folla allegra e festante, che si versa nel pubblico giardino di Piazza Roma a respirare un po’ d’aria pura, e scorgendo il verde che rallegra la squallida e soffocante nudità delle mura cittadine, non possiamo deplorare affatto la perduta Basilica.

 

Come ognun sa inoltre, detta Basilica per vero assai ammalorata ed in certi punti pericolante e l’annessovi Convento adibito da parecchi anni ad uso Caserma, furono acquistati dal Comune di Cremona allo scopo precipuo di poter operare nel centro della Città quella specie di sventramento ottenutosi di fatto colla costruzione del pubblico giardino…


(Prosegue...)