giuliano

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IL TOMO

venerdì 4 giugno 2021

IL MESSIA (13)

 










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Il grande maestro liutaio Antonio Stradivari, morì nel 1737 all’età di 94 anni. 


I suoi figli, Francesco e Omobono, continuarono la sua bottega.

 

Tra il 1774 e il 1776 il grande collezionista di violini conte Cozio di Salabue acquistò molti violini di Francesco Stradivari, oltre a molti dei violini di Antonio ancora disponibili nella bottega di Stradivari, dal figlio più giovane di Antonio, Paolo, commerciante di stoffe. Uno di questi violini, presumibilmente realizzato da Antonio Stradivari nel 1716, divenne in seguito noto come ‘Messia’ o ‘Messie’.

 

Nel 1827 il violinista italiano itinerante, Luigi Tarisio, acquistò il violino. Tarisio si vantava costantemente con i suoi conoscenti del bellissimo violino che aveva scoperto, ma non lo portava mai alla luce per mostrarlo a nessuno. Il violinista francese Delphin Alard (genero del famoso liutaio francese Vuillaume) esclamò:

 

Il tuo violino è come il Messia... Uno lo aspetta sempre, ma non appare mai!




 Quando Tarisio morì nel 1855, Vuillaume, il grande liutaio e commerciante parigino, rendendosi conto che Tarisio aveva un grande magazzino di preziosi violini italiani depositati da qualche parte in Italia, si recò in una fattoria vicino a Milano, appartenente a Tarisio, dove trovò e acquistò oltre 140 strumenti, compreso il leggendario ‘Messia’, che a quanto pare non era mai stato usato. Nonostante avesse già quasi 150 anni, sembrava nuovo come se fosse appena uscito dalle mani di Stradivari.

 

Vuillaume aprì il violino e cambiò la barra del basso e modernizzò l’angolo del manico. Lo espose in una teca di vetro a casa sua e ne fece diverse copie molto belle. Era sua delizia sfidare i visitatori a dire quale violino era suo e quale era di Stradivari. Nel 1872 la espose alla Exhibition of Ancient Musical Instruments di Londra. Vuillaume morì nel 1875, ma il ‘Messia’ rimase in possesso della sua famiglia, fino a quando non fu acquistato da Alard, suo genero.




La famiglia Hill, una famosa famiglia di liutai e collezionisti in Inghilterra, acquistò il ‘Messiah’ da Alard nel 1890. Il prezzo fu la cifra record di 2000 sterline e acquistarono il violino per conto di un ricco collezionista di Edimburgo. The Hills aprì il violino e cambiò di nuovo il contrabbasso. Hanno scritto del ‘Messia’ nella loro famosa opera sulla vita di Antonio Stradivari, e hanno anche scritto una monografia proprio sul ‘Messia’. Riacquistarono il violino nel 1904, lo vendettero di nuovo nel 1913 e lo riacquistarono di nuovo nel 1928. (Da allora, il valore dello strumento è stato stimato in £ 10.000.000 dal noto commerciante, Charles Beare.)

 

Nel 1940 la famiglia Hill ha donato il leggendario violino alla nazione britannica, per vederlo conservato in modo permanente in ottime condizioni. È ospitato all’Ashmolean Museum di Oxford, nella Hill Room. L’accesso allo strumento è strettamente limitato.

 

Attualmente è in corso un dibattito tra gli esperti se il violino sia stato effettivamente realizzato da Antonio Stradivari, in quanto alcune autorità scientifiche hanno datato il legno dello strumento all’anno successivo alla morte del maestro liutaio.



 

 Da tutto ciò che costantemente volutamente e non, rileviamo, anche se formulassimo una radicale scelta di Vita, affine al suo Principio, così come avveniva nel Tempo del vero spartito donde la musica di Dio, mai saremmo esentati dalla Sinfonia incompiuta eseguita dall’uomo civilizzato.

 

Certo non vuol essere un ritmo ripetitivo entro una cantilena o peggio una Rima non del tutto compresa, però evidenziare la Verità come si manifesta nella odierna ostacolata Coscienza d’ognuno, ci sembra un compito dovuto nei confronti del buon Compositore.

 

Ed il pregarlo, oppure appena comprenderlo, o solo cercarlo nel Sentiero della Vita non significa abbandonare la Via maestra in quanto proprio un Uomo ci insegnò che i suoi Sentieri infiniti nella vastità espressiva dell’apparente muto silente universale linguaggio, divenuto  nel Tempo materiale in cui nato e coniugato improprio verbo; sia esso esulare dal mito divenuto Legge, o al contrario, nel mito decifrato in quella Armonia in cui l’intera Natura parlava la sua Poesia da un Dio ispirata e creata, ci sembra un ottima prospettiva non solo per comprenderne la Sinfonia ma altresì coniugare gli opposti così come la Vita.

 

Senza la Prima Sinfonia e da ciò che ne deriva compresa la Scienza, potremmo rilevare non solo il dovuto Bene ma anche decifrare il male da cui l’incompleta Opera trascritta e certamente mal coniugata ed eseguita affine al principio dell’Armonia con cui non solo la ‘musica’ ma l’universale Opera donde la Vita.




Armonia!?

 

Sì Armonia!

 

Certo potrebbe sembrare un paradosso, quando la stessa si presenta e evolve secondo principi nefasti e catastrofici come del resto rilevato dai dati dell’Universo. Eppure - in tutto e da tutto ciò - siamo pur evoluti compresa la capacità attraverso la Ragione e con essa l’Intelligenza il linguaggio e la capacità della presunta ‘differenza’ per ciò che intendiamo ‘materia’.

 

Così ci siamo incamminati verso medesima spirale di Vita, prima chini entro una caverna, poi (apparentemente) retti fondare civiltà e con essa vasti (in medesima apparenza) Regni ed Imperi (in Terra).

 

Osservando costantemente il Cielo donde medesimo Oceano in Terra!

 

E mai dimenticando da dove proveniamo.

 

E di certo mai comprenderne (pur la vastità e mole della nostra breve ‘opera’) quale la vera e più elevata Scienza coniugare ogni movimento e dovuto intendimento e non solo sulla Terra.




 Ed allora in nome e per conto dell’Armonia detta, bisogna evidenziare la ‘temporale circolarità’ di quel moto e pensiero che ci induce alla costante divergenza (e non solo ortodossa eretica e gnostica che sia), seppure la Vita apparentemente edificata su codesto ‘asimmetrico’ principio; ed anche se la Storia  comporre la dovuta ‘materia’ e il mito, di quanto di più elevato e spirituale componeva e formava l’uomo, guardato con diffidenza e con accurato ‘transformer’ di più nobile pazzia innestata e ben coltivata da diversa coscienza nell’ugual medesimo ‘vuoto’ pur apparentemente ‘colmo’ di opposta armonia, bisogna saper riformulare l’udito e con esso ogni senso perso, compresa la vista, per decifrarne non solo la bellezza irrimediabilmente persa, ma anche il solo saper udire la sua Armonia.

 

Anche se solo fosse un rumore di fondo.

 

Eppure lo abbiamo ben udito provenire da una remota Regione e Ragione dell’Universo il quale implica un ‘ascolto’ da cui la pur mirabile superiore vista ancora esclusa.

 

Se solo ed anche leggessimo e di conseguenza ricaviamo e deduciamo l’intera ‘materia’ sotto questa prospettiva, il suono e la musica convergono non più alla vista ma all’udito solo per dirci che in Fondo quel mito sapeva leggere lo spartito e Dio.




 Rompere siffatta apparente ‘simmetria’ non certo per rimodellare medesimo ‘vuoto’ donde per qualcuno la prima vibrazione o nota di Vita (ed una prospettiva), bensì rivolgerci da codesta Foresta, così come la Sinfonia insegna, proprio dall’Albero e non certo all’invertebrato più o meno evoluto, ma in nome e per conto dello Spirito del Dio ivi dimorato e morto… che pur ci parla e talvolta castiga…

 

Nel nome e per conto dell’Opera incompiuta e completare lo spartito dalla ‘materia’ dedotta.

 

Giacché leggendo e parlando con il mio Dio, ho certamente compreso dimorare in ogni Legno e Pietra, come mi ha sussurrato in una nota dell’invisibile Simmetria, perché il Sentiero della retta via apparentemente avevo smarrito se pur osservato non men che additato dalla vostra retta appartenenza vestita con falsa coscienza, ho pur trovato e sognato la sua Nota o Musica… letto di ogni Selva.

 

Dibattevo e confabulavo non certo strani impropri deliri, ma scorgo costantemente una volontà vilipesa in colui che pur costantemente… dimora nel Legno quanto nella Pietra.

 

Ed aprire anche in questo Autunno come la Primavera sua sorella, il sepolcro della Vita per ogni inutile guerra avversa ad ogni più elevata e spirituale Armonia, mi sembra d’interpretare il vero e certo suo intendimento proprio mentre la morte, quella terrena, come vedrete, apparentemente approderà al ciclo della Vita.




 Quella terrena, ma nella Sinfonia donde la strofa o nota dell’Autunno - come la Primavera - scritta, Infinita la Vita che mi saluterà per ogni collina per non più raccoglierne schegge di pietra di chi non certo cacciando ugual preda si difende ancora da una impropria materia.

 

Che qualcuno in nome del Maestro accolga ed intenda la Preghiera!   

 

Ed in onor del Dio che pur ha creato codesta nobile Armonia e Sinfonia anche nelle note ‘autunnali’ - come le successive rinascite ‘primaverili’ - quando la linfa smarrisce e risorge in ugual Via, pur lasciando all’occhio che guarda la lenta agonia per appena comprenderne e decifrarne i colori dell’Universo scritti nella bellezza della Morte, come la certezza della rinascita dell’Anima che aspira alla fonte eterna della Divinità da cui la linfa per ogni ciclo della Vita da compiersi ancora ed ancora…

 

La quale seppure regna sovrana disquisita nell’Infinita spiritualità con cui ogni universale e più elevata immateriale appartenenza, - o più elevata - partecipazione al senso da cui l’intera vita, di cui la ‘materia’ ne limita impropriamente una più vasta Coscienza (come la dovuta Conoscenza); facciamo appello; pur niente e nessuno ch’io sia e sono interpretato e circoscritto nella ‘materia detta’, alla costante volontà di poter contemplare la Sinfonia udita (scritta nel vasto spartito di ogni Elemento) pregata e fors’anche, tutte le volte che impropriamente esiliati, ben dedotta e decifrata.




Un appello affinché non si rimanga prigionieri entro impropri meccanismi dove una e più avversità contrarie all’Armonia, possano compiere quella ciclicità con cui  scritto un irreversibile apocalittico Destino edificare impropria ‘materia’.

 

È pur vero che la civiltà raggiunta può essere anche avversata con un’umile ‘punta di freccia’ così come un buon Maestro insegna, ma non dobbiamo e possiamo ripercorrere costantemente medesimo Sentiero e raccogliere simil fossili o crani di compiute, o peggio, incompiute opere e sinfonie.

 

La guerra ad ogni Elemento con cui fondata ed evoluta la Vita, e chi per essa in moto avverso, in nome e per conto del progresso, ostacola ogni più elevata Armonia dell’intera Sinfonia, o meglio mi correggo, anche se qualcuno mi insegna che l’intera Vita o un Dio si manifesta attraverso codesta lotta, a lui rispondo che il suo Dio limita le prospettive del ‘puntinato’ da dove evoluti, in quanto medesima Scienza ci insegna per chi di Evoluzione trascrive comprende ed intende singola nota della medesima ugual Sinfonia, nella quale ogni Elemento tende al progressivo e stabile miglioramento così come la Vita che ora stiamo distruggendo nella frazione d’un Secondo … Dio.




 E se ben saprete leggere questa mia, certamente comprendete che l’ortodossia esula del mio credo ed intelligenza in quanto aperto ad ogni possibile e più probabile imprevedibile Armonia e nota musicale dello spartito detto.

 

Quindi la Guerra ad ogni Elemento, dicevo, non certo una condizione di vita ma dell’impropria ‘materia’ che ne vorrebbe condizionale l’incompiuta Sinfonia.

 

L’uomo ha il costante dovere ‘materiale’ di poter costantemente migliorare non solo le proprie agiate condizioni di Vita, ma poter far sì che queste stesse siano specifica unanime condizione d’ogni essere vivente in Terra.




  In nessun paese esiste più una letteratura così grande come quella del mondo antico; i giornali, i libri scadenti d’ogni genere, le preoccupazioni della gente per ogni tipo di trasformazione concreta, hanno scacciato l’immaginazione viva del mondo.

 

Questi uomini, che tante centinaia d’anni separavano fra loro, avevano il medesimo Spirito. Siamo noi ad essere diversi; e allora mi tornò alla mente un Pensiero ricorrente, ossia che loro vivevano in tempi in cui l’immaginazione si rivolgeva alla stessa Vita per esaltarsi.

 

Il mondo non mutava velocemente intorno a loro!

 

Non c’era nulla che distogliesse la loro immaginazione dal mutarsi dei campi, dalle nascite e dalle morti dei loro figli, dal destino delle loro Anime, da tutto quanto costituisce la sostanza immortale della Letteratura.

 

Non dovevano intrattenere rapporti con un mondo composto da masse tanto enormi da poter essere rappresentate alla loro mente solo per mezzo di raffigurazioni e generalizzazioni astratte. Tutto quello che percorreva il loro animo vi si imprimeva con la vivacità dei colori dei sensi, e quando scrivevano, ciò scaturiva da una ricca esperienza personale, scoprivano i loro simboli espressivi nelle cose che avevano conosciuto per tutta una vita.




È la trasformazione che seguì il Rinascimento, e venne completata dal dominio dei giornali e dal movimento scientifico che ci ha sovraccaricato di queste frasi e generalizzazioni elaborate da menti che pretenderebbero di cogliere ciò che non hanno mai visto.

 

Esiste un’espressione presso un antico scrittore cabalistico sull’uomo che cade all’interno della sua stessa circonferenza: ora ad ogni generazione ci troviamo più lontani dalla Vita stessa e l’Anima-Mundi che forma la sua essenza, e cadiamo sempre di più in preda di quell’influenza cui si riferiva Blake quando scrisse:

 

I Re ed il Parlamento (e tutti i loro cortigiani) mi sembrano cosa diversa dalla vita umana (dalla realtà e verità umana)




 Perdiamo sempre più la libertà man mano che fuggiamo da noi stessi, e non solo perché le nostre menti sono stravolte dalle frasi astratte e dalle generalizzazioni, riflessi su uno specchio che sono un’apparenza della vita, ma perché abbiamo capovolto la scala dei valori e crediamo che la radice della realtà non stia al centro, ma da qualche parte in quella vorticosa circonferenza.

 

E in che modo potremmo creare come gli antichi, se innumerevoli considerazioni di probabilità esterne o di utilità sociale distruggono il potere creativo, solo apparentemente irresponsabile che è la Vita stessa?

 

Ogni argomento come abbiamo letto ci riconduce a qualche concezione filosofica-religiosa, e alla fine l’energia creativa degli uomini dipende dalla loro fede di possedere, nel loro intimo, qualcosa di immortale e di incorruttibile, e che ogni altra cosa non è che un’immagine in uno specchio la cui forma a spirale inerente l’Universo ove nati.




 Sino a che questa fede non sarà soltanto formale, un uomo trarrà le sue creazioni da un’energia piena di gioia, senza cercare tante prove per un impulso che può essere davvero sacro, e senza ricorrere ad alcun fondamento fuori dalla vita stessa.

 

L’Arte, nei suoi momenti più alti, non è una creazione volontaria, ma deriva da un sentimento potente, dalla pura essenza intesa quale Anima-Mundi di vita, ed ogni sentimento è figlio di tutte le età passate e sarebbe diverso se anche un solo istante fosse stato trascurato.

 

E davvero non è proprio quel piacere della bellezza e dell’armonia che dice all’artista che egli ha immaginato quel che forse non morirà, ed è esso stesso soltanto un piacere delle forme perenni e tuttavia cangianti in spirali di vita, nelle sue stesse membra e nei suoi tratti?

 

Quando la vita l’ha donato, non ha forse dato nient’altro che se medesima?

 

Riserva forse mai altra ricompensa, perfino ai santi?

 

Se uno fugge verso il deserto, non è quella luce chiara che cade sull’Anima quando tutte le cose insignificanti sono state allontanate, altri che la vita che l’ha sempre circondato, ora finalmente goduta in tutta la sua pienezza?

 

Se un uomo trascorre tutti i suoi giorni in buone opere sinché nel suo cuore non resti emozione alcuna che non sia colma di virtù, la ricompensa che implora non è forse vita eterna? 

(W. B. Yates)


(Prosegue...)








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