giuliano

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IL TOMO

venerdì 18 giugno 2021

ALLA MINIERA DEL FABBRO (21)

 




















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Il Secondo Governo








…Giacché come la tradizione lo ricorda, conserva e annovera, negli annali della Storia, lo stesso capace indistintamente di fabbricare, chiodi o mortali munizioni, in medesima ugual miniera o bottega…

 

Ma nella volontà da noi espressa in accordo con l’intera Natura, ed in disaccordo con ogni miniera o bottega, intendiamo in questa e qualsiasi altra sede, adoperare la sua proverbiale incuria: sia nel maneggiare la scure della Ragion persa; sia l’incudine, specchio e araldo, del dismesso Divino Intelletto (hora votato a Bacco!).

 

Perciò ci atteniamo nella volontà di esaudire nonché appagare, la Botte ubriaca non meno del marito da lei ispirato nella cantina Difesa.

 

Cioè nell’attenersi il più possibile a codesto timbro musicale accompagnato, sia da Thor, il più famoso unno derivato o solo ‘incrociato’; sia dai suoi parenti della Grande steppa fin su la Grande Russia finalmente unita dall’America, e non più alla Deriva.

 

Nella nota Armonia della congiunta e accompagnata (con dovuta pensione accreditata) Banda Ufficiale dell’Armata intera detta Italiana.

 

Dicono tradita, donde l’intera Sinfonia, avversa ad ogni Strofa di Madre Natura.

 

Al fabbro, nobile mestiere da zingaro, gli odierni imperatori porgono note e meritevoli ringraziamenti, per aver indistintamente forgiato strumenti (arrecando il dovuto danno alla Natura quanto al suo Profeta) al fine, - cioè nella certa fine - d’ogni più nobile èra, dell’industrioso suono d’un Tempo per sempre smarrito, seppur ci dicono, rinomato, nonché illustre altolocato richiesto sommo artigiano…

 

…E hora a lui rispondiamo, un vero peccato che l’antico mestiere d’artigiano perso, seppur barattato con una diversa Arte da Tribunale… 




Nei primi secoli la musica si studiava come scienza matematica; e nelle chiese e nelle scuole delle vecchie Abbazie ove era rimasta la tradizione, attraverso il canto liturgico di quei lontani inni Orientali e Greci, che avevano meravigliato il mondo. In quegli asili di pace, oasi in mezzo al mondo imbarbarito, si conservavano le gemme preziose dell’umano intelletto; e forse le cantilene di Orfeo, risuonavano ancora dinanzi agli altari.     



           

Baaam, baaam, boom, biiiim, baaammm...

 

Basta, basta, basta! Smettetela di martellare su quelle incudini! Non sopporto tutto questo frastuono!

 

Pitagora aprì gli occhi. Era sudato. Quel principio d'estate era più caldo del solito. E da qualche giorno il maestro si svegliava col rimbombo di quel suono metallico nelle orecchie. Da quando avevano cambiato il percorso mattutino per raggiungere la scuola, la notte continuava a sognare la scena in cui lui, Eratocle e Filolao passavano davanti alla bottega di Gerone vicino al tempietto di Eracle e le loro voci venivano sopraffatte dal fragore delle martellate del fabbro e dei suoi apprendisti.

 

Pitagora girò lo sguardo verso sua moglie che stava ancora dormendo. Mentre si alzava dal letto sentì rumori dal piano inferiore. Inspirò profondamente e le narici gli si riempirono del profumo di pani appena sfornati. Il suo servitore, Trasibulo, era già all'opera. Uscendo dalla camera, Pitagora sentì la piccola Muia che si lamentava nel sonno.

 

Anche lei da qualche giorno era un po' irrequieta.

 

Scese in cucina dove Trasibulo gli aveva già imbandito la tavola.




Il vostro pasto è pronto, maestro, fece il servitore indicando sul tavolo la maza spalmata di miele e la coppa di ciceone. Pitagora rispose con un cenno del capo mentre l'uomo usciva per avviarsi alla scuola.

 

Mangiò e bevve con lentezza. Finita colazione, mentre indossava il chitone, Pitagora sentì risuonare le voci familiari di Eratocle e Filolao.

 

‘Buongiorno, maestro, spero che abbiate trascorso una buona nottata’.

 

‘Non direi’,

 

rispose Pitagora.

 

‘Sento di continuo il rimbombo del martellare del fabbro. E la tua gamba come va, Filolao?’

 

‘Mi duole ancora, maestro. Spero non vi dispiaccia se anche stamani vi chiedo di percorrere il sentiero lungo’

 

‘Non ce la farei a salire per la ripida scorciatoia’

 

Pitagora lo guardò con un misto di comprensione e fastidio:

 

‘Non mi spiace’,

 

rispose secco.




Prima di uscire, il maestro si mise in testa il petaso di paglia. Era ancora presto ma il sole era già abbastanza alto sull'orizzonte. La giornata era serena e il solstizio alle porte.

 

Filolao notò che Eratocle si schermava gli occhi con una mano.

 

‘Eratocle, non capisco perché ti ostini a indossare il pileo anche in queste lunghe giornate di sole. Non trovi che le larghe falde di un petaso ti riparerebbero meglio dalla luce?’

 

‘Il pileo è tradizione della mia famiglia. È una delle poche cose che mi ricordano l'infanzia a Samo. E proprio per questo non ci rinuncio’

 

Una piacevole brezza rendeva il caldo sopportabile e increspava la superficie dello Ionio. I tre uomini s'incamminarono verso la scuola. Filolao zoppicava vistosamente.

 

Troppo poco tempo era passato dall'infortunio durante l'allenamento con Milone. Forse la partecipazione ai giochi olimpici era definitivamente compromessa.

 

‘Non sarà poi così male rimanere a Crotone con Eratocle e gli altri’,

 

…tentò di consolarsi.

 

Svoltato l'angolo si avvicinavano al tempietto di Eracle.




 Si cominciava a intravedere in lontananza la grossa schiena nuda di Gerone che, sulla soglia della bottega, si fletteva, lucida di sudore, ad accompagnare i colpi con cui il fabbro forgiava una spada.

 

L’aria aveva cominciato ad assumere un retrogusto di metallo incandescente e, man mano che i tre si avvicinavano, il clangore delle martellate si faceva più forte.

 

Baaam, boom, baaam, boom, biiiim, baaammm ...

 

Nel tratto di strada tra il tempietto e la bottega, Pitagora si mostrava sempre un po' inquieto. Inquieto ma concentrato: tutta la sua attenzione pareva rivolta al lavoro di Gerone. Il maestro sembrava magnetizzato dai gesti del fabbro. Quel giorno, senza nessun preavviso, deviò dal proprio cammino e s'infilò nella bottega. Eratocle e Filolao si scambiarono uno sguardo perplesso e lo seguirono.

 

‘Benvenuto maestro. La mia officina è a vostra disposizione’,

 

lo accolse Gerone con dignità, che non celò del tutto sorpresa e deferenza.




Pitagora sembrò non badare all'uomo: spostava in continuazione gli occhi da un martellato re all'altro al ritmo dei loro colpi.

 

Baaam, boom, baaam, booom, biiim, baaam, booom, baaammm.

 

‘Maestro, volevate chiedere qualcosa a mastro Gerone?’,

 

lo sollecitò Eratocle.

 

Pitagora ignorò anche lui e tenne lo sguardo fisso sui tre apprendisti che lavoravano con martelli e incudini di dimensioni diverse. Un sorriso gli illuminò il volto e gli occhi si fecero più luminosi. Poi, all'improvviso Pitagora inarcò le sopracciglia, aprì la bocca e inspirò profondamente:

 

‘Oh Zeus! Padre di tutti gli Dèi!’

 

Sotto lo sguardo di tutti, si avvicinò al più nerboruto dei tre che di conseguenza smise di martellare, presto imitato dagli altri. Per quanto sovrastasse la figura di Pitagora, l'apprendista sembrava a disagio e sorrideva imbarazzato.




‘Come ti chiami, ragazzo?’.

 

‘Coglione, maestro, anche se per le cronache o negli spartiti, o forse solo partiti per altri lidi, di brevi frammentati messaggini… non esistiamo, quali poveri operai… oppure manovali!’

 

…rispose il giovane con voce profonda mentre alcune gocce di sudore gli cadevano dal naso.

 

‘E voi due? Quali sono i vostri nomi?’

 

‘Basilico, per servirvi’

 

‘Se non sbaglio, Coglione, la tua incudine e il tuo martello sono più grandi di quelli di Basilico e Prezzemolo’.

 

‘Sì, maestro, questi sono gli arnesi per forgiare le armature e padelle nonché ruote dei carri armati’,

 

…rispose Coglione…




‘Sono i più grandi di tutti, se escludiamo quelli di mastro Gerone, naturalmente’

 

‘E quelli di Coglione Basilico e Prezzemolo a che cosa servono?’

 

‘Con gli arnesi di Basilico, che sono poco più piccoli di quelli di Coglione, forgiamo spade e spiedini, intervenne Gerone, mentre Coglione si sta occupando dei ferri di cavallo con brevi rintocchi’ 

 

‘Coglione, potresti colpire la tua incudine?’,

 

chiese Pitagora.

 

Il giovane sferrò una martellata sulla sua incudine, fino quasi al piede!

 

baaammm

 

‘E ora tu, colpisci la tua’.




‘E ora insieme!’.

 

baaammm

 

biiimmmm

 

Pitagora si girò verso i suoi allievi con un sorriso serafico.

 

‘Sentite che Armonia?

 

‘Sentite come si fondono questi Elevati Suoni Armonici…’…


(F. Ubaldini)


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