CHI DELLA FOLLA, INVECE,

CHI DELLA FOLLA, INVECE,
30 MAGGIO 1924

martedì 1 giugno 2021

PREMATURE SEPOLTURE (11)

 










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Ed ora, tornando alla Cappella del Rosario, non voglio chiudere il presente capitolo senza intrattenere il cortese lettore sovra alcune notizie aneddotiche riguardanti la distruzione della sepoltura Stradivari.

 

Si era nell’estate del 1869, le opere di demolizione della stupenda Basilica di S. Domenico apparivano inoltrate, tanto che l’abside e la torre e la Cappella del Cristo erano già spariti sotto i colpi incessanti dei picconi, i quali andavano man mano cupamente ripetendosi fra i piloni e sulle volte delle arcate e delle cappelle che ancora rimanevano in piedi.

 

I tempi nuovi s’imponevano ai vecchi.




Le esigenze imperiose e reclamate dell’igiene e della civiltà distruggevano in una pregevole concezione dell’arte le tracce di un’epoca nefasta illuminata dai sanguigni bagliori del rogo. La foga del lavoro faceva sì che non si badasse ad abbattere questa piuttosto che quella parte. E il piccone lavorava, lavorava sempre, e già era entrato nella Cappella del Rosario, e la cupola del Molosso e la volta del Cattapane vi aveva abbattute.

 

Ed io lo ricordo ancora, e ancora mi par di assistere a quella febbrile distruzione di tanto artistico splendore; mi pare di assistervi poiché non passava giorno ch’io non andassi a vedere il progressivo atterramento della grandiosa Basilica. Mi ricordo perfino quando il fotografo Aurelio Betri era là colla sua macchina a ritrarre i punti più interessanti della demolizione. D’uno dei quali credo non inutil cosa offrire qui il disegno, e precisamente quello dove si vede tutta intera la fila delle arcate di sinistra, e a destra un lato della Cappella di S. Pietro Martire e cioè il muro divisorio con quella del Rosario, che nella riproduzione fotografica si vede segnata con la crocetta nera.




Or bene io fui presente in un certo momento nel quale vari cospicui cittadini stavano intorno all’entrata della sepoltura Stradivari. E ricordo, come se appena ora le avessi udite, le seguenti parole allora pronunziate da uno di quei signori: «

 

 V’è tanta confusione di ossa senza nessun segno particolare, che riesce proprio inutile il far ricerche. 

 

…In quella circostanza ho anche udito il nome di Stradivari.



Ma io era così giovane e talmente digiuno di ciò che volesse significare quel nome, da non comprendere affatto l’importanza delle ricerche, che avrebbero voluto effettuare quei cospicui cittadini, de’ quali panni ricordare l’Avvocato Tavolotti, il Dott. Robolotti, il Prof. Stefano Bissolati, Pietro Fecit, e gli assuntori delle demolizioni Ferrari e Bassi, ed altri ancora che sfuggono ora alla mia memoria.

 

Ricordo invece perfettamente un aneddoto di cui non voglio defraudare il cortese lettore.

 

Qualche giorno dopo l’avvenuto sopraluogo di quella Commissione di dotti, era corsa voce che a visitare la sepoltura Stradivari sarebbe giunto espressamente da Milano il proprietario di un importante Museo. Io lo seppi da persona addetta ai lavori, e non mi lasciai sfuggire l’occasione per mettere a novella prova la mia curiosità. La visita s’è infatti verificata a soli due o tre giorni di distanza; e quel che avvenne eccolo in poche parole.




Quel signore, dalla fisonomia tutt’altro che rassicurante dal lato della serietà, ottenuto il permesso di scendere nel sotterraneo, fu visto dopo alcuni istanti risalire la scala a pioli e uscire trafelato e ansimante come Montecristo dall’antro delle verghe d’oro. Egli aveva fra le mani un teschio che agitava convulsamente, e che mostrava ai presenti per l’enorme sviluppo della calotta cranica e specialmente dell’osso frontale, ciò che a lui dava la certezza essere quello il teschio del grande Stradivarìus.




Quell'atteggiamento, quella fisonomia, quelle smanie convulse non fecero che destare le risa nei presenti. Fra i quali pur troppo! nessuno ha trovato di osservare, che forse l’opera del caso poteva benissimo aver fatto indovino l’improvvisato antropologo, mentre il teschio da lui asportato bastava perché nessuno più potesse avere la certezza che nella sepoltura, con gli altri teschi fosse vi ancora quello di Antonio Stradivari.

 

Altri tre teschi furono tolti dalla cripta nei giorni successivi per corredo scientifico di uno studente di medicina figlio dell’assuntore dei lavori. Tutte le altre ossa vennero man mano estratte con le ceste del terriccio, per essere di poi maciullate e sparse pei campi a incremento dell’agricoltura. Se tutto fosse rimasto dov’era, non sarebbe stato difficile a qualche intelligente e diligente antropologo il cercare fra le ossa esistenti nella sepoltura quelle che più rispondevano all’alta statura che si vuole avesse lo Stradivarìus.




E, comunque, con la scorta sicura dei documenti della Parrocchia di S. Matteo, si aveva sempre la certezza che in quel sotterraneo, fra le ossa sparse sul pavimento della cripta, quelle pur v’erano dell’uomo la cui fama era corsa per ogni dove non mai disgiunta dal nome della nostra Cremona.

 

Certezza assoluta in forza della quale potremmo oggi avere tra i fiori del nostro pubblico giardino un piccolo santuario dove custodire la più grande reliquia a ricordo della celebre scuola dei liutai cremonesi. Ma chi ordinò o lasciò compiere la dispersione dei resti gloriosi del grande liutaro, avrà forse pensato col poeta dei Canti rossi:




 Date al vento le ceneri ridendo dei sepolcri, delle cripte, dei colombai, forme ingannevoli d’umani egoismi e spesso di ridicole ambizioni.

 

Date al vento le ceneri, e naviganti nella infinità dello spazio, feconderanno forme umane.

 

Una parte di esse toccherà il Sole dove il grande artefice tenne fisso lo sguardo per togliervi quella scintilla che doveva renderlo immortale e tornerà più tardi sulla terra

 

Forse a dar vita a un fior,

O a fecondar le zolle

Di un obliato allor 



Dimentichiamo adunque l’opera inconsulta dei profanatori, e accontentiamoci noi concittadini di Antonio Stradivari di cullarci nella dolce illusione che l’alito trasformatore della natura abbia mutato le ceneri del sommo liutaro ne’ variopinti fiori del nostro pubblico giardino.

 

Qualche anno dopo la Rappresentanza Comunale deliberava di intitolare ad Antonio Stradivari uno dei Corsi più centrali della Città, e precisamente quello che fa capo al pubblico giardino di Piazza Roma, dove sorgeva la Basilica di S. Domenico, e qualcuno fino d’allora propose, con assai poca fortuna, d’innalzare al grande artefice un ricordo monumentale. Proposta che io stesso ebbi l’onore di ripresentare al Consiglio Comunale di Cremona nella seduta del 12 maggio 1889, ma che, come la prima, si trovò di fronte lo spettro minaccioso e indomabile delle esauste finanze.




Ma, sia comunque, anziché dilungarmi più oltre intorno all’argomento della Sepoltura Stradivari il quale mi pare aver trattato abbastanza ampiamente e con suffiiente corredo di notizie e di considerazioni, mi consenta il benevole lettore di chiudere il presente Capitolo colle parole che servono d’introduzione ad un lavoro pubblicato dal mio egregio amico Ingegnere Ettore Signori intorno la Basilica di S. Domenico nei  Documenti Cremonesi della decadenza Romana alla fine del Secolo XVII:

 

Non crediamo di fare opera inutile col pubblicare questo insigne monumento e coll’indagarne la storia, sebbene già da qualche anno sia caduto sotto il martello demolitore e sull’area del vasto tempio e del chiostro fiorisca ora un pubblico giardino. Non sarebbe però adesso di nessun scopo pratico l’addentrarci per codesta demolizione in una discussione tecnica ed amministrativa, che è già durata troppo a lungo; e noi a dir vero, per quanto ferventi amici dell’arte e della conservazione dei patri monumenti, contemplando la folla allegra e festante, che si versa nel pubblico giardino di Piazza Roma a respirare un po’ d’aria pura, e scorgendo il verde che rallegra la squallida e soffocante nudità delle mura cittadine, non possiamo deplorare affatto la perduta Basilica.

 

Come ognun sa inoltre, detta Basilica per vero assai ammalorata ed in certi punti pericolante e l’annessovi Convento adibito da parecchi anni ad uso Caserma, furono acquistati dal Comune di Cremona allo scopo precipuo di poter operare nel centro della Città quella specie di sventramento ottenutosi di fatto colla costruzione del pubblico giardino…


(Prosegue...)









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