giuliano

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IL TOMO

sabato 29 maggio 2021

IL RACCONTO DELLA DOMENICA, ovvero: VECCHIO E NUOVO TESTAMENTO (24)

 










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Questo articolo propone alcune riflessioni sulla nascita del senso moderno della famiglia, ispirate dalle clausole pie dei testamenti e dalle tombe.

 

Ma, prima di tutto di quale famiglia si tratta?

 

Non si tratta né della famiglia patriarcale, estesa a vari nuclei familiari o a parecchie generazioni, e che forse è esistita solo in casi eccezionali, né della famiglia dei nostri tempi, ridotta ai genitori e ai figli ancora dipendenti.

 

Una favola di La Fontaine (libro quarto, 22) descrive assai bene quel che s’intendeva per famiglia verso il 1660, quando fu composta.




L’allodola ha fatto il nido in un campo di grano, un po’ tardi nella stagione, e spia il giorno della mietitura per sloggiare senza strepito. Incarica i suoi piccoli di ascoltar bene i discorsi del padrone del campo, quando fa il giro della proprietà con suo figlio:

 

Le possesseur du champ vient avecque son fils. Les blés sont murs, dit-il, allez chez nos amis Les prier que, chacun apportant sa faucille, Nous vienne aider demain dès la pointe du jour.

 

Il gruppo degli amici è il primo ad essere invitato. Ma è troppo lontano e troppo indifferente: L’aube du jour arrive et d’amis point du tout. Il padrone ha capito di non poter contare sugli amici. Eppure a quei tempi l’amicizia aveva un’importanza maggiore che nei nostri, e nei testamenti si dimostrava agli amici una considerazione pari a quella dovuta ai parenti.




Un testatore del 1646 prega sua moglie e i suoi figli di sentire [per la tomba e il funerale] il parere e il consiglio in tutto l’affare dei Signori [illeggibile], suoi buoni amici, e questi prega umilmente, così come gli hanno fatto l’onore di amarlo da vivo, che dopo la sua morte vogliano conservare quest’affetto verso i suoi... 

 

La negligenza degli amici era colpa grave e poco comune. Il padrone deve passar oltre:

 

Mon fils, allez chez nos parents Les prier de la meme chose. 

 

È chiaro che questi parenti non abitano insieme al padrone e a suo figlio (andate dai nostri parenti), ma possono essere molto vicini per sangue o matrimonio.

 

Si capisce così lo spavento degli uccellini: i suoi parenti, ha detto.




Ma neanche i parenti arrivano.

 

Allora il padrone deve trarre la morale, e dice al figlio che l’accompagna sempre:

 

Il n’est meilleur ami ni parent que soi-mème Retenez bien cela, mon fils. Et savez-vous Ce qu’il faut faire? Il faut qu’avec notre famille Nous prenions dès demain chacun notre faucille...

 

Il testo è chiaro.

 

La famiglia, in questo caso, esclude i parenti che vivono altrove, ma comprende tutti quelli che abitano sotto lo stesso tetto, figli e servi compresi che dipendono dallo stesso padrone: «la nostra famiglia.

 

Il padrone della famiglia è anche il padrone del campo.




Per molto tempo non si sono distinte le nozioni oggi ben separate, di paternità e di proprietà, di famiglia e di patrimonio. La Fontaine, nel Diciassettesimo secolo, faceva la stessa confusione di san Girolamo nel Quarto. Questi traduceva con pater familias la parola greca oikodespotes, letteralmente padrone di casa. Il pater familias della Vulgata non è necessariamente un padre di famiglia, nel senso attuale, ma un proprietario di uomini e di beni: il padrone del campo. Se ne può concludere che un povero non poteva essere pater familias.

 

Nella prima metà del Diciottesimo secolo, lo stile e il tono dei testamenti sono cambiati, e anche la loro funzione: questo cambiamento è in rapporto con il senso della famiglia.




Fino ai primi del Diciottesimo secolo, questa funzione era la stessa che era sempre stata dal Medioevo: religiosa. Lo scopo del testamento era di costringere l’uomo a pensare alla morte mentre era ancora in tempo. Senza dubbio nel Diciassettesimo secolo, il testamento non era più registrato dai parroci, non era più considerato proprio come un sufficiente passaporto per il cielo, e non si estrometteva più dalla terra consacrata chi era morto intestato, come fosse scomunicato.

 

Ma, se il testamento non era più un atto quasi sacramentale, restava pur sempre un atto religioso in cui il testatore esprimeva, per mezzo di formule più spontanee di quanto si creda, la sua fede, la sua fiducia nell’intercessione della Corte celeste, e disponeva di quel che ancora gli era più caro: il suo corpo e la sua anima.




La parte più lunga del testo è sempre ad pias causas: la professione di fede, la confessione dei peccati e la riparazione dei torti, l’elezione della sepoltura e, infine, le numerose disposizioni a favore dell’anima: messe, preghiere, che cominciavano fin dall’agonia ed erano celebrate a date fisse, in perpetuo. Si resta colpiti dalla minuzia dei particolari: il testatore non lasciava nulla né al caso né all’affetto dei suoi.

 

Sembra che non abbia più fiducia in nessuno.

 

Certo il suo letto d’ammalato era circondato da parenti, da amici spirituali e carnali. La camera di un moribondo era un luogo pubblico. Ma parenti e amici diventavano estranei al dramma che vi si stava svolgendo, e che neppure vedevano; questo dramma metteva il moribondo alle prese col divino Giudice, gli accusatori diabolici, i santi patroni.

 

Era completamente solo.




 Soltanto a lui spettava provvedere alle garanzie per la salvezza della sua anima, riceverne la formale assicurazione, secondo le clausole di quel contratto di salvezza spirituale che era il testamento. Può contare solo su di esso, deve imporre le sue volontà agli eredi, moglie o figli, monastero o fabbrica. Con durezza da leguleio, tipica di ogni uomo dell’ancien régime, non risparmia nessun dettaglio: né un grammo di cera né un De profundis. Prescrive che i lasciti pii e la loro destinazione siano affissi in chiesa su un materiale non deperibile, pietra o ottone, per scongiurare l’oblio delle future generazioni. Di rado il testatore si rimette alla discrezione di un coniuge, di un amico, e, quando lo fa, è piuttosto per volontà di umiliazione e di semplicità che per assoluta fiducia.

 

Così la famiglia non partecipa alle disposizioni prese dal testatore per il riposo della sua anima e la scelta della sepoltura. Si arriva addirittura a chiedersi se assisteva sempre al servizio funebre e ai funerali. Il lutto costringeva la vedova a restarsene in casa. Perché il testatore deve, in certi casi, esigere la presenza dei suoi figli, come se non fosse una cosa ovvia?




Ad ogni modo, la famiglia è assente, se non dalle cerimonie funebri, almeno dalle clausole religiose del testamento (salvo la scelta della sepoltura, come si vedrà più avanti).

 

Che cosa avviene nel Diciottesimo secolo?

 

La famiglia, in apparenza, non è diventata molto più presente, ma il suo silenzio ha un diverso significato, perché la funzione e lo scopo del testamento sono mutati, e la famiglia si è sostituita al testamento per l’adempimento dei voti pii.

 

Si nota, infatti, che le clausole religiose vengono sbrigate in poche frasi convenzionali, quando non scompaiono del tutto. Il testamento diventa semplicemente quel che è rimasto fino ai nostri giorni, un atto di diritto privato, per la ripartizione dei beni del defunto.

 

Come spiegare questo cambiamento?




Si pensa subito al progresso dell’indifferenza religiosa nell’età dei lumi. Ma sappiamo che la pratica religiosa non era allora meno diffusa che nel Diciassettesimo secolo, e probabilmente lo era di più che nel Quindicesimo o Sedicesimo secolo. Le fondazioni religiose, in effetti, restavano importanti. D’altra parte esistono, soprattutto nella Francia meridionale, segni indiscutibili della fedeltà del Diciottesimo secolo alle devozioni della morte: quasi ogni chiesa ha una cappella della buona morte o delle anime del purgatorio, e in quest’epoca sorge una nuova iconografia del purgatorio. Non si può dunque spiegare la scomparsa delle clausole pie del testamento con un’anacronistica laicizzazione del sentimento religioso.

 

È il rapporto fra l’uomo e la sua famiglia che è cambiato: l’uomo che sente la morte ormai vicina non è più solo di fronte al suo destino. I parenti, la famiglia, che un tempo erano tenuti al margine della scena finale, accompagnano il morente fino alla sua ultima dimora e, da parte sua, il morente accetta di dividere con loro il momento che una volta riservava a Dio o a se stesso. Senza dubbio si è verificato allora un mutamento dell’escatologia comune, un attenuarsi della paura del Giudizio e dell’Inferno, o dell’Aldilà, ma soprattutto è intervenuto, sia nel devoto sia nel miscredente, un mutamento del sentimento familiare.




Il morente non ha più lo stesso atteggiamento di diffidenza verso i suoi parenti: non ha più bisogno di garanzie legali, di testimoni, di notai, per assicurarsi il rispetto delle sue ultime volontà, almeno quelle riguardanti il suo corpo e la sua anima (per il patrimonio, le vecchie precauzioni sono sempre legittime!). Bastava che le sue volontà fossero state espresse oralmente, perché impegnassero i cari sopravvissuti. Un’affettuosa fiducia era subentrata alla diffidenza. Nella vecchia società, il moribondo affermava al tempo stesso la sua indipendenza nei riguardi della famiglia e la dipendenza della famiglia da lui. Dal Diciassettesimo secolo in poi, il morente si è abbandonato, anima e corpo, alla sua famiglia. La scomparsa delle clausole sentimentali e spirituali dal testamento è il segno del consenso del malato o del morente a tirarsi da parte e ad esser preso a carico dalla famiglia.

 

Abbiamo detto che nella vecchia società, fino al Diciottesimo secolo, l’uomo si trovava solo di fronte all’approssimarsi, o anche all’idea, della morte. O, per meglio dire, la sua anima si trovava sola. Durante il primo millennio, non si concepiva la morte come una separazione dell’anima dal corpo, ma come un sonno misterioso dell’essere indivisibile. Per questo era importante soprattutto scegliere un luogo sicuro per attendervi in pace il giorno della resurrezione.




A partire dal Dodicesimo secolo, si credette che, al momento della morte, l’anima abbandonasse il corpo, e che subisse immediatamente un giudizio individuale, senza attendere la fine dei tempi: la solitudine dell’uomo davanti alla morte è lo spazio in cui questi prende coscienza della sua individualità, e le clausole pie del testamento sono i mezzi per salvare questa individualità dalla distruzione temporale e conservarla nell’al di là. Le nuove disposizioni concernenti il riposo dell’anima si aggiungevano alla tradizionale preoccupazione della scelta della sepoltura. Dò la mia anima a Dio, lascio il mio corpo alla chiesa degli Agostiniani e nella sepoltura dei miei, scrive, nel 1648, nel suo testamento, un consigliere al parlamento di Tolosa.


(Prosegue...)









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