giuliano

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IL TOMO

giovedì 27 maggio 2021

PAGANINI il maestro non si ripete, ovvero: GLI ORFEI (8)

 










Precedenti capitoli:


Con i quattro Elementi profanati... (6-7/1)


Prosegue con...:


L'Armonia del mondo: Frammenti (9)








& il capitolo quasi completo, ovvero,


un Re leggermente più alto...








Ci sono alcuni nomi, la semplice menzione o il pensiero che evocano personalità distinte; tali sono Handel, Bach, Beethoven, Wagner; ma nessuno ha la straordinaria individualità di quella di Paganini.

 

Sebbene siano in vita pochi coloro che hanno visto quell’uomo, e sebbene i suoi ritratti non si incontrino comunemente, il nome di Paganini richiama subito un’immagine: strana, inquietante, demoniaca; riporta la debole eco di spettacoli da tempo perduti nei corridoi del tempo; ed eccita l’immaginazione in un modo del tutto unico. Gli ultimi anni hanno assistito alla comparsa di un numero senza precedenti di meravigliosi giovani violinisti, i cui successi culminano nella meravigliosa esecuzione del ragazzo Franz von Vecsey.




Queste manifestazioni sono quasi sufficienti per indurre a credere nella teoria o nella dottrina della reincarnazione, e per far pensare che il grande genovese sia di nuovo in carne e ossa.

 

Anche questi violinisti suonano tutti la musica di Paganini; sembrano vantarsene, e così anche il pubblico per molte persone serie e degne è solo trappola per topi. Questo rinnovato interesse per Paganini e la sua musica sembra rendere il presente un momento appropriato per riaffermare il caso dell’uomo e dell’artista, nonostante la vasta letteratura già associata al suo nome.

 

L’artista è il figlio della sua età.




Che età era quella che ha prodotto Paganini?

 

Pochi anni prima che lui nascesse, venne al mondo uno che doveva ‘ambientare’ L’Europa in fiamme. L’età è l’era della rivoluzione. I troni vacillarono; gli eserciti devastarono il continente e l’Italia divenne un mero appannaggio dell’Impero francese. Lo sconvolgimento politico è stato accompagnato da una rivoluzione nell’arte. Sorse la scuola romantica di musica e Beethoven, Schubert, Berlioz, Chopin, Schumann, Liszt e Wagner furono i risultati psichici del tumulto in cui fu gettato il mondo.

 

In un mondo del genere, già sentendo i tremori premonitori della grande Rivoluzione, nacque a Genova, il 27 ottobre 1782, Nicolò Paganini.




I genovesi - parsimoniosi e industriosi - non avevano a quel tempo un carattere morale molto buono; ma allora forse non erano soli in questo senso. Poche informazioni sono disponibili sulla famiglia di Paganini. Il padre, Antonio Paganini, teneva una piccola bottega nei pressi del porto; è descritto come un uomo dal carattere straordinariamente avaro, duro e brutale, ma che possiede la qualità salvifica dell’amore per la musica e mostra una certa abilità nell’arte; il suo strumento era il mandolino, anche se Laphaléque dice che era un violinista.

 

La madre deve essere stata di un carattere amabile, da quel poco che è stato registrato di lei. La famiglia era composta da due figli e due figlie. Del figlio maggiore, si fa menzione una sola volta; delle figlie, sembra che non si sappia nulla. Il piccolo Nicolò deve aver dato prova di talento musicale molto presto, ma prima di essere messo ai suoi studi fu attaccato dal morbillo, e questo così gravemente che rimase per un’intera giornata in uno stato di catalessi.




Fu dato per morto ed era avvolto in un sudario, e solo un leggero movimento all’ultimo, che mostrava sintomi di vita, lo salvò dall’orrore di una sepoltura prematura.

 

Si era appena ripreso quando suo padre iniziò le lezioni di violino.

 

L’evidente predisposizione del bambino per l’arte eccitava l’avarizia del padre, che trovava pochi margini di gratificazione nelle sue piccole imprese.

 

Nel 1793 Paganini fece il suo debutto nel grande Teatro di Genova (Carlo Felice). Era all’undicesimo anno, e la sua fama doveva essere notevole, l’occasione fu di una certa importanza, essendo il concerto di beneficenza di due cantanti di fama, Luigi Marchesi e Teresa Bertinotti. Marchesi era secondo solo a Pacchierotti tra i soprani maschi dell’epoca, e cantò al King’s Theatre, di Londra, durante la stagione del 1788; nelle ‘Reminiscenze musicali’ del Conte di Mount Edgcumbe è lodato come il più brillante cantante dei suoi tempi.




È stato un grande complimento al talento del giovane Nicolò che questi cantanti richiedessero il suo aiuto. Inoltre, promisero di cantare per lui quando avrebbe dovuto dare un concerto. Entrambe le opere si svolsero regolarmente e il ragazzo-artista di ciascuna interpretò una serie di variazioni della propria composizione su La Carmagnole; un’aria allora molto in voga. Quella vecchia melodia adoperata al servizio della Rivoluzione francese, fu opportunamente associata al giovane artista, egli stesso rivoluzionario.

 

Il suo successo fu fenomenale!

 

Non è necessario entrare nei dettagli riguardanti tutti i tour di Paganini. Sembra che sia stato nel 1810 che scrisse la Sonata di Napoleone, e la eseguì in pubblico in un concerto da lui tenuto a Parma, il 18 agosto 1811. La sua fama si stava diffondendo oltre il suo paese, e Schilling afferma che dal 1812 i giornali musicali tedeschi gli prestarono molta attenzione.




Era a Milano nel 1813 e lì il suo successo fu più grande che mai. Per quella città sembrava avere una predilezione, perché vi rimase, salvo un breve soggiorno a Genova, fino all’autunno del 1814. A quel tempo non era affatto un recluso, visitò il teatro, La Scala, e assistette a un’esibizione del balletto di Vigano, Il Noce di Benevento, di cui Süssmayer scrisse le musiche; e da una certa scena prese il tema delle sue variazioni note come Le Streghe.

 

Nell’ottobre 1814 Paganini andò a Bologna e lì incontrò per la prima volta Rossini. Rossini, nove anni più giovane di Paganini, aveva già prodotto una dozzina di opere, due a Milano quell’anno. Per favore del tribunale Rossini era appena scampato alla coscrizione ed era corso via a Bologna.

 

L’incontro di questi due artisti fu importante per entrambi.




Nel 1820 Paganini tornò a Milano, dove fondò una Società di Dilettanti, Gli Orfei, e ne diresse i concerti per un periodo; ma le abitudini vagabonde che aveva acquisito rendevano fastidiosa una vita stabile, e presto fu di nuovo in viaggio. L’inverno lo trovò di nuovo a Roma, dove doveva essere rimasto di tanto in tanto per un altro anno; perché era lì nel dicembre 1821, quando Rossini stava per produrre la sua opera, Matilda di Sabran, all’apertura della stagione del carnevale. Il giorno dell’ultima prova il direttore d’orchestra si ammala e Rossini dispera di rimpiazzarlo. Paganini, sentito il dilemma del suo amico si offrì di dirigere le prove e la prima rappresentazione - la sua esperienza operistica a Lucca non va dimenticata – un’offerta che Rossini accettò con gratitudine.

 

Senza un attimo di preparazione, Paganini si mise al lavoro per creare con un’orchestra ‘inesperta’: era al Teatro d’Apollone — le intenzioni del compositore e il modo in cui dovrebbero essere interpretate. Non avendo tempo per la spiegazione verbale, fece tutto con l’esempio, suonando la prima parte di violino un’ottava più alta di quella scritta, e facendosi sentire al di sopra del suono concertato.




 In un colpo d’occhio penetrò il significato di ogni movimento e lavorò così tanto sugli esecutori che gli obbedirono come per incantesimo. Bastò questa singola prova per realizzare un’esibizione ineccepibile, con l’orchestra in una vera e propria metamorfosi, tra lo stupore di tutti, Rossini compreso.

 

Mai, si dice, la banda degli Apollo suonò con così tanto spirito!

 

Paganini arrivò a Vienna, il 16 marzo 1828, e tenne il suo primo concerto nella Redouten-Saal il 29 dello stesso mese, creando un clamore di cui non si era mai assistito. Va tenuto presente che Paganini non era più un giovane dall’aspetto romantico capace di muovere i sentimenti di giovani donne sentimentali o isteriche. Aveva quarantasei anni e il suo viso portava i segni della sofferenza; portava i suoi lunghi capelli in boccoli che gli cadevano sulle spalle, ma fisicamente era un rottame. Eppure nessun artista giovanile di oggi ha fatto un debutto più sensazionale di quello di Paganini nella capitale austriaca nel 1828. Per ripetere il racconto spesso citato di Schilling:




Al primo colpo di arco del suo Guarnerius, si potrebbe quasi dire al primo passo che fece nella sala, la sua reputazione è già stata decisa in Germania. Acceso come da un lampo elettrico, improvvisamente brillò e scintillò come un’apparizione miracolosa nel dominio dell’arte nell’arte.

 

Da Praga, Paganini andò a Berlino, dove rimase quattro mesi. Fu accolto con il massimo entusiasmo e la sera del suo primo concerto esclamò:

 

Ho ritrovato il mio pubblico viennese.

 

Ovunque Paganini rimase per un certo periodo di tempo, divenne improvvisamente di moda imparare a suonare il violino; nei bei membri delle famiglie aristocratiche erano tra i più desiderosi di diventare allievi dell’uomo famoso.




Paganini fece fortuna a Berlino. I critici erano divisi nelle opinioni sui suoi meriti; ma Rellstab, che Schumann una volta chiamò Il miserabile critico berlinese, fu favorevolmente impressionato.

 

Ad Amburgo lo stesso anno Heine lo ascoltò, e la sua vivida e straordinaria nota dell’artista deve essere citata brevemente. Credo, disse Heine, che solo un uomo sia riuscito a mettere su carta la vera fisionomia di Paganini: un pittore sordo, di nome Lyser, che in una frenesia piena di genio ha, con pochi colpi di pennello, colpito così bene la tempra del grande violinista che si rimane allo stesso tempo divertiti e terrorizzati dalla verità del disegno tracciato.

 

Il diavolo ha guidato la mia mano, mi disse il pittore sordo, ridacchiando misteriosamente e facendo un cenno con la testa con una bonaria ironia nel modo in cui generalmente accompagnava le sue battute geniali... in concerto, e il pubblico amante dell’arte era accorso lì così presto e in tale numero che solo appena riuscii a ottenere un piccolo posto nell’orchestra. Poi, prosegue, descrivendo il pubblico e l’ingresso di Paganini che un uomo condusse nell’arena al momento della morte, come un gladiatore morente, per deliziare il pubblico con le sue convulsioni?




O è uno risorto dalla morte, un vampiro con un violino, che, se non il sangue dai nostri cuori, ad ogni modo succhia l’oro dalle nostre tasche?

 

Domande del genere ci passarono per la mente mentre Paganini eseguiva i suoi strani archi e motivi, ma tutti quei pensieri furono immediatamente arrestati quando il meraviglioso maestro si mise il violino sotto il mento e iniziò a suonare.

 

Quanto a me, tu già conosci la mia seconda vista musicale, il mio dono di vedere ad ogni tono una figura equivalente al suono, e così Paganini ad ogni colpo di arco portava davanti ai miei occhi forme e situazioni visibili; mi raccontava con melodiosi geroglifici ogni genere di favole brillanti; lui, per così dire, faceva suonare davanti a me una lanterna magica le sue buffonate colorate, essendo lui stesso l’attore principale...

 

Un ardore santo, ineffabile aleggiava nei suoni, che spesso tremavano, appena udibili, in misteriosi sussurri sull’acqua, poi si gonfiò di nuovo con una dolcezza tremante, come quella di una tromba, note udite al chiaro di luna, e poi finalmente riversate in un giubileo sfrenato, come se mille bardi avessero suonato le loro arpe e alzato la voce in un canto di vittoria...








 

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