IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 4 febbraio 2022

LA ZONA MORTA (20)


























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Giubileo alla Natura  (17/19)


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religiosa emanate dal PCC


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della Domenica, ovvero: 










l'eterna siccità del nostro


Tempo....


Posta in spazi 


Multidimensionali  (22)








Lungo il tratto superiore dell’Indo, nella città di Ali (capoluogo del Tibet occidentale costruito dai cinesi) prendo una camera in albergo, pago la multa di prammatica per essere entrata illegalmente nella ‘Regione Autonoma’ del Tibet… e corro al Fiume. La città, che è chiamata anche Shiquanhe (il nome cinese dell’Indo), e Senge Khabab (il nome tibetano delle sue sorgenti), si trova a cavallo del fiume duecento chilometri più a monte del punto in cui l’ho visto scorrere sotto di me l’ultima volta nel Ladakh orientale.

 

La frontiera è militarizzata e ciò mi ha impedito di continuare a seguire il corso del fiume, che da un lato è guardato dall’esercito indiano, dall’altro da quello cinese; così, per completare il mio viaggio fino alla sorgente, mi sono dovuta sobbarcare a un giro di circa quattromila chilometri per raggiungere il primo valico di frontiera ufficiale: mi è toccato scendere di nuovo nelle pianure del Punjab, andare a ovest entrando in Pakistan, per poi superare il confine montuoso con la Cina, puntare a est e, su una jeep guidata da un pazzo, attraversare il deserto d’alta quota dell’Aksai Chin (che i cinesi strapparono all’India negli anni Sessanta) e da lì finalmente entrare in Tibet (terra di rapina).




Adesso che ho raggiunto la meta, me ne sto confusa sulla riva del Fiume a chiedermi se questo sia davvero il posto giusto.

 

Dove dovrebbe esserci l’acqua vedo uno stivale blu e una gomma di bicicletta; disseminate qua e là, come fossero fiori, buste di spaghetti cinesi istantanei; ma l’acqua dov’è?

 

La mia carta mostra chiaramente che l’Indo passa dritto in mezzo alla città. Forse, arrivata a Kashgar, ho fatto millequattrocento chilometri… nella direzione sbagliata?




Esamino il frasario cinese d’emergenza riportato dalla mia guida e fermo un passante: ‘Shui?’ dico ‘Acqua? Tsangpo? River? Darya?’.

 

L’uomo, un cinese claudicante di mezza età, abbassa gli occhi sul letto del Fiume, poi li alza su di me. Fa un verso, sembra un gatto che tossisce; e un gesto, come se tagliasse qualcosa; quindi spazza l’aria. Poi sfoglia la mia guida e mi fruga nella borsa. La guida non riporta frasi utili alle emergenze fluviali, ma dalla mia borsa salta fuori la torcia tascabile a ricarica cinetica che ho comprato in Ladakh. L’uomo me l’avvicina alla faccia. L’accende e la spegne, e ho la netta impressione, anche se non ne avrò mai la certezza, che inveisca contro di me in cinese. Per fortuna, prima che possa giudicarmi del tutto cretina, capisco cosa vuole dirmi: la risposta alla domanda che gli ho posto è elettricità.




Ventiquattr’ore prima, mentre attraversavo l’Aksai Chin vomitando a più non posso per colpa del mal di montagna, incapace di comunicare con quelli che avevo attorno, mi torturava un pensiero, quasi un presagio, che ho appuntato sul mio taccuino. Adesso vado a rileggermi quelle parole, sgorbi vergati con mano resa incerta dalla mancanza d’ossigeno:

 

‘Che succederebbe se i cinesi costruissero una diga sull’Indo?’.




Il cinese claudicante mi fa salire su un taxi e dà rapide istruzioni all’autista. Non ho amici in Tibet e nessuna lingua in comune con questo sconosciuto. Ho deciso di fidarmi di lui non in base a un ragionamento ma seguendo l’istinto... e una stanchezza mortale. Inoltre voglio scoprire cosa ne sia stato dell’Indo. Mi aggrappo allo sbrindellato sedile del taxi e osservo la città che mi passa lentamente e rumorosamente davanti.

 

A dispetto dell’imponente stazione di polizia, dei soldati che fanno il saluto militare, dei palazzi di vetro laminato che si ergono vuoti, opachi di polvere, Senge-Ali è una piccola città che si estende per non più di cinque isolati. La popolazione conta pochissimi tibetani; i cinesi di etnia Han gestiscono i grandi magazzini, marciano avanti e indietro in uniforme verde davanti agli edifici governativi, e truccano clienti dentro i saloni di bellezza illuminati al neon, che fungono anche da postriboli per i militari. Immagino che le città del Raj britannico apparissero tanto anomale quanto questa; l’ordinata semplicità con cui la cultura straniera imprime la sua impronta sul paesaggio ha qualcosa che ricorda un obitorio.




L’asfalto finisce presto, insieme alle sedi della burocrazia, e adesso avanziamo sobbalzando su un sentiero. La città è serrata da scure montagne che tolgono ogni pomposa illusione di modernità. Il loro aspetto impervio è rassicurante, sembrano dire: Gli uomini non sono ancora riusciti a domare questa terra. Guardo dal finestrino il vuoto di quel panorama roccioso mentre il taxista e il mio cicerone improvvisato si consultano. Poi, in lontananza, vedo che la carreggiata è chiusa da una sbarra: un posto di controllo militare. Il taxista si ferma accanto alla barriera e suona il clacson.




Sono solo le nove del mattino e il soldato è ancora mezzo addormentato: esce a passi lenti dalla sua baracca, sfregandosi gli occhi; a segni mi fa capire che devo passare infilandomi sotto la sbarra, ma l’auto non può proseguire. Con mia costernazione, il taxi fa marcia indietro e gira. ‘Per favore, aspetti’, dico ‘per favore’. Sai che allegria dover rifare a piedi quella lunga strada deserta. Ma la mia guida si sporge dal finestrino e mi toglie ogni speranza: l’auto non mi aspetterà. Pago la corsa; il taxi scompare in una nuvola di polvere e resto sola.

 

Sola fino a un certo punto: c’è ancora il soldato. Sbadiglia e mi fa cenno di venire avanti.




Non sono del tutto sicura che lo sconosciuto e io ci siamo capiti per davvero. Adesso comunque non ho scelta, ubbidisco al poliziotto e mi avvio per il sentiero. Oltre il posto di controllo, un grappolo di baracche e un’alta recinzione che chiude un complesso di costruzioni. Sento abbaiare un cane e raccolgo una pietra per difendermi. Si apre un cancello e dal complesso esce un grosso camion lercio che trasporta una ventina di operai cinesi. Prende una curva sulla strada davanti a noi e sparisce.

 

Dieci minuti dopo, arrivo alla svolta e ora la vedo.

 

La diga è gigantesca, nuova di zecca.




Il suo massiccio arco di cemento si leva dal letto del fiume come un’onda enorme pietrificata a mezz’aria. La fisso incredula, cercando di ricacciare indietro le lacrime. La struttura in sé è completa, gli operai stanno installando gli elementi idroelettrici nell’alveo. Da questo lato della diga c’è qualche pozzanghera, ma nessun flusso d’acqua.

 

L’Indo è stato fermato.




Cammino verso la diga, mi aspetto che da un minuto all’altro mi blocchino e mi perquisiscano; ma nessuno si fa avanti nemmeno per chiedermi dove sto andando. La recinzione lungo la strada è tappezzata di bandiere multicolori: Rete elettrica pubblica della Cina, dicono in cinese e in inglese. Seguendole arrivo a un ponte che scavalca il letto del fiume asciutto e risalgo la riva fin dove sono acquartierati gli operai cinesi. Quando raggiungo la diga vera e propria, faccio una sosta, sono titubante, ma ancora una volta nessuno fa caso a me, per cui decido di proseguire. Ma quando arrivo a metà e mi fermo a guardare l’impianto idroelettrico sottostante, degli uomini con il casco agitano le braccia. Ci fai una foto? mi chiedono a gesti; ma io, per un eccesso di prudenza, abituata a vedere su ogni ponte, in India e in Pakistan, i cartelli che vietano di scattare fotografie, neanche tiro fuori la macchina dalla borsa.




Sull’altro versante della diga la strada finisce di colpo, sommersa dall’acqua. Il lago formato dal fiume è immenso, verde e opaco: riempie la valle montana e avrei voglia di urlare protestando contro questa mancanza di umanità, contro le richieste imposte dai bisogni di altri, lontano, in Cina.

 

La diga serve davvero solo per l’elettricità?

 

O i cinesi, per ovviare alle carenze delle loro falde freatiche, useranno altrove quest’acqua, come fanno i pakistani, per irrigare i campi o per provvedere ai rifornimenti idrici di qualche remota area della loro sterminata repubblica?




Resto lì sulla sponda del lago, con l’acqua che mi lambisce i piedi, e dopo un po’ gli operai mi gridano qualcosa e silenziosamente torno indietro.

 

D’ora in poi, viaggiando verso la sorgente del fiume, resterò sempre come sotto shock:

 

l’Indo non c’è più.

 

Quello stesso giorno, un gentile poliziotto tibetano mi spiega:

 

‘Hanno interrotto l’Indo due mesi fa’.




Sicché, negli ultimi due mesi, viaggiando verso oriente attraverso il Baltistan, il Kashmir e il Ladakh, non ho risalito il corso dell’Indo, né scritto la sua storia, ma ho avuto a che fare solo con la somma dei suoi affluenti: Gar, Zanskar, Shyok, Shigar.

 

‘E non ci sono state proteste?’

 

chiedo.

 

Il poliziotto ride.




Nel Ladakh quattrocento buddhisti hanno marciato contro la diga di Basha, che è in costruzione più a valle e sommergerà le incisioni rupestri d’epoca preistorica e buddhista di Chilas. In Pakistan i sindi contestano sistematicamente la costruzione di dighe nel Punjab a opera dell’esercito. Ma qui, nella Regione Autonoma del Tibet, non esistono organismi attraverso i quali gli abitanti possano discutere del modo migliore di difendere il loro paesaggio, le loro usanze, la loro lingua; la gente qui non ha più alcun potere sul suo fiume o sulla sua terra.

 

La mia tristezza è mitigata solo in parte dalla trepidazione che provo per essere giunta alla tappa finale del mio viaggio verso la sorgente di questo fiume un tempo immortale.




Torno a Senge-Ali con un gruppo di operai della diga e cerco un mezzo di trasporto per Darchen, un villaggio trecento chilometri più a est, punto di raccolta per i pellegrini che vogliono compiere il periplo della montagna sacra del Kailash. Dallo spartiacque che attraversa questa iconica massa di roccia si dipartono quattro grandi fiumi dell’Asia meridionale: l’Indo, che scorre in direzione nord-ovest, verso il Pakistan; il Sutlej, che va verso ovest entrando in India; il Karnali che va a sud-est, confluendo nel Gange; e il Brahmaputra, che si dirige verso est e arriva nel Bangladesh.




Lì dove scaturiscono questi quattro fiumi, si raccolgono in pellegrinaggio i fedeli di quattro religioni: bon, buddhismo, giainismo e induismo. Il culto dei monti e dei Fiumi è intrinseco alla tradizione folkloristica dell’Asia meridionale, e la montagna da cui traggono origine questi quattro importanti corsi d’acqua è l’epitome di quell’intreccio filosofico.

 

I buddhisti tibetani la chiamano Kangri Rinpoche, Preziosa Montagna Innevata.

 

Nei testi bon le si attribuiscono molti nomi: Fiore d’Acqua, Montagna delle Acque di Mare, Montagna delle Nove Svastiche Sovrapposte.




Per gli indù, è la casa di Shiva, selvaggio dio montano, di cui simboleggia il pene; per i seguaci del giainismo, è il luogo dove il fondatore del loro credo ricevette l’illuminazione; per i buddhisti, è l’ombelico dell’universo; e per i fedeli del bon è la dimora della dea celeste Sipaimen.

 

I primi viaggiatori europei, sentendo parlare delle dimensioni mitiche della montagna, la identificarono sia con il Giardino dell’Eden che con il monte Ararat. Oggi per i cinesi e per gli occidentali amanti del trekking questa è una zona di esplorazione che conferisce un crisma particolare a chi la visita, per la durezza del percorso, per la difficoltà di arrivare fin qui, e per la mancanza di ogni comodità.

 

Questo non è posto di frivoli itinerari occidentali.




Gli indù credono che il monte Kailash affondi le radici nel settimo inferno – così c’è scritto nella mia guida – e sbuchi con la vetta nel cielo supremo. Di sicuro è situato in quella che i trekker chiamano una ‘zona morta’, ovvero un luogo di altitudine particolarmente elevata, dove le condizioni meteorologiche mutano in maniera tanto drastica e repentina che ogni anno si contano vittime fra i pellegrini e gli escursionisti che affrontano i tre giorni di viaggio necessari per compiere il periplo del monte a piedi. La sorgente dell’Indo, in ogni caso, si trova più a nord, a diversi giorni di cammino da qui, fra le montagne alle spalle del Kailash.




Siamo così in alto – lo spessore dell’altopiano del Tibet è il doppio del resto della crosta terrestre – che il cielo non mi è mai parso tanto ampio, o tanto pieno di nuvole e di luce: il sole sembra splendere da sei punti diversi della volta celeste, come in un quadro di Turner ingrandito a dismisura. Lo scenario ripropone la gamma completa dei paesaggi che ho ammirato lungo il corso dell’Indo: i Fiumi in piena, un deserto sabbioso come quello del Sindh, montagne verdi come quelle del Punjab, vette innevate, tutti nel medesimo colpo d’occhio. Ho l’impressione che ogni cosa già vista mi si dispieghi davanti in un’unica fuga prospettica. I tibetani chiamano la sorgente dell’Indo Senge Khabab, Bocca del Leone, e tutto l’Indo, dalla scaturigine al mare, sembra riassunto in questo luogo desolato.




Arriviamo alla riva di un fiume, ma le ruote della jeep girano a vuoto nel fango e non riusciamo ad attraversarlo. Intanto ha cominciato a piovere. Sulla sponda opposta ci sono due pullman gremiti di tibetani e in mezzo alle acque tumultuose – mi sento male quando lo vedo – c’è un altro pullman pieno di passeggeri che, spaventati, schiacciano il naso contro i finestrini. Un bulldozer dell’esercito cinese è entrato nel fiume per portare loro soccorso. Un soldato lancia una fune all’autista del pullman che si arrampica sull’automezzo, raggiunge il cofano, si immerge nell’acqua rapida e nera e riesce a fissare la fune, legando i due veicoli. Il bulldozer arretra vibrando; il pullman sbanda da un lato; la fune si spezza e cinquanta tibetani vacillano atterriti.




Ma c’è un secondo bulldozer e lo osservo sbigottita quando, al segnale di un ufficiale dell’esercito cinese, ignorando i due pullman, attraversa il fiume e raggiunge il punto dove la nostra jeep è impantanata nel fango. I miei compagni di viaggio sono cinesi e l’esercito sta venendo in loro aiuto. Un soldato aggancia con un cavo metallico la nostra jeep al bulldozer, che in un attimo ci rimorchia fin sull’altra sponda del fiume. Questa accorta operazione, me ne accorgo all’arrivo, è stata filmata da un giovane ufficiale, il quale continua a riprendere gli studenti che esultano, i soldati che fanno il saluto militare, l’autista che stringe la mano a tutti. E mentre i tibetani sono ancora prigionieri del loro pullman ondeggiante, la nostra jeep accelera e si allontana.




Il governo cinese, che aprì il Kangri Rinpoche al traffico di pellegrini e turisti sul finire degli anni Ottanta, deve fare soldi a palate a forza di visti e multe. Tuttavia è difficile capire quanto ne beneficino i tibetani. Darchen, quando finalmente ci arriviamo, è gioiosa quanto una riserva indiana negli Stati Uniti, e l’analogia va oltre la semplice presenza di uomini ubriachi con lunghe trecce di capelli neri (i quali, tanto per confondere le idee, portano cappelli da cowboy). Fa male vedere l’eredità tibetana messa in vendita in dollari o in yuan; una lingua che scompare insieme alla cultura; il predominio delle aziende, dei negozi e delle merci cinesi… Se non fosse per questa altitudine estrema, forse anch’io seguirei l’esempio dei nativi e affogherei il mio dolore in una bottiglia di birra di Lhasa.




L’uomo che gestisce il posto telefonico mi salva dallo sconforto. Mi distinguo da tutti gli altri suoi clienti perché scoppio a piangere ogni volta che prendo in mano la cornetta. A ripensarci ora è strano, ma quasi non passava giorno, mentre ero in Tibet, in cui non versassi lacrime. Non sono solo lacrime di compassione per un popolo e una cultura che stanno sparendo con la stessa velocità con cui muore il fiume (benché provi anche questo sentimento); e nemmeno lacrime di rabbia al pensiero di un progetto cinese di puro stampo colonialista. Adesso piango per me. Mi sento minacciata (ben più di quanto non mi sia sentita minacciata quando ero vicina ai tribali armati di fucile, ai feudatari stupratori di contadine o a qualsiasi altro protagonista delle storie dell’orrore che ho sentito raccontare lungo il corso inferiore dell’Indo) da qualcosa di non quantificabile e irrazionale: la desolazione del paesaggio. A Kashgar, a Senge-Ali, a Darchen, ogni volta che parlo al telefono con mio marito mi sciolgo in lacrime come un fiume in piena.




Insomma, me ne sto lì a piangere nel locale di Tsegar e i tibetani mi si affollano attorno, aspettando il loro turno per chiamare; Tsegar per tre giorni si limita a guardarmi, restandosene seduto, ingobbito dentro una giacca di cuoio, poi alla fine decide di portarmi a casa sua, che è contigua al negozio, dove c’è un telefono privato al cui numero posso farmi richiamare da mio marito, e una suocera che per fortuna non dice una parola mentre, strascicando i piedi, si muove per la cucina con la sua lunga tunica tibetana, pulendo gli escrementi del cucciolo di casa, una capretta da compagnia, e versandomi una tazza di tè dopo l’altra, che in Tibet ha un gusto burroso e salato. ‘Cosa c’è che non va?’ mi chiede mio marito, dato che alla minima espressione affettuosa scoppio in singhiozzi. In seguito imputerò i pianti all’effetto dell’altitudine. O alla bizzarra struttura della crosta terrestre nel Tibet: l’‘anomalia negativa del campo crostale registrata dal Magsat’, per dirla con le parole dei geologi. 


(A. Albinia)


(E mai parteciperemo a qual si voglia gioco con questi dittatori della Terra...)









 

martedì 1 febbraio 2022

GIUBILEO ALLA NATURA (17)

 










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Circa la Storia... (14/5)  &  [16]


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Il Sacro  (18)


& il Capitolo completo  [19] 







Ma il tempo vola.

 

Dopo aver trascorso tre ore a Nyandi, salutiamo i monaci, scendiamo il ripido sentiero a zig zag tra detriti e massi e continuiamo il nostro Viaggio verso nord-nordest lungo la sponda destra del fiume. Ad ogni curva  rimanevo immobile stupefatto ed estasiato, perché questa valle è una delle più grandiose e più belle nella sua Natura selvaggia che abbia mai visto finora.

 

Il precipizio sul lato destro della valle è diviso in due livelli con una terrazza, e nel mezzo si apre un oscuro burrone. Sul lato sinistro la roccia forma un’unica parete verticale, e qui lo sguardo cade su un susseguirsi di singolari rilievi, rocce come cascate rapprese, cittadelle, campanili e fortificazioni merlate, separate da cavità simili a canoni. L’acqua dei nevai in scioglimento scorre lungo i pendii ripidi. Uno di questi getti d’acqua è alto quasi 800 piedi e bianco come il latte; il vento lo trasforma in spruzzo, ma si raccoglie di nuovo, solo per essere spaccato contro una sporgenza. La roccia intorno è umida e scura con gocce zampillate. Un ponte in roccia naturale attraversa una piccola fenditura con pareti verticali.




Immediatamente oltre il monastero si perde di vista la vetta del Kailas, ma presto si intravede di nuovo attraverso un varco. Abbiamo superato dodici pellegrini e subito dopo un secondo gruppo che si è riposato su un pendio. Assumono volti solenni e non parlano tra loro, ma mormorano preghiere, camminano con il corpo piegato e si appoggiano a un bastone, spesso anche senza bastone.

 

Quanto hanno desiderato venire qui!

 

E ora sono qui e girano intorno alla montagna che è sempre alla loro destra. Non provano stanchezza perché sanno che ogni passo migliora le loro prospettive nel mondo al di là del fiume della morte. E quando sono tornati alle loro tende nere nelle valli lontane, raccontano ai loro amici di tutte le meraviglie che hanno visto, e delle nuvole, che navigano come le antiche navi sotto la bianca vetta di Gangri.




Piccoli ‘ometti’ conici sono ovunque, Tsering non si dimentica mai di prendere un sasso dal margine della strada e di metterlo come suo contributo su ogni  ‘mucchio votivo’, e con ciò fa una buona azione, perché rende meno accidentata la strada a coloro che vengono dopo di lui. Il sole guarda attraverso un varco e proietta una luce gialla brillante nella valle, che altrimenti è in ombra. Il picco ghiacciato appare di nuovo molto di scorcio. Diversi affluenti entrano dalle sponde, e verso sera il fiume sale, contenente ben 280 piedi cubi d’acqua.

 

Un uomo di Gertse ha fatto il giro della montagna per venti giorni consecutivi e ora ha appena compiuto il suo decimo circuito. Dunglung-do è un importante incrocio di valli, dove convergono tre valli: la Chamo-lung-chen da nord, 70° a ovest, la Dunglung da nord, 5° a ovest, e la terza, chiamata nel suo corso superiore Hle-lungpa, che risaliamo.

 

Ora abbiamo il granito su entrambi i lati.




Kailas  piega uno spigolo acuto a nord, e da qui la vetta assomiglia più che mai a un tetraedro, tutto è granito, e quindi le forme montuose sono più rotonde e bitorzolute.

 

Alla fine vediamo il monastero Diri-pu davanti a noi, in piedi sul pendio sul lato destro della valle. Un enorme blocco di granito accanto al sentiero che sale ad esso reca i soliti caratteri sacri, e ci sono anche lunghi ‘manis’, stelle filanti e ‘ometti’. Tutti i pellegrini che abbiamo raggiunto nel corso della giornata si rivolgono al monastero, dove possono pernottare gratuitamente. Il convento è gremito dopo l’arrivo di una comitiva di pellegrini appartenenti alla setta di Pembo. Questi, naturalmente, vagano per la montagna nella direzione opposta, e gli ortodossi lanciano loro sguardi sprezzanti quando si incontrano.

 

Preferisco piantare la tenda sul tetto, dove sono ammucchiati i bagagli dei pellegrini. Anche qui c’è una bella vista del Kailas, la sua vetta protende verso sud. Alle nove fa un freddo sgradevole e soffia un forte vento, la mia tenda, composta solo da del cavalletto coperto da un telo di lino, è troppo piccola per consentire l’accensione di un fuoco.




Ci congediamo dai monaci di Diri-pu, attraversiamo con un ponte il fiume che scende dal passo Tseti-lachen-la nel Trans-Himalaya, dall’altro lato del quale l’acqua scorre verso l’Indo, e sale in direzione est su pendii ripidi e accidentati fittamente disseminati di massi di granito. Alla nostra destra c’è il fiume che è alimentato dai ghiacciai del Kailas; è piuttosto corto ma gonfio d’acqua.

 

Il sentiero si fa ancora più ripido, serpeggiando tra immensi blocchi di granito e porta fino al primo dosso, dopo il quale il terreno è un po’ più pianeggiante fino alla rottura successiva. Qui abbiamo una splendida vista del breve ghiacciaio troncato che, alimentato da una conca di abete ben definita a forma di trogolo, giace sul lato nord del Kailas. Le sue morene terminali, laterali e mediali sono piccole ma distinte. Verso est dal Kailas scorre una cresta estremamente affilata, appuntita e frastagliata, coperta sul lato nord di neve, e cinture di ciottoli nella neve conferiscono a tutto questo lato un aspetto solcato. Da tutti gli angoli del manto di ghiaccio e dei nevai ruscelli spumeggianti si precipitano verso il fiume. Alla nostra sinistra, verso nord, si sono composte le montagne di granito fessurato verticale in forme piramidali selvagge; Kailas è protetto a nord da immense masse di granito, ma la montagna stessa è, con ogni probabilità, un conglomerato, come dimostra il giacimento quasi orizzontale chiaramente percettibile nelle sporgenze sporgenti, le linee di neve nettamente marcate e le cinture di ghiaccio.

 

La vetta si erge su questo mare di montagne selvagge come un possente cristallo di forma esagonale.




Un gruppo di povere donne e bambini sale affaticata verso il passo. Un uomo anziano, che ora sta facendo il suo nono giro, non fa obiezioni a unirsi al nostro gruppo; conosce il paese e può dare informazioni al riguardo. Su un’altra altura nel terreno, chiamata Tutu-dapso, abbiamo visto centinaia di ometti votivi, alti 3 piedi - una vera foresta di piramidi di pietra - come innumerevoli lapidi in un cimitero.

 

Lentamente e faticosamente abbiamo risalito questo arduo valico, uno dei più faticosi dell’intero Viaggio, e sempre più fitti si stendevano i massi esclusivamente di granito in tutte le varietà possibili, alcuni rosa e altri di un grigio chiaro da essere quasi bianco. Tra due massi giaceva un fascio di vestiti dall’aspetto sospetto. Lo esaminammo e trovammo che conteneva il corpo di un uomo che era crollato durante il giro della montagna degli dei. I suoi lineamenti erano rigidi e sembrava povero ed emaciato. Nessuno sapeva chi fosse, e se avesse avuto dei parenti non avrebbero mai saputo che il suo pellegrinaggio lo aveva lanciato in nuove avventure tra i labirinti oscuri delle migrazioni dell’anima.




Il nostro vecchio si ferma davanti a un blocco piatto di granito di dimensioni colossali, e dice che questo è un dikpa-karnak, o una pietra di prova per i peccatori. Sotto l’isolato corre uno stretto cunicolo, e chi è senza peccato, o comunque ha la coscienza pulita, può insinuarsi nel passaggio, ma l’uomo che si infila in mezzo è un farabutto.

 

Circa 200 passi più in là in questo labirinto di massi di granito, tra i quali vagavamo come in vicoli tra case basse e muri, si erge una pietra di prova di un altro tipo. Si compone di tre blocchi addossati l’uno all’altro, con due incavi tra loro. Il compito è strisciare attraverso il passaggio sinistro e tornare a destra, cioè nella direzione ortodossa. Qui Ishe ha compensato la sua precedente scomodità strisciando attraverso entrambi i buchi. Gli ho detto francamente che qui non c’era bisogno di abilità, perché i buchi erano così grandi che anche i piccoli yak potevano attraversarli. Tuttavia, il peccatore aveva in questa seconda pietra l’opportunità di preservare almeno una dimostrazione di giustizia.




Le nostre peregrinazioni intorno a Kang-rinpoche, la ‘montagna di ghiaccio sacra’ o il ‘gioiello di ghiaccio’, è uno dei miei ricordi più memorabili del Tibet, e capisco perfettamente come i tibetani possano considerare un santuario divino questa meravigliosa montagna che ha   somiglianza con un chhorten, il monumento eretto in memoria di un santo defunto. Quante volte durante i nostri vagabondaggi avevo sentito parlare di questa montagna di salvezza! E ora io stesso ho camminato in abito da pellegrino lungo il sentiero tra i monasteri, che sono incastonati, come pietre preziose in un braccialetto, nel percorso dei pellegrini attorno a Kang-rinpoche, il dito che punta verso i potenti troni degli dèi come stelle in insondabili spazi.

 

Dagli altopiani di Kham nel più remoto oriente, da Naktsang e Amdo, dall’ignoto Bongba, di cui abbiamo sentito parlare solo in vaghi resoconti, dalle tende nere che si ergono come le macchie di un leopardo sparse tra le cupe valli del Tibet, dal Ladak nelle montagne dell’estremo ovest e dalle terre himalayane del sud, migliaia di pellegrini vengono qui ogni anno, per percorrere lentamente e in profonda meditazione le 28 miglia intorno all’ombelico della terra, la montagna della salvezza.




Ho visto il corteo silenzioso, le schiere fedeli, tra le quali sono rappresentate tutte le età ed entrambi i sessi, giovani e fanciulle, uomini forti con moglie e figlio, vecchi grigi che prima di morire avrebbero seguito le orme di innumerevoli pellegrini per guadagnarsi una vita più felice dell’esistenza, cenciosi che vivevano come parassiti della carità degli altri pellegrini, mascalzoni che dovevano fare penitenza per un delitto, ladri che avevano depredato pacifici viandanti, capi, funzionari, pastori e nomadi, un variopinto corteo di ombrosa umanità sulla strada spinosa, che dopo secoli interminabili si conclude nella profonda pace del Nirvana.

 

Agosto e la serena Siva guarda in basso dal suo paradiso, e Hlabsen dal suo palazzo ingioiellato, sugli innumerevoli esseri umani sottostanti che girano, come asteroidi attorno al sole, in comitive sempre fresche, attorno ai piedi della montagna, salendo attraverso la valle occidentale, attraversando il passo Dolma, e discendendo la valle orientale.




Scopriamo presto che la maggior parte di questi semplici pellegrini non ha un’idea chiara dei benefici che il Viaggio dovrebbe conferire loro. Quando vengono interrogati, di solito rispondono che dopo la morte sarà loro permesso di sedere vicino al dio di Gangri. Ma ciò che tutti credono fermamente e ostinatamente è che il pellegrinaggio porterà loro una benedizione in questo mondo. Allontanerà ogni male dalle loro tende e capanne, terrà lontano le malattie dai loro figli e dalle loro mandrie, li proteggerà da ladri, manderà loro pioggia, buon pascolo e cresceranno tra i loro yak e pecore, agirà come un talismano, e custodiscono se stessi e le loro proprietà come i quattro re degli spiriti proteggono dai demoni le immagini delle sale del tempio.

 

Marciano con passo leggero ed elastico, non sentono né il gelido vento tagliente né il sole cocente, dalle potenze del male che perseguitano e tormentano i figli degli uomini.




Iniziano il loro cammino da Tarchen-labrang e ogni nuova svolta sulla strada li avvicina di un passo al punto in cui l’anello si chiude. E durante tutto il peregrinare pregano Om mani padme hum, e ogni volta che viene pronunciata questa preghiera lasciano passare un granello del rosario tra le dita. Anche lo sconosciuto si avvicina a Kang-rinpoche con un senso di stupore.

 

È incomparabilmente la montagna più famosa del mondo.

 

L’Everest e il Monte Bianco non possono competere con questo Dio. Eppure ci sono milioni di europei che non hanno mai sentito parlare di Kang-rinpoche, mentre gli indù ei lamaisti, tutti conoscono il Kailas, anche se non hanno idea da dove il Monte Bianco alzi la propria lingua chiodata scalata da ogni benedetto peccatore della Terra, perciò ci si avvicina alla sacra montagna con lo stesso sentimento di rispetto che si prova a Lhasa.




La nostra guida ci ha detto che era al suo nono giro della montagna. Ci vollero due giorni ciascuno, e intendeva fare il giro tredici volte. Lo ha chiamato Kang-kora, il circolo di Gangri. Molti anni prima aveva compiuto l’impresa meritoria chiamata gyangchag-tsallgen, che consiste nel misurare la lunghezza del cammino in base alla lunghezza del corpo del pellegrino. Uno di questi pellegrinaggi vale tredici circuiti ordinari a piedi. Il mio pellegrinaggio non aveva alcun valore, perché stavo cavalcando, disse il vecchio.

 

Devo andare a piedi se voglio trarne vantaggio.


(Prosegue...)