IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

lunedì 7 marzo 2022

TRIUMPHUS MORTIS (medita e spera!) (43)

 









Precedenti capitoli: 


Circa la cultura (42/1) 


Prosegue ancora il fato: 


ovvero,


cagionando sopra la morte (44) 







a guisa d’un soave e chiaro lume

cui nutrimento a poco a poco manca,

tenendo al fine il suo caro costume.

Pallida no ma più che neve bianca

che senza venti in un bel colle fiocchi,

parea posar come persona stanca:

quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi,

sendo lo spirto già da lei diviso,

era quel che morir chiaman gli sciocchi:

morte bella parea nel suo bel viso.



Quella leggiadra e gloriosa donna

Ch’è oggi ignudo spirto e poca terra

e fu già di valor alta colonna,

tornava con onor da la sua guerra,

allegra, avendo vinto il gran nemico,

che con suo’ ingegni tutto ’l mondo atterra,

non con altr’ arme che col cor pudico

e d’un bel viso e de’ pensieri schivi,

d’un parlar saggio e d’ onestate amico.

Era miracol novo a veder ivi

rotte l’ arme d’ Amore, arco e saette,

e tal morti da lui, tal presi e vivi.

La bella donna e le compagne elette

tornando da la nobile vittoria

in un bel drappelletto ivan ristrette;

poche eran, perché rara è vera gloria,

ma ciascuna per sé parea ben degna

di poema chiarissimo e d’ istoria;

era la lor vittoriosa insegna

in campo verde un candido ermellino,

ch’oro fino e topazi al collo tegna;

non uman veramente, ma divino

lor andar era, e lor sante parole:

beato s’è qual nasce a tal destino!

Stelle chiare parcano, in mezzo un sole

che tutte ornava e non togliea lor vista,




di rose incoronate e di viole.

E come gentil cor onore acquista,

cosi venia quella brigata allegra,

quando vidi un’ insegna oscura e trista;

ed una donna involta in veste negra,

con un furor qual io non so se mai

al tempo de’ giganti fusse a Flegra,

si mosse e disse: ‘O tu, donna, che vai

di gioventute e di bellezze altera,

e di tua vita il termine non sai,

io son colei che si importuna e fera

chiamata son da voi, e sorda e cieca

gente, a cui si fa notte innanzi sera;

io ò condotto al fin la gente greca

e la troiana, a l’ ultimo i Romani,

con la mia spada la qual punge e seca,

e popoli altri barbareschi e strani;

e giugnendo quand’ altri non m’ aspetta

ò interrotti infiniti penser vani.

Or a voi, quando il viver più diletta,

drizzo ’l mio corso innanzi che Fortuna

nel vostro dolce qualche amaro metta’.

‘In costor non ài tu ragione alcuna

ed in me poca: solo in questa spoglia’

rispose quella che fu nel mondo una.

‘Altri so che n’ avrà più di me doglia,

la cui salute dal mio viver pende;

a me fia grazia che di qui mi scioglia’.




Qual è chi ’n cosa nova gli occhi intende

e vede ond’ al principio non s’ accorse,

di ch’ or si meraviglia e si riprende,

tal si fe’ quella fera, e poi che ’n forse

fu stata un poco: ‘Ben le riconosco,

disse e so quando ’l mio dente le morse’

Poi col ciglio men torbido e men fosco

disse: ‘Tu che la bella schiera guidi,

pur non sentisti mai del mio tosco;

se del consiglio mio punto ti fidi,

ché sforzar posso, egli è pur il migliore

fuggir vecchiezza e’ suoi molti fastidi;

i’ son disposta a farti un tal onore

qual altrui far non soglio, e che tu passi

senza paura e senz’ alcun dolore’.

‘Come piace al Signor che ’n cielo stassi

ed indi regge e tempra l’ universo,

farai di me quel che degli altri fassi

Così rispose; ed ecco da traverso

piena di morti tutta la campagna,

che comprender noi po prosa né verso:

da India, dal Cataio, Marrocco e Spagna

el mezzo avea già pieno e le pendici

per molti tempi quella turba magna.

I vi eran quei che fur detti felici,

pontefici, regnanti, imperadori:




or sono ignudi, miseri e mendici.

U’ sono or le ricchezze? U’ son gli onori?

e le gemme e gli scettri e le corone,

e le mitre e i purpurei colori?

Miser chi speme in cosa mortai pone

(ma chi non ve la pone?), e se si trova

alla fine ingannato è ben ragione.

O ciechi, e ’l tanto affaticar che giova?

Tutti tornate a la gran madre antica

e ’l vostro nome a pena si ritrova.

Pur de le mille è un’ utile fatica,

che non sian tutte vanità palesi?

Chi intende a’ vostri studii, sì mel dica.

Che vale a soggiogar gli altrui paesi

e tributarie far le genti strane

co gli animi al suo danno sempre accesi?

Dopo l’ imprese perigliose e vane

e col sangue acquistar terre e tesoro,

vie più dolce si trova l’acqua e ’l pane

e ’l legno e ’l vetro che le gemme e l’ oro.

Ma per non seguir più si lungo tema,

tempo è ch’ io tomi al mio primo lavoro.

I’ dico che giunta era l’ora estrema

di quella breve vita gloriosa

e ’l dubbio passo di che ’l mondo trema,

ed a vederla un’altra valorosa

schiera di donne, non dal corpo sciolta,




per saper s’ esser po Morte pietosa.

Quella bella compagna era ivi accolta

pur a vedere e contemplare il fine

che far convensi, e non più d’ una volta:

tutte sue amiche e tutte eran vicine.

Allor di quella bionda testa svelse

Morte co la sua mano un aureo crine;

cosi del mondo il più bel fiore scelse,

non già per odio, ma per dimostrarsi

più chiaramente ne le cose eccelse.

Quanti lamenti lagrimosi sparsi

fur ivi, essendo que’ belli occhi asciutti

per ch’ io lunga stagion cantai ed arsi!

E fra tanti sospiri e tanti lutti

tacita, e sola lieta, si sedea

del suo ben viver già cogliendo i frutti.

‘Vattene in pace, o vera mortal Dea!’

diceano; e tal fu ben, ma non le valse

contra la Morte in sua ragion sì rea.

Che fia de l’ altre se questa arse ed alse

in poche notti e si cangiò più volte?

O umane speranze cieche e false!

Se la terra bagnar lagrime molte

per la pietà di quella alma gentile,

chi ’l vide, il sa; tu ’l pensa che l’ ascolte.

L’ora prima era, il dì sesto d’aprile,

che già mi strinse, ed or, lasso, mi sciolse:

come Fortuna va cangiando stile!

Nessun di servitù già mai si dolse




né di morte quant’ io di libertate

e de la vita, ch’ altri non mi tolse.

Debito al mondo e debito a l’ etate

cacciar me innanzi, ch’ ero giunto in prima,

né a lui torre ancor sua dignitate.

Or qual fusse ’l dolor qui non si stima,

ch’a pena oso pensarne, non eh, io sia

ardito di parlarne in versi o ’n rima.

‘Virtù more, bellezza e leggiadria!’

le belle donne intorno al casto letto

triste diceano ‘ornai di noi che fia?

chi vedrà mai in donna atto perfetto?

chi udirà il parlar di saver pieno

e ’l canto pien d’angelico diletto?’

Lo spirto, per partir di quel bel seno

con tutte sue virtuti in sé romito,

fatto avea in quella parte il ciel sereno.

Nessun degli avversari fu sì ardito

ch’ apparisse già mai con vista oscura

fin che Morte il suo assalto ebbe fornito.

Poi che deposto il pianto e la paura

pur al bel volto era ciascuna intenta,

per desperazion fatta sicura,

non come fiamma che per forza è spenta,

ma che per se medesma si consume,

se n’andò in pace l’anima contenta,




a guisa d’un soave e chiaro lume

cui nutrimento a poco a poco manca,

tenendo al fine il suo caro costume.

Pallida no ma più che neve bianca

che senza venti in un bel colle fiocchi,

parea posar come persona stanca:

quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi,

sendo lo spirto già da lei diviso,

era quel che morir chiaman gli sciocchi:

morte bella parea nel suo bel viso.


(Prosegue... in stile libero...)







domenica 6 marzo 2022

KULTURA & CIVILTA' (42)












Precedenti capitoli:


Di kultura & civiltà (41/1) 


Prosegue con il:


Triomphus Mortis (43)






 

Un acquisto di civiltà è, per esempio, ogni grande opera d’arte che è accolta dagli uomini di un dato tempo e trova eco tra loro. Questo effetto può essere visibile in una cerchia più ristretta o più larga, può durare poco o molto ed estendersi in certi casi fin dove giunge l’occhio della mente. Sarebbe un’impresa fuor di luogo illustrare questo fatto con una serie di esempi: un vero commento equivarrebbe a un elenco di tutte le grandi opere d’arte di tutte le epoche, di tutti i pensieri filosofici e infine di tutti i sistemi religiosi che sono ‘più che civiltà’, è vero, ma fanno parte di essa. Sorge immediatamente la questione se ogni scoperta scientifica e ogni constatazione di fattori ignoti nella natura siano da considerarsi senz’altro come acquisti di civiltà. 

 

Sarà difficile rispondere di no, ma bisognerà trattare il problema con cautela. La scienza col suo potente sviluppo e la sua sorella minore, la tecnologia, hanno avanzato dal secolo XIX in qua la pretesa di essere esse la civiltà. Purtroppo però l’esperienza insegna che le più alte forme di evoluzione scientifica possono abbinarsi alla peggior barbarie.

 

[…] Alla lunga serie delle citate perdite di civiltà che ci straziano il cuore dobbiamo aggiungere ancora un amaro capitolo. Si tratta, è vero, di una perdita di civiltà che risale solo indirettamente alla stoltezza degli uomini e va quindi citata a parte. Alludiamo al tramonto del paesaggio, alla scomparsa cioè di quella Natura immediata che una volta circondava quasi dappertutto le dimore umane. Questa sparizione dell’intatta Natura è un fenomeno che si manifesta in misura diversa nei singoli paesi e nelle varie regioni.




La scomparsa della Natura intatta è un fenomeno che soltanto ora, verso la metà del secolo XX, appare in tutta la sua estensione. Esso è lamentato specialmente da quelli che oggi hanno raggiunto la vecchiaia, poiché hanno visto coi propri occhi svilupparsi e allargarsi la distruzione del paesaggio. I giovani non se ne dolgono o se ne dolgono poco: sono cresciuti infatti in una Natura già sfigurata e non sanno quel che dicono quando affibbiano a noi vecchi, che rimpiangiamo la bellezza perduta, il titolo di romantici in ritardo. Per intendere il nostro dolore i giovani avrebbero dovuto conoscere direttamente le regioni intatte dove per interi distretti non esistevano strade, come io stesso potei constatare ancora cinquant’anni or sono nel Westerwolde e in grandi parti del Drente. Sarebbe grave errore pensare che qui si voglia rammentare una bellezza scomparsa sostituita ormai da un’altra bellezza. Qui si parla invece di distruzione di civiltà, del fatto che la terra diventa inetta ad accogliere la vera civiltà dacché la si lavora per lo sfruttamento e il rendimento di una quantità sempre maggiore di prodotti utili.

 

Quando il professor Baas Becking, direttore dell’Orto Botanico di Buitenzorg, ebbe a dirmi: ‘Dio ha creato la natura e l’uomo il deserto’, non fece così per dire, ma parlava con la massima serietà.




…Il grande botanico testé mentovato crede però che la verità delle sue parole sia riconoscibile alquanto oltre i limiti della storia che tutti conoscono. Dove oggi si estendono i grandi deserti (salvo le zone polari) il terreno rivela tracce di una rigogliosa vegetazione che deve avervi prosperato prima che quei territori inaridissero. Il secolare processo di rovina del paesaggio a opera dell’uomo continua ancora, nonostante i seri provvedimenti per il rimboschimento, dovunque sorgano come funghi le brutte città su quei terreni che una volta erano brughiere o boscaglie. Può darsi però che la distruzione della Natura pura sia inevitabile fino a un certo punto. Considerazioni e argomenti economici circa l’evoluzione della popolazione (e non solo) agraria portano alla conclusione che l’uomo è costretto a distruggere il paesaggio intatto. La terra deve ‘nutrire’ i suoi abitanti e perciò si sarà sempre più costretti a mettere ogni metro quadrato di terreno a disposizione della produzione e dell’industria; per quanto si faccia, non è possibile che tutta la terra sia dichiarata parco nazionale. E così una regione dopo l’altra finisce col non essere più creatrice o conservatrice di civiltà.

 

Abbiamo già detto che violando la Natura intatta l’uomo perde più che la sola bellezza del paesaggio. Ma anche questa bellezza è un elemento molto importante e chi l’ha veduta nella sua purezza sa quale valore rappresenti nella vita. Con la mutilazione di un paesaggio non scompare soltanto uno sfondo idillico o romantico; si perde una parte di ciò che costituisce il senso della vita. Concluderò queste osservazioni con alcune parole che cito da una dissertazione del professor Burgers sul rapporto fra il concetto di entropia e le funzioni vitali. In questa dissertazione, che seguì la conferenza di Baas Becking sull’entropia e la dissipazione, si legge:




‘La stragrande maggioranza delle azioni umane consiste nel costruire ordinamenti a spese di qualcosa che in altro riguardo potrebbe essere considerato ugualmente un ordine. L’esatta conoscenza di questo fenomeno è di grande importanza pratica, soprattutto perché la Terra (prescindendo dall’energia solare che essa riceve) è per noi un ambiente chiuso. La spensierata demolizione, e in special modo lo spreco inconsiderato dei prodotti di demolizione e di rifiuto, senza che si badi alle conseguenze, celano il pericolo di un impoverimento e di un intossicamento della cui gravità quasi non ci rendiamo conto. Basta pensare al modo in cui l’uomo distrugge le forme e la bellezza naturale della vegetazione, del mondo animale e della natura del suolo, e immaginare come queste distruzioni, anche chi non pensi alle conseguenze materiali, covino grandissimi pericoli per la nostra sanità spirituale. Fin tanto che il numero degli uomini era più piccolo questo problema aveva poca importanza; infatti in sostituzione dei territori guasti si poteva servirsi di zone sempre nuove e intanto c’erano forze rigeneranti che agivano nella natura circostante. Ora invece il territorio assoggettato all’attività umana comprende quasi tutta la Terra e di questo fatto ci rendiamo conto più chiaramente che mai. La crisi dolorosa nella quale l’umanità si dibatte è collegata, possiamo dire, col fatto che l’uomo non ha più territori nuovi a sua disposizione’.

 

A questo punto chiuderemo il nostro esame di quella triste serie di perdite di civiltà che affliggono il nostro tempo, benché l’argomento non sia affatto esaurito. Ma desideriamo passare finalmente alla parte positiva del nostro assunto, alle prospettive cioè di un risanamento della nostra civiltà. Al principio del 1940, su invito della redazione della “Fortnightly Review”, scrissi un articolo che fu pubblico nell’aprile dello stesso anno, poco prima che il nostro paese fosse sopraffatto, col titolo ‘Conditions for a recovery of civilization’. Quanto segue è in un certo senso una più ampia rielaborazione dei pensieri allora formulati; e spero che, in base alle esperienze dei quattro anni dolorosi passati fino a oggi, il mio pensiero abbia preso aspetti più esaurienti.




Il nostro discorso non tocca, come abbiamo già osservato, il problema della ricostruzione economica e sociale perché in questo campo mi sento del tutto incompetente. Ci limiteremo pertanto a chiedere che cosa sarà necessario dal punto di vista politico per passare dallo stato di guerra allo stato di pace o almeno alla fine vera e propria della violenza armata.

 

Immaginiamo che la guerra in Oriente e in Occidente abbia a terminare nel modo più favorevole, più favorevole, s’intende, per la civiltà. Vorrebbe dire ristabilire e confermare un ordine giuridico internazionale sulla base del diritto delle genti che vigeva nel 1939; si annullerebbe dunque ogni mutamento territoriale avvenuto, in seguito ad aggressioni, dopo lo scoppio del conflitto e alcuni anni prima, in attesa delle decisioni di un congresso della pace che, dopo attento esame, potrebbe introdurre modificazioni definitive nella distribuzione politica della Terra. Supponiamo inoltre che si sia creata almeno l’impalcatura di una sana amministrazione della Terra da parte di alcuni Stati grandi e di numerosi piccoli, uniti tutti insieme in un organo dotato di potere. Infine vogliamo supporre ancora che per la ricostruzione economica si sia trovata una formula la quale soddisfi, se non tutti, per lo meno una buona maggioranza.

 

S’intende che tutto ciò non sarebbe assolutamente sufficiente per riportare la civiltà a un alto livello. Anzi il sistema pacifico, dato qui per ipotesi, non avrebbe alcuna possibilità di agire in maniera conforme allo scopo. Gli organizzatori della pace si troverebbero dapprincipio di fronte a una quantità di problemi (e così sarà effettivamente), l’uno più difficile dell’altro, benché anche questi compiti siano più che altro uno sgombero di macerie. Certo non si tratta di rovine materiali dovute a devastazioni di pietre, calce e terreno, ma di rovine spirituali che questa guerra si lascerà dietro di sé. Sarebbe molto importante che a quella parte del mondo che rimarrà senza rancori e senza sete di vendetta si potesse presentare una visione della storia purgata dalle menzogne più grossolane. Una siffatta visione storica, anche se non potesse mai raggiungere l’oggettività perfetta, qualità impossibile nella storia, si fonderebbe almeno sulla ragionevolezza senza prevenzioni e sul sincero desiderio di verità.




Quanto ne siamo lontani, è noto a tutti, da qualsiasi parte abbiano combattuto e sofferto. È indubitabile che nessuna vittoria militare, per quanto possa essere decisiva, sarà mai in grado di debellare o mettere in fuga le forze della menzogna. Lo spirito della menzogna risorgerà immediatamente e impiegherà tutte le energie per erigere, sull’ancor fresca bruttura d’una mentalità bugiarda che infettò interi popoli, nuovi edifici di menzogne; la radio, la stampa e la scuola si metteranno presto a disposizione di quella pericolosa mentalità.

 

Come ovviare però al nuovo male se, ritornata la pace, non si sarà ancora sconfitto il male vecchio?

 

Come si vede, anche volendo limitare il pensiero al campo politico, si è tosto trascinati nella zona dei problemi etici e culturali.

 

Una visione sincera della storia del recente passato è dunque una delle imprescindibili condizioni del risanamento della civiltà, anche se paia impossibile portare gli uomini a una concezione unitaria degli avvenimenti. Solo a poco a poco si vedrà se lo spirito di certi popoli nella loro totalità fu sconvolto, dalle filosofie fatte in serie e loro imposte, così profondamente da rendere impossibile la riparazione dei danni causati. Certo però gli sforzi per guarire e ristabilire la civiltà danneggiata non si possono prorogare fino a che questa questione sia risolta. Per quanto la parte pensante dell’umanità sia profondamente convinta che fra cent’anni nessuno parlerà di dottrine razziali politiche e di simili parti mostruosi dello spirito umano, questa convinzione non avrà alcun valore pratico nel prossimo avvenire. Prima di tutto si tratterà di agire con intervento immediato su un processo morboso già molto avanzato.




E, per illuminare il compito da un altro lato, si farà ancora in tempo a tentare possibilmente la rieducazione delle generazioni ormai guaste?

 

In parecchi paesi si è avvelenata la gioventù per anni e anni con teorie assurde e la si è umiliata ammaestrandola a occupazioni del tutto sterili, di modo che si poté diffondere una quantità inaudita di stupidità e di radicale mancanza di umanità. In questi paesi la nefanda introduzione della promiscuità giovanile e l’esagerazione ed eccessiva stima della cultura fisica hanno reso persino molti giovani inetti alla riproduzione igienicamente sana. Non tratteremo qui ampiamente del pericolo d’una sopravalutazione della cultura fisica. Che un pericolo ci sia, mi sembra manifesto. I pregi degli esercizi fisici e particolarmente dello sport sano sono superiori a ogni dubbio; ma non si deve esagerare la stima della cultura fisica al punto da respingere l’educazione dello spirito, non senza menare qualche botta all’“intellettualismo” o a qualche cosa cui si dà questo nome. Guardiamoci dall’innalzare a ideale esempi simili a quello di Milone di Crotone che sosteneva sul collo il peso d’un toro.

 

Soltanto l’avvenire mostrerà se con un’azione pedagogica, sia pure svolta in modo eccellente, si possa ancora raggiungere qualche cosa nel senso di umanizzare le generazioni traviate e corrotte; ma noi non vogliamo abbandonare questa speranza.




Non tutti i guasti, ai quali si dovrà ovviare nel prossimo avvenire tra la giovane generazione, sono conseguenze dirette della guerra o di cattivi principi politici. Si deve tener conto del fatto universalmente diffuso che anche la vita privata è senza mèta, senza direttive precise. Questa mancanza incominciò a diffondersi già negli ultimi anni del secolo XIX e non trova una spiegazione sodisfacente nella diuturna crisi economica e nelle convulsioni sociali. Si manifesta in una diminuzione della voglia di eseguire lavori ordinati, in un disorientamento entro un dato ambiente e nell’assenza di un vero e fondato rispetto per i valori e gli ideali.

 

Ora, se ci rivolgiamo al problema dell’epurazione dello spirito stesso, la quale sarà indispensabile quando esso debba ridiventare un creatore di civiltà, è evidente che anzitutto si dovrà debellare l’esagerazione del nazionalismo. L’ipernazionalismo come dogma e convinzione, vale a dire come atteggiamento spirituale, lo si può combattere, vogliamo sperare, anche con mezzi spirituali; sarebbe un enorme passo avanti se la media degli uomini relativamente colti comprendesse la quasi universale sopravalutazione ed errata interpretazione del concetto di comunità nazionale. E non sono soltanto i fascisti e i loro amici ad avere una stima esagerata di questo concetto, ma tutti noi l’abbiamo.




L’opinione, professata sempre con tanta insistenza, che le nazioni sono antichissimi prodotti del sangue e del suolo o per lo meno di circostanze storiche inevitabili e predestinate, si rivela errata alla più semplice considerazione storica. La conoscenza di questo errore è indipendente dalla convinzione o concezione politica e richiede soltanto un minimo di nozioni storiche e di capacità di giudizio. Certo in tutte le questioni che riguardano il concetto di nazione ci s’imbatte subito in un’antinomia, vale a dire una deduzione contraddittoria, un “è così, eppure non è così”. Questa interiore contraddizione si potrebbe eliminare affermando che le nazioni sono fenomeni antichissimi, le nazionalità invece, nel senso di carattere popolare e costume unitario, fenomeni molto recenti. Se nell’Antico Testamento si parla di gentes (“nazioni” o “popoli”), si può effettivamente mettere questa denominazione in rapporto col moderno concetto di nazione; in queste associazioni si deve però ricordare sempre che l’antichità, da Babilonia all’impero romano, non ha mai pensato in categorie etniche, come il carattere popolare, il costume popolare o la comunità linguistica, ma al posto di queste categorie si trova il concetto di dominio (regno, cioè comunità di signoria o di culto).

 

[….] Nessuno avrà il coraggio di affermare che il mondo moderno nelle sue maggiori suddivisioni di Stati e popoli sia maturo per un siffatto progresso morale. Eppure lo si deve considerare un postulato impellente, essenziale per un risanamento culturale, indispensabile persino per l’elemento più esteriore e superficiale di questo risanamento, per la fiducia fra gli Stati. In verità non si vedono le basi necessarie per ravvivare una vera e propria civiltà nei prossimi tempi. In nessun luogo sono messe al bando l’avarizia, la violenza, la smania di dominio, e il mondo va incontro al prossimo avvenire come una comunità di predoni avidi di guadagno e di godimento. Per la civiltà occidentale le prospettive sono ancora tenebrose.

 

Dovremmo dunque constatare la necessità di adattarsi al suo ulteriore decadimento?

 

Niente affatto.

 

L’incrollabile risultato delle nostre considerazioni dev’essere invece questo: anche se la comunità non è matura e forse non sarà mai matura per un essenziale miglioramento dei suoi difetti, ogni individuo nella sua minuscola personalità deve fare continui sforzi per attuare almeno in piccola parte quell’indispensabile progresso nell’amore del prossimo.


(J. Huizinga)







 

sabato 5 marzo 2022

FU NOSTRA CULTURA (40)

 





















Precedenti capitoli:


Di una Ascesa (dello Spirito)....  


[Se volesero lor signori ammirar il trapassato ingegno...] 


Prosegue con:


Kultura & Civiltà (??!!)






 

E se talora mi accade di uscire per fare due passi o per far visita al signore — e ciò raramente e per spontaneo affetto di dovere e cortesia — ricevo e rendo il saluto con un chinar degli occhi ed un segno del capo a destra e a sinistra, senza parole e da lontano, né m’imbatto in seccature.

 

Per il resto c’è ben poco da dire e tutto già sai. Ma perché tu non creda che, mutando la fortuna, come accade, io abbia mutato il tenore della mia vita, sappi che sono qual ero. Tu conosci la misura del mio vitto e del mio sonno: mai la fortuna mi costringerà ad accrescerla; è vero piuttosto che la diminuisco di giorno in giorno e ormai sono giunto al punto di non poterla diminuire che di pochissimo; insomma, avessi pure le ricchezze di un re, esse non potrebbero certo scacciare la frugalità dalla mia mensa o introdurre a forza i lunghi sonni nel mio letto. Mai il letto mi accoglie sano e sveglio; mai mi corico se non sono ammalato e assonnato; e appena il sonno mi lascia io lascio il letto, ché il sonno lo ritengo molto simile alla morte e il letto alla tomba. Quando saremo presi dal sonno supremo, avremo tempo bastante per giacere nella terra o sulla pietra.




Pensando a ciò ho il letto in orrore e non vi ritorno se non proprio quando la necessità mi costringe, ma appena sento soddisfatto il bisogno naturale del riposo, subito ne balzo fuori e mi ritiro nella vicina biblioteca come in una rocca. Questo mio deciso divorzio dal letto avviene di solito a mezzanotte, e perfino quando le notti sono brevi o io mi sia indugiato in una lunga veglia, mai è accaduto che a letto mi trovasse l’aurora. Insomma, cerco in tutti i modi che nulla venga a frapporsi a cure migliori, tranne quanto esige imperiosamente la necessità della natura: voglio dire il dormire, il cibarsi e una breve, onesta ricreazione che sia adatta a rinvigorire il corpo e a riconfortare la mente.

 

E siccome è inevitabile che essa cambi con il cambiamento del tempo e del luogo, e tu non puoi conoscere le mie attuali abitudini se non te le dicessi, eccole. Amo come al solito la solitudine e sono seguace del silenzio tranne che con gli amici, tra i quali nessuno è più loquace di me, e ciò, credo, perché ora la presenza di essi si è fatta più scarsa, e la scarsezza, come sai, stimola il desiderio.




Spesso dunque compenso il silenzio di un anno con la loquacità di un giorno, ma quando gli amici se ne vanno ritorno muto; parlare col volgo o con persona cui non ti stringa affetto o non ti sia gradita per dottrina, la ritengo cosa fastidiosa. Seguendo poi il costume di coloro dei quali Seneca dice che provvedono non alla vita tutta ma alle singole parti di essa, pensando al sopravvenire dell’estate, ho pensato ad un luogo di villeggiatura quanto mai ameno e salubre. È chiamato Garegnano, a tre miglia dalla città, una campagna alta sulla pianura, cinta dovunque da sorgenti, non come quelle della nostra Sorga al di là delle Alpi, ma, modeste, pure limpide e belle, e che s’intrecciano e scorrono con tanti giri che appena si può capire donde vengano e dove vadano; così tra loro si congiungono, divergono e di nuovo si riuniscono e per mille giri riconfluiscono in un unico alveo che le diresti cori di ninfe che con volteggi intessono una danza virginea.

 

Ora io mi trovo qui, e ciò che faccio te l’ho detto e lo sapresti anche se tacessi. La mia vita continua come al solito, se non che, qui in campagna, ho maggior libertà. Sarebbe troppo lunga dirti quanti fastidi cittadini eviti stando qui, di quali agresti piaceri io goda, e come gli umili abitanti del villaggio facciano a gara per recarmi i frutti degli alberi, i fiori dei prati, i pesci dei fiumi, le anatrelle delle paludi, gli uccelli dei nidi, i giovani ricci dei campi e leprotti, caprioli, cinghialetti. C’è qui un nuovo ma nobile monastero certosino, dove a ogni ora posso cogliere il frutto di una celeste soavità. Avevo pensato di chiudermi dentro le mura di questo convento e non ti so dire se ciò sarebbe stato più gradito a me o a quei santissimi monaci; e l’avrei fatto senza temere che la mia presenza tornasse loro a disagio, ma riflettendo che io non potevo fare a meno dei servi e dei cavalli (tale è ancora il mio modo di vivere), temetti che la volgarità e lo strepito dei servi disturbassero il silenzio di quegli uomini religiosi.




Preferii quindi abitare in una casa loro vicina dove, presente nell’impegno, assente nel disturbo, prendo parte ogni volta che lo desidero agli atti devoti di quella pia famiglia. La soglia della loro sacra casa è sempre aperta per me, dalla quale stanno lontani invece i miei servi e i forestieri, se non quei pochi che la qualità di vita rende degni di tale ospizio.

 

Ché in realtà bisogna cercar conforto nel prossimo in modo tale che non sia di fastidio proprio a colui in cui cercavi conforto al tuo fastidio: cosa che invece facciamo in molti perché, pensando troppo a noi stessi, non ci curiamo del prossimo.

 

Qui dunque, perché tu sappia tutto, nulla provo d’amaro tranne la mancanza dei vecchi amici, dei quali il mio destino e la loro virtù mi aveva fatto ricchissimo, e povero prima la morte ed ora la lontananza. Perché se è vero che essa separa i volti e non gli animi, pure quello della presenza fisica dell’amico non è lieve desiderio, il quale in me sarebbe pago se la fortuna mi restituisse te e il nostro Socrate, cosa che ho sperato a lungo e, lo confesso, auspicato.

 

Ma non voglio, per giustificare me, accusare voi: ma se continuerete nel vostro proposito, dal momento che non vi è altro rimedio, mi conforterò con la vostra presenza immaginaria e mi accontenterò delle conversazioni non letterarie ed erudite, ma umili e devote, di questi santi e semplici amici di Cristo, con i quali mi piace raramente condividere la mensa, spesso conversare, costantemente godere del loro affetto.




Infine, dalle loro preghiere, spero aiuto e conforto tanto alla mia vita quanto alla mia morte. Alle quali ti prego di aggiungere le tue perché lo Spirito Santo, di cui oggi ricorre la festività, infiammi questo cuore gelido e tenebroso.

 

 

Francesco Petrarca

 

Addio.




Aveva comprato una casetta nei dintorni di Vaucluse, la passione mondana gli era un po’ passata, quella per Laura l’aveva sfogata in versi, e ora preferiva una vita più semplice e più raccolta. Aveva per compagni due servitori, un cane, la natura e i libri. Lanciò la moda dell’alpinismo scalando - forse per primo - il monte Ventoux. Pescava. Faceva del giardinaggio. Ma soprattutto inondava il mondo di suoi scritti (non di messaggini...) nel più puro stile ciceroniano. Latinizzava anche i nomi dei destinatari, chiamandone uno Lelio, un altro Scipione, un altro Ovidio. Li spronava a frugare gli archivi alla ricerca di testi classici. Quando sapeva che n’era stato trovato uno, non aveva pace finché non se n’era fatto mandare una copia o l’originale che poi copiava da sé. Dalla Grecia ricevette un Omero.

 

Spasimò per un Euripide. Scriveva, pur di scrivere, anche ai morti: a Tito Livio, a Virgilio eccetera... Questa per la letteratura classica era la sua vera passione... Nel 51’ era di nuovo a Vaucluse a scrivere un piccolo saggio, ‘De vita solitaria’. E per la prima volta lo troviamo impegnato in una polemica stizzosa che gli procurò parecchi nemici. Il pretesto glielo fornì la cattiva salute di Clemente VI, il poeta gli scrisse esortandolo a diffidare dei dottori che sono un branco di ciarlatani e basta. Era il prologo di un libello che poco dopo compose contro di loro, così acrimonioso da farci sospettare che sotto ci fosse un caso personale, forse non stava bene nemmeno lui... in loro compagnia...




Prima di morire, in una lettera, si era augurato che la ‘falce’ della Luna e non certo il martello della inutile guerra lo sorprendesse mentre leggeva o scriveva. Fu esaudito. Lo trovarono con la testa reclinata su un libro. Nel testamento lasciava 50 fiorini per comprare un cappotto e una coperta a Boccaccio, che moriva di freddo e di fame...

 

Lui si chiama Petrarca...

 

...Ma, oltre che un modello di poesia, Petrarca ne dettò uno di vita. Egli è un personaggio assolutamente nuovo: il grande umanista del Rinascimento. Non è vero che fosse solo un cinico e frigido calcolatore, come qualcuno lo ha descritto, intento solo al proprio tornaconto, al successo e alla carriera, ebbe per il vero i suoi tormenti, le sue angosce e malinconie... La sua serenità era più nei suoi versi e nelle prose che nella sua coscienza e nei suoi sentimenti o gli obblighi verso coloro che se pur amava per quella gloria cui anelava, in realtà forse...

 

Tuttavia, a differenza dell’uomo medievale, era interiormente libero. Per lui il mondo non era affatto un ‘sogno di Dio’, ma una cosa ben solida; se non si impegnò o meglio impegolò nelle tante vicissitudini del mondo con tutti i suoi intrighi (pur essendo stato un ottimo ambasciatore...) è perché, a differenza di Dante, i suoi interessi furono solo di cultura… E nella cultura egli vedeva un sacerdozio fine a se stesso, che esentava da qualunque altro impegno.




Per un manoscritto raro egli avrebbe sacrificato non solo la politica, ma perfino la sua amata. Nel’ 42, quando era già un personaggio altolocato e alla moda, si mise umilmente a studiare il greco col monaco calabrese Barlaam, cui per riconoscenza fece assegnare un Vescovato.

 

Non si consolò mai di non sapere quella lingua, e pagò di tasca propria Leonzio Pilato per tenere dei corsi a Firenze in modo che potesse imparare a tradurre in latino l’Iliade e l’Odisea. Quest’uomo che non avrebbe rischiato una multa per un Papa o per un Imperatore, si sarebbe giocato l’anima per un testo di Omero. Era vanitoso ma non meschino fino a tradurre una novella di Boccaccio del suo ‘Decamerone’ in latino, affinché i letterati di tutto il mondo potessero gustarla (purgata) della sua volgarità, così disse.... Purtroppo fornì anche il modello di una cortigianeria (sottilmente simile al suo altolocato Decamerone tradotto...) destinata a restare nel costume della ‘intellighenzia’ nazionale, anche quando questa ebbe perso ciò che lui possedeva per riscattarla: IL TALENTO...

 

(I. Montanelli)







mercoledì 2 marzo 2022

ASCESA AL MONTE VENTOSO (38)











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L'ascesa al Monte Ventoso







Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. Ebbi finalmente l’impulso di realizzare ciò che mi ripromettevo ogni giorno, soprattutto dopo essermi imbattuto, mentre giorni fa rileggevo la storia romana di Livio, nel passo in cui il re dei Macedoni Filippo – quello che fece guerra con Roma – salì sull’Emo, monte della Tessaglia, e di lassù credette di vedere, secondo si diceva, due mari, l’Adriatico e l’Eusino.


Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che ‘l’ostinata fatica vince ogni cosa’. Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. 




In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani.

 

Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana.




Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito oramai di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà.

 

Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più. Deluso, sedevo spesso in qualche valletta e lì, trascorrendo rapidamente dalle cose corporee alle incorporee, mi imponevo riflessioni di questo genere:




Ciò che hai tante volte provato oggi salendo su questo monte, si ripeterà, per te e per tanti altri che vogliono accostarsi alla beatitudine; se gli uomini non se ne rendono conto tanto facilmente, ciò è dovuto al fatto che i moti del corpo sono visibili, mentre quelli dell’animo sono invisibili ed occulti. La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce. Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi; sulla cima è la fine di tutto, è quel termine verso il quale si dirige il nostro pellegrinaggio. Tutti vogliono giungervi, ma come dice Ovidio, “volere è poco; occorre volere con ardore per raggiungere lo scopo”.

 

Tu certo, se non ti sbagli anche in questo come in tante altre cose, non solo vuoi, ma vuoi con ardore. Cosa dunque ti trattiene?

 

Nient’altro, evidentemente, se non la strada più pianeggiante che passa per i bassi piaceri della terra e che a prima vista sembra anche più agevole; ma quando avrai molto vagato, allora sarai finalmente costretto a salire sotto il peso di una fatica malamente differita verso la vetta della beatitudine, oppure a cadere spossato nelle valli dei tuoi peccati; e se mai – inorridisco al pensiero – le tenebre e l’ombra della morte lì dovessero coglierti, dovrai vivere una notte eterna in perpetui tormenti’.




Non so dirti quanto tale pensiero mi rinfrancasse anima e corpo per il resto del cammino. E potessi compiere con l’anima quel viaggio cui giorno e notte sospiro così come, superata finalmente ogni difficoltà, oggi l’ho compiuto col corpo!

 

E io non so se quello che in un batter d’occhio e senza alcun movimento locale può realizzare l’anima di sua natura eterna e immortale, debba essere più facile di quello che si deve invece compiere in una successione di tempo, con il concorso di un corpo destinato a morire e sotto il peso grave delle membra. C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il ‘Figliuolo’; perché non so dirti; se non fosse per antifrasi, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo.

 

E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno. Dapprima, colpito da quell’aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. Mi volgo d’attorno: le nuvole mi erano sotto i piedi e già mi divennero meno incredibili l’Athos e l’Olimpo nel vedere coi miei occhi, su un monte meno celebrato, quanto avevo letto ed udito di essi.




Volgo lo sguardo verso le regioni italiane, laddove più inclina il mio cuore; ed ecco che le Alpi gelide e nevose, per le quali un giorno passò quel feroce nemico del nome di Roma rompendone, come dicono, le rocce con l’aceto, mi parvero, pur così lontane, vicine. Lo confesso: ho sospirato verso quel cielo d’Italia che scorgevo con l’anima più che con gli occhi e m’invase un desiderio bruciante di rivedere l’amico e la patria anche se, in quello stesso momento, provai un poco di vergogna per questo doppio desiderio non ancora virile; eppure non mi sarebbero mancate, per l’uno e per l’altro, giustificazioni confermate da grandi testimonianze.

 

Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. ‘Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna: Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute, premettendovi le parole di Agostino: “Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio”.

 

Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio.


(Prosegue...)