IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 16 marzo 2022

L'ODIERNO TEATRO MINIATO (50)

 









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Circa la caricatura (47/9) 


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Il Secondo Atto  (51) 









& il Kapitolo completo



                           


 

 

La caricatura abbisogna (e abbisognerà) d’un breve ‘commentario’ per meglio comprendere l'ironia del vero aspetto del dramma umano. Se qualcuno rimembra come la Storia del Teatro nata, si accorgerà che il Dramma rappresentato in merito alla perenne disumana guerra con se medesimo come con il prossimo, supera ogni immaginazione come aspettativa; ovvero, oltre la rappresentazione della distruzione della Storia con i personaggi che al meglio o al peggio l’hanno incarnata ed incarnano ancora nostro malgrado, sollevando motivi spirituali e grotteschi (i quali veicolano la farsa al dramma e viceversa sino alla satira meditare e cogitare su se medesima) in conflitto, oltre che con sé stessi anche con gli avversati elementi, replicati con impareggiabili interpretazioni e alterni ruoli, che al meglio si confanno ad ogni aspirante attore.




In quanto ogni uomo attore di se medesimo e del personaggio rappresentato, in pubblico ma non certo in privato, in quanto la Coscienza e non più la maschera tende a sussurrare la propria strofa, la propria critica, e se anche non udita certamente temuta così come il più vero e terribile nemico da cui difendersi, ovvero Ragione e Intelletto,  Coscienza e Memoria; le quali (presa come unico soggetto) entro il proprio e altrui Regno (del corpo incarnato), reclamano il loro motivo, il loro ed altrui ruolo nell’intera Opera storica rappresentata, conferendo realtà per quanto in-scenato, ovvero il pubblico entro e fuori il Teatro il quale declama ed elogia l’interpretazione, oppure al contrario, ne sancisce la fallita replica, ovvero la vera sconfitta dell’attore in nome del Tiranno e in nome della volontà dell’Opera rappresentata, e con lui - inutile dire - l’intera sulfurea Compagnia.



  

Nel nostro specifico caso censurato, il pubblico mondiale dell’intero Dramma per cui il Teatro crollato e non certo per gli applausi di apprezzamento, viene nella propria patria, come ‘costume’ di scena ove il Dramma nato conferisce e sancisce divario fra se e il Tiranno, arrestato e riposto non più alla più modesta platea o galleria, ove il popolo pur guardando a mala pena ode il Dialogo dell’Opera magistralmente rappresentata, ma delegato alla più nobile galera o eterno Gulag ove il lavoro - come si suol dire - nobilita l’uomo in quanto tale, giacché non più degno della dovuta comprensione storica circa la grandiosità di cui l’attore vuole inscenare il vasto trionfo della Storia così magistralmente incarnata.   




Ovvero il pubblico non più all’altezza della dovuta comprensione della Ragione storica, giacché non comprende e mai potrebbe, il ruolo della somma reale interpretazione, nascerebbe Rivoluzione - o peggio - dal Dramma si arriverebbe alla offuscata Democrazia reclamare il costo del biglietto al botteghino, in quanto la trama divenire Dramma mentre si èra preposti per diversa messa in Opera. Immaginate voi lo stupore di chi assistendo ad una Commedia scopre con orrore che il finale volge al Dramma - nessuno escluso - coinvolgere la rappresentata Coscienza storica del Trionfo, divenire Tragedia affogata in un bagno di sangue regale, si èra convenuti assieme per un diverso spettacolo lirico e Trionfo di Poesia!  

 

Seppur da una Commedia nata! 



   

Ammettiamo che l’attore abbia superato se stesso, abbiamo avuto altri noti esempi di pazzia con Nerone il romano, e se ricordo bene anche un grande principe, Ludwig se non ‘erro’, il quale fu soppresso in ugual Teatro. Il primo sicuramente più degno parente dell’odierno rappresentato, il secondo fu perdonato seppur dicono affogato in un profondo lago, da altri attori e cortigiani con più sobrie opere rappresentative intenzioni ripescato, seppur ammirando l’opera non meno dei costi di scena, ammettiamo in Ragione dello storico palcoscenico, che l’Impero e con esso l’intera Compagnia teatrale deve aver avuto problemi reali di rappresentazione comprese le difficili repliche.

 

Ovvero deve aver sofferto un certo appetito assieme alle rimanenti comparse.

 

Ammettiamo da buoni critici culturali di ugual medesima Storia, che il romano superò tutti nella volontà di Poetica rappresentazione ponendo nell’intero rogo il Teatro. Fu detto e rimembrato, da ugual critica  circa la magistrale rappresentazione, che la gente urlava di gioia mista a comprensibile dolore, scacciando il fuoco così come si conviene ad ogni rogo eretto per l’eretico dall’ortodosso di turno incoronato. Con la differenza che non fu uno ma una città intera, forse questa la Colossale magistrale unica interpretazione con l’onesto tributo della platea assisa alle terme d’un diverso e più decoroso teatro.




Certamente non fu solo questa la grande rappresentazione del Dramma detto, gli stessi romani (e i loro derivati) erano soliti, seppure ci dicono odiernamente esentati da cotal passione in quanto la coppa del girone ha sostituito l’odierno disuso della Ragione, data in pasto alla fame della bestia, la quale reclama e si sazia - essendo digiuna - del vero sapere, le carni di putti angeli e credenti. Il pubblico pagante e non, assiste oggi come ieri al trofeo, e all’imperatore vene concesso il diritto del pollice posto al digitato telecomando; lo spettacolo come si noterà assume poche varianti del più noto Dramma cristiano, se infatti si cambia di girone - durante gli intervalli pubblicitari di gasdotti vari - con brevi panoramiche, la stessa plebe può godere di bestie e leoni appagare il proprio appetito, e siamo pur certi che consoli e senatori non men di rinomati filosofi assisi sulla tribuna, conieranno parole memorabili dando un senso di vera fuga dalla prospettiva del pasto rappresentato, di cui tra l’altro, si rischia di rimanere digiuni, in quanto la bestia essendo tale potrebbe a ragione, o con ugual bestiale intelletto, rivolgersi e sfogare gli stessi appetiti verso eccelsi illustri innominati personaggi comodamente assisi alle terme del proprio gasato divano.   




Come si può constatare prevale un altro conflittuale dilemma ancor più profondo per ciò con cui l’attore rappresenta e rappresentato, l’Essere o non Essere (in galleria platea o riservato palchetto della loggia) alla Prima o Ultima del perenne dilemma in-scenato, dacché costume e maschera impongono ruoli ben precisi, seppur alterni nei costumi con cui la civiltà è solita rappresentare gli altrui ma non sempre propri difetti.

 

La Prima come l’Ultima, ancor meglio dalla prima all’ultima rappresentazione replicata per ogni Teatro Corte Piazza e Fiera di mercato, da altrettanti e più miseri attori girovaghi nominati politici o buffoni, i quali poco rispettando il copione essendo parenti di più noti ciarlatani, e talvolta non adeguandosi alla sceneggiatura da cui tratta l’Opera, oppure e ancor peggio, disconoscendo l’intera Trama da cui nata la Tragedia o il Dramma circa il Tiranno, sono afflitti da simmetrico perenne conflittuale psicologico Dramma (interiore giammai rappresentato soltanto da taluni artisti tradotto e meglio compreso in tutta la più taciuta rappresentazione), Essere o non Essere Tiranno attore di se medesimo.




In questi casi Nessuno qual io sono, da buon critico giudico l’Opera magistralmente rappresentata, perché orsù signori! qual vero Tiranno il quale rappresenta se medesimo per ogni fiera e piazza, assieme al leone sua bestia umana tenuto al recinto, può conferire vero e più degno assoluto spettacolo del Dramma nel Dramma?

 

L’Opera in questo vasto Teatro magistralmente interpretato e l’attore, seppur non del tutto preparato in quanto le repliche devono essere rappresentate per ogni Corte Piazza e Fiera di mercato, ed anche in-scenate e ben organizzate, sommo allora miei illustri lettori! sommo l’attore e gli attori i quali superano la volontà e conseguente aspettativa di ogni sommo Poeta o Regista fedeli alla sua sofferta volontà, compiendo quale vera magnifica unica impareggiabile corrotta rappresentazione del Dramma umano, nella più elevata messa in Prosa, ovvero il Tiranno stesso il quale rappresenta se medesimo, in amletico Atto, il quale nella bipolare scissione psicologica che ne deriva, il Dramma assume toni direi epici e deliranti (per se quanto gli altri) ed in qual Tempo, ovvero per l’intera durata dell’Opera, mitici, assoluti, magistralmente interpretati, oserei dire più veri della finzione Drammatica seppur ispirata dal Dramma, del duplice Dramma in atto e rappresentato, mentre combatte con se medesimo.




Quali attori, quali dame convenute vestire ed in qual tempo assistere alla filosofica rappresentazione dell’Atto, servitori di due padroni, interpreti e spettatori di se medesimi, l’orgasmo del pubblico pagante interprete della Tragedia intera diviene orgia, mentre si assiste al sangue in diretta, mentre il tratto della maschera o il ghigno prevale sulla scena qual lacrima di orgoglio per la somma interpretazione.

 

Signor miei raccomando di conoscere bene il Dramma così come la Trama rappresentata per ogni Atto della Storia, dacché essere fedeli e degni dell’Opera significa anche, non solo applaudire o piangere nei momenti convenuti, quelli proposti sul noto libriccino della guida, ma altresì esser onesti con se stessi e non più attori seduti sul palcoscenico e in qual tempo in platea, ovvero sia Tiranni che vittime del Dramma, per porre assenso e successivo dissenso per quanto rappresentato, senza risparmio di sangue come i dovuti e più che reali effetti della pazzia umana rappresentata.




Ovvero si impone d’esser coerenti ed onesti con se medesimi, se solo si vuol andare al Teatro miniato della Guerra non più in-scenata, ed hora miniata dal vero Dramma, oppure come meglio conviene ai loro costumi e maschere di corte, è preferibile che procedano al Teatro della loro Opera preferita, ove pagando il biglietto o il canone convenuto non richiesto l’Ideale rappresentato e in qual Tempo in medesimo Atto stuprato, giacché la solo presenza in questo Teatro consuma i fasti dell’intera Compagnia rendendola più famosa e potente di pria, compreso, sottinteso, il Tiranno primo attore dell’eterna Opera.

 

Altresì consiglio Loro illustri signori di astenersi nei fugaci commenti, i quali danno maggior lustro  consistenza e risalto alla maschera del Tiranno, rendendolo magistrale nella plateale rappresentazione dell’orgia di sangue, i sacrificati agnelli del palco potrebbero affogare il pubblico pagante o non, in cruenti sacrifici di sangue collettivo - e perBacco - si potrebbe raggiungere il mondiale delirio.

 

(Nessuno[Prosegue....]        







   

sabato 12 marzo 2022

LA CARICATURA UMANA (47)

 




















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Circa il Velo... (46) 


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Taluni Frammenti (48)









& il capitolo completo





 

 

Seguendo l’umano sentiero dal Dio dato, e dagli Dèi interpretato, in attesa del compimento dell’Uno dai molti auspicato, ci imbattiamo - nostro malgrado - verso la maschera umana ed il suo immancabile teatro, ovvero, essendo divino e avendo dismesso il rapporto con l’Anima della Natura e Dio che così bella l’havea donata, l’uomo perduto per colpa del duplice peccato, e non solo per l’ingorda gola e la sofferta mela, compresa la solitaria serpe, rivela se medesimo - e purtroppo - ad altri Dèi incontrati - suo malgrado - per grazia della loro incorrotta originaria divina natura - solo appena intuita -, la ferocia di tutto il pericolo di cui portatore e di cui, dicono, incaricato nella delirante corrotta deviata natura di cui si veste nella carne avendo perduto ogni più elevato cogitato Ingegno.

 

Dicevamo, pur difficile il Sentiero in questo Bosco, per cotal Selva ancora non del tutto persa la via maestra, cotal Tomo di cui la Natura ci rivela più elevato fine et Ingegno, dispensandoci e incaricando Poesia e Verso per omaggiare la futura Madonna, giacché abbiamo dissetato la sete della Conoscenza alla fonte di Cibele, e Iside così bella per ogni cantata Stagione ci rivela il riparo, il nido, la grotta del futuro Eremita, per celare le membra sofferte non men dello stupore che loro malgrado le accompagnano a cotal umana misera Visione approdata.

 

Il Paradiso perso!




Ed anche se riconosciamo codesta via dura et perseguitata nella Secolare Stagione della vita così bella dipinta et raccolta non men che cantata et rimata, hora fiorita seppur appassita ma sempre fiera e bella, leggiadra e sincera quando ci accompagna e dimostra la sana vera primitiva differenza, ad una diversa giostra approdata e da ogni cavaliere pugnata; et anche se nominata cantica, giacché ogni Profeta di questa immonda Terra, prossima alla annunziata Apocalisse, viene indistintamente ucciso assieme a bambini putti et pasciuti angeli dipinti, non men d’ogni Creatura incontrata come divorata.

 

Senza distinzione di sorta alcuna circa il Girone d’ogni rinascita, la quale raccomandiamo - per la dovuta futura espiazione d’ogni immondo peccato consumato e da consumarsi ancora, che sia ispirata e ancor più dura di quella che potrà dispensare il monarca Papa incaricato nel beneficio condonato.

 

&t anco se vinceranno lo raccomandato Trofeo, la Coppa, consumando lo successivo Trionfo ad ognun et a Nessun escluso tributato, bevendo il sangue perBacco e Dionisio non men di Cristo, in coppe e teschi incisi e ricamati con la dovuta moneta coniata in nome d’ogni peccato tributato, alla cima del Golgota pregando il Diavolo, noi scorgeremo la parola comandata ad ogni incaricato Profeta fuggito - così come Eraclito havea declamato et insegnato - celata per ogni Legno e Pietra di codesto mondo pregato et inchiodato.




Per ogni Legno e Pietra ove nato l’Uno di questa umile patita Terra, inchiodato per ogni Croce e Cima del vostro vil immondo peccato fu-ito ancora!    

 

Dacché non raccogliamo differenza di sorta dal nostro umil riparo, circa la dovuta evoluzione così come insegna Madre Natura, solo et anco qui lo ripeto et mai rinnego, hora più forte di pria, e che Iside mi oda e ascolta in codesta preghiera, l’orango transitato per ogni Pagina di questa et ogni Rima, Sapere d’ogni Stagione del Tempo senza più Tempo d’esser cantato… 

 

[....] In questa sede ci propiniamo di risaltare la caricatura dell’eterna guerra detta anche ‘umana’, soprattutto quando si ostina per ottusa sua ed altrui contraria natura, a ricamare cornice del papiro folio, pergamena, manoscritto, in cui leggere - oltre la Natura - anche il Dio che così bella ce l’ha donata, per la saggia composta articolata grammatica nell’elevata ispirazione e Verso alla giusta Rima nella coniata Stagione della Vita, & giammai abdicata all’armata giostrata amata pugna umana, la quale orna cotal Rima…

 

Povera mia diletta Natura, - Fiammetta Laura et Beatrice - tradita mortificata - et in ultimo - seppellita da una diversa contraria aliena ragione, scritta nel falso intendimento di cosa - è ed era e per sempre sarà - èstasi e tormento, circa la vera bellezza dell’Intelletto; da siffatta sconcia lurida bestia che orna e cinge - per propria difettevole material natura - la strofa e profanarne la miniatura e l’intera Sinfonia.




Ovvero come nata la difficile esistenza da ogni Essere cantata dall’inizio della Primavera sino all’Inverno della fredda morte, che sopraggiungendo conferirà certezza dell’eterno ritorno, e all’Albero della Vita raccoglierne e meditarne il segreto pomo così come il seme o il mito, frutto e dono, pur meditando la sorte del karma o peccato che esso sia, cagionando il male incarnato e dalla fallace umana materia presieduto come interpretato.

 

V’è differenza fra l’incorrotta Natura e la sua perenne bellezza, dalla quale deriviamo et meditiamo, e il disprezzo che regna per siffatta bestia, la qual si avvinghia striscia e come un alienato senza tempo et creato si contorce - danza e divora - peggio d’ogni indemoniato al servizio dell’increto!




Noi siamo pur folli ma con la pretesa chi il - più e vero - folle della secolar contesa…

 

Nell’epoca di cui narriamo non meno dell’odierno la dimensione che si impone è quella della Città globalizzata non più minacciata dalla Selva, dalla foglia e dalle stagioni che ne derivano: ogni Selva (non men della invisibile e simmetrica miniera sotterranea) è pur buona per il calore nel rogo che principia, qualsiasi diverso intendimento sarà materia di una antica per quanto odierna caricatura, la qual seppur ‘orna’ cotal Eterna Infinita materia… fuggiamo!



In una diversa ‘civiltà’ - o meglio - in una diversa interpretazione della stessa, cosa - per il vero - significhi e qualifichi l’uomo posto nella sua ed altrui sopravvivenza (fondare la civiltà detta), e con essa, il ‘Regno’ che meglio la contraddistingue e qualifica (e mai sia detto l’opposto 'inferno' come sempre è e stato in Terra) scritto nel presunto ‘sapere’ che lo differenzia dalla Natura intera, tradotto in ugual ‘genesi evolutiva’, sottraendo l’istinto al ‘dominio’ alla costante della ‘subordinata summa’ da cui l’uomo - in quanto tale - si sottrae; ovvero non rivolto alla ‘rinuncia’, semmai alla reale comprensione di come questa debba fondare i suoi ed altrui motivi di reciproca convivenza, legittimando lo stesso medesimo principio o istinto di ‘dominio’ nella simmetrica connessione di sopravvivenza e reciproco rispetto, ed altresì imparando dalle specie da cui proviene compreso il loro ‘muto’ Linguaggio ispirato e simmetrico all’indiscussa (per taluni solo primitiva) assoluta corrispondenza circa la volontà della visibile ed invisibile Natura.

 

Questo l’impareggiabile Linguaggio del quale abbiamo perso e dismesso la capacità della parola pensiero e intelletto (e non solo interpretativo) che lo ispira. Pur convinti del contrario. Questo mondo rovesciato che invade il principio stesso della Verità è la perenne caricatura a cui l’uomo appartiene per propria demoniaca feroce vil natura.  




Questa condizione appena detta pone la ‘mutabilità’ quale specifica di ‘adattabile sopravvivenza’ e conseguente ‘civiltà’; il che vuol significare ancora che il ‘dominio’ rispetta (o dovrebbe) un principio di reciproca esistenza rivolto alle mutevoli condizioni della Natura, qual Superiore Elemento; ma non certo ai mutevoli desideri dell’uomo, il quale immaginandosi ‘ricco’ e non solo di capacità e comprensione dell’inesauribile ‘dominio’ con cui forgia la propria ricchezza, e con cui forgia e si distingue dal mondo da cui proviene, tende a scrivere ugual regole di sopravvivenza aliene all’intero mondo della Natura da cui nato e evoluto, e mi ripeto, da cui proviene la distinzione detta.

 

Ne consegue che seppur la ‘civiltà’ raggiunta apparentemente d’impareggiabile ‘superiore’ bellezza e colma d’inesauribile intelletto e stracolma di superfluo sancito dalla materia, la frattura con il Dio che ha posto le condizioni della reale comprensione del suo Essere e Divenire, reale tangibile e incompresa (se questo regnò in un Tempo antico, rimosso per il bene del Demonio e di ogni suo principio, al servizio di ogni successivo dèmone creato e posto alle funzioni dell’uomo, colmo del male di cui si nutre e con cui si contraddistingue per l’appunto dalla presunta ‘bestia’, un male colmo nella propria corrotta demoniaca natura, di cui la vera saggia Natura ne è priva del solo principio o pensiero…), come il lento progredire del suo Intelletto in noi riflesso. Se altresì fosse vero il contrario mai avremmo potuto assistere al costante scempio d’ogni Dio (compresi tutti i suoi antichi parenti), cosa che la Natura anche nella più demoniaca e degradata condizione rivolta nelle sue più basse forme evolutive sarebbe mai capace.  




Se solo (anche se accompagnato da profetico esempio) l’uomo avesse compreso questo Linguaggio non avrebbe sancito il costante Dramma della sua ed altrui esistenza dettata dal fallace istinto del ‘dominio’, giacché la ‘rinuncia’ riflessa nella presunta ‘povertà di mondo’ con cui ci contraddistinguiamo dall’intera Natura nella presunta raggiunta ‘ricchezza di ugual mondo’  subordinata a cotal feroce umano istinto, scritta ed incisa non certo a somiglianza dei suoi simili, compresi animali o bestie da cui proviene e da cui si differenzia o vorrebbe; giacché l’araldo dell’antica ‘rinuncia’ che poneva l’ideale divinizzato simile al mondo donde proveniamo molto simile non più all’uomo carnivoro assiso presso la sua remota odierna caverna, bensì l’eremita il saggio il santo il profeta, l’uomo che apprende e legge il saggio principio della rinuncia non secondo i canoni demoniaci della materia, ponendosi nella teologica ispirazione della primitiva condizione persa, o peggio rimossa dalla dovuta Coscienza.




E altresì essendo progredito nella ‘presunta favella’ e con essa l’Intelletto che ne consegue, potendone come presto leggeremo, non più cantarne ma semmai interpretarne le lodi e le magnificenze perse, per ogni Stagione come da principio Creato, ovvero quando lo stesso uomo di ugual caverna - o ispirata grotta - rivolgendosi e regredendo alla stessa dimora, rimossa e perseguitata dall’uomo della caverna, nell’istinto di ricchezza qual demone senza rinunzia alcuna, - viveva in completa armonia con ogni simile della Terra, con ogni cosa vivente - dalla pietra al legno alla foglia - e da questa sino al frutto di cui si ciba e loda; e avendo imparato il difficile lavoro della Terra astenendosi dal (vero) peccato della carne (con cui - l’uomo della caverna - si dice abbia evoluto la propria misera favella cibandosi non solo della bestia ma anche dei suoi simili) per meglio comprendere e leggere il Sacro in ogni cosa vivente in cui celato il Pensiero di Dio  rinascere alla Vita.




Se questa fosse stata la vera rinunzia e certo giammai il peccato in cui l’uomo al roverso della propria misera condizione lo ha condannato, il mondo e l’istinto divino come nato sarebbero ad immagine del Dio pregato e non certo subordinato al Diavolo.

 

Ed anche se questo un karma scritto ed inciso nelle difficili mutevoli ‘metamorfosi’ del Tempo a cui tenta di sottrarsi aspirando all’Infinito Divino, la comprensione del proprio ed altrui costante divenire, del suo Essere ed appartenere al mondo così come all’Universo intero, lo porta a comprendere le Ragioni di un più profondo Pensiero con cui leggere ogni Elemento profanato.  Una diversa Coscienza e con essa una diversa cultura, e da una diversa opposta cultura una diversa civiltà, tradita conquistata nonché cancellata dalla tradita Memoria, da cui la dovuta Coscienza d’ognuno, giacché più Nessuno ne comprende l’Ideale rimosso e tradito a cui, in verità e per il vero, appartiene la cultura e con essa la civiltà dell’uomo, ovvero cosa esso sia nel Mondo e l’Universo intero.




Giacché la Natura ed ogni sua Creatura dal legno alla muta pietra, parla per chi medita e  l’ascolta, anch’essa riflette medita e prega, anch’essa prega ugual medesimo Dio, e non certo il Diavolo che l’ha posta alla genesi di ugual Storia (dall’uomo subordinata e riscritta),  rispettando e giammai violando l’equilibrio scritto in ugual sopravvivenza, siano riuscite - nessuna specie esclusa - come Madre Natura insegna, a migliorare la propria bellezza e condizione di esistenza, certamente non sempre scritta sulla reciproca pacifica paradisiaca condizione evolutiva, in quanto ben sappiamo che questa stessa condizione impone contesa e confronto con cui le Leggi della Natura scrivono le regole della globale sopravvivenza, incise nei ‘geni’ che al meglio si adattano alle mutazioni dell’Essere ed appartenere ad un’unica specie vivente, quali ‘anelli’ di uno stesso medesimo tronco (purtroppo troppo spesso reciso al rogo dell’ignorante volgo).




Gaia qual Unico ‘oggetto-soggetto’ dell’Albero comune dell’esistenza non certo esclusa dalle medesime condizioni di Vita, Pensiero ed Intelletto, compreso ogni Elemento e Dio dalla più elevata stratosfera sino al nucleo della tellurica frattura, il quale pone costantemente le reciproche e migliori condizioni della dedotta esistenza; e con esse le mutevoli condizioni evolutive, riflesse e simmetriche ad ogni successiva specie vivente; Gaia Iside e ogni Dio letto nel mito secondo lo stesso principio dall’Universo dato.


Il posto che occupa compreso il Diritto - al meglio o al peggio - di tutelare e proteggere i mutevoli principi della Vita, gli invisibili Principi e Leggi divine di cui ogni forma vivente portatore; seppure la Scienza insegna la materia abdicando allo Spirito un diverso grado di comprensione e (in)consistenza, sappiamo che la stessa impossibilitata nella elevata evoluta capacità di traduzione data da ugual visione, nel principio formale come Fisico di leggerne il motivo primo, sia questa un onda o una particella con cui scritta la Vita, Luce del violato Principio, l’Illuminazione rivelata ne sancisce un Invisibile Legge da cui ogni Essere appartiene, e di cui poco si comprende.

 

Volgiamo quindi cotal Intelletto diversamente ‘Illuminato’ all’ombra di un antico Albero…

 

(Giuliano)


(Prosegue...)

 







giovedì 10 marzo 2022

SOLDATO VALOROSO DI MARTE (45)

 









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Cagionati sopra la morte (44) 


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Il velo di Iside  (46)   





                       

 

Soldato valoroso di Marte, 

 

Se agli afflitti è concesso di poter alto levar delle grida, e con voci toccare le orecchie del sacro Giove, che le vostre accolgano questa lettera mia vi appello e vi scongiuro con ripetute instanze, cui rispondendo con la solita benignità potranno i vostri mansueti colloqui, se volete, e di volerlo vi prego, in molte maniere un’anima rifocillare che spasimante delira.

 

Io dunque, suddito vostro, in tenebre d’ignoranza ravvolto, essere rozzo, inerte e indigesta mole, informe, vivente senza titolo, trovandomi tutto ’l corso della mia vita da’ giuochi della Fortuna sconquassato, di miseria ammantato, sempre in tenebrosi andirivieni laberintei, cacciato al fumo stigio di rozza gente, con sempre davanti agli occhi il fango d’agresti villani, udendo gli asinini loro latrati, pascendomi d’erbe, odorando fetori che stomacano, toccando spine di certa ruvidità, stavamene in Bergamo virgiliana, ed ivi fruiva imperturbato della mia libertà; quando una volta mi levai prima del giorno, tutto debole e sonnacchioso, e, aperto l’uscio, me n’andai fuora del mio tugurietto incamminandomi per l’umido lido…




…E già la notte cominciando a mutarsi in giorno, ed io presso la tomba di Marone passeggiandomene spensierato ed incauto, ecco d’improvviso donna serena, come folgore discendente mi apparve non so come, tutta e per maniere e per aspetto al mio gusto conforme. Oh come a tale apparizione stupi il tanto che parvemi d’esser diventato altra cosa che non me stesso; anzi, io mi sentivo un fantasma, e così, fuori di me e sbigottito, nella mia insensatezza da sveglio sognava domandandomi se, ad occhi da sì lungo aperti, fossi desto davvero.

 

Alla fine il mio stordimento cessò pel terrore d’un tuono, che seguì. Giacché siccome a’ lampi celesti vengono subito dietro i tuoni, così veduta appena la fiamma di quella bellezza, amor terribile ed imperioso mi prese e fiero, pari a signore che, scacciato dal suol natio, dopo lungo esilio alle sue terre ne torna, quant’era in me di contrario a lui od uccise o cacciò via o di catene ricinse.




Ma qual aspro di me governo senza opposizione d’alcuna virtù facesse, cercatelo fuor dell’angustia di questo foglio, là dove con breve calliopeo discorso in duplice modo sarà divulgato.

 

Ma che?

 

Dopo lungo travaglio, alfine meritai la grazia della mia dominatrice; che io vivace sì, ma rustichetto, breve tempo mantenni. Per altro stando nell’auge della ruota volubile senza conoscere le giravolte lubriche, gli instabili assalti, e le reciproche vicissitudini delle fortune, all’impensata essendo nato un caso da scriversi con lacrime, non con inchiostro, ingiustamente nondimeno vengo alla mia signora in orrore, per lo che mi trovai gittato in un abisso di mali e miserabilmente per terra.

 

In tale stato turbato gridai più volte: ‘oimè!’.




Né valendo ingegno a riacquistarne la grazia, spesso l’arrossata faccia coperta di lacrime nel guanciale  nascondeva, il misero petto da vari pensieri affannato sopportava, e le miserie mie, riandando penosamente i tempi anteriori, con pianto e querimonie nutriva. Per che, rimasto così travagliato per lungo tempo, e non vedendo più via a racquistar salvezza, scorgendomi vicino all’ultime disgrazie mie, levato sospiro più alto, e rivoltomi con atto angoscioso al cielo, a dir cominciai: O dii celesti, soccorrete una volta alle mie pene! E tu, dura Fortuna, finisci ornai d’incrudelire, ché sacrificato abbastanza con questi tormenti miei sventurati ti fu!

 

 Allora un amico per età garbatello e del tutto ingegnosetto, perché avessi sollievo si accostò.




Suvvia, disse; e proseguendo, con ragionari molti e prolissi, perorando nel nome vostro sacratissimo s’imbatté, affermando poter io metter fine alle disgrazie mie, qualora la copia delle vostre parole gustassi; ed egli per farmi del merito vostro più certo, essendone io già sicuro, soggiunse: Conobbilo in Avignone, giovine in seno alle Muse dalle mani di Giove educato, del latte di filosofia nodrito, e colle scienze divine fatto robusto, e lì, quasi discepolo del sacro Vaso d’elezione rapito già al terzo cielo glorioso, aperte svela recondite ed arcane dottrine.

 

Egli è pur desso, cui pennuta fama per bocca de’ suoi portatori divulga, l’adornano i costumi, e le virtudi il circondano. Egli è fatto ingegnosissimo da Saturno; placido e ricco da Giove; guerriero, contra i vizi che uccide, da Marte; luminoso, regale, affabile per tutti da Apollo; giocondissimò da Citerea; dal coppiere de’ numi matematico e formale; da Ecate umilissimo ed onesto. Ed è monarca per l’eccellenza nelle arti: in grammatica Aristarco, in dialettica Ockam, in retorica Tullio ed Ulisse, in aritmetica Giordano, ad Euclide pari in geometria o sèguita il siracusano Archimede, nella musica Boezio, in astrologia risuscita Tolomeo d’Egitto.




Che più? moralizza qual Seneca, nell’operare moralmente Socrate seguitando, e nelle storie scolastiche ottimo Comestore. Le quali cose avidamente bevendo io, lasciati i lacrimosi sospiri, mi diedi pace; e poco dopo ripresi a dire: Sì, che mi assisterà egli, presidio della libertà, della salvezza mia, se saprò l’operazioni sue indagare. Ah ch’io possa, per mezzo di tanto venerabil persona, che qual fenice ha la sua monarchia oltre monti, giugnere a debellare le miserie della fortuna, l’angustie d’amore, e spogliarmi d’ogni rusticità, conoscendomi un misero, un rozzo, un inerme ed inerte, crudo insieme ed informe, dal padre di Giove fatto deforme, povero da Iperione, litigioso da Gradivo, pusillanime da Delio, da Diona sporchissimo dioneo, da Cillenio balbuziente, e guercio e sozzo con turpitudine da Lucina.

 

Or dunque affettuosamente vi prego che, per via della vostra risposta, io possa la consolazione perduta riacquistare, e insieme ornare il capo d’elmo apollineo, la sinistra dello scudo pallanteo, e dell’asta di Minerva la destra, nuotare nei filosofici abissi, speculare del cielo Empireo il re, più nitidamente nell’inferno Plutone scorgere, e le stelle nell'etere trasparente scintillanti, e intendere uniforme del Primo Mobile la sostanza omogenea, e la Gorgone con la spada vostra tagliare.




Aspetto dunque da scolare devoto, benevolo, attento, la dottrina di maestro cotanto, per mezzo di cui spero che l’inerte mia mole e indigesta, e l’ignoranza mia grandissima saranno disciolte qual nebbia, ed in tenuità maravigliosa si muteranno; spero d’ottener presto quel che domando; e già cominciai devotamente a digiunare la vigilia di sì gran festa. Che se credessi un non voglio dalle vostre labbra venir fuori, in lacrime presto mi disfarei, novello Narciso.

 

Mi accorgo d’aver molte cose detto, in modo volubile insulsamente chiacchierando e fuori loco, arrogandomi ufizio non mio, ché non è da me il dettare: per lo che meriterei d’essere in istatua marmorea trasformato. Nondimeno l’ho fatto nella fiducia verso tanto maestro, aspettandone le debite riprensioni in quel che bisogna. Bramo che stiate bene.

 

Dalle falde del monte….ecc.

 

Vostro in ogni cosa GIOVANNI ecc...