IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

venerdì 25 luglio 2025

LE NOSTRE E LE LORO REGOLE

 








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circa la politica dell'inganno!







OGGETTO: Comunicazione disdetta contratto d’affitto presso il Campo 1 del Lupo (ulula abbaia e difende la Natura ci inquieta e disturba)!

 

Facendo seguito alla nostra raccomandata datata 01-06-1223, trasmessa anche tramite corriere senza Mac & Pec in data 26-07-1323, e considerando le sue continue e reiterate violazioni del Regolamento Interno della Giostra in costume al Campeggio, ed in uso a disuso alla più nota e disturbata Compagnia, con la presente la Società scrivente (in tal modus-operandi senza più delinquente come il Lupo testé citato in Giudizio) è costretta a comunicarle formale disdetta del contratto d’affitto Camp 1, a lei intestato per l’occupazione della piazzola, abdicata alla piazzata padana di questa e ogni successiva caccia per mortificarla in ciò cui ama e dispensa l’intera Natura e l’eventuale ‘popolo’ he ode e ascolta, medita e pensa; promettendo con la presente disdetta il più noto ed immediato rogo; con esistenza a breve scadenza (giacché non del tutto ed ancora estinta) il 03-07-1384.

 

La invitiamo pertanto a lasciare libera da persone genti animi e spiriti - annessi e connessi - fiere bestie et lupi entro la piazzola da Lei occupata, assieme all’intera boscaglia non ancor usurpata del tutto, tanto dal Lupo come il suo creatore e produttore, consegnandola al più fiero e coraggioso Legnaiolo del Feudo. Noto come il cortigiano in uso alla medesima Corte.

 

Entro tale data dovranno essere saldati ortodosso ‘can(n)one’ d’imposta d’affitto (per il seguito della abdicata successione per eventuale nuovo e più raccomandato padano senza grana e più denaro!) annuale (non avendo posto magico-alchemico artifizio in uso alla dismessa neve giacché proprio Lei il responsabile di tale sventura e malefizio…) maggiorate dalle spese per l’energia che lei ha impropriamente speso in sua ed altrui reciproca difesa del Lupo, e giammai, come da noi più volte sollecitato, del raccomandato Cortigiano al canone convenuto del cannone di Leonardo, giacché il Colonnello pretende una diversa crisi energetica e i suoi assimilati.

 

In questi ultimi mesi di permanenza, la invitiamo nuovamente a rispettare quanto previsto dal Regolamento del ministro dell’Interno ed ora Ministro del trasporto, con o senza cavallo & da cui l’energia citata al canone convenuto; ed ad assumere un comportamento rispettoso nei confronti del personale della Compagnia, appostata in aree e attrezzature comunali protette dalle fiere dell’intera industriosa struttura, in più nobile e vantaggiosa caccia.

 

Ed altresì si prega a non badare alle varie buste sparse in terra, dette anche bustarelle! Ed inoltre di non sottostare nella zona a traffico illimitato della lavanderia affinché il bucato non venga macchiato dalla nostra centrifuga a lavaggio illimitato.   

 

E si prenda cura di non gettare escrementi sulla stessa (terra).

 

Distinti saluti. Ardesio Dicembre 2023

 

IL COLONNELLO DELLA COMPAGNIA




Rispondo a codesti servitori di diversi e altri interessi a cui ben asserviti e non confacenti al mascherato ‘ruolo’ inscenato, con un mio vecchio Tomo (…il mio certamente Eretico, l’altro invece un poco più ortodosso, ovvero, se Uno il Colonnello, due invece i Dialoghi a tutti loro serviti… con cui sfamare ma non certo avvelenare l’ingordo appetito accompagnato da uno strano distintivo in odor d’antico estinto…) da cui non solo una sofferta scelta e differente distinta appartenenza, ma anche e soprattutto una onestà con me stesso e la Natura di cui vado fiero in medesimo Campo condiviso con i miei amati Lupi.

 

E aggiungo qual premessa, attraversando a capo chino in umiliata comune umile contemplazione così medita di taluni sofferti luoghi - seppur apparentemente rinati in tutta la loro ordinata plastica bellezza -, composti di borghi e ricordi per sempre scomparsi, intravisti dal bagliore della neve ove incisa la dura e superiore bellezza nel ghiaccio scolpita, segnalare la lenta graduale ritirata, per poi ‘vomitare’ insofferente insofferenza  contraccambiata -. Dopo una vittoria scritta nel ricordo della superiorità della Natura (la quale se pur ferita ancora palesa e riesce a conferire il colore del Quadro a cui l’occhio non men dell’uomo che da lei dipende), ove trarre lo spunto per il grado della ‘sublimazione’ oggettivata nell’arte della vita, e in qual tempo d’angosciosa sofferenza da cui le presenti meditazioni in accordo a tutti coloro che riescono a sopravvivere, non tanto ai suoi capricci, ma alla maestosità da cui deriva ‘bellezza e sventura’ assommati all’ingordigia umana.

 

Difficoltà sofferenza ma in qual Tempo accordo di pace con ogni superiore Elemento, quando cioè l’uomo viveva un tutt’uno con ciò che da Lei si poteva e può trarre ancora.

 

Il ‘ricavato’, ovvero, - non tanto in questo ed ogni scritto - come direbbe il Filosofo interprete d’una ecologia più profonda non certo rilevata nell’immediato PIL, semmai nel secolar beneficio  che ‘dalla e nella’ Terra il buon pastore come il contadino, ed ogni artista di ugual elemento può trarre qual costante fiore frutto seminato, per l’appunto, come un buon scritto saziare la Natura dell’intelletto; sottratta al ‘bastone’, avverso alle giostrate ‘ruote’, il quale divide nell’avverso intendimento e suo proprio o improprio ‘uso’ (come taluni falsi profeti del progresso tendo a seminare e non certo minacciare nell’improprio utilizzo in ugual nostro sofferto comune cammino); ed in cui intendere e volere le entrambe condizioni poste: ovvero il noto bastone tra le ruote e procedere così incamminato in diverso Sentiero.




V’è un bastone per intendere procedere e volere con cui accompagnarsi al proprio ed altrui cammino come codesto Tomo; ed uno per offendere calunniare e mortificare!

 

Il cambiare le cose da cambiare, ovvero il mutatis mutandis  appartiene alla nostra comune linguaggio…

 

I parametri come mi appresto a leggere dall’ottimo libro in quel dì di Gromo in rappresentenza dell’intiera Vaseriana, dove conservo ancora l’onore di fermarmi per meditare Vie Sentieri e più assennate strade, mutati ed irrimediabilmente corrotti dal progresso (come sopra letto). Ragion per cui se pur contrario all’arme come al Re di Spade ed ad ogni fabbricante di morte, posso concordare con suddette note rilevate ed esplicitate non men che scritte di precursori d’un comune sentimento d’ugual amore di più profonda Natura.

 

Prendo atto, e riporto quanto scritto qual araldo di incontrovertibile Verità disgiunta dal falso progresso il quale ha cambiato mutato e corrotto ogni secolar rapporto con cui, a prescindere l’industriosa operatività dell’uomo rivolta alle proprie risorse ferrose, tendeva a stabilire l’ordine millenario della Natura; quell’uomo cioè, che seppur in un tugurio (non diverso dallo stesso Sé medesimo), è pur riuscito nell’intento manifesto di accordarsi e sottomettersi al suo volere, e non certo l’uomo oggettivato e dal falso benessere dedotto nominato progresso; e Lei di rimando contraccambia la scelta a dispetto della falsa ricchezza da ognun agognata e rincorsa…

 

Dedico cotal premessa a tutti coloro che vivono ed amano la propria Terra e per essa operano in ogni settore locale ove poterla al meglio difendere, cercando di promuovere i valori che l’hanno per sempre contraddista, oltre che nella bellezza anche nella sofferenza (soprattutto in cotal difficile hora) di sopravvivere in essa mantenendo integre le scelte scritte nei vasti panorami ugualmente amati e sofferti, adeguandosi al meglio alle difficili e sempre precarie alterne condizioni dell’Elemento.




E con ciò ‘pregarlo’ ‘adorarlo’ ‘elevarlo’ (anche quando costretti ad un più umano vaccino) al meglio in ogni (suo) manifesto improvviso linguaggio avverso alla pur minuscola statura dell’uomo. A chi riuscito in cotal difficile intento ed uscito dal sofferto tugurio e riparo della grandezza della Natura, Lei contraccambierà con un sorriso, con una carezza, con un abbraccio, scorto alle prime luci della primavera, ed ove quella carezza sarà un Poema o una muta Poesia, anche una lacrima offerta alla Vita. Qualcuno parla di un Dio attribuendo il rinato sacrificio, ma come disse un buon psicologo la Storia dell’uomo la puoi scorgere anche in quei borghi ove le tracce della sofferenza simmetriche alla Natura sopravvivono in tutte quelle testimonianze non men di Sogni per sempre cancellati erosi dal nuovo irreversibile malato progresso - in nome e per conto - di un ugual Dio o Demone pregato.  

 

L’AMBIENTE DEL ‘COSTRUITO’ 

 

 

Nel 1959 un numero speciale della voce di Gromo, lanciava un grido d’allarme:

 

‘Salviamo l’architettura rustica delle nostre valli’.

 

Si notava che le caratteristiche case, le piazzette con le fontane, le balconate, i portici, le decorazioni, le scritte, le insegne, avessero subito quasi tutte da oltre mezzo secolo mutamenti radicali, rifacimenti, demolizioni e rabberciamenti.

 

Se già in quel periodo la situazione era di questo tipo il confronto odierno non può essere considerato drammatico. La perdita di conoscenza della propria cultura, e il depauperamento sempre maggiore di forza lavoro legate alle tradizionali attività alpine, hanno avuto riflessi sull’ambiente, cambiandone le peculiarità qualitative rivolte al suo vero utilizzo.




Lo straordinario fra Natura e Ambiente, costruito dall’uomo e consolidatosi in secoli e secoli di intimo rapporto, è stato stravolto nell’equivoco termine di ‘moderno’ senza essere in grado di fornire modelli altrettanto validi e duraturi.

 

Le opere di artigiani, dal muratore al fabbro, non più legate al gusto del luogo, hanno raggiunto risultati standardizzati così da omologare l’immagine di una periferia urbana con interventi inopportuni all’interno delle nostre più belle vallate. La superficialità e l’arroganza progettuale hanno portato ad un grossolano carattere di edilizia sciatta e affrettata, appresa, come ricordava Luigi Angelini, ‘in permanenza di lavori vari e disparati’ e che ha trasformato totalmente le caratteristiche di un tempo di gran parte degli antichi villaggi di montagna.

 

Ma la cosa più sconcertante è che tutto ciò è apparso agli occhi dei proprietari e degli amministratori locali (ai quali tra l’altro ci rivolgiamo), come un fenomeno di ‘abbellimento’ e non di deprecabile alterazione. A questi interventi sul tessuto urbano consolidato si sono poi aggiunti quelli delle nuove edificazioni: banali, con anonime aperture su facciate a diversi piani; senza considerare le presuntuose ed inopportune - dal punto di vista non solo paesaggistico - totalmente fuori luogo, di ‘villette’ con contorni e contesti edilizi volgari ove prevale il cemento all’antica pietra.




E intanto a questo scempio - e non solo dal punto di vista architettonico e paesaggistico -, persegue la sistematica cancellazione o rimozione della Storia locale (simmetrica alla naturale da cui tratta) composta da antichi affreschi non meno di umili secolari testimonianze della stratificazione umana consolidata simmetricamente alla Natura in accordo con ogni pietra e non solo tratta da una miniera per puro scopo metallurgico-economico.

 

Via via muta irrimediabilmente l’urbanistica che per sempre aveva contraddistinto il luogo, il quale appare ‘stratificato’ nella ‘composta’ successione affine al terreno in cui sorto, quando cioè, si tenevano anche in specifico reciproco intendimento - oltre i punti cardinali - anche i benefici di secolari risorse naturali scritte nei quattro Elementi (sottratti ai futuri disgiunti alchemici rilevati) e non solo ‘albe e tramonti’ (comuni) rivolti alle stagioni del Tempo nel consolidamento ed affini alla vita.

 

Ciò dimostra tra l’altro la simmetrica predisposizione non meno della reciproca dipendenza ed appartenenza di ‘uomini bestie e frutti di natura’, i quali se pur sfruttati talvolta seconda una illogica scomposta predisposizione umana, sono sempre convissuti con il proprio ‘artefice’. Il qual ‘artefice’ differisce dal ‘cantore’ (cantando e sfruttando l’opera altrui compreso il secolar cantico di Madre Natura - diverso ed alieno - al poeta all’artista all’artigiano ‘antico creatore’ più che muratore edile…) ogni cantore il qual cantando abusa e pecca d’ingordo indigesto appetito affine allo schifo.

 

Sopravvennero disposizioni e regole le quali al meglio regolavano i mal disposti appetiti approdati allo ‘schifo’, apportando il giusto fiore e frutto contrario all’improvvisato ortolano, rimuovendo così lo scempio talvolta suscitato da tanto troppo appetito vestito da arrogante saccenza o se preferite ‘dotta ignoranza’.  




Ma in altri luoghi tutto questo non è avvenuto: per citare forme di tutela efficaci vicine alle nostre area alpine basterebbe ricordare alcuni paesi d’oltralpe…, da noi invece arriviamo al paradossale controsenso che si distruggono opere sopravvissute attraverso il tempo in modo corretto, per erigerne altre che dopo solo dieci anni denotano già uno stadio di degrado e totale abbandono rendendole del tutti inutili…

 

Anzi, aggiungiamo, facenti parte di ‘progetti’ rivolti sia allo sfruttamento ambientale mal edificati, sia nella volontà di usufruire ed attingere a risorse economiche destinandole, all’opposto per cui stanziate, squalificando nel peggioramento rilevato il fraudolento destino in uso (ciò detto vale anche per il privato).

 

Non è difficile rilevare e constatare ovunque suddette testimonianze le quali sono un perenne monumento all’incapacità manifesta degli operatori e amministratori locali avvicendati nella mala gestione territoriale accumunati dal reciproco solidale patto d’una insana economia scritta nella scadenza della breve o lunga sorte edile, e quindi del tutto inadatti nel rispettare tutelare comprendere e valorizzare - in reciproca armonia - l’Ambiente così degradato, ciò che più adatto al fine di raggiungere obiettivi scritti in ugual medesima Economia seminata e raccolta, o peggio ancora, raccolta e poi seminata, all’opposto cioè, nella più logica e confacente lunga scadenza beneficio d’ognuno…

 

Infatti rileviamo ugual edifici a fini edili non affini al senso di Natura eccetto quella dell’illogica economia del profitto i quali li ha legittimati nell’incapacità di leggere l’opera di un più Elevato Creatore, e certamente i contesti ovunque crescono come i frutti dello schifo paesaggistico protratto nel tempo i quali si differenziano fra le opere poste in essere nel beneficio d’una più corretta e sana economia turistica.

 

È poi del tutto assente la volontà del ‘controllo pubblico’ (si dice qual ottimo proverbio: chi controlla il controllore?) quando troppo spesso si delega suddetto a tutti coloro i quali primi nel contraffare Leggi a tutela ambientale camuffate ed ignorate per il miglior raggiungimento di dubbi e brevi fini economici con cui l’inesperta politica insedia e consolida il proprio e certamente ‘più esperto’ potere sugellato nel patto ‘mafioso-affaristico’ (ovunque rilevato e accertato) approdato ai vertici dello Stato e scritto nel pubblico consenso elettorale, ed altresì ignorando a tutti i livelli i conseguenti danni arrecati e non solo alla Natura, per ciò di cui mal intendono e dicono scritto nei valori - o peggio ancora - a beneficio dell’Economia…  




Bisogna altresì - per la propria ed altrui efficacia - smitizzare la credenza che operazioni di ‘salvaguardia’ (e non solo ambientale) abbiano bisogno di particolari tecnici, architetti, artisti: basterebbe che gli esecutori si guardassero in giro per ciò che appartiene al comune passato, e non più locale, in quanto tale ‘il passato’ conseguente ad un processo psicologico della Storia d’ognuno, e a cui ‘ognuno’ appartiene senza distinzioni di sorta. Rimuovere il Sogno a cui ognuno partecipe, nel distinto beneficio di un ambiente degradato nell’impropria valorizzazione edile o sportiva delimitando o circoscrivendo impropri perimetri privati significa un successivo ed uguale improprio utilizzo delle pubbliche risorse, oltre il danno morale psicologico e del libero arbitrio di potersi al meglio muovere per partecipare alla Natura mal posta e delimitata.  

 

Creare spazi per i cosiddetti ‘ricchi’ (provincial-metropolitani) e distinguerli dai più ‘poveri’ (o ignoranti montanari e contadini) creando barriere nelle quali si frantuma e disgrega la comune identità di appartenenza, sia essa la difficile realtà locale (ben diversa da una città…), o apportata da una più vasta metropoli provinciale, significa creare fratture irreparabili fra le necessità - le più vere necessità – locali, e quelle promosse dai diversi principi politici adottati a beneficio d’un transitoria economia, la quale ‘transita’ del tutto ignara del vero bisogno di cui necessita la Natura. E con Lei tutti coloro che per sempre hanno convissuto con essa.

 

Queste secolari fratture - per amor della stessa - vanno rimosse e non ignorate come avviene in taluni luoghi, ove si creano fratture insanabili a beneficio della guerra; oppure a beneficio d’una cieca politica utilitaristica che persegue i propri interessi di brevi trascorsi paesaggistici o sportivi tradotti e accumunati nella volontà edili. Intendere il reciproco rapporto d’appartenenza ovunque si consuma cotal fattura significa intendere anche un più elevato senso di economia adottata al fine di saper valorizzare ciò che meglio ci appartiene nei valori della cosiddetta patria, e questa non scritta nel cantiere (anche se dicono che abbisogniamo di ciò), bensì in tutti quei portoni e testimonianze d’un Sogno comune ‘in e per cui’ il più elevato senso della Storia.  




 Concludo questa breve premessa affinché prevalga il comune senso scritto nel Sogno d’ognuno, e porgo i miei ringraziamenti alla pro-loco di Gromo come a quella di Gandellino non meno di Valbondione, affermando che il mio fine quello di veder cotal bellissimi luoghi al meglio della realtà storico-paesaggistica valorizzata nel corretto intendimento in cui può e si deve saper ancora Sognare per ogni portone uscio e via, e respirare nell’armonia affine alla natura e non certo paura…

 

(E. Guglielmi & il curatore del blog in corsivo) 

 

 

LA SOFFERTA NATURA 

 

 

1806-1806. Il sacerdote Giovanni Filippi di Gandino ricorda che nel 1805 la Valle Seriana fu notevolmente infestata da due lupi e altre bestie nocive. Un neonato venne rapito dalla culla, altre persone adulte, due delle quali perite e altre rese quasi inabili al lavoro dalle ferite, furono le disgraziate vittime delle stragi di tali animali feroci.

 

Il religioso, pratico di caccia alleato con feroci malviventi, si mise a fabbricare a proprie spese alcune piccole capanne alle falde dei monti e nei luoghi più frequentati da queste bestie feroci, dove, collocando alcuni archibugi nottetempo e mediante un certo ordigno diretto sotterraneamente e senza alcun pericolo de’ passeggeri... nel 1806 rimasero estinti da se stessi, senza andar fallito neppure un colpo, cinque grossi lupi.

 

I lupi vennero uccisi nell’ultimo trimestre del 1806 e il Filippi, che per provarne la cattura ha conservato le mascelle (del loro dire vantandosi pubblicamente per mezzo di agnelli come grassi corrotti putti) si vantò pubblicamente di averne estirpato ragione e sentimento, privando loro di ogni sussistenza e alimento.

 

I lupi, almeno due di loro, così si narra e si narrerà ancora, tornarono sugli stessi luoghi per rimembrare alle italiche genti il potere della Natura ferita dalle corrotte gesta di cotal meschino piccolo paese.




 L’anno compreso tra l’autunno del 1992 e l’autunno del 1993 fu un periodo di transizione, per il branco e per noi. Kamots divenne adulto a tutti gli effetti e si trasformò in un amabile capo. Per me, quell’anno segnò la conclusione delle riprese, l’inizio della fase di montaggio, la partenza della troupe e infine la messa in onda del documentario Wolf: Return of a Legend. Il progetto, così come l’avevo originariamente concepito, stava volgendo al termine.

 

Avevo sempre saputo che il branco non poteva essere messo in libertà. Avevamo fatto uno sforzo comune per renderlo socievole e ridurre l’istintiva paura dell’uomo che è cruciale per la sopravvivenza di un lupo selvatico. In molte zone del West il millenario odio per questi animali è ancora una realtà, e un lupo che non teme gli esseri umani è condannato a morte. Oltre tutto, è contro la legge liberare dei lupi allevati in cattività.

 

La mia autorizzazione a tenere il branco nelle Sawtooth Mountains era temporanea. Sapevo che prima o poi avrebbe dovuto spostarsi, quindi fin dall’inizio mi misi in cerca di una sede permanente, un posto in cui i lupi potessero trascorrere un’esistenza comoda e sicura. Non avrei mandato avanti il progetto se non fossi stato convinto di poterli sistemare adeguatamente in qualche posto nelle vicinanze.

 

Per un anno facemmo programmi per il futuro, ma quando la città organizzò un incontro in modo che la comunità locale potesse esprimere la propria opinione, rimasi sconvolto nel constatare l’odio che la animava. Tutti gli antichi miti resistevano. Un tizio pronosticò che i lupi selvatici, attratti dal mio branco, sarebbero calati giù dalle montagne per tendere agguati a cittadini innocenti. 

(Jim e Jamie Dutcher)




 Ho solo sommariamente accennato ad alcuni stati d’animo. Ora potrei definire, tutte le volte che passo, volente o nolente per gli stessi luoghi, alle vere persecuzioni che diventano allucinazioni di quadri antichi, di processi cavillosi ed inutili per l’affermazione di quel potere e di quella cultura nemica del raziocinio, della ragione, dell’intuizione, della verità, a cui i nostri valenti aguzzini ci sottoponevano giornalmente, ed assieme ad esse (le persecuzioni) tutto l’ingombrante ed inutile bagaglio della loro arroganza, che la casta, come l’antico sovrano, delega ai suoi protetti. Ben piantati a delle comode poltrone, seduti mai viandanti e protesi verso la ricerca del vero sapere che la Natura ispira dispensa ed a cui in Lei deponiamo quale superiore credo nella cura del vero Intelletto.

 

Seduti, mai viaggiatori o eretici per queste visioni. Vere e proprie immagini di secoli passati che non sono cambiate dalla ferocia di allora al tormento di oggi. Dietro l’apparente modernità e rispettabilità di taluni luoghi si conserva ancora in segreti scrigni miracolosi, in tabernacoli d’oro, l’antico odore di bruciato. E vi parrà strano, ma si bruciano, come un tempo, uomini natura bestie e libri. Se non li si brucia, li si contempla da lontano per la copertina che vestono, si adoperano per quello che possono valere nell’apparenza di un titolo recitato nell’intermezzo di una beffa nuova, o per il peso di una tracciata spedizione che può conferire loro un probabile valore nel mercato della cultura tradotta in materia.

 

Ben altre Spedizioni o Sentieri meditiamo nella nostra amata Natura nonostante la loro arrogante arroganza mista a superba e calunnia!

 

Nell’odore che vorrebbe esser sudore di popolo, nella piazza antica e moderna…si bruciano libri e chi li scrive, e chi commette l’insano errore, non di collezionarli ma di leggerli per il gusto della verità e non della menzogna, è perseguitato. Così come chi prova a scrivere, ed esprimere una propria opinione di questo infausto teatro dell’apparenza.

 

I tempi sono rimasti immutati.

 

Non fatevi confondere dall’apparente ed illusoria modernità. Quei serbatoi di isolamento dove il regime trae certezza della propria natura e con essa illusione di consistenza funzionano in modo perpetuo ed invariato dalla gravità del moto storico che permette di fondare regni, stati, ed imperi.

 

Sono l’espressione dell’autorità.

 

Lì l’essere umano è ridotto alla pratica della spersonalizzazione, viene spogliato del diritto del pensiero e della parola. Viene ridotto ad un puro meccanismo che deve asservire la macchina a cui è chiamato ad obbedire. Se conserva verso quella antica natura, che non vuole morire, sentimenti più alti, più forti, più duraturi, delle regole del regime, perché il regime non ha regole ed ogni giorno sembra rinascere per la pratica antica della piazza; allora la piazza diviene inquisizione figlia di quella antica cultura che prevale nella logica irrazionale, poi è martirio.

 

(Giuliano Lazzari, Storia di un Eretico)


PROSEGUE CON LA SECONDA PARTE  


& IL CAPITOLO COMPLETO








lunedì 14 luglio 2025

SANSOVINO, ovvero, LE CATENE A BRAGA

 








Precedente del 25 maggio...  


Prosegue con le 'note' al testo







La ricerca del ‘risparmio di spesa’ nell’attività edificatoria è stato un modus operandi che i procuratori de supra avevano consolidato nel corso dei secoli, con dei riscontri molto concreti nelle fabbriche. 

 

Le Procuratie Vecchie in piazza San Marco, iniziate nel 1514 e proseguite sino alla fine degli anni 1530, ne sono un caso esemplare. A causa di un eccessivo frazionamento distributivo degli alloggi, i muri di spina di buona parte delle Procuratie Vecchie poggiano sul colmo delle volte con una evidente illogicità costruttiva; inoltre, al primo piano, in corrispondenza delle volte del portico, il solaio è stato eliminato, per cui i pavimenti delle sale principali che si affacciavano su piazza San Marco poggiavano direttamente sul riempimento delle volte del porti- co sottostante, con grande disordine di tutta la struttura.




Questo genere di soluzioni erano concepite allo scopo di incrementare i proventi agendo sul numero degli affitti, piuttosto che sul prezzo, e tenendo al minimo la spesa. Non crediamo che questo atteggiamento ‘al risparmio’ dipendesse soltanto dalla particolare congiuntura economica in cui Venezia si trovava a seguito delle guerre cambraiche. Sembra essere, piuttosto, il risultato di una particolare cultura edificatoria ricorrente nella tradizione veneziana. Lo si può rilevare con maggiore evidenza nel tratto di Procuratie costruite verso San Giminiano, iniziato in tempi sicuramente migliori per l’economia veneziana, nel gennaio del 1530. Sebbene nell’appalto per la demolizione del vecchio edificio si fosse specificato che la nuova costruzione avrebbe dovuto seguire il ‘modulo’ e ‘l’ordine’ delle Procuratie contigue, in realtà il nuovo edificio, pur mantenendo lo stesso motivo architettonico e decorativo della facciata, subì un sensibile scadimento nella qualità delle strutture murarie.




Lo si può verificare nel documento di appalto dei lavori di costruzione datato 6 maggio 1532, nel quale le opere murarie, solitamente differenziate in opere di fondazione e di elevazione, erano in questo caso accomunate e appaltate tutte a sei passi al ducato, una cifra molto bassa se confrontata con un pagamento del 1523 di medesime opere di fondazione valutate quattro passi al ducato.

 

Rispetto alle Procuratie Vecchie del lato nord della piazza, i cui muri d’elevazione sono a tre teste, circa 39 cm, le opere murarie del tratto di Procuratia del lato ovest della piazza, verso San Giminiano, vengono appaltate riducendo lo spessore a ‘una piera’, cioè a sole due teste, circa 26 cm. Ma quel che più denuncia la scarsa qualità della costruzione, cioè il ‘risparmio di spesa’, è l’indifferenza tra le murature d’elevazione e quelle di fondazione, ambedue previste dello stesso spessore di ‘una piera’, in contrasto con il sapere comune del buon costruire che esigeva, specialmente a Venezia, che le murature di fondazione fossero di spessore maggiore di quelle fuori terra.




Sansovino in qualità di proto della Procuratia de supra si trovò ad agire in questo ambito di valori. I suoi primi interventi – ricordati da Vasari – sono stati perfettamente allineati con questa mentalità del ‘risparmio di spesa’.

 

Per quanto Sansovino abbia concepito la Libreria marciana con un linguaggio architettonico all’antica e abbia ‘voluto’ – come lui stesso dichiarò nell’interrogatorio – una grande volta a botte in muratura ‘per essere - la Libreria - più bella et più perpetua et più sicura da foco’, tuttavia il dimensionamento della struttura muraria è condizionato dal principio del ‘risparmio di spesa’.

 

La sezione resistente è di metri 0,80 – spessore della muratura lato ovest (Zecca) – cioè 1/14 della luce della sala della Libreria di metri 11,0059: una proporzione ardita, nella sua snellezza, se paragonata a quella di 1/9 che si rileva tra spessore del muro e ampiezza della volta a botte nel salone centrale della villa medicea di Poggio a Caiano, esempio emblematico di rinascita di una volta a botte ‘all’antica’ alla corte di Lorenzo il Magnifico, e quella di 1/10, genericamente la più diffusa nella costruzione delle strutture voltate nei secoli XVI-XVIII.




Una muratura di metri 0,80 e alta non meno di metri 6,70 era ritenuta sicuramente più che sufficiente a portare il peso di una struttura non spingente, come un tetto di capriate, ma era rischiosa se posta a contrastare le spinte di una volta a botte in muratura, specialmente se ribassata e con una luce di metri 11,00.

 

Il problema di Sansovino consisteva quindi nell’annullare la spinta della volta. La tradizione edificatoria tardomedievale risolveva questo problema con un sistema di catene a vista; Sansovino lo risolve invece – come lui stesso riferisce – con una innovazione tecnica: le catene ‘a braga’.




Per comprendere di che cosa si tratti, è sufficiente sfogliare il piccolo trattato di Carlo Dotti, ‘Esame sopra la forza delle catene a braga’, del 1730. È un sistema estradossale di aste di ferro battuto composto da: 

 

1) un tirante orizzontale (AB) lungo quanto è la luce da coprire e passante sopra il colmo della volta;

 

2) due altre aste verticali laterali (AE e Bff) che funzionano da paletti di bloccaggio;

 

3) due aste diagonali (EC e Dff), le cosiddette ‘braghe’, che uniscono i paletti al tirante orizzontale.

 

Rispetto al tradizionale sistema sviluppato dall’arte del costruire medievale delle catene intradossali a vista collocate alle imposte delle volte, il sistema ‘a braga’ aveva il vantaggio di essere inglobato nella muratura e pertanto non visibile, consentendo a Sansovino di realizzare l’effetto ‘all’antica’ di uno spazio voltato, ma risparmiando sullo spessore delle murature. 

(Lupo)





 

BREVE COMMENTARIO

 

 

 

Circa il già citato problema morale - e non solo - evidenziato e riportato a voi nobil Signori accompagnati da altrettanti fiere cortigiane non meno di altrettanti alloggiati villani, concernenti la ‘summa’ di problemi (più che calcolati) di sì vasta trascorsa et odierna, interna ed esterna, magnifica opera architettonica posta ai servigi dei cinque stadi d’ogni futura vigilata coscienza, di cui si pavoneggiano procedendo motorizzati in moto spericolato per ogni invasione di campo, e mai a piè libero ed incensurato, quantunque sempre marcato seppur fiero e spedito quale libero terzino non ancora centrocampista della nazionale padana dei fratelli d’italia unita.




Asservita da una monopalla romana e una popolana nazione - più serva che maestra - che gli fa il tifo comprensivo di coro in attesa dello stadio per acclamarla unica e superba, come quell’Eva il di cui Adamo gli fece reclamata peccaminosa offerta severamente punita dal geloso rabbino dal piano al di sopra d’ogni sospetto, o meglio che dico, dal Ramo in cui assiso essendo il frutto più goloso e proibito del paradiso, noto locale aperto tutto il giorno e sognato per l’intera notte dal profeta di corte, in cui rinchiuderla per poi goderne d’ogni suo frutto proibito - comprensivo del mirato uccellino - di cui il dio raccomanda ogni servigio al servizio del futuro uomo e l’intiero suo mondo così amato e pregato ogni giorno…

 

Che i putti e l’intera corte degli Angeli non pugni di propria mano, giacché questo un vero peccato a cui dio provvede per proprio comando…




Parliamo del dio del tempio, anche se il galileo non li vede!

 

Acclamata fino a più misere sale Vaticane senza più Eva rinchiusa in giardino, a chieder perdono della ruota di scorta, ove ogni squadra in trasferta - ed a lei avversa - pur ammirando la palla più bella rischia il fuorigioco della pena comprensiva di patibolo proprio fuori le mura del maso Gianicolo.

 

Giacché catrame & cemento - hor hora scoperto con cui edificato l’intero stadio da campo - ci par un brodo da convento cui aspirare per lo zolfo d’ogni futuro progresso - e non solo architettonico - d’ogni santo jorno; e di cui già abbiamo accennato nel primo girone dedicato a codesto più modesto Architetto, retrocesso al ritorno con obbligo di sentenza all’andata d’una esiliata trasferta al noto lido con tanto di immeritato risarcimento (aretino permettendo).  




Ovvero, assumerlo ancora qual modello all’ancora d’ogni navigata e più moderna avventura da stadio, assunta e governata da una professionista del calcio con solo una palla per deciderne la sorte; e non solo, come ben disse l’Aretino, nel culo, ma dritta fino alla ruota - senza più fortuna - e con solo la danza della morte ove ogni numero estratto ne decide il girone della cultura senza uno stadio… e neppure un Colosseo per ancor meglio acclamarla nella triste sorte votata!

 

 L’ultimo acquisto della squadra - mobile immobile o ammobiliata - non fa differenza per una cultura vigilata a tempo pieno in attesa dello stadio per meglio ammirarla, la palla!, mai sia detta la nobile libreria diseredata, la   quale si specchia nella propria ed altrui coscienziosa Architettura alla svista di Genti e Imperi governati da futuri Primi ed ultimi Ministri; terzini non ancor marcati da attaccanti e miglior centrocampisti… dei vasti campi degli unni; compresi nuovi e vecchi papi in panchina in attesa di miglior partita; non meno di più modeste fiere ambulanti, o Selve braccate per ogni paese da più industriose bestie macellare. Che al calcio preferirono la bombarda con cui invadere lo stadio nel secondo tempo di ritorno con cui il gioco si fa duro e la palla acclamata da Ognuno!    




Dacché rileviamo ancora come il crollo, il cedimento della ‘botte’ (che l’ama e ammira come la più bella e senza nessun difetto), della ‘volta’; ovvero, quando una volta c’èra maggior favella e poesia ed ognun mirava all’uccello, ed imperava - regnando ancora - su ogni favola antica, narrata ed ammirata - davanti e sullo retro - d’ogni bottega sempre vigile e aperta ad ogni antica usanza e leggenda, sottratta ad ogni strano scostumato capriccio della serva; servita narrata, ed in ultimo digerita, alla botte della nota cantina del popolo, ed ove ogni caccia èra ed ancor concessa con eccesso del più noto Bacco cantare la propria soave pulzella ben condita e seminata fino alla pecorina della stalla vicina…

 

E per Dionisio non si faccia dell’antico spirito pagano che qui ce lo lavoriamo!




Cotal mirabile Architettura hor hora adottata e concepita, nonché ci vien detto, importata dalla non lontana colomba americana, senza più stalla fienile e somaro per solo alleviare la sofferenza del peso e della distanza, quando viene invasa ed allietata dall’antico castellano che ce la come il somaro; nonché accoppiata  esportata e seviziata fino alla cucinata muraglia della Cina, e la quale essendo nata e evoluta dall’uovo di medesima gallina, tende ad essere fedele all’armonia dell’allevato futuro papero non ancora brutto anatroccolo, senza più il fegato all’oca dell’Osteria della Bastiglia, ove ogni piatto veniva cucinato ancor più saporito di come èra nato ma non certo ben digerito dalla trafitta pulzella Giovanna; e il suo arco con trionfo architettonico finale proprio sullo sfondo, quando viene eretta cavalcata e posseduta dalla squadra avversaria con solo una palla per farle piacere - e mai sedere - sulla nota sedia del papa con cui rimpiangerla, quando libera correva e cavalcava per possedere ed essere posseduta… come un nobile infante putto…



   

Giacché c’era una volta la ‘botte’ ancor meglio edificata per ogni favola narrata al popolo affamato non ancor vespaio Vespasiano permettendo, il quale della pugna pugnando godeva in libera latrina a cielo aperto esposta fino al futuro trionfo ove maneggiarlo ancor meglio; per tendere l’armonia architettonica, nonché evolutiva, d’ogni futuro gabinetto, fino al baroccato Cigno con più alta torre circa la nota fiera d’ogni paese così servito e posseduto davanti e sullo retro; ovvero, il più bel Cigno di Miralago, l’oasi preferita con Vista mozzafiato a suffragio universale al fine d’ogni futura fine adottata per mirabile e più somma Opera della piattaforma danzante e rotante.

 

Dicevamo e ancor oggi affermiamo, all’ancora ben piantati come rimirati e dicono evoluti in cotal somma Opera senza Natura alcuna, edificare miglior porto da cucina con più vasto commercio intellettivo servito freddo fino alla Siberia senza più oste o osteria per conservarne il delicato prezioso segreto antico; il quale difetta alla Vista d’Ognuno, Nessuno escluso in quanto sempre in perenne Viaggio simmetrico alla sua antica dèa.




Cielo et universo racchiuso all’intestinale  vermicolare della fu perduta mano, ed hor hora che vi narriamo, evoluto all’uncinato palmare disavventura conferita dall’improprio incrocio con una strana stella, ove si potea ancor meglio navigare e conservare il segreto versetto del piatto preferito, Verbo d’ogni Tempio navigato per ogni mare fino alla marea del nobile Ammiraglio, non ancor affogato o divorato dal saporito pesce servito allo stomaco della nota Balena, l’osteria del profeta saltato in padella all’ultima crociata della Libera ricetta, ed ogni Dio ne faccia incetta…  

 

Per la giusta mano a senso unico alternato di marcia si segua la corrente del Casino universale dell’azzurra Venere uncinata, affinché il numero della retta coordinata, con o senza prefisso, possa ristabilire l’ordine perduto del sommo architetto, il noto Papero evoluto da una gallina; un tempo il preferito piatto coltivato seminato, e poi ed in ultimo, consumato entro e fora le mura d’ogni porto, oppure servito freddo nel più noto ghetto dell’Osteria, del già nominato e compianto invano, Tempio senza più popolo o misere genti affogate per più parziale jiudicio delle più note tavolate di Mosè, il miglior cuoco del villaggio senza legge e fornello che possa appena rimembrare il segreto del piatto così ben servito; infatti appena servito la Cima si adombra del suo dell’altrui profumo ben cotto, questo il segreto della vera Legge di cucina per ogni porto… quando in ultimo servito come digestivo!




Per ogni città e convento con Diritto d’alloggio, la gallina fa’ buon brodo, essendo gradito, il brodo stesso medesimo, dal remoto tempo in cui dallo stesso nati e ancor oggi sopravvissuti e giammai affogati; detto anche brodo primordiale con o senza l’indiano, in attesa del verme danzante con la Venere d’ogni giorno, nella notte si prega di non russare in quanto il menu prevede un nutrito contorno facile da digerire, essendo gradito e assaporato da ogni onesto e volenteroso ciarlatano, fino al brigante di passaggio nello stretto del Macellaio, Magellano fu dimenticato come una volta dell’intiera storia da osteria.

 

Ovvero nel passaggio a cui Ognun costretto per lo brodo d’ogni santo jorno, nero caldo e fumante come solo una volta alla mensa della botte sanno pernare cucinare et cogitare, l’osteria di Roma il convitto senza più caciotta e vino al crocevia di Ponzio, con poste succursali e tanti troppi cavalli e senza somari alati, fino alla Gerusalemme da liberare; Leonardo infatti, l’oste ingegnerato et ancor meglio accreditato dal vasto azionariato edificato dalla botte alla volta a cielo aperto, per ogni delicato masticato palato, suggerisce parabola culinaria fino al condito Teschio con cui gradire Venere danzare e pregare, accompagnare il piatto forte del giorno, Barabba e il circolo della morte; cotal portata dai ognun gradita dai tempi quando il ghetto non ancor osteria, prosegue per ogni decantata mensa acclamata a furor di popolo; dacché cari amici non stupitevi se cuociamo tutti a fuoco lento…     

(Giuliano)




NOTE AL TESTO

 

 

 

L’apparente dissolvimento della grammatica, il frazionamento del senso del discorso, il frammentato senso della disposizione della Logica, ogni logica, inerente al commento di seguito al crollo della ‘botte’, celano un cifrato criptato senso di dissolvimento dell’ordine civico a cui sottoposto, quindi costretto, il corretto indirizzo in cui consolidata la struttura dell’intero Linguaggio  sfuggito dalla Grammatica  costruita su una Architettura urbanistica a cui asservito per meglio consolidare l’abominio della civiltà edificata sulla rinnegata morta Natura; a cui però, nel dissolvimento dell’ordine architettonico in cui ogni presunta civiltà rinnega se stessa medesima ogni qual ‘volta’ non rimembra l’origine del senso civico dell’Idea come della parola, e la ‘volta’ disgregandosi rileva e rivela il frammentato senso sottoposto al degrado morale del presunto progresso.

 

Giuliano cerca, così, in apparente licenzioso dissolvimento del senso filosofico del Dialogo con il Sansovino, di riproporre ad un pubblico restio nell’accettarlo come risolverlo, quindi interpretarlo e tradurlo, nell’odierna prospettiva di uno o più punti di fuga in cui il Paesaggio si frammenta in varie corografie stilistiche allucinatorie parenti di un ‘fiammingo’ caro al pagano; ed in cui il malcapitato ‘lettore’ abituato ad un ordine storico/architettonico affine alla prospettiva del Brunelleschi con un altrettanto ordine maniacale/grammaticale ed una simmetrica prospettiva di una presunta bellezza in cui l’Architettura edifica la propria magnificenza specchio di una presunta civiltà sottoposta alla grammatica della ricchezza, edifica magnifica Opera ignorando ma quantunque esaltandola, l’antica Natura da cui deriva, o dovrebbe, il vero senso raffigurativo della prospettiva in cui si prega ogni vergine Madonna madre di quel Cristo, violentata nella pretesa di pregarlo - e ancor meglio edificarlo - al crocevia di ogni croce il cui figlio morto per mano di medesima ricchezza interpretativa, in cui il Tempio edifica ignorandone la vera prospettiva, ed in cui il Sacrificio del Verbo si impone nella regola dissolvendone il vero Linguaggio interpretativo, in cui il Dio, il vero dio ignorato e Straniero, costretto ad un senso Architettonico ad uso umano si frammenta nella grammatica in cui costretto ed ignorato, quindi corretto  torturato esiliato e perseguitato!

 

In verità e per il vero, la sua vera e più certa Natura, restia a rispettare cotal verbosa grammatica edificata entro le mura della struttura con più punti di fuga interpretativa per un apparente anaformismo discorsivo a cui la grammatica come la simmetrica prospettiva non più rispecchiano un ordine stratigrafico affine all’apparente rinascimento dell’Opera soggiogata e costretta dall’uomo, che seppur costruisce quantunque ignora ogni fondamentale regola da cui nata la vera grammatica non più umana, ma inerente alla Storia da cui sorta l’Arte dell’Architettura, ed in cui l’umanità, o il primo mattone della stessa, posto all’angolo dell’ultimo e non più ‘primo’ frammentato Secondo da cui l’Universo d’una invisibile grammatica genera, con il suggerimento di un Architetto, la propria rinnegata Opera, ultimo Secondo - secondo - le coordinate del vero Tempo in cui la Luce di una più splendida Icona si compone e dissolve nell’Arte evolutiva rinnegata nella grammatica interpretativa del Verbo, ed in cui la Grammatica edificatoria ne rinnega la frammentata Idea, o meglio, ne dissolve il vero senso nel paradosso della dottrina costretta in un Tempio.

 

Guarda osserva e in ultimo medita l’occhio umano e vi scorgerai la sua Anima, vi scorgi, infatti, luce e prospettiva ben differente dalla Natura da cui sorta l’abisso della bestia specchio dell’intero Universo senza fondo in cui leggere il vero dominio a cui ogni Anima si ricongiunge all’Infinito suo Primo Dio.

 

In quell’occhio, dirai, non c’è né Dio Legge o Grammatica divina; non c’è Nulla; e quindi va sottoposto all’arbitrio del giudizio umano e al senso interpretativo della dottrina del secondo dio pregato, quando osserverai e assoggetterai alla gravità della materia e del tempo l’insano dogma del Verbo mal interpretato!

 

In Verità e per il vero, l’occhio umano per chi osserva da un lontano remoto Universo appare come una verde Terra nata all’ultimo SECONDO DEL VOSTRO DIO COSI’ MALMENTE E DOVOTAMENTE PREGATO; il Primo invece, nero e senso fondo che osserva osservato al di fuori della prospettiva dimensionale in cui edificata la materia anela alla vera Luce del giorno, appare come l’Abisso d’un Universo freddo e senza grammatica alcuna; il suo Fiume, la sua Natura muore e si ricompone nella bontà di ogni giorno, tu te ne fai cibo e sfami la tua ingorda natura pensandolo privo di Parola Pensiero Idea, mentre ti sazi della sua Natura; sì! morirai nel fuoco dell’inferno per ogni abominio edificato; sì! affogherai in un mare pietrificato ove seppur navigato come un Tempo, lo stesso ti sarà nemico in nome del dio pregato in cui edifichi impropriamente il tuo miserevole dominio, in cui preghi un diavolo pensandolo dio.

 

(Secondo e non primo Giamblico curatore del Testo)