IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 14 settembre 2014

FAVOLA DELLA DOMENICA: la Povera Cosa


















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Favola della domenica: la Povera Cosa (2)














C’era un uomo nelle isole che andava a pesca al solo scopo di riempirsi in qualche modo la pancia e rischiava la vita andandosene sul mare tra quattro assi. Ma nonostante le sue fatiche e le sue difficoltà era di cuore allegro e i gabbiani lo udivano ridere quando gli spruzzi delle onde lo colpivano.
E benché fosse di scarsa dottrina, era di Spirito Puro; e quando il pesce abboccava al suo amo nelle acque di mezzo egli lodava Dio senza zavorre. Era poverissimo di beni, bruttissimo d’aspetto senza moglie, e spesso una torva figura nera lo minacciava.
Accadde che al Tempo della pesca l’uomo si svegliasse in casa sua alla metà circa di un pomeriggio. Il fuoco ardeva nel centro e il fumo andava su e il sole veniva giù dal camino. E l’uomo si accorse che era come se ci fosse qualcuno che si scaldasse le mani sulla torba incandescente.




‘Salute a te’, disse l’uomo ‘nel nome di Dio’.
‘Salute a te’, disse quello che si scaldava le mani, ‘ma non nel nome di Dio, perché io non sono dei Suoi; e neppure nel nome dell’Inferno, perché non appartengo all’Inferno. Perché io non sono che una esangue creatura, meno di un soffio di vento e più leggero di un suono; e il vento mi attraversa come fossi una rete e il suono mi spezza e il freddo mi scuote.
‘Sii chiaro con me,’ disse l’uomo, ‘e dimmi il tuo nome e la tua natura’. ‘Il mio nome’, dichiarò l’altro, ‘non è ancora nominato e la mia Natura non è ancora certa. Perché sono parte di un uomo; ed ero una parte dei tuoi padri e andai con loro a pesca e in guerra ai Tempi andati. Ma il mio turno non è ancora venuto; aspetterò finché non avrai preso moglie e poi sarò in tuo figlio e una parte mirabile di lui, che godrà virtualmente nel varare la barca sulla risacca, nel tenere abilmente il timone, e nell’essere un uomo forzuto dove il cerchio si chiude e soffia a raffiche il vento’.




‘Che cosa meravigliosa da udire’, disse l’uomo; ‘e se hai intenzione di essere davvero mio figlio, temo che ti butterà male; perché sono poverissimo di beni e bruttissimo di faccia e non mi procurerò mai una moglie, vivessi l’età delle aquile’. ‘Tutto ciò son venuto a rimediare, Padre mio’, disse la Povera Cosa; ‘perché dobbiamo recarci stanotte all’isoletta delle Mani nel maniero del conte, e là troverai una moglie da me procacciata’.
Così l’uomo si alzò e mise la barca in mare all’ora del tramonto; e la Povera Cosa sedette a prua e gli spruzzi di spuma le attraversavano le ossa come neve e il vento le fischiava tra i denti, e la barca non avvertiva minimamente il suo peso. ‘Mi fai paura a guardarti, figlio mio’, disse l’uomo. ‘Perché a me sembra che tu non sia creatura di Dio'. ‘E’ soltanto il vento che mi sibila tra i denti’, disse la Povera Cosa, ‘e non c’è vita in me per impedirlo’.




Così giunsero all’isoletta delle pecore, dove la risacca la colpiva d’intorno nel mezzo del mare, ed era tutta verde di felci aquiline e tutta bagnata di rugiada e la luna la illuminava. Spinsero la barca in una cala e posero piede a Terra; e l’uomo arrancava dietro tra le rocce nel fitto delle felci mentre la Povera Cosa lo precedeva come fumo nel chiarore della luna. Così giunsero al tumolo dei morti e appoggiarono l’orecchio alle pietre; e i morti lì dentro si lamentarono come uno sciame di api: ‘Ci fu un Tempo in cui nelle ossa avevamo midollo e nei tendini vigore; ed i pensieri nella nostra testa si ammantavano di azioni e di parole umane. Ma ora siam disfatti e a pezzi, e sciolti sono i nodi delle nostre ossa e i nostri pensieri si mescolano alla polvere'.
Allora la Povera Cosa disse: ‘Imponi di donarti la virtù che possedettero’. E l’uomo disse: ‘Ossa dei miei padri, salute! Perché io scaturisco dai vostri lombi: e ora, badate, disfo le pietre ammucchiate del vostro tumolo e faccio penetrare il sole di mezzogiorno nelle vostre costole.




 Consideratelo ben fatto, perché ciò doveva essere, e datemi quel che sono venuto a cercare nel nome del sangue e nel nome di Dio’. E gli Spiriti dei morti si agitarono nel tumolo come formiche e così parlarono: ‘Hai infranto il tetto del nostro tumolo e hai fatto entrare la luce del mezzogiorno nelle nostre costole e in te è la forza che vive. Ma che virtù abbiamo noi? Quale potenza? O quale gioiello è qui con noi nella polvere, che un vivente lo debba bramare o ricevere? Perché noi siamo meno che nulla. Ma una cosa ti diciamo, parlando a più voci come api, che la vita è piana là davanti come i binari per un varo. Così, va’, addentrati nella vita e non temere, perché così noi tutti facemmo nei tempi andati’.
… E le loro voci trascorsero come una corrente in un fiume…..
‘Ora’, disse la Povera Cosa, ‘ti hanno dato un ammaestramento, ma fa’ che ti diano un dono. Affonda la mano tra le ossa senza tirarti indietro e vi troverai il loro tesoro’. Così l’uomo affondò la mano e i morti le si attaccarono numerosi e deboli come formiche; ma egli li scosse via e, udite udite, ciò che tirò su nella mano era un ferro di cavallo, e arrugginito. ‘E’ di nessun valore’, dichiarò l’uomo, ‘perché è arruginito’.
… ‘Staremo a vedere’, disse la Povera Cosa; ‘perché io penso che sia buona cosa fare ciò che i nostri padri fecero e conservare ciò che essi conservarono senza far domande. E io penso che in questo mondo una cosa valga l’altra; e un ferro di cavallo basterà’.

(Prosegue....)


















venerdì 12 settembre 2014

I COLONI: maestri & alunni (11)

















































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 Gli impiegati della Compagnia (10)

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 I coloni: maestri & alunni (12)













…. A conferma delle mie opinioni, leggete le parole del saggio filosofo Troglodita: ‘E’ certo’, dichiarò, ‘che qualche saggio granello di Follia è, ovviamente, parte della composizione della natura umana, ma solo nostra è la scelta di portarlo in giro nascosto o messo in evidenza. E non abbiamo bisogno di andare molto lontano per vedere come di solito si determini il suo destino, ci basti sapere che le facoltà umane sono come i liquidi: il più leggero sarà sempre sopra’.
Vi è, in questa famosa Isola, uno scribacchino alquanto mediocre, molto prolifico, il cui carattere, il lettore non potrà del tutto ignorare. Si occupa di un genere pernicioso di scritti generalmente noti come ‘Seconda parte’ e di solito si presenta col nome di ‘Autore della prima parte’. E’ molto facile prevedere che non appena deporrò la mia penna, questo abile maneggiatore avrà rubato il frutto delle mie fatiche, e mi tratterà con modi disumani, come ha già fatto…. E se dovesse accadere che la sella di un asino, nella forma di seconda parte, per errore fosse gettata sulla mia schiena a punizione dei miei peccati, lo prego di avere immediatamente la bontà di alleggerirmi pubblicamente di tale fardello, e di portarsela a casa sua finché il vero asino non venga a reclamarla…..




Non ho mai letto nelle pagine di storia di una legge approvata per sottrarre potere alle altre leggi e grazie alle quali per un’azione compiuta l’ultimo giorno di giugno in piena legalità, il primo di luglio si viene impiccati; un provvedimento grazie al quale i criminali restano impuniti a patto che si detenga il potere abbastanza a lungo da perpetuare i reati e sanarli di tanto in tanto con un’amnistia di cui i promulgatori della legge non riescono a prevedere le conseguenze infauste….
Ed infatti mi sono spesso chiesto come sia possibile che l’abilità dell’uomo a compiere il male superi non solo la prudenza e la cautela dei cittadini ma anche i continui espedienti delle leggi create per prevenirlo!
Non riesco a credere che un mascalzone possegga più genio di un uomo onesto.
Ho visto illustri imbroglioni giocare con grande maestria, ma rivelarsi degli incredibili asini in tutte le altre situazioni; lo stesso accadde per i ladri e i borseggiatori della città. L’affermazione è certamente vera e può essere provata da centinaia di esempi.
Un notaio, un avvocato, un agente di borsa e molti altri venditori di frodi, non solo saranno in grado di superare altre persone, molto più astute di loro, ma escogiteranno nuovi sistemi per eludere le leggi architettate appositamente per loro.




Suppongo sia vero che l’aggressore sia in vantaggio rispetto a chi è in difesa; così coloro che fanno le leggi per difendere i nostri diritti, generalmente non posseggono il vigore e l’ingegno di coloro che sono indotti per interesse ad intaccarle. D’altronde, raramente accade che gli uomini vengano lodati per la propria onestà e virtù, né coloro che agiscono secondo tali principi si aspettano una ricompensa se non nell’altro mondo.
Al contrario, una frode riuscita offre immediata ricompensa e questo è senz’altro un grande stimolo sia per incoraggiare l’impegno che l’inventiva. Quando si vara una legge per fermare un nuovo male, l’ingegno di chi intende violarla impunemente svelandone gli arcani e le crepe si mette subito al lavoro; anche fra coloro che si dicono onesti, vi sono persone che troverebbero volentieri un modo per raggirarla. Desiderano trarre vantaggi, senza esporsi al biasimo e al pericolo.
Quest’arte, nata dopo la rivoluzione, è figlia di uomini abili che l’hanno studiata e sperimentata fino a raggiungere livelli (demoniaci) di perfezione (maligna). Secondo la dottrina di qualche casista papista, costoro hanno scoperto ‘QUANTO SI POSSONO AVVICINARE AL PECCATO SENZA DI FATTO COMMETTERLO (e nel commetterlo rallegrarsi della propria demoniaca santità). Vi possono spiegare ed insegnare fin dove è possibile spingersi e uscirne illesi, sanno distinguere i diversi livelli di corruzione necessari all’occasione e stabilire la cifra giusta per soddisfare il portafoglio e mettere una somma da parte (per loro ed i loro figli).




Sono in grado di stimare la quota che è possibile sottrarre al governo senza rischi: quaranta, cinquanta o sessanta per cento a seconda dell’incarico ricoperto e della disposizione delle persone con cui si lavora, sia fra le alte che fra le basse sfere. Sanno calcolare il prezzo dovuto per un posto di lavoro e la somma detraibile da uno stipendio. Sono in grado di distribuire 500 sterline in una piccola frazione senza correre il rischio di essere accusati di brogli elettorali.
Riescono a fare affari per interposta persona – una terza, una quarta o una quinta – di modo che non si sappia chi accusare; possono vincere mille ghinee al gioco, senza usare i dadi e mandare a casa il perdente soddisfatto. Riescono a far circolare cifre esorbitanti, pagare i creditori con metà delle loro richieste e far sparire il resto.
Sarebbe un compito infinito, se non impossibile, elencare i diversi stratagemmi che questi curiosi signori (chiamati maestri o professori) hanno escogitato per arricchirsi frodando il pubblico e sfidando la legge…..
















mercoledì 10 settembre 2014

GLI IMPIEGATI (9)


















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Della Compagnia (10)

Rubarono tutta la frutta dagli alberi...

.... E la portarono via....  











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Le vie dei canti: i nativi (& la vita) (8)













Il vero inchiostro con cui è scritto per intero la storia è esclusivamente il pregiudizio liquido (innestato da loschi trafficanti…)….

A mio avviso, dopo il sig. Rhodes, la più interessante convulsione di natura in Sudafrica era il cratere dei diamanti. I bacini auriferi del Rand sono un autentica meraviglia, e fanno sembrare piccoli tutti gli altri bacini auriferi, ma per me l’attività mineraria non era una novità; il veldt era una visione maestosa, ma non era che un’altra, incantevole versione delle nostre grandi Pianure; i nativi erano bel lungi dall’essere privi d’interesse, ma non erano nulla di nuovo; quanto alle città, potevo trovare la strada senza guida in molte di esse, giacché avevo imparato le vie, con altri nomi, in città uguali di altri Paesi; ma la miniera di diamanti era una cosa del tutto inedita, una splendida e appassionante novità.




Pochissime persone al mondo hanno visto il diamante a casa sua….
Ha soltanto tre o quattro case nel mondo, mentre l’oro (il volgare oro…) ne ha un milione. Vale la pena fare il giro del globo per vedere qualunque cosa possa essere davvero chiamata novità, e le miniere di diamanti è la più grande e rara e selezionata che il globo possa offrire.
I giacimenti di diamanti di Kimberley furono scoperti nel 1869, credo. Tutto considerato, la cosa stupefacente è che non siano stati scoperti cinquemila anni fa’ e resi noti al mondo africano per il resto del tempo. Perciò i primi diamanti furono trovati al suolo. Erano levigati e trasparenti, e alla luce del sole sputavano fuoco.
Erano i tipici oggetti che un selvaggio africano, in qualunque epoca, avrebbe tenuto in pregio più di ogni altra cosa, a eccezione di una perlina di vetro…. Per due o tre secoli abbiamo comprato le sue terre, il suo bestiame, le terre vicine, e qualunque altra cosa egli avesse da vendere, per delle perline di vetro: sicché è strano che egli fosse indifferente ai diamanti – perché deve averli raccolti più e più volte.




Non gli passava neanche per la testa di tentare di venderli ai bianchi, ovviamente, dal momento che i bianchi avevano un sacco di perline di vetro, e di una forma molto più graziosa di quelle; ma si potrebbe pensare che il più povero dei neri, che non poteva permettersi il vetro autentico, si sarebbe umilmente accontentato di agghindarsi con l’imitazione, e che di lì a poco il mercante bianco avrebbe notato quegli oggetti, e si sarebbe vagamente insospettito, e ne avrebbe portati un po’ in patria, e avrebbe scoperto che cosa fossero, riversando all’istante una marea di cercatori sull’Africa….
Ci sono molte cose strane nella storia dell’uomo. Una delle più strane è che gli sfavillanti diamanti siano rimasti lì tanto a lungo senza attirare l’attenzione di nessuno.
Alla fine, la rivelazione ebbe luogo per caso…
In una capanna boera sperduta nella vasta solitudine delle pianure, un viaggiatore straniero notò un bambino che giocava con un oggetto brillante, e gli fu detto che si trattava di un pezzo di vetro trovato nel veldt. Lo straniero lo comprò per una sciocchezza e lo portò con sé; ed essendo senza onore, fece credere a un altro straniero che fosse un diamante, e gli spillò 125 $, e fu soddisfatto di se stesso come se avesse fatto la cosa giusta.




A Parigi, lo straniero buggerato lo vendette per 10.000 $ a un banco di pegni, il quale lo vendette per 90.000 a una contessa, la quale lo vendette per 800.000 a un fabbricante di birra, il quale presso un re lo barattò con un ducato e una discendenza nobile, e il re ‘lo mise sul montacarichi’.
So che questi dettagli sono corretti.
La notizia si sparse, e il boom dei diamanti sudafricani ebbe inizio. Il viaggiatore originario – quello disonesto – ora ricordò di aver visto una volta un carrettiere boero bloccare una ruota del suo carro su un ripido pendio con un diamante grande quanto una palla da fottball, e mise da parte tutto ciò che stava facendo e iniziò e cercarlo, ma con l’intenzione di usarlo per fregare a qualcuno 125 $, perché si era ravveduto.
Veniamo ora ad argomenti più didattici….




I diamanti non sono conficcati in vene di roccia lunghe cinquanta miglia, come accade con l’oro…, ma sono distribuiti tra gli scarti di un pozzo pieno, per così dire. Il pozzo è abbondante, le sue pareti sono nettamente definite, e al di fuori di esse non vi sono diamanti.
Il pozzo è un cratere di grandi dimensioni. Prima che fosse scavato, la sua superficie era pari al livello del suolo, e non c’era alcun segnale che suggerisce ciò che c’era lì sotto. Il pascolo che copriva la superficie del cratere di Kimberley bastava a mantenere una mucca, e il pascolo che si trovava al di sotto bastava a mantenere un reame; ma la mucca non era al corrente, e perse la sua occasione....

(Prosegue......)















domenica 7 settembre 2014

LE VIE DEI CANTI: i nativi (& la vita) (7)


















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Le vie dei canti: i coloni (6) &

Accurata valutazione di un idiota &














Old Ord river blues (la ballata di Reg)

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Le vie dei canti: i nativi (& la vita) (8) &


 







Secondo sogno: ma gli androidi sognano pecore elettriche?














Deve essere stato l’odio razziale a metter loro in conto una buona parte della nomea di scarsa intelligenza che portano e hanno portato nell’opinione che il mondo ha di loro.
Erano pigri – sempre pigri. Forse era questo il loro problema. E’ un difetto micidiale. Sicuramente essi avrebbero potuto progettare e costruire una casa adeguata, ma non lo fecero. E avrebbero potuto inventare e sviluppare le arti dell’agricoltura, ma non lo fecero. Andavano nudi e senza tetto, e vivevano di pesce e larve e vermi e frutta selvatica, ed erano con ogni evidenza dei selvaggi, nonostante tutto la loro acutezza.
Con un Paese grande quanto gli Stati Uniti in cui vivere e moltiplicarsi, e senza che tra di loro vi fossero epidemie finché non giunse l’uomo bianco a portare quelle e altre implicazioni della civiltà, è molto probabile che non vi sia mai stato un giorno in cui egli abbia potuto contare 100.000 appartenenti alla sua razza in tutta l’Australia.




Egli ha diligentemente e deliberatamente contenuto la popolazione con l’infanticidio – in larga misura; ma principalmente con altri metodi. Dopo l’arrivo dell’uomo bianco, egli non ha più avuto bisogno di praticare simili artifici. L’uomo bianco conosceva modi per contenere la popolazione che ne valevano cento dei suoi. L’uomo bianco conosceva metodi per ridurre una popolazione di nativi dell’80% in vent’anni. Il nativo non aveva mai visto nulla di così idiota.
Vi è, per esempio, il caso della terra ora chiamata Victoria – una terra grande ottanta volte il Rhode Island, come ho già avuto modo di dire. Secondo le migliori stime ufficiali vi erano colà 4500 aborigeni quando arrivarono i bianchi, a metà degli anni Trenta. Di questi, 1000 vivevano a Gippsland, una fascia di territorio della dimensione di 15 o 16 Rhode Island: essi non diminuirono come alcune delle altre comunità; ma di fatto, in capo a quarant’anni erano rimasti soltanto in 200.




La tribù di Geelong diminuì in misura soddisfacente: da 173 unità, scese a 34 in vent’anni; e in capo ad altri venti la tribù era formata da una (1) persona soltanto. Le due tribù di Melbourne contavano almeno 300 componenti all’arrivo dell’uomo bianco; ne contavano appena venti 37 anni dopo, nel 1875. A quell’epoca vi erano ancora scampoli di tribù sparsi qua e là per la colonia di Victoria, ma mi fu detto che i nativi di sangue puro, oggi, sono rarissimi. Si dice che gli aborigeni siano ancora presenti in una certa quantità nell’immenso territorio chiamato Quensland.
I primi bianchi non erano abituati ai selvaggi. Non potevano comprendere la prima legge della vita selvaggia: se un uomo vi fa un torto, ne è responsabile tutta la sua tribù – ciascun individuo appartenente ad essa – e potete avere ciò che vi aspetta da qualunque suo componente, senza preoccuparvi di cercare il colpevole. Quando un bianco uccideva un aborigeno, la tribù applicava l’antica legge, e uccideva il primo bianco che capitava a tiro.
Per i bianchi, questa era una mostruosità. 
La medicina appropriata per creature come queste poteva essere lo sterminio. Essi non uccisero tutti i neri, con estrema sollecitudine, ne uccisero abbastanza da porre se stessi in condizioni di sicurezza. Dall’alba della civiltà a quel giorno, l’uomo bianco ha sempre fatto uso di questa precauzione.




Per centinaia di generazioni, gli aborigeni australiani hanno cercato e trovato il significato di ogni forma della Natura, di ogni roccia, di ogni collina e di ogni altra cosa nel loro ambiente: vento e pioggia, animali ed alberi.
Tutto fu concepito, voluto, creato, modellato e fatto vivere da forze naturali dall’epoca dei Sogni, Spiriti con una ferrea logica che va compresa e rispettata. Ogni linea della Natura ricorda un epos, ogni grotta è piena di leggende, ogni pozza d’acqua racchiude più storie di uno dei nostri monumenti.
… Ogni particolare per quanto piccolo, del paesaggio brullo, immobile, eterno, nel quale sono immersi ogni giorno, è per loro pieno di vita, di azione, di ragione esistenziale. L’uomo e l’ambiente sono un tutt’uno! Le superfici istoriate delle grotte e degli anfratti sono altrettanti libri sacri, come i Veda, la Bibbia o il Corano, dove si tramandano le storie ed i miti del popolo, ove gli Spiriti tornano a palesare i loro poteri.
L’aborigeno però non immagina di possedere la Natura!
Per lui è piuttosto la Natura, nelle sue varie forme, che possiede e crea l’uomo, o per lo meno che lo ingloba e ne determina, di conseguenza, il destino. In quell’ambiente allo stato brado che ancor oggi conta meno di un abitante per Kmq., si ha la sensazione della vastità sconfinata nella quale, pietre, piante, animali, uomini e Spiriti vivono nell’intimità della totale simbiosi (cui solo l’imbecillità dell’uomo bianco sa distruggere gli armoniosi equilibri…) e l’aborigeno è immerso nel suo ambiente, nella serena coscienza che ha per il suo mondo, dove il reale e l’immaginario sono INDIVISIBILI.
Anzi, sono semplicemente tutt’uno: IL REALE E’ IMMAGINARIO  E L’IMMAGINARIO E’ REALE.




Le stazioni dei mandriani erano disseminate in quel vasto territorio, a miglia e miglia di distanza – in ogni stazione una dozzina di persone. Vi era un’enorme quantità di bestiame, i nativi neri ne erano sempre esclusi quindi malnutriti e affamati.
La Terra apparteneva a loro!
I bianchi non l’avevano comprata, né potevano comprarla; giacché le tribù non avevano capi, nessuno al comando, nessuno in possesso dei titoli per vendere e portare a termine un passaggio di proprietà; e le tribù non avevano neppure una vaga idea di che cosa fosse la trasferibilità di una proprietà di Terra.