IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

lunedì 17 maggio 2021

EMPEDOCLE: FRAMMENTI (3)

 











Precedenti capitoli:


Eraclito: Frammenti (2/1)










& Eraclito (quasi al completo  (4)


& Empedocle (secondo interprete)  (5)


& gli Elementi profanati (6/7)







Preceduto da brevi... 


Frammenti in Rima 









& una breve passeggiata giù 


...nei campi del Tennessee 








Perché non potrei godere della lode, se non soffrissi quando di me si sparla. [anzi! maggior onore quando chi sparla non merita lode alcuna, arrecando di rimando al mio dire, maggior merito e giudizio sull’Universo. E lo sparlare di costoro divenire complimento all’altrui elevato giudizio (e Dio) offerto circa la Natura della Terra!]

 

Ristretti poteri conoscitivi si sono diffusi attraverso le membra, molte miserie li incalzano, opprimendone la conoscenza. Avendo raccolto nella loro vita una piccola parte di vita, individui dal breve destino, subito alzatisi come fumo, dileguano, credendo soltanto in ciò in cui ciascuno s’imbatte, sospinti in ogni direzione, si vantano poi di scoprire il tutto. Così queste cose non sono né visibili agli uomini, né udibili, né comprensibili con la mente; tu per altro, poiché ti sei staccato qui presso di me, saprai, non più comunque di quello cui può giungere la mente mortale.

 

Né i fiori della splendida gloria umana ti forzino al punto che tu li raccolga dagli uomini, cosicché tu parli più di quanto sia lecito e ti assida allora con alterigia sulle vette della saggezza. Suvvia, considera con ogni tua intima forza vitale ciascuna realtà nella sua essenziale chiarezza, né presta fede più alla vista che all’udito, o al rombante udito più che alle chiare sensazioni della lingua, e neppure rifiuta di credere ad alcuna delle altre facoltà e rappresentazioni, ovunque vi sia una strada che porti alla conoscenza, ma conosci ciascuna realtà nella sua essenziale chiarezza.

 

Tutte le cose per volontà del caso hanno un’interiorità.

 

Tutte le cose infatti in virtù di questi (gli elementi) armonizzandosi si solidificano e prendono corpo, e per mezzo di questi sentono e godono e soffrono.

 

Di quanto esteriormente si trasformano, di tanto sempre tocca loro di sentire e conoscere altrimenti.




Anzitutto ascolta quattro radici di tutte le cose.

 

Con la terra vediamo la terra, con l’acqua l’acqua.

 

Se infatti fissandoti con slancio profondamente nella tua densa interiorità ispirato contemplerai i princìpi con pura ansia, essi, tutti, ti saranno avvinti per l’eternità, e molta altra ricchezza conoscitiva, da questi, acquisterai; rimanendo uguali infatti essi si potenziano in ogni individualità, secondo l’essenza di ciascuno. Se tu però desidererai altre cose, quelle infinite e misere che stanno fra gli uomini, ed offuscano le forze vitali, tosto nel ciclo del tempo i princìpi ti abbandoneranno, bramando di giungere alla loro propria stirpe; sappi infatti che tutti hanno un’interiorità ed una parte di conoscenza.

 

Per prima cosa (tu che vuoi giudicare) ascolta che quattro sono le radici di tutte le cose: Zeus splendente ed Era avvivatrice e Edoneo e Nesti, che di lacrime distilla la sorgente mortale!

 

Per primo si separò aither, in un secondo tempo il fuoco e poi la terra, dalla quale sgorgò l’acqua [. .. ]

 

Dall’aither derivò il cielo; dal fuoco il sole.

 

Questo solo credono a cui ciascuno s’abbatte, per tutto sospinti si vantano di scoprire il tutto!

 

Così poco queste cose possono essere scorte o udite dagli uomini, o abbracciate con la mente! Tu dunque, poiché ti sei qui straniato, saprai solo questo a cui poté assurgere la mente umana.

 

Ed ora, o Numi, dalla mia bocca rivolgete la follia di costoro, e da sante labbra in rivi effondetemi una pura fonte.

 

Un’altra cosa dirò : non v’è nascita d’alcuna delle cose mortali, né termine di morte funesta; ma solo mescersi e dissolversi di sostanze commiste v’è, e fra gli uomini ha nome nascita.




 Essi però, quando [gli elementi] commisti in forma d’uomo sorgono alla luce eterea, o in forma di belve ferine, o di arbusti o di uccelli, questo allora (dicon) nascere; quando poi si disgiungono, questo invece dicono infausta morte,  né dicono secondo giustizia, pur tuttavia secondo il costume anch’io parlo.

 

Poiché non v’è mezzo che nulla sorga da ciò che prima non era, e che ciò che è perisca vana cosa sarebbe e senza termine alcuno; infatti [l’essere] sempre sarà là ovunque ci si debba sempre arrestare.

 

Nel suo tutto nulla vi è di vuoto né di sovrabbondante.

 

Nulla del Tutto è vuoto; donde potrebbe dunque sopraggiungervi alcuna cosa?

 

Non così nel suo cuore avrebbe predetto un uom saggio, che fino che essi vivono, quella che dicono vita, fino allora soltanto essi sono, e loro è dato il bene e il male, ma prima che uomini sian fatti e poi che sono dissolti, nulla essi siano.

 

In verità come essi [l’Amore e la Discordia] prima furono, così ancora saranno; né mai, credo, d’ambedue vacuo sarà il tempo infinito.

 

Duplice cosa annunzierò: talvolta un sol tutto in unità crebbe da più cose; talvolta invece più cose si disgiunsero d’un sol tutto che erano. E come duplice è l’origine di esseri mortali, così duplice è lor morte: l’una si genera e strugge dall’unione di tutte le cose, l’altra, prodottasi, si dissipa quando di nuovo esse si disgiungono.

 

E queste cose [gli elementi] nella lor continua mutazione non cessano mai, ora di ricongiungersi tutte in unità per l’Amore [del Creato], ora invece ciascuna separatamente d’esser trasportate nell’inimicizia della Contesa.

 

Perciò, come l’Uno è adusato a sorgere da più cose e dissolvendosi ad esso più cose risultano, per tal modo divengono e lor vita non è salda, ma in quanto di tramutarsi continuamente non cessano mai, per tal modo sempre sono immobili [gli Dei primevi].




 Ma orsù, odi il mio messaggio, perché nella conoscenza la mente s’accresce.

 

Come già prima ho detto, annunziando i confini del mio discorso, duplice cosa annunzierò: talvolta un sol tutto in unità crebbe da più cose, talvolta invece più cose si disgiunsero d’un unico tutto che erano, il fuoco [cioè] e l’acqua e la terra e la benigna altezza dell’aria e la Contesa funesta da essi disgiunta, tutt’intorno egualmente librata.

 

E l’Amicizia fra essi, uguale in lunghezza e larghezza, lei scorgi con la mente e non stare con occhio stupito: poiché lei anche gli uomini credono sia insita nelle loro membra, e per lei amiche cose pensano ed opere di pace e d’armonia compiono, onde la chiamano, con vario nome. Gioia od Afrodite, ma non la conobbe aggirantesi fra essi [gli elementi] nessun uomo mortale.

 

Ascolta dunque l’ordine non ingannevole del mio messaggio.

 

Queste cose [gli elementi e le due forze] tutte sono eguali ed ugualmente primeve, ma regge suo pregio ciascuna ed hanno ognuna loro carattere, e a vicenda predominano nel volger del tempo, ed oltre ad esse non s’aggiunge o cessa d’esistere alcuna cosa perché se interamente si struggessero già più non sarebbero, e qual cosa potrebbe accrescere questo tutto, e donde venuta?

 

E dove esse si  struggerebbero, poiché nulla v’è deserto di esse [cioè vuoto di sostanza]?

 

Sono dunque esse che sono, e passando le une attraverso le altre divengono or queste or quelle cose sempre eternamente eguali.

 

[Empedocle]







domenica 16 maggio 2021

RACCONTI DELLA DOMENICA

 










Essi risero all’inatteso irrompere delle mele,


 

della morte, della rovina, e batterono le mani


 

per plaudire il lungo colpo dell’uomo …dalla


 

barba color di zafferano (amico di... Leonardo...).




ovvero racconti della Domenica:


Guerra 22/3











martedì 11 maggio 2021

GIULIANO: FRAMMENTI

 










Precedenti capitoli...:


di taluni Frammenti (3/4)







...anche in Rima 


Prosegue ancora con...:







Eraclito: Frammenti (2)   








& il Filosofo nel Capitolo (4) (quasi completo...)






E non lasciare al baratro i l residuo della

 

materia





E non lasciare uscire la tua anima, affinché

 

 essa non esca trattenendo qualche (male).





Non porre mente ai prodigiosi confini della

 

 terra:

 

non infatti la pianta della verità sulla terra

 

 ‘attecchisce’

 

[ . . . ] .




E non calcolare la misura del sole

 

 ammassando tavole di misurazione:

 

per eterno comando del padre egli si volge,

 

non a causa tua.




 Lascia perdere il ronzio della Luna; essa

 

sempre si muove

 

per opera della necessità.

 

Il corteo degli astri non è stato posto per te.




L' ampio remeggio delle ali degli uccelli del

 

cielo non è mai veritiero

 

[diverrà verità e parola del tuo tempo]*,

 

*[quando dagli stessi fenomeni dedurrai

 

il volere del padre tuo

 

ricomporre tempo e spazio perduto]

 

né le sezioni delle viscere sacrificali:

 

tutto questo è gioco,

 

e fondamenti di una frode che brama il denaro.




Fuggi queste cose,

 

se intendi schiudere i l santo giardino della

 

pietà,

 

dove virtù, sapienza e armonia si radunano.




 Cerca anche il canale dell'anima da dove

 

in un certo ordine

 

sottoposta al corpo <discese e come> al suo

 

rango

 

ancora la innalzerai, congiungendo alla parola

 

sacra l’azione. 

 



Non inclinare verso il basso, un abisso sotto la

 

terra si apre

 

che trascina lungo la scala dai sette gradini

 

sotto la quale si trova il trono della Necessità.




 O uomo, artificio di una natura audace. 

 

<Levatasi in volo> l’anima dei mortali dentro

 

se stessa  serrerà il dio




e senza conservare niente di mortale tutta

 

quanta <dal  dio> è inebriata:

 

glorificati infatti dell'armonia, sotto la quale

 

sta il corpo mortale. 

 

Si rinserri l’abisso immortale dell’anima: tutti

 

gli occhi completamente leva verso l’alto. 

 


 

Non insozzare lo pneuma e non fare profonda

 

la superficie [ . . . ]. 

 



Cerca il paradiso [ . .. ]. 

 

 

Il suo vaso abiteranno le belve della terra.




 [ ... ] tendendo l ' infuocato intelletto

 

a opera di pietà salverai anche il labile corpo.




 [ ... ] dai grembi

 

della terra balzano cani della terra né veritiero

 

segno a un mortale mostrando. 

 


 

tutte le cose il Padre portò a perfezione e

 

affidò  all’intelletto

 

secondo che voi chiamate primo, intero genere

 

degli uomini. 

 


 

L' intelletto paterno disperse nelle anime

 

simboli. 

 


 

Poiché l’anima che è per potenza del Padre

 

fuoco splendente

 

immortale permane e della vita è padrona

 

e trattiene la pienezza di molti grembi

 

<del mondo>. 

 


 

II Padre non incute paura, ma infonde

 

persuasione 

 


 

Esiste un certo intelligibile che devi intuire

 

 con il fiore dell’intelletto.

 

(Giuliano)



 

 




domenica 9 maggio 2021

INSOLITI VIAGGI ONIRICI: ovvero... racconti della domenica... (20)










































Prosegue in:


Precedenti capitoli della Domenica:


La nazione delle piante (19)














Trentasei ore di ‘diretto’ mi conducono di un fiato da Milano fino a Reggio Calabria….
Scendo, disimballo la bicicletta che avevo difesa per precauzione di quei 1400 km, di ferrovia, e riparto immediatamente.
Sono le 9 del mattino.




I primi venti chilometri corrono presso a poco piani lungo il mare, costeggiando lo stretto di Messina. La Sicilia è a circa tre chilometri di distanza: il canale ha qualche somiglianza col Lago Maggiore. Tre grossi vapori solcano lo specchio azzurro lasciandosi dietro una larga scia divergente. Messina è schierata di fronte, candida nel sole brillante delle Madonie, non tanto alte da nascondere a sinistra il cono nevoso dell’Etna. Lungo la spiaggia innumerevoli imbarcazioni da pesca e di piccolo cabotaggio, reti, argani per trarre le barche in secco, piccoli cantieri per calafati, lavanderie, qualche rudimentale stabilimento di bagni, casotti di finanzieri, frotte di ragazzi e ragazze a gambe nude che fanno il chiasso, pescano colla lenza o raccolgono frutti di mare: una spiaggia formicolante di vita come quella ligure.




La campagna è ridente, simile a quella dei dintorni di Napoli, con una nota di maggior rigoglio. Si è sempre tra aranceti e limonaie in un inebriante acuto profumo di fiori d’arancio, di cedro, di limone, di bergamotto: sono le nozze della natura. Il paese, qui, è industriale: numerose e importanti filande di seta, parecchie con una architettura disadatta di chiese mal riuscite. L’occhio, dalle finestre, vede interni disposti bene, con macchine perfezionate. Molti capitali sono d’inglesi, altri – e furono ritirati con jattura grave - delle banche, massime della Generale. Di tanto in tanto nel mare, tranquillo e senza increspature appare come un filo bianco di spuma, che si allunga, si allunga fino a mezzo chilometro contorcendosi come un serpente, come se un grosso cetaceo corresse colla schiena al filo dell’acqua. E un gorgo, un innocente gorgo di quelli che ai poeti disoccupati dell’antichità suggerirono la fola di Scilla e Cariddi: oggi anche le più fragili barchette vi si avventurano senza pensarci più che tanto.




Incontro verso Villa San Giovanni una bicicletta, l’unica che vedrò fino a Salerno. Messina resta addietro; costeggio di fronte la riviera meravigliosa del Faro: una miriade di casette e di paesi lungo il mare si insegue sino alla punta estrema della Sicilia, che sembra immergersi nelle onde, come digradando. Soltanto la torre del Faro, col cupolino che dai cristalli rimanda i bagliori accecanti del sole, si stacca diritta e affusolata sulle acque azzurre come sentinella avanzata.
 E più avanti, nell’atmosfera infuocata, il gran dosso di un monte solitario emergente dal mare: è lo Stromboli.
Una donna mi saluta e mi dice: – Venite dall’America?
Evidentemente il mio aspetto da viaggio, che del resto nulla ha di straordinario, le pare oltremarino.




Corro in mezzo a siepi magnifiche di frangola, di rovi in fiore, di ginestre tutte gialle, di lunghi cespugli di gaggie odoranti. In quell’istante il dolcissimo ritmo di Lola sembra sprigionarsi da ogni fiore, da mare, dal cielo rovente, dai profumi acuti: Fior di gaggiolo di angeli belli è pieno il cielo….., e lo scintillante volar delle ruote sulla strada bianca si accorda così bene coll’ambiente, che la mia non è una corsa, è…. una poesia biciclettata. Di mezzo in mezzo chilometro, davanti alla spiaggia, a quattro o cinquecento metri da terra sta ferma una barca, come avamposto in vedetta. Nella barca due o tre rematori pronti a vogare, sulla prua, ritto, un fiociniere in attitudine di gladiatore che lancia il giavellotto; nel mezzo della barca è inflitto un palo alto tre metri, alla cui estremità poggiando i piedi su due denti di legno sta attaccato un uomo che spia. E’ tutto l’attiraglio per la pesca del pesce spada, che la spia vede in distanza, che i rematori rincorrono, che il fiociniere trapassa. 
(Luigi Vittorio Bertarelli)




Ormai solo 250 km. circa mi separavano  da Gellivar, la nebulosa meta cui anelava da tanto tempo….
Dopo qualche ora di riposo mi rimettevo in cammino da Lules con un’ansia febbrile; abbandonai il Golfo di Botnia per dirigermi a nord-ovest. La strada assai stretta e poco buona è frequentata solo nell’estate da qualche stolkjaerre e da kariol, un piccolo sentiero discreto però lo si trova sempre per la bicicletta; si risale il corso della Lulea dapprima sulla riva sinistra sino a Edefors, quindi si passa sulla destra. Dopo Storbacken al confluente della Stora Lule e della Lule Ille elf la strada si dirige ad ovest, finché circa 10 km. dopo Kosekats varcai finalmente il Circolo Polare in bicicletta!
Lo scopo del viaggio era ormai raggiunto!




In breve arrivai quindi a Iokkomokk, ma una grave disilusione mi attendeva. In una carta comperata a Stockolma, di recente pubblicazione, era segnata la continuazione di quella piccola strada sino a Gellivar; la strada invece da parecchio tempo progettata non è ancora stata compiuta ma prosegue solo per nove km. sino ad Ostanzid sul lago Vackyisure, a 66,38° di latitudine.
Dopo aver percorso 4235 km. mi vedevo arrestato a soli 90 km. dalla meta. Per quanto il passaggio del Circolo Polare in bicicletta fosse un fatto ormai compiuto, pure non mi bastava; partendo da Milano il mio obiettivo era Gellivar ed a qualunque costo ci dovevo arrivare. D’altra parte avevo cognizione certa di una strada possibile in bicicletta, che da Gellivar per Hakkas e Nandsum scende a Neder Kelix ed Haparanda.
Con molta fatica per la difficoltà della lingua, trovai due finni che parlavano anche il lappone, smontai la mia ‘Triumph’ e la chiusi in un sacco, in un altro ho posto il mio bagaglio e ieri mattina stessa mi misi in cammino colle due guide per compiere la traversata a piedi. Varcate alcune colline, dopo 4 ore di marcia, abbiamo raggiunto i primi campi lapponi sulle rive del lago Anaisure, nel piano compreso fra il torrente Anajokki e il monte Addojegge. 




Si contava di arrivare a Gelliver in due giorni circa, ma alcuni lapponi incontrati ieri presso Ligga ci avvertirono che, a settentrione, da una settimana il tempo è pessimo, la neve ha già fatto la sua comparsa: a soli sei giorni di cammino da noi una mandria di renne è già stata assalita da qualche lupo. Abbiamo quindi affrettato: arrivammo ieri sera alle imponenti cascate di Niommelsaska, che la Stora Lule forma uscendo dal gran lago di Lule; la foresta vergine che la circonda e la vista ell’Ananasvare formano un quadro magnifico!
Più oltre i pini vanno facendosi sempre più rari, finché nella vasta landa sorgono qua e là folti cespugli di betulla nana. Passammo la notte in una capanna lappone alle falde del Vousmaape, fu per me un’emozione grandissima indimenticabile! 
Il sole è tramontato alle 20,45, ma alle 22 ancora alcune nuvolette a ponente presentavano una leggiera tinta porporina; è stato un crepuscolo continuo, finché stamane alle 3, quando ci siamo messi n cammino, il cielo cominciava già ad indorarsi. In seguito però ad un vento gelido di settentrione l’orizzonte è andato man mano offuscandosi, tanto che quando raggiungemmo la vetta del Dundret, che sorge a sud-ovest di Gellivar, cominciava già a cadere qualche fiocco di neve.
 (R. Gatti)




….Wilkye non si era ingannato  sulla scelta della macchina, per procedere prontamente e con piena sicurezza  verso quel misterioso polo australe, che fino allora aveva opposto le sue immense barriere di ghiaccio agli arditi tentativi delle navi di tanti esploratori…
Si poteva dire, quasi con certezza, che egli stava per sciogliere felicemente la secolare questione sui mezzi meglio adatti per poter raggiungere quel punto, fino allora mai veduto da alcun essere umano. Se le navi avevano fatto cattiva prova, se le spedizioni pedestri erano terminate quasi tutte con un completo disastro, quella macchina leggiera ma solida, che poteva filare sopra gli immensi campi di ghiaccio con una velocità superiore a quella dei più agili od ai più rapidi steamers moderni, poteva riuscire nell’ardua impresa e trionfare pienamente sulla spedizione inglese che non disponeva che dei mezzi ordinari e assolutamente insufficienti in quelle regioni del freddo.




Era bensì vero che gli esploratori americani avevano appena allora cominciato il viaggio e che forse gravi pericoli li attendevano sull’immenso continente polare, il quale poteva preparare a loro delle tremende sorprese, ma pel momento dovevano essere soddisfatti ed anche sperare nella buona riuscita della spedizione. Infatti il velocipede funzionava perfettamente bene e divorava la via procedendo senza scosse e senza slittamenti, quantunque rimontasse la costa che era erta assai.
Le gomme dentellate pareva che si aggrappassero alla liscia superficie dei ghiacciai e guadagnavano terreno con tale velocità, che in pochi minuti i tre esploratori si trovarono sulla cima delle colline. Volsero gli sguardi verso la costa e scorsero, fermi dinanzi alla capanna, Bisby ed i sei marinai, che li salutarono per l’ultima volta agitando i loro berretti. - Addio amici! gridò Wilkye.
Un hurrà fragoroso fu la risposta, poi quei sette uomini scomparvero.




Il velocipede superata la cima, scendeva l’opposto versante, seguendo un burrone ricoperto di ghiaccio, muovendo diritto verso le immense pianure che si estendevano verso il sud, fino ai piedi della lontana catena di montagne scorta il giorno innanzi. In tre velocipedisti, mettendo in opera i freni per impedire qualche pericoloso scivolamento che poteva produrre dei guasti al motore, giunsero felicemente nella pianura, la quale scintillava sotto i raggi dell’astro diurno, come un immenso specchio. La temperatura non era più rigida come sula costa: oscillava fra i 3° ed i 5° centigradi sotto lo zero, accennando a rialzarsi allo zero, e qua e là si vedevano le tracce d’un imminente sgelo. Infatti dalle alture cominciavano già a scendere dei piccoli torrentelli che andavano a perdersi nella pianura e sotto al crostone di ghiaccio che copriva la terra, si udivano di quando in quando dei muggiti, che parevano prodotti dallo scorrere dei grossi torrenti. Qua e là s’aprivano poi delle fessure, dei lunghi crepacci che dovevano però rinchiudersi durante la brevissima notte, e dovunque si udivano crepitii e detonazioni.