IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

giovedì 24 febbraio 2022

PERCHE' L'UOMO E' SOGGETTO... (31)

 

























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della Perenne Follia (29/30) 


Prosegue con l'argomento di cui l'uomo:


Soggetto a diventar imbecille (32) 







& Il piano della rinascita








Convinto che spetti solo al cittadino virtuoso rendere alla sua patria onori, cui ella possa dare il suo riconoscimento, da trent’anni lavoro per meritare di offrirvi un omaggio pubblico; e, supplendo questa felice occasione in parte a ciò che i miei sforzi non hanno potuto fare, ho creduto che mi sarebbe permesso di consultare qui piuttosto l’ardore che mi anima, che il diritto che dovrebbe autorizzarmi. 

 

Miei cari concittadini, anzi fratelli miei, poiché i vincoli del sangue al pari delle leggi ci uniscono quasi tutti, m’è dolce di non poter pensare a voi senza pensare nello stesso tempo a tutti i beni di cui godete, di cui nessuno di voi forse apprezza il valore meglio di me che li ho perduti. Più rifletto sulla vostra condizione politica e civile, e meno so immaginare che la natura delle cose umane possa comportarne una migliore.




Grande e bello spettacolo veder l’uomo uscir quasi dal nulla per mezzo dei suoi propri sforzi; disperdere, con le luci della ragione, le tenebre in cui la natura l’aveva avviluppato; innalzarsi al di sopra di se stesso; lanciarsi con lo spirito fino alle regioni celesti: percorrere a passi di gigante, al pari del sole, la vasta distesa dell’universo; e, ciò che è ancor più grande e difficile, rientrare in se stesso per studiarvi l’uomo e conoscerne la natura, i doveri e il fine. Tutte queste meraviglie si son rinnovate da poche generazioni in qua.

 

L’Europa era ricaduta nella barbarie delle prime età. I popoli di questa parte del mondo, oggi così illuminati, vivevano pochi secoli fa in uno stato peggiore dell’ignoranza. Un certo gergo scientifico, più spregevole ancora dell’ignoranza, aveva usurpato il nome della scienza, ed opponeva al suo ritorno un ostacolo quasi invincibile. Occorreva una rivoluzione per ricondurre gli uomini al senso comune; ed essa venne infine dalla parte da cui meno si sarebbe attesa. Lo stupido mussulmano, l’eterno flagello delle lettere, la fece rinascer fra noi. La caduta del trono di Costantino portò in Italia gli avanzi dell’antica Grecia. La Francia a sua volta s’arricchì di queste preziose spoglie. Ben presto le scienze seguirono le lettere; all’arte di scrivere si unì l’arte di pensare; graduazione che sembra strana e non è forse che troppo naturale: e si cominciò a sentire il principal vantaggio del commercio delle muse, quello di render gli uomini più socievoli, inspirando loro il desiderio di piacer gli uni agli altri per mezzo, di opere degne della vicendevole approvazione.




Lo spirito ha i suoi bisogni al pari del corpo. Questi sono il fondamento della società, quelli ne fanno l’ornamento. Mentre il governo e le leggi provvedono alla sicurezza e al benessere degli uomini consociati, le scienze, le lettere e le arti, meno dispotiche e forse più potenti, stendono ghirlande di fiori sulle catene di ferro ond’essi son carichi, soffocano in loro il sentimento di quella libertà originaria per la quale sembravan nati, fan loro amare la loro schiavitù e ne formano i così detti ‘popoli civili’. Il bisogno innalzò i troni: le scienze e le arti li hanno rafforzati.

 

Potenti della terra, amate gl’ingegni e proteggete chi li coltiva. Popoli civili, coltivateli: schiavi felici, voi dovete loro quel gusto delicato e fine di cui vi vantate; quella dolcezza di carattere e quella urbanità di costumi che rendono così avvincenti e facili fra voi i rapporti; in una parola, le apparenze di tutte le virtù, pur senza il possesso di alcuna.




Appunto per questa specie di civiltà, che è tanto più amabile quanto meno ostenti di mostrarsi, si distinsero altre volte Atene e Roma ai giorni così vantati della loro magnificenza e del loro splendore; appunto per essa, senza dubbio, il nostro secolo e la nostra nazione prevarranno su tutti i tempi e su tutti i popoli. Un tono filosofico senza pedanteria, modi naturali e tuttavia graziosi, ugualmente lontani dalla rustichezza tedesca e dalla mimica oltremontana: ecco i frutti del gusto acquisito con buoni studi e perfezionato nelle relazioni mondane.

 

Come sarebbe dolce viver fra noi, se il contegno esteriore fosse sempre l’immagine delle disposizioni del cuore, se la decenza fosse la virtù, se le nostre massime ci servissero di regola, se la vera filosofia fosse inseparabile dal titolo di filosofo!

 

Ma tanti pregi van troppo di rado insieme, e la virtù non procede affatto in così gran pompa. La ricchezza dell’adornamento può rivelare un uomo opulento e la sua eleganza un uomo di gusto; ma l’uomo sano e robusto si riconosce da altri segni: sotto l’abito rustico d’un agricoltore, non sotto la doratura d’un cortigiano si troverà la forza e il vigore del corpo. L’adornamento non è meno estraneo alla virtù, la quale è la forza e il vigore dell’anima. L’uomo dabbene è un atleta che si compiace a lottar nudo; egli disprezza tutti quei vili ornamenti che impaccerebbero l’uso delle sue forze, e che per la maggior parte non son stati inventati che per nascondere qualche deformità.




Prima che l’arte avesse ingentilite le nostre maniere e appreso alle nostre passioni a esprimersi in un linguaggio affettato, i nostri costumi eran rozzi, ma naturali; e, le differenze di condotta manifestavano a colpo d’occhio le differenze di carattere. La natura umana, in fondo, non era migliore; ma gli uomini trovavano la loro sicurezza nella facilità di penetrarsi vicendevolmente; e questo vantaggio, di cui noi non sentiamo più il pregio, risparmiava loro gran somma di vizi.

 

Oggi, che le ricerche più sottili e un gusto più fine hanno ridotto a principi l’arte di piacere, regna nei nostri costumi una vile e ingannevole uniformità, e tutti gli spiriti sembrano esser stati fusi in uno stesso stampo: senza posa la civiltà esige, la convenienza ordina; senza posa si seguono gli usi e mai il proprio genio. Non si osa più apparire ciò che si è; e, in questa costrizione continua, gli uomini, che formano quel gregge che si chiama società, posti nelle stesse circostanze, faran tutte le stesse cose, se motivi più potenti non ne li distolgano.

 

Non si saprà, quindi, mai bene con chi si abbia a fare: bisognerà dunque, per conoscere il proprio amico, attendere le grandi occasioni, cioè aspettare che non ne sia più tempo; perché proprio per tali occasioni sarebbe stato essenziale conoscerlo.

 

Qual corteo di vizi accompagnerà mai quest’incertezza!




Non più amicizie sincere, non più vera stima, non più fondata fiducia. I sospetti, le ombrosità, le paure, la freddezza, la circospezione, l’odio, il tradimento si nasconderanno continuamente sotto questo velo uniforme e perfido di cortesia, sotto questa urbanità tanto decantata, che dobbiamo alla luce di civiltà del nostro secolo.

 

Non si profanerà più con giuramenti il nome del Signore dell’universo; ma lo s’insulterà con bestemmie, senza che le nostre orecchie scrupolose ne siano offese.

 

Non si vanterà il proprio merito, ma si avvilirà quello altrui. 


Non si oltraggerà rozzamente il proprio nemico, ma lo si calunnierà destramente.

 

Gli odii nazionali si spegneranno, ma con essi anche l’amore di patria. All’ignoranza disprezzata si sostituirà un pericoloso pirronismo. Vi saranno eccessi banditi, vizi disonorati, ma altri saranno decorati del nome di virtù; bisognerà o averli o fingerli. Vanti chi vuole la sobrietà dei saggi di questo tempo; per me non ci vedo che un raffinamento di una intemperanza, altrettanto degna del mio elogio quanto la loro artificiosa semplicità.




Tale è la purezza che i nostri costumi hanno acquistata; così siamo diventati gente per bene. Spetta alle lettere, alle scienze e alle arti rivendicare ciò che loro appartiene in un’opera così salutare. Aggiungerò solo una riflessione, cioè che un abitante di qualche lontana contrada, che cercasse di formarsi un’idea dei costumi europei fondandosi sullo stato delle scienze fra noi, sulla perfezione delle nostre arti, sulla decenza dei nostri spettacoli, sulla cortesia delle nostre maniere, sull’affabilità dei nostri discorsi, sulle nostre continue dimostrazioni di benevolenza e su questa gara tumultuosa di uomini di ogni età e di ogni stato, che sembrano affaccendati dal levar dell’aurora fino al tramontar del sole a rendersi servigi reciprocamente; questo straniero, dico, intuirebbe dei nostri costumi esattamente il contrario di quello che sono.

 

Dove non vi sia effetto, non vi è alcuna causa da cercare; ma qui l’effetto è certo, la depravazione è reale; e le nostre anime si sono corrotte a misura che le nostre scienze e le nostre arti sono progredite verso la perfezione.

 

Si dirà che è una disgrazia particolare al nostro tempo?

 

No, signori: i mali cagionati dalla nostra vana curiosità sono vecchi come il mondo.




L’innalzamento e l’abbassamento giornaliero delle acque dell’Oceano non sono stati assoggettati al corso dell’astro che ci rischiara durante la notte più regolarmente che la sorte dei costumi e della probità al progresso delle scienze e delle arti. Si è visto la virtù fuggirsene a misura che la luce loro s’innalzava sul nostro orizzonte, e lo stesso fenomeno è stato osservato in tutti i tempi e in tutti i luoghi.

 

[…] Non senza sorpresa né senza scandalo si rileva il disaccordo che regna su questa importante materia fra i diversi autori che ne han trattato. Fra i più autorevoli scrittori a stento se ne trovan due che sian dello stesso avviso su questo punto. Senza parlare degli antichi filosofi, che sembrano essersi preso l’impegno di contradirsi fra loro sui principi più fondamentali, i giureconsulti romani sottopongono indifferentemente l’uomo e tutti gli altri animali alla stessa legge naturale, perché considerano sotto questo nome piuttosto la legge, che la natura impone a se stessa, che quella che prescrive; o piuttosto, in causa dell’accezione particolare, in cui questi giuristi intendono la parola legge, che sembrano aver preso in questo caso unicamente quale espressione dei rapporti generali, stabiliti dalla natura fra tutti gli esseri animati per la loro comune conservazione.




I moderni non riconoscendo, sotto il nome di legge, che una regola prescritta ad un essere morale, cioè intelligente, libero e considerato nei suoi rapporti con altri esseri, limitano di conseguenza al solo animale dotato di ragione, cioè all’uomo, la competenza della legge naturale; ma, definendo questa legge ognuno a modo suo, tutti la fondano su principi così metafisici, che anche fra noi ben pochi sono in grado di comprenderli, ben lungi dal poter trovarli da sé. Di modo che tutte le definizioni di questi sapienti, del resto in perpetua contradizione fra loro, s’accordan solo in questo punto, che è impossibile intender la legge di natura, e per conseguenza obbedirla, senz’essere un eminente ragionatore e un profondo metafisico: ciò che significa precisamente che gli uomini han dovuto usare, per la fondazione della società, poteri intellettuali, che si sviluppan solo a gran stento e in ben pochi uomini nel seno della società stessa.

 

Conoscendo così poco la natura, e accordandosi così male sul significato della parola legge, sarà ben difficile convenire in una buona definizione della legge naturale.




Così tutte quelle che si trovan nei libri, oltre il difetto di non esser mai uniformi, han quello pure di esser tratte da una quantità di conoscenze, che gli uomini non han punto naturalmente, e da vantaggi di cui non possono concepir l’idea, se non dopo essere usciti dallo stato di natura. Si cominciano a ricercare le regole di cui, per l’utilità comune, sarebbe opportuno che gli uomini convenissero fra loro; e poi si dà il nome di legge naturale alla collezione di tali regole, senz’altra prova che il bene che si trova poter resultare dalla loro pratica universale. Ecco certamente una maniera assai comoda di costruir definizioni e di spiegar la natura delle cose per via di convenienze presso che arbitrarie.

 

Ma, fin che non conosceremo l’uomo naturale, invano vorremo determinar la legge che egli ha ricevuto, o quella che meglio convenga alla sua costituzione. Tutto quel che possiamo vedere con la massima chiarezza, a proposito di questa legge, è che non solo, perché sia legge, occorre che la volontà di colui che essa obbliga possa sottoporvisi con conoscenza ma che bisogna ancora, perché sia naturale, che parli immediatamente con la voce della natura.




Lasciando dunque tutti i libri scientifici, che non ci apprendono che a veder gli uomini quali si sono fatti, e meditando sulle prime e più semplici operazioni dell’anima umana, credo di scorgervi due principi anteriori alla ragione: uno dei quali ci interessa ardentemente al nostro benessere e alla conservazione di noi stessi, e l’altro c’ispira una ripugnanza naturale a veder perire o soffrire ogni essere sensibile, e principalmente i nostri simili.

 

Dal concorso e dalla combinazione, che il nostro spirito sa fare di questi due principi, senza che sia necessario farvi entrare quello della socievolezza, mi sembrano scaturire tutte le regole del diritto naturale; regole che la ragione è in seguito costretta a ristabilire su altri fondamenti, quando, per i suoi sviluppi successivi, sia riuscita a soffocare la natura.

 

In questo modo non si è obbligati a fare dell’uomo un filosofo prima di farne un uomo; i suoi doveri verso gli altri non gli sono unicamente dettati dai tardivi insegnamenti della saggezza; e fin che non resisterà all’impulso interno della compassione, egli non farà mai del male a un altro uomo, e neanche ad alcun essere sensibile, eccettuato il caso legittimo in cui, essendo in giuoco la sua conservazione, sia obbligato a dare la preferenza a se stesso.


(Prosegue...)









 

venerdì 18 febbraio 2022

LA PERENNE FOLLIA (29)

 









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D'una perenne Filosofia   (27/8) 


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l'idiota  (30)  









Nessuna nazione di religione cristiana ha tanti ‘santi folli’ (jurodivye) quanto la Russia. Quella della ‘santa follia’ (jurodstvo) è una delle forme più intense e caratterizzanti della spiritualità ortodossa, che ha profondamente segnato la storia del Cristianesimo in Russia, lasciando numerose tracce anche nelle arti figurative, nella musica, nel teatro, nel cinema, nella letteratura. Si tratta di una pratica ascetica che nasce dal lucido e consapevole desiderio di vivere il messaggio evangelico in modo totale, ‘senza mezze misure’, e porta quotidianamente a sfidare e infrangere le norme comuni.

 

Arrivata dall’Oriente Cristiano tramite la mediazione bizantina, la ‘santa follia’ ha avuto la sua massima fortuna nell’età antico-russa, diffondendosi non solo in ambito monastico ma anche laico. Il teologo e medievista Georgij Fedotov (1886-1951) indica questa ripartizione: quattro canonizzazioni nel XIV secolo, undici nel XV secolo, quattordici nel XVI secolo, sette nel XVII secolo. Nel prestigioso Dizionario Enciclopedico Brokgauz-Efron si legge…:




Gli  jurodivye  sono persone che si ritengono inviate da Dio e si assumono la pratica di una delle forme della pietà cristiana, la ‘follia in Cristo’ (jurodstvo). Non solo rinunciavano volontariamente alle comodità, alle gioie della vita terrena, ai benefici della vita sociale e alla parentela stessa, ma ricevevano su di sé una sorta di follia: non erano sapienti né decorosi, non provavano vergogna e si permettevano persino azioni provocatorie. Questi profeti non mancavano di dire schiettamente la verità ai potenti del loro mondo, denunciavano le persone ingiuste e dimentiche della legge divina, rallegravano e consolavano i giusti e i timorati di Dio. Spesso gli  jurodivye  giravano tra i depravati della società, tra la gente persa agli occhi dell’opinione pubblica, tra i molti rinnegati cui era vietata la via della verità e del bene. Quasi tutti gli  jurodivye  erano dell’Est e ben pochi di loro erano monaci in Russia. Le parole dell’Apostolo ‘Noi stolti per Cristo’ (1 Cor. IV, 10)  servirono da fondamento e da giustificazione alle azioni dello  jurodstvo’.




‘Folli in Cristo’ non si nasce, si diventa. Divincolandosi in modo graduale ma irreversibile dai beni e dalle ambizioni terrene, i ‘chiamati’ vivono consapevolmente una sempre più intensa imitatio Christi  che li porta ad assumere con indefessa costanza la maschera della follia per testimoniare in modo tangibile il Vangelo, arrivando anche a disprezzare il decoro dell’aspetto fisico e comportamentale. La volontaria rinuncia della ragione - il dono più prezioso per l’essere umano- in nome della fede, porta i ‘chiamati’ a compiere una serie di ‘follie’, di cui si ha attestazione innanzitutto nelle agiografie russe: vivere nell’estrema indigenza, andare in giro sporchi e malvestiti o addirittura nudi, portare pesanti croci e catene per la mortificazione della carne, tenere barba e capelli incolti, esporre il corpo alle intemperie dell’inverno e alla calura estiva, mangiare carne il Venerdì Santo, ballare con le prostitute, distruggere la merce dei venditori al mercato, etc.




Le agiografie russe attestano che la vocazione alla ‘santa follia’ non è cosa semplice né immediata: soltanto i veri ‘chiamati’ riescono, costantemente sorretti dalla forza della fede, a disciplinare il corpo e a mantenere con lucidità quel delicato equilibrio interiore che evita la caduta nella trappola più insidiosa: l’orgoglio spirituale. Con umiltà, abnegazione totale e rinuncia a ogni dignità, i ‘santi folli’ simulavano una pazzia umana per imitare quella che fu la sacra stultitia  descritta nelle epistole di San Paolo ‘Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino adoggi’  (1 Cor. IV, 10-13).




A prima vista, suscitavano curiosità per l’inconsueto abbigliamento, ilarità per lo strano comportamento, scherno per la candida semplicità, ma anche compassione per l’indigenza estrema, e infine rispetto. Con la loro eccentricità, volevano scuotere il mondo delle ipocrisie e delle convenzioni, sostenendo la verità cristiana più autentica e profonda - quella che va oltre le comuni apparenze. In tale prospettiva, il segno esteriore più tangibile è lo spoliamento totale, che li portava a vivere la nudità con naturalezza, senza alcun imbarazzo né falso pudore, lanciando un monito cristiano al lusso e allo spreco.




 Rinunciando all’identità sociale che l’abito da sempre assegna, i ‘santi folli’ rifiutavano sdegnosamente qualsiasi forma di decoro esteriore: molti sono raffigurati nelle icone con un panno drappeggiato sui fianchi (ad es. Maksim da Mosca), o con una camicia di canapa sfrangiata e lacera simile al cilicio(ad es. Arsenij da Novgorod). All’imbarazzante aspetto fisico, che confermava a colpo d’occhio la loro totale estraneità ai parametri della quotidianità, si associavano modalità comunicative non convenzionali e dagli imprevedibili tratti istrionici (imprecazioni, risate, silenzi, etc.). Talvolta queste stravaganze comportamentali li rendevano anche vittime della collera della gente (derisione, percosse, insulti, etc.). Nella loro esistenza fatta di paradossi, era assolutamente naturale assumere - in nome della fede -un aspetto e degli atteggiamenti provocatori che rivelassero le false apparenze: era un esercizio ascetico, logico e coerente, in cui perseverare - a costo di essere fraintesi, derisi, emarginati e addirittura puniti.




Secondo la definizione semiotica di Boris Uspenskij, questo è un antico comportamento didattico che rende i ‘santi folli’  gli unici, nella loro Alterità, in grado di svelare il lato  Altro  della realtà. Anche la carità era spesso manifestata in un modo molto particolare: i ‘santi folli’ chiedevano l’elemosina ma la distribuivano a chi era ancor più bisognoso, sgridavano i venditori disonesti al mercato e gettavano via i doni ricevuti da chi faceva falsa carità. Le agiografie raccontano che il patrono di Mosca, Vasilij il Beato (1468-1552), diede senza esitazione del denaro a un mercante vestito con un elegante mantello rosso. Non molto tempo, dopo si scoprì che l’uomo d’affari era in rovina e non possedeva nient’altro che qualche abito lussuoso, stava morendo di fame ma si vergognava a chiedere la carità: l’unico ad aver realmente compreso il suo bisogno fu il più noto ‘santo folle’ della città.




Un’emblematica scena del film Ivan il Terribile  (URSS 1945) di Sergej Ejzenstejn (1898-1948) mostra Vasilij il Beato che, seminudo a carico di catene, riesce a entrare nel palazzo reale durante lo svolgimento del banchetto nuziale dello zar: egli si fa largo tra i boiardi sfarzosamente abbigliati e rivolge parole tuonanti al giovane Ivan, preannunciando un imminente incendio nella capitale. Va notato che la ‘santa follia’ è caratterizzata in modo inequivocabile dal dono della profezia. Nell’immaginario collettivo russo, infatti, si pensava che i ‘santi folli’ avessero ricevuto la capacità di scrutare a fondo l’anima delle persone. Questi bizzarri asceti erano abituati ad accogliere senza esitazione, per consolare e guidare, persone di ogni tipo ed estrazione sociale. Ma non esitavano a sgridare, anche con modi irriverenti e parole offensive, chi comunque non si allontanava dal peccato.

 

Talvolta la predizione di un castigo era l’unica e la più efficace soluzione per convincere chi era reticente e non ascoltava i loro consigli. Ecco perché erano considerati anche infallibili profeti in grado di rivelare con estrema esattezza gli avvenimenti futuri. Il dono della profezia, infatti, permetteva loro di formulare consigli basati su quanto sarebbe effettivamente accaduto.




A partire dal XVIII secolo, grazie alla figura di Ksenija da San Pietroburgo, cominciano a essere attestati anche vari casi ‘al femminile’. Di solito le icone le raffigurano le ‘sante folli’ in laceri abiti contadini; talvolta le presentano anche con indumenti maschili, ponendo nel travestitismo -e non nella nudità - il tratto esteriore più caratterizzante della loro Alterità. I tratti della ‘santa follia’ ricorrono nella narrativa ottocentesca dei maggiori autori russi(Puškin, Dostoevskij, Tolstoj, Bunin, Leskov etc.): la natura interiore di molti dei loro personaggi, infatti, ha un fondamento mistico che si ricollega alle secolari tradizioni e alla religiosità popolare russa.

 

La ‘santa follia’ ha vissuto i suoi momenti più tragici nel XX secolo epoca, come noto, davvero difficile per la sopravvivenza della fede cristiana in Russia. Assai delicata è la fase che riguarda lo studio delle attestazioni in età sovietica, con particolare attenzione alla pratica di internamento negli ospedali psichiatrici, nata con l’intento di trattare la follia ‘per Cristo’ come una qualsiasi forma di malattia mentale (es. il beato Afanasij Andreevic Sajko). Ciò rivela non solo l’intento di svilimento, ma addirittura di annientamento, del contenuto di fede che è la base imprescindibile di questa pratica ascetica tanto radicata in Russia. Molti pregevoli studi sulla ‘santa follia’ sono stati realizzati da intellettuali russi che hanno scelto l’emigrazione. Ad es. negli Stati Uniti sono state pubblicate importantiopere di Fedotov e di Elena Izvol’skaja (Hélène Iswolsky, 1896-1975).




Lo studio della storia del Cristianesimo in Russia tra  perestrojka  e  glasnost , e poi all’inizio del secondo millennio, permette di scoprire modi e forme di sopravvivenza della ‘santa follia’ in anni cruciali per il paese, e di comprendere sua attuale la riscoperta. Va anche notato che, in anni recenti, è stata avviata la ristampa delle opere di letteratura religiosa che erano state messe all’indice durante il regime sovietico. Alla riedizione delle versioni canoniche delle agiografie si è affiancata la ristampa dei più importanti studi di fine XIX inizio XX secolo sulla spiritualità della Chiesa ortodossa russa e le canonizzazioni (ad es. Emel’jan Poseljanin, Vasilij Kljucevskij, Evgenij Golubinskij).


(Prosegue...)






mercoledì 16 febbraio 2022

LA FILOSOFIA PERENNE (26)


 




















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Circa la Polvere 







del nostro Tempo (24)  &  [25]


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Fine ultimo (27)









E il Viaggio di Surin








La Philosophia Perennis è la metafisica che riconosce una Realtà Divina consostanziale al mondo delle cose, delle vite e degli spiriti; è la psicologia che scopre nell’anima qualcosa di simile, o addirittura di identico alla Realtà divina; è l’etica che ripone lo scopo ultimo dell’uomo nella conoscenza dell’immanente e trascendente Fondamento dell’intero essere. Rudimenti della Filosofia Perenne si possono trovare all’interno del complesso di tradizioni dei popoli primitivi in ogni regione del mondo. 

 

Una versione di questa Suprema Misura Comune di ogni teologia fu affidata per la prima volta alla scrittura più di 25 secoli fa, e da allora l’inesauribile tema è stato sempre di nuovo ripreso, dal punto di vista di ogni singola tradizione religiosa ed in tutte le principali lingue dell’Asia e dell’Europa.

 

La conoscenza è una funzione dell’essere....

 

Quando avviene un mutamento nell’essere di chi conosce, si verifica un mutamento corrispondente nella natura e nella misura del conoscere. Quando l’individuo cresce, la sua conoscenza diventa più concettuale, assume una forma sistematica ed il suo contenuto utilitario e fattuale viene enormemente incrementato. Ma a questi guadagni si contrappone un certo deterioramento nella qualità dell’apprensione immediata, un ottundimento ed una diminuzione della capacità intuitiva. Ciò che sappiamo dipende anche da ciò che, in quanto esseri morali, scegliamo di fare riguardo a noi stessi.




La Filosofia Perenne riguarda principalmente l’unica, divina Realtà sostanziale al mondo molteplice delle cose, delle vite e degli spiriti. Ma la natura di quest’unica Realtà è tale da non poter essere direttamente ed immediatamente appresa se non da coloro che hanno scelto di adempiere certe condizioni: rendendosi colmi d’amore, puri di cuore e poveri in spirito (gli altri… non la comprendono e comprenderanno mai…).

 

Possiamo supporre che lo spirito dell’uomo medio abbia, fra i propri elementi costitutivi, qualcosa di rassomigliante o di identico alla Realtà sostanziale al mondo molteplice; ciò nonostante, quando quello spirito subisce certi trattamenti piuttosto drastici, l’elemento divino, di cui almeno in parte è composto, diviene manifesto, non soltanto allo spirito stesso, ma anche, mediante il suo riflesso sul comportamento esteriore, agli altri spiriti.

 

Ed è anche unicamente compiendo esperimenti psicologici e morali che possiamo scoprire l’intima natura dello spirito e delle sue potenzialità. Nelle circostanze ordinarie della vita media sensibile queste potenzialità dello spirito rimangono latenti e non si manifestano. Se vogliamo attuarle, dobbiamo adempiere certe condizioni ed obbedire a certe regole.




In ogni epoca vi sono comunque stati uomini e donne che scelsero di adempiere le condizioni che sole, consentono di raggiungere tale conoscenza immediata. A tale genuini interpreti della Filosofia Perenne, quanti li conobbero hanno generalmente attribuito il nome di ‘santi’ o ‘profeti’, di ‘saggi’ o ‘illuminati’.

 

La Realtà ultima non viene chiaramente ed immediatamente appresa se non da quanti si sono resi colmi d’amore, puri di cuore e poveri in spirito.

 

Se non si è né saggi né santi, la miglior cosa da fare, nel campo della metafisica, è di studiare le opere di coloro che lo furono, e di chi, avendo modificato il proprio modo di essere meramente umano, fu capace di pervenire ad una qualità e ad una misura di conoscenza più che meramente umane.

 

Le forme più veraci di religione sono quelle in cui Dio viene concepito, non solo come unico e colmo d’amore, ma anche come eterno; e le migliori forme di pratica religiosa sono quelle che aiutano a creare nello spirito una condizione che si approssimi all’eternità.




In tutte le religioni superiori, le dottrine concernenti la Realtà eterna, e le pratiche designate per aiutare i fedeli a disporsi sufficientemente al di fuori del tempo per apprendere un Dio eterno, posseggono una forte somiglianza di famiglia. L’insegnamento pratico dei mistici indiani e cristiani è identico su questioni quali la “santa indifferenza” nei confronti degli affari temporali; la mortificazione della memoria del passato e dell’ansia riguardo al futuro; la rinuncia alla preghiera supplice in favore del semplice abbandono alla volontà di Dio.

 

I grandi mistici geocentrici hanno sempre posto una netta distinzione tra lo ‘psichico’ e lo ‘spirituale’, secondo la loro visione, i fenomeni della prima classe esistono all’interno di una dimensione poco conosciuta del mondo spazio-temporale, ma in nessun modo ad esso intrinsecamente superiore. I fenomeni spirituali, d’altro lato, appartengono all’ordine atemporale ed eterno, entro il quale l’ordine temporale possiede la propria esistenza di realtà inferiore.




L’atteggiamento dei mistici nei confronti dei ‘miracoli’ è di accettazione intellettuale e di distacco emozionale e volitivo. Si deve sempre resistere alla tentazione di voler compiere ‘miracoli’. Per i mistici questa tentazione è particolarmente forte, poiché coloro che cercano di rendersi atemporalmente consci della Realtà eterna, di frequente sviluppano, nel corso del processo, insolite capacità psichiche.

 

Un’altra fisionomia frequentemente assunta dalla religione temporale è quella della dottrina apocalittica – credenza in un evento cosmico straordinario che avrà luogo in un futuro non troppo distante, unita alle pratiche ritenute appropriate ad un simile stato di cose. Qui, ancora una volta, l’intensa preoccupazione rivolta al tempo futuro, garantisce il sostenitore della dottrina apocalittica contro la possibilità di una atemporale comprensione della Realtà eterna.

 

Il tempo distrugge tutto ciò che crea. La morte viene interamente trascesa solo quando il tempo viene trasceso; l’immortalità appartiene alla coscienza che ha aperto un varco nella dimensione temporale in direzione dell’eternità.




In tutte le filosofie e le religioni tradizionali del mondo, il tempo viene considerato in qualità di nemico e ingannatore, prigione e camera di tortura. Solo in quanto strumento, in quanto mezzo in vista di altro, esso possiede un valore positivo, poiché il tempo fornisce all’anima incarnata le opportunità per trascendere il tempo. I beni morali posseggono molti ed evidenti valori utilitari; ma il loro supremo e fondamentale valore consiste nel fatto di essere mezzi atti a promuovere quel distacco dell’io che è la precondizione della comprensione dell’eterno.

 

Il flusso della durata è indefinito e inconcludente, un trascorrere perpetuo che non possiede in sé alcuna forma, alcuna possibilità di equilibrio, di simmetria. La natura, in realtà, impone a questo perpetuo svanire una certa apparenza di ordine e simmetria. Così i giorni si alternano alle notti, le stagioni ricorrono con regolarità, le piante e gli animali percorrono il proprio cicli vitale, e ad essi subentra una progenie del tutto somigliante. Lo spazio è un simbolo dell’eternità, poiché nello spazio si dà libertà, esiste la reversibilità del movimento, e non vi è nulla nella natura dello spazio, a differenza di quella del tempo, che condanni quanto da essa abbracciato alla morte ed alla dissoluzione inevitabili. L’evidenza indica che è l’anima individuale, incarnata in un particolare momento del tempo, la sola capace di stabilire un contatto con il Divino, il che significa escludere ogni altra anima.




Il tempo distrugge tutto ciò che crea. La morte viene interamente trascesa solo quando il tempo viene trasceso; l’immortalità appartiene alla coscienza che ha aperto un varco nella dimensione temporale in direzione dell’eternità.

 

In tutte le filosofie e le religioni tradizionali del mondo, il tempo viene considerato in qualità di nemico e ingannatore, prigione e camera di tortura. Solo in quanto strumento, in quanto mezzo in vista di altro, esso possiede un valore positivo, poiché il tempo fornisce all’anima incarnata le opportunità per trascendere il tempo. I beni morali posseggono molti ed evidenti valori utilitari; ma il loro supremo e fondamentale valore consiste nel fatto di essere mezzi atti a promuovere quel distacco dell’io che è la precondizione della comprensione dell’eterno.

 

Il flusso della durata è indefinito e inconcludente, un trascorrere perpetuo che non possiede in sé alcuna forma, alcuna possibilità di equilibrio, di simmetria. La natura, in realtà, impone a questo perpetuo svanire una certa apparenza di ordine e simmetria. Così i giorni si alternano alle notti, le stagioni ricorrono con regolarità, le piante e gli animali percorrono il proprio cicli vitale, e ad essi subentra una progenie del tutto somigliante. Lo spazio è un simbolo dell’eternità, poiché nello spazio si dà libertà, esiste la reversibilità del movimento, e non vi è nulla nella natura dello spazio, a differenza di quella del tempo, che condanni quanto da essa abbracciato alla morte ed alla dissoluzione inevitabili. L’evidenza indica che è l’anima individuale, incarnata in un particolare momento del tempo, la sola capace di stabilire un contatto con il Divino, il che significa escludere ogni altra anima.


(Prosegue...)