IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

domenica 27 marzo 2022

UN MONDO PERDUTO (breve estratto del Tomo)

 










Prosegue con: 


Un mondo perduto 


(seconda parte) 


Prosegue con i...:







Dèmoni di don Marco 


Marioni








A nord si innalza l’elevato sistema montuoso che ci aveva procurato tanta sofferenza e si vedono le creste estendersi verso est. Avanzammo su terreno pianeggiante e, dopo una breve marcia, raggiungemmo un laghetto circolare saldamente ghiacciato e circondato da prati gialli. L’acqua è fornita da una sorgente che riempie un piccolo bacino ghiacciato; gli animali bevono da un buco scavato nel ghiaccio; non avevano bevuto per tre giorni. Il terreno sabbioso è così ghiacciato che i picchetti di ferro si piegano quando sono spinti nel terreno.

 

Il cielo era coperto e c’era un forte vento, ma il terreno a est-sud-est sembrava favorevole. Le quattro tende erano in fila, le mie verso il vento, per non essere infastidita dal fumo degli altri fuochi.

 

Alle dieci di sera uno stormo di oche selvatiche attraversa il nostro campo nel brillante chiarore di luna color bianco-argenteo. Volano molto in basso e si fanno udire per tutto il tempo. Probabilmente intendono stabilirsi in questo luogo in primavera, però proseguano discutendo tra loro quando trovare il posto occupato.

 

‘C’è molta luce e tra poco saremo alla prossima primavera’.




Tale, possiamo supporre, è l’essenza della conversazione tra l’oca capo branco e guida e gli altri del ‘gruppo’. Senza dubbio aveva impartito gli ordini al tramonto, osservando:

 

‘Stasera staremo sulla riva del laghetto dove ci siamo riposati la scorsa primavera’.

 

Tutti furono d’accordo, e il gregge, volando in un cuneo, si era gradualmente abbassato verso il suolo. Ma quando passarono sopra le colline che nascondevano il punto alla vista e videro il lago ghiacciato che guardava come uno specchio nel chiaro di luna, l’oca capo-branco gridò:

 

‘Uomini! non possiamo stare così vicini a tende e fuochi’.

 

E tutto il branco rispose:

 

‘Possiamo riposare e fermarci nella prossima primavera nella valle dietro le colline più a sud’.

 

Questa la conversazione che ho udito - e odo ancora - sopra la mia tenda quando tutto è tranquillo nel campo. Forse le vivaci chiacchiere riguardavano qualcos’altro, ma penso di aver interpretato correttamente le oche selvatiche.

 

È certo che tengono consultazioni sui loro lunghi Viaggi e discutono delle loro mappe.

 

E perché non dovrebbero essere dotati di intelligenza?




Perché dovrebbero accelerare a casaccio come macchine volanti prive dell’Anima-Mundi se non fossero proprio loro l’Anima e il Mondo Spirito della Terra!

 

Dipendono quanto noi stessi dagli elementi della Terra e dai Venti. Se riescono a percorrere 120 miglia in una giornata limpida e calma, devono impiegare più tempo sulla stessa distanza quando prevalgono tempesta e venti contrari. Pertanto non possono passare ogni anno le notti alle stesse sorgenti, ma devono adattare le innate secolari capacità alle circostanze.

 

Ma le oche selvatiche conoscono ogni Sentiero di primavera lungo la rotta che seguono due volte l’anno, e quando sono stanche si stabiliscono alla prima sorgente che meglio conoscono quando arrivano.

 

Durante i miei viaggi in varie parti del Tibet sono giunto alla conclusione che gli stessi gruppi di oche selvatiche, che da generazioni si sono stabilite negli stessi corsi d’acqua, seguono sempre le medesime rotte attraverso il Tibet.

 

Le oche che abbiamo visto in questa occasione provenivano, diciamo, da uno dei laghi lungo il fiume Tarim sotto Shah-yar e intendevano trascorrere l’inverno nel quartiere di Khatmandu, la capitale del Nepal.




In primavera ritornano per generazioni dove hanno svernato nei medesimi corsi d’acqua, seguono sempre le stesse rotte attraverso il Tibet.

 

In primavera ritornano ai laghi Tarim, e seguono esattamente lo stesso percorso dell’autunno, e così via di anno in anno. I giovani, che sono nati sui Tarim, fanno il Viaggio sulle montagne per la prima volta in autunno, ma ricordano la strada nell’autunno successivo, e poi arriva il momento in cui a loro volta insegnano ai loro giovani la posizione delle sorgenti. Pertanto, la conoscenza del percorso non è mai persa nella famiglia e le oche più anziane non si sognerebbero mai di provare nessun altro corso. In diverse occasioni avevamo già visto oche selvatiche che volavano verso sud, ma avevano certamente preso altre strade, provenivano da altri luoghi di riproduzione e avevano altre destinazioni. Appartenevano ad altri gruppi.

 

Chissà?

 

Mi domando, se dai tempi di quella lontana conversazione è ancora così?




Mentre riflettevo - al Campo - in una tenda non distante su queste osservazioni, mi è venuto a trovare un loro ‘ambasciatore’ per dirmi che sono sulla ‘rotta’ giusta.

 

Potete dubitare!

 

Sì certo!

 

Purtroppo vi piaccia o no questa è la verità!

 

Se fosse possibile disegnare su una mappa del Tibet tutte le tracce dei vari gruppi di oche, formerebbero un intero sistema di linee che corrono più o meno in una direzione meridionale.

 

Forse molte di queste linee si fonderebbero in parti come le sottili increspature sulla superficie di una duna di sabbia.

 

Forse di tanto in tanto una linea scorre a zig-zag taglienti.

 

Si può quindi dare per scontato che fu così tracciata, nell’antichità più remota, quando i patriarchi di ogni gruppo cercarono per primi la strada da una sorgente all’altra. Ogni gruppo è diviso in un numero di comunità e ognuna di queste in famiglie. Probabilmente tutte le oche di una comunità sono strettamente correlate tra loro.

 

Ogni comunità rimane unita nel Viaggio, ma come scelgono un leader?

 

Si può supporre che l’oca più anziana voli alla testa del gregge, poiché deve essere la più esperta. Sono affezionato alle oche selvatiche e ne ammiro l’intelligenza accompagnata all’antica meravigliosa capacità d’orientamento; d’ora in poi entreremo in stretto contatto con loro.

 

Non mi avrebbero mandato un loro ambasciatore, o meglio, una più segreta ‘ambasciata’… 

(S. Hedin)




Ecco quindi offerto uno strumento che serviva da guida all’interno della congerie dei libri non meno del Vaggio in veste di messaggeri del Cielo; ecco quindi le candide et prudenti censure, simmetriche a tutti gli studi giovevoli in grado di contrastare i vari mezzi tenuti da Satanasso per turbar la coltura degl’ingegni negli studi nel loro cammino, oppure ed al contrario illuminarlo.

 

Certamente esistono uomini che a pieno diritto possono portare il nome di artisti, ma essi sono ‘posseduti’ da una forza oscura che lei, dal suo punto di vista, potrebbe tranquillamente chiamare il ‘demonio’. Le loro creazioni assomigliano in ogni particolare al Regno infernale di Satana, tali e quali se le immagina un cristiano; le loro opere recano impresso l’alito del gelido e raggelante Nord, ove l’antichità ha posto la sede dei Dèmoni che odiano la razza umana, e la loro arte si esprime per mezzo di: peste, morte, pazzia, assassinio, sangue, disperazione e abiezione…

 

Come spiegarci tali nature d’artista?

 

Glielo dirò io: un artista è un uomo nel cui cervello la spiritualità, l’elemento magico ha conseguito il predominio sulla materia. Ciò può accadere in due modi diversi: in un caso – negli artisti diabolici – il cervello, andando incontro alla degenerazione per la dissolutezza, la lussuria, per i vizi ereditati o a cui si sono assuefatti, viene a pesare di meno sulla bilancia e automaticamente l’elemento magico diventa più pesante e si manifesta nel mondo fenomenico: dunque il piatto della bilancia della spiritualità si abbassa, soltanto perché l’altro è più leggero e non perché esso stesso sia più pesante. In questo caso l’opera d’arte è pervasa da un sentore di putridume…. E’ come se lo spirito portasse un abito che splende per la fosforescenza della putrefazione.

 

Nel caso degli artisti – voglio definirli gli ‘Unti’ – lo spirito, come nel caso di San Giorgio, l’ha vinta sulla bestia.




In essi il piatto della bilancia dello Spirito si abbassa nel mondo fenomenico grazie al proprio peso. Lo Spirito indossa allora la veste d’oro del sole. Ma in entrambi l’equilibrio della bilancia si è spostato a favore del magico, mentre nell’uomo comune pesa soltanto l’elemento animalesco; i ‘Diabolici’ come gli ‘Unti’ vengono mossi dal vento del Regno invisibile dell’Abbondanza, gli uni dal vento del Nord, gli altri dall’alito dell’Aurora.

 

L’uomo comune invece rimane un ceppo di legno senza vita.

 

- Cos’è allora quella forza che si serve dei grandi artisti come uno strumento al fine di custodire per i posteri i riti simbolici della magia?

 

- Glielo dico io: è la stessa che una volta creò la Chiesa!

 

Essa edificò nello stesso tempo due colonne viventi, una bianca e l’altra nera. Due colonne viventi che si odieranno reciprocamente finché non capiranno di essere i pilastri sui quali poggerà il futuro arco di trionfo. Si rammenta il passo del Vangelo dove Giovanni dice:

 

Molte altre cose dovrebbero essere scritte, ma io vi dico: il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere?




Come si spiega, Reverendo, che secondo la sua fede, la Bibbia è giunta fino ai nostri giorni per volontà di Dio, mentre invece quelle altre cose non ci sono state tramandate (oppure sono state inquisite)?

 

Che siano andate perdute?

 

Così come un ragazzino ‘perde’ il suo coltellaccio tascabile?

 

Io le dico che quelle altre cose oggi vivono ancora, sono sempre vissute e rimarranno sempre vive anche se dovessero ammutolire tutte le bocche che le tramandano e otturarsi tutte le orecchie che potrebbero ascoltarle.

 

Lo Spirito troverà sempre il modo per farle tornare in vita sussurrandole e creando nuove menti (profetiche) d’artista che vibreranno quando esso lo vorrà, e nuove mani per scrivere ciò che comanderà!

 

Si è mai chiesto come mai che tra i Dottori di chiesa e non, persino tra i Papi, abbiano potuto esserci dei criminali, indegni della loro carica, indegni di portare il nome di uomo. So benissimo, forse meglio di lei, quanto sia grande il numero dei preti cattolici che segretamente celano nel cuore dubbi angoscianti…

 

Da dove saltano fuori questi dubbi, le chiedo.

 

Da un venir meno della fede?

 

No!

 

I dubbi crescono di conseguenza dall’inconscia consapevolezza che ci sono pochissimi preti (e laici) dalla fede così ardente da cercare la via della santità senza correre il rischio di essere inquisiti da superstiziosi principi nell’eterna caccia ai Dèmoni dello Spirito.

 

(Così come pochi ‘Dottori’ della nostra mente specchio di un’Anima infinita, fondatori di una nuova scienza, che come l’antica e arcana Alchimia si è evoluta fino a trattare e spiegare tutto l’oro invisibile della ‘Segreta Dottrina’ trasmutato in ‘chimica’, poi, in sana terapia: ‘psichiatria’ o ‘psicologia’ che sia…, scusate la Rima che nella Fede della loro secolare ‘ortodossia’ l’arte profetica della verità sembra smarrita… Dèmone della nostra imperscrutabile via).


(Prosegue...)









martedì 22 marzo 2022

1491 1941




























Prosegue in:

1491  1941

Della stessa autrice:

Il filosofo prigioniero....














Dal mondo delle idee (di imminenti o passate Apocalissi…) rientrava in quello più denso della sostanza contenuta e delimitata dalla forma.
Rincantucciato in camera, non dedicava più le veglie a sforzarsi di acquisire nozioni più esatte sui rapporti tra le cose, bensì a una meditazione non formulata sulla natura di esse.
Correggeva così quel vizio dell’intelletto che consiste nell’impossessarsi degli oggetti per servirsene (aveva abdicato o forse delegato tal compito divenuto in altri luoghi della memoria.. ‘indagine inquisitoriale’ ad altre ombre a lui avverse, ad altri inquisitori troppo lontani dalla verità…), o, al contrario, nel respingerli senza penetrare abbastanza avanti nella sostanza individuata di cui son fatti.




Così, l’acqua era stata per lui una bevanda che disseta e un liquido che lava, una parte costituente l’Universo creato dal cristiano Demiurgo su cui aveva intrattenuto il canonico Bartolomeo Campus quando gli parlava dello Spirito aleggiante sulle acque, l’elemento essenziale dell’idraulica di Archimede o della fisica di Talete, o, ancora, il segno alchimistico di una delle forze che vanno verso il basso.
Aveva calcolato spostamenti, misurato dosi, atteso che goccioline si condensassero nel tubo degli alambicchi. Ora, rinunciando per qualche tempo all’osservazione che distingue e individualizza dall’esterno per darsi tutto alla visione interiore del filosofo ‘Ermetico’, lasciava che l’acqua contenuta in tutte le cose gli invadesse la camera come l’onda del diluvio.
Il baule e lo sgabello galleggiavano; i muri si squarciavano sotto la pressione dell’acqua; cedeva al flusso che sposta tutte le forme e rifiuta di lasciarsi comprimere da esse; sperimentava il mutamento di stato della falda d’acqua che si fa vapore e della pioggia che si fa neve; faceva suoi l’immobilità temporanea del gelo e lo scivolar della goccia limpida che scende inspiegabilmente di traverso sul vetro, fluida sfida alla scommessa del calcolatore.




Rinunciava alle sensazioni di tepore e di freddo che sono legate al corpo; l’acqua lo trascinava via cadavere con altrettanta indifferenza che un ciuffo di alghe. Rientrato nella propria carne, vi ritrovava l’elemento acqueo, l’urina nella vescica, la saliva sulle labbra, l’acqua presente nel liquido del sangue. Poi, ricondotto all’elemento di cui si era sempre sentito parte, volgeva meditazione al fuoco, sentiva in sé quel calore moderato e beato che abbiamo in comune colle bestie che camminano e gli uccelli che attraversano il cielo.
Pensava al fuoco divorante delle febbri che si era adoperato invano tante volte di spegnere, percepiva il guizzo avido della fiamma nascente, la rossa gioia del braciere e la sua estinzione in ceneri nere. Osando spingersi oltre, si univa strettamente all’implacabile ardore che distrugge ciò che tocca; pensava ai roghi, come ne aveva visti per un autodafè in una cittadina del Leòn, nel corso del quale erano periti quattro Eretici accusati di avere ipocritamente abbracciato la religione cristiana senza peraltro abbandonare i riti ereditati dai loro padri, e un Eretico che negava l’efficacia dei sacramenti.




Si figurava quale potesse essere quella sofferenza, troppo intensa per poterla descrivere, era lui l’uomo che aspira attraverso le narici l’odore della propria carne che brucia; tossiva, avvolto da un fumo che non si sarebbe disperso prima della sua morte.
Vedeva la gamba annerita drizzarsi tutta tesa con le articolazioni lambite dalle fiamme, scorgeva i volti delle persone che assistevano al macabro spettacolo offerto loro, uguali nei modi e nei gesti, nelle parole nei lineamenti a quelle cui il Cristo ebbe a subire durante la Passione.
Da circa mezzo secolo si serviva della mente come di un cuneo per allargare, meglio che poteva, gli interstizi del muro che da ogni parte ci stringe. Le fessure si dilatavano, o piuttosto sembrava che il muro perdesse da sé la propria compattezza senza tuttavia cessare d’essere denso, quasi muraglia di fumo anziché di pietra.




Gli oggetti non adempivano più alla funzione di accessori utili. Come un materasso perde il crine, lasciavano sfuggire la loro sostanza. Una foresta riempiva la camera; lo sgabello, misurato sulla distanza che separa dal suolo il culo d’un uomo, il tavolo che serve a scrivere o a mangiare, questa porta che fa comunicare un cubo d’aria tra pareti con un cubo d’aria attiguo, perdevano la ragion d’essere che l'artigiano aveva data loro per ridivenire tronchi o rami scorticati come i San Bartolomeo dei quadri di chiesa, carichi di foglie spettrali e d’uccelli invisibili, ancora scricchiolanti per tempeste da lungo tempo placate e su cui la pialla aveva lasciato qua e là il grumo della linfa.

(Prosegue...)

















domenica 20 marzo 2022

SALVARE OGNI ANIMA CON UNA POESIA (forse...)

 









     Mi sono guardato piangere in uno specchio di neve


Mi sono visto che ridevo

 

Mi sono visto di spalle che partivo

 

Ti saluto dai paesi di domani

 

Che sono visioni di anime contadine

 

In volo per il mondo

 

Mille anni al mondo mille ancora

 

Che bell’inganno sei anima mia

 

E che grande questo tempo che solitudine

 

Che bella compagnia….

 

 

Salvare un’Anima con una Poesia, forse fu questo il Sogno di Maria... 






Nel grembo umido scuro del tempio

 

L’ombra era fredda, gonfia d’incenso

 

L’angelo scese come ogni sera

 

Ad insegnarmi una nuova preghiera

 

Poi d’improvviso mi sciolse le mani

 

E le mie braccia divennero ali

 

Quando mi chiese: ‘Conosci l’estate?’

 

Io per un giorno, per un momento

 

Corsi a vedere il colore del vento




Volammo davvero sopra le case

 

Oltre i cancelli, gli orti, le strade

 

Poi scivolammo tra valli fiorite

 

Dove all’ulivo si abbraccia la vite

 

Scendemmo là dove il giorno si perde

 

A cercarsi da solo nascosto tra il verde

 

E lui parlò come quando si prega

 

Ed alla fine d’ogni preghiera

 

Contava una vertebra della mia schiena




Le ombre lunghe dei sacerdoti

 

Costrinsero il sogno in cerchio di voci

 

Con le ali di prima pensai di scappare

 

Ma il braccio era nudo e non seppe volare

 

Poi vidi l’angelo mutarsi in cometa

 

E i volti severi divennero pietra

 

Le loro braccia profili di rami

 

Nei gesti immobili d’un’altra vita

 

Foglie le mani spine le dita




Voci di strada rumori di gente

 

Mi rubarono al sogno per ridarmi al presente

 

Sbiadì l’immagine, stinse il colore

 

Ma l’eco lontana di brevi parole

 

Ripeteva d’un angelo la strana preghiera

 

Dove forse era sogno, ma sonno non era

 

‘Lo chiameranno figlio di Dio’

 

Parole confuse nella mia mente

 

Svanite in un sogno, ma impresse nel ventre




E la parola ormai sfinita

 

Si sciolse in pianto

 

Ma la paura dalle labbra

 

Si raccolse negli occhi

 

Semichiusi nel gesto

 

D’una quiete apparente

 

Che si consuma nell’attesa

 

D’uno sguardo indulgente

 

E tu piano posasti le dita

 

All’orlo della sua fronte

 

I vecchi quando accarezzano

 

Hanno il timore di far troppo forte

 

(Fabrizio De André)