IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

giovedì 23 febbraio 2023

GLI ICEBERG (14)













Precedenti capitoli...:



 





circa i Terremoti  (11/3) 


Prosegue con la....:









Musica del silenzio e


il rumore del nulla  (15)  


& Misticismo 


o Realtà Universale 


& nel cuore delle Ande  (16/7)







I giorni tra gli iceberg trascorsero lentamente…

 

Stavo lassù nella cabina, sul ponte, oppure andavo a prua, o salivo in plancia con il binocolo e l’album da disegno…

 

Gli iceberg erano come Frammenti che passavano galleggiando: una geografia diversa, pensavo, da quella che avevo imparato leggendo e crescendo (un panorama in cui pochi possono comprenderne la bellezza nascosta  vera Natura delle cose in questo mondo a riverso raccontato…).

 

Gli iceberg creano uno sconosciuto senso di spazio perché l’orizzonte si ritrae da loro e il cielo ascende, dietro, senza linee di comprensione (e dalla medesima ed uguale comprensione possiamo dedurre i comportamenti della Materia assente al vero paesaggio della Natura, ma ora taci e ascolta!).




È questa prospettiva che incuteva paura alle famiglie dei pionieri non meno dei nuovi e vecchi esploratori e avventurieri. Ragion per cui come far comprendere al dotto quanto all’ignorante suo servo ed allievo la bellezza se non attraverso la metafora dell’Arte qual Natura intera?

 

Gli iceberg… dunque…




Quando l’artista scompare in un progressivo smarrimento di ‘ego’, e la vera autrice dell’Opera detta è la Terra: la ‘luce’ è come una creatura, una parte viva e integrante dell’intera scena!

 

Il Paesaggio è luminoso, imponente, reale!

 

Cessa di essere semplicemente simbolico, come lo è in Europa.

 

…Al vertice del suo successo di pubblico e di critica, nel 1859, Frederic Edwin Church, uno dei più eminenti luministi, s’imbarcò per il lago al largo della costa di Terranova, voleva disegnare gli iceberg, i quali gli sembravano la materializzazione della luce in Natura. I piccoli schizzi che aveva realizzato dal vero hanno una meravigliosa intimità, Church rende tanto la monolitica imperscrutabilità degli iceberg quanto l’aspetto logoro e tormentato che hanno quando arrivano a sud, nel Mare del Labrador. Osservando attentamente un disegno eseguito il primo di luglio, notai che Church vi aveva tracciato sotto, a matita, le parole:

 

strano sovrannaturale.




Il quadro ad olio che ricavò dagli schizzi fu chiamato Gli iceberg. È così imponente che l’osservatore ha quasi la sensazione di potervi entrare, com’era appunto l’intenzione dell’artista. In primo piano v’è uno zoccolo di ghiaccio, parte di un iceberg che riempie quasi tutto il quadro e si erge bruscamente sulla sinistra. A destra, lo zoccolo di ghiaccio inondato diventa parte d’una grotta scavata dall’acqua. Al centro, nella distanza, c’è una baia in bonaccia, che si apre sulle acque oceaniche più scure a sinistra, e queste continuano verso un orizzonte tempestoso e altri iceberg più lontani. Sullo sfondo, dall’altra parte della baia, domina un’alta muraglia di ghiaccio e di neve che si estende completamente a destra del quadro. Nell’aria dell’oceano, in alto, aleggia una nebbia ondulata. Le ombreggiature e le forme degli iceberg sono tracciate con mano esperta ed i colori, per quanto leggermente abbelliti, sono veri…

 


Vi sono due stranezze in questo paesaggio divenuto molto famoso, la prima, quando fu presentato a New York il 24 aprile 1861, la reazione fu meno entusiasta di quanto si aspettasse l’artista; ma Gli iceberg differiva dal resto delle sue opere per un dettaglio cruciale:

 

non vi era traccia d’esseri umani.

 

Convinto di aver forse commesso un errore, Church riportò l’opera nel suo studio e aggiunse in primo piano un rottame d’un naufragio, una parte dell’albero maestro con la relativa coffa. Poi il quadro fu presentato a Boston, dove non ebbe un’accoglienza migliore da quella ricevuta a New York. Soltanto quando arrivò a Londra i critici e il pubblico si entusiasmarono. La Gran Bretagna con la sua lunga storia di esplorazioni artiche apprezzava assai più il soggetto dell’opera.

 

La seconda stranezza è che il quadro di Church ‘sparì’ per 116 anni.




Nel 1863 fu acquistato da Sir Edward Watkin, dopo la presentazione londinese, e venne appeso nella sua tenuta presso Manchester, chiamata Rose Hill, quindi venne ereditato dal figlio e fu poi venduto con il resto della proprietà; in seguito fu donato alla vicina chiesa di Saint Wilfred, ma venne restituito a Rose Hill perché di dimensioni troppo grandi.

 

Prima del 1979 Rose Hill era diventata un riformatorio; Gli iceberg, che era appeso senza cornice su una scala, era stato firmato (impropriamente) da uno dei ragazzi del riformatorio (ignaro - ed ignari - del valore che questo rappresentava, il riformatorio del resto è anch’esso un ampio quadro in rappresentanza della propria società tradotta anche in ‘socialità’; un aspetto cioè, altrettanto paesaggistico della società qui dedotta e rappresentata, ma noi come l’artista volgiamo l’occhio al Paesaggio astenendoci al riformatorio espressione di una determinata natura propriamente umana….); ed i proprietari bisognosi di fondi per il riformatorio l’offrirono in vendita; il quadro così tornò a New York ed il 25 ottobre 1979 fu venduto all’asta per due milioni e mezzo di dollari, il prezzo più alto pagato per un dipinto negli Stati Uniti sino a quel momento.




La decisione di aggiungere a Gli iceberg l’albero maestro spezzato attesta senza dubbio l’intuito commerciale di Church ma anche qualcosa di più complesso: e questo giudizio è nel contempo troppo cinico e troppo semplicistico.

 

Per quanto ci sforziamo, in ultima analisi possiamo ricavare ben poco senso dalla natura senza far ricorso a sistemi del genere. Sia che si tratti di spoglie affermazioni della presenza umana come l’albero cruciforme di Church, oppure degli strumenti intangibili e metaforici della mente, noi portiamo i nostri mondi nei paesaggi che ci sono estranei (oppure i quali non comprendiamo talché diventano orridi incomprensibili alieni pazzeschi…), allo scopo di chiarirli ai nostri stessi occhi.

 

È difficile che potremmo fare diversamente, corriamo il rischio di trovare la nostra autorità finale nelle ‘metafore’, anziché nella Terra. Indagare le complessità di un paesaggio lontano, dunque significa provocare pensieri circa il proprio paesaggio interiore ed i paesaggi familiari della memoria: la Terra ci sprona (assieme alla Natura che la compone) a comprendere noi stessi. 




Molti occidentali hanno pensato ad un confronto con le cattedrali quando hanno cercato una metafora per gli iceberg, e credo che le motivazioni siano più profonde delle ovvie corrispondenze delle linee e della scala. È  una cosa legata alla nostra passione per la luce (chi vive o vegeta nel torpore della ‘materia’ poco o nulla comprende, scorge solo un iceberg ed una strana Natura parente ed affine alla pazzia di una vita o un’opera malmente e nebbiosamente descritta giacché per taluni il ghiaccio è solo ciò che affiora da un bicchiere stracolmo di ciò che doppiamente s’intende per Vita…)…

 

I primi iceberg che avevamo visto, appena a nord  dello Stretto di Belle Isle, inclinati e sventrati dall’oceano, sembravano immensamente tristi, sfiniti da qualche  calamità  sconosciuta. Li  abbiamo superati.  Più  a  nord cominciarono a sembrare dei ritardatari caduti  dietro un esercito, alla deriva, egocentrici, nell’acqua, cupi e  immensi. Era come se  fossero stati portati giù da un  mondo di miti, un Götterdämmerung di rumore e  catastrofe.

 

Pezzi  caduti della  luna.




Più a nord si fermarono nei loro viaggi con maggiore  forza. Erano monolitici; le loro mura, torreggianti e  scoscese, suggerivano il Palazzo Potala a Lhasa in Tibet,  un’architettura montuosa di contemplazione ascetica.  Passavamo in mezzo a loro, separati da loro da non più  di mezzo miglio. Camminavo da un lato all’altro della  nave, chiedendomi come qualcosa di così imponente nel suo suggerimento di  vita potesse essere avvicinato così  da vicino, eppure sembrare così remoto. Era come  stare su un dirigibile al largo dell’Annapurna e dell’Everest nell’Himalaya.

 

La suggestione della vita intorno a loro non era  un’illusione. Le foche e gli stormi di uccelli marini erano  attratti dal branco di pesci nelle acque ricche di nutrienti  alla loro base, una risalita guidata dal deflusso di acqua  dolce dall’iceberg, che si riversava nell’acqua più leggera  dell’oceano salato. Con il  mio  binocolo  potevo  seguire  le sciarpe di acqua di disgelo turchese che si  dispiegavano a 400 piedi verso il mare.




Di tanto in tanto mi allontanavo dalla finestra di  tribordo per  fare uno schizzo o per osservarli con  il binocolo. Mi sono alquanto meravigliato del  comportamento della  luce  attorno  agli  iceberg  quanto  del loro austero e implacabile procedere attraverso  l’acqua.  Hanno  preso  il  loro  colore dal sole,  dalle  nuvole  e  dall’acqua.  Ma  prendevano  anche  le  loro  dimensioni  dalla  luce: quanto  più  forte e  diretta era,  tanto maggiore era il contrasto la superficie del  ghiaccio,  del ghiaccio stesso con il  mare.  E  tanto  più  finemente  incise erano  le  superfici  opache  delle  loro  pareti.  Più  blu è il cielo,  più  luminoso  è  il  loro  contorno  contro  di esso.

 

Ho scritto le parole per le tinte: i  grigi delle colombe  e delle perle, del fumo. Isolato col mio binocolo,  l’alto  bastione di un iceberg simile a una cattedrale gotica sembrava  staccarsi  come un muro di talco umido. Un  altro era arrotondato dolcemente, come una fronte  umana contro il  cielo, ed era butterato e rigato, il  disegno della pancia lacerata di  un capodoglio.  Paesaggi  fluttuanti, orografici: sezioni  spezzate  da  una catena  montuosa: creste innevate, valli  di  circhi,  cime  aguzze. Le ripide pareti  spesso cadevano a strapiombo sul  mare, come peci di granito, le loro superfici sfaccettate  come giada grezza,  o più grossolane, come ossidiana  abrasa.




Dove le pareti entravano nell’acqua, la risacca le  batteva,  creando  caverne,  grotte  e  ponti  di  ghiaccio,  rafforzando  l’impressione  di  scogliere  marine. Sulla  linea di galleggiamento il ghiaccio luccicava color  acquamarina  contro  le  sue  pareti  bianco-grigie.  Dove  l’acqua  di  disgelo  aveva  riempito  le  fessure  o  creato  degli  stagni,  le  pozze  e  le  vene  erano  di  un  blu  latteo  o  sfumavano  in  un  blu  marino  più  luminoso,  a  seconda  dello  spessore  del  ghiaccio.  Se  l’iceberg  si  era  fratturato  di  recente,  la sua  nuova faccia brillava  di  un  blu  verdastro:  i  verdi  nelle  facce  più  vecchie  e segnate dalle intemperie erano più grigi. Al  crepuscolo  il  ghiaccio assumeva i colori del sole: rosa, gialli  rossastri, viola acquosi, rosa tenui. Il  ghiaccio  rifletteva  la luce e la intrappolava nei suoi angoli e bordi  cristallini,  dove si  intensificava.

 

Il carico di rocce, ghiaia, limo e sabbia che gli  iceberg  portano dentro di sé riga i loro fianchi; mentre si  sciolgono, salgono più in alto nell’acqua e i detriti  nella  loro acqua bassa creano una serie di segni di linea di  galleggiamento.  Mentre  si  fratturano  e  si  inclinano,  i  modelli dei segni della linea di galleggiamento si  incrociano ad angoli dispari e si inclinano ancora verso  il cielo.




È impossibile sapere quanta parte giace sott’acqua:  quattro quinti della sua altezza e sette ottavi della sua  massa è la regola generale del  marinaio. E la forma di  ognuno cambia al passaggio della nostra nave.  Appaiono nuove valli, pendii di neve battuta dal vento,  bastioni e guglie e scogliere colonnari.

 

Un giorno, bassi ponti di nubi cumuliformi in  direzione sud-est aprono un orizzonte a ovest e a nord.  Alla luce del sole splendente gli iceberg ora  brillano di un bianco accecante nell’acqua nera come vele illuminate dalla tempesta. Dopo un po’ gli iceberg vicino all’orizzonte rompono con la superficie dell’oceano per galleggiare bassi nel cielo azzurro pallido. Quattro o cinque  di  loro, miraggi  lontani,  che  sembravano non prendere sul serio il  momento. Torno, sorridendo,  a  quelli immediatamente prima di me, e rinnovo il mio misero schizzo in confronto alla maestosa bellezza.




Fisso per ore dalla finestra di tribordo queste  creature che non ho mai visto prima. Passano alla deriva  nel bel tempo sculacciato. Come sembrano  assolutamente immobili,  non  ortodossi  e  meravigliosi. 

 

La maggior parte degli iceberg dell’emisfero  settentrionale  si  stacca  dai  ghiacciai  occidentali  della  calotta glaciale della Groenlandia, nelle baie di Disko e  Melville.

 

Si spostano a nord nella corrente della Groenlandia  occidentale per un po’ e poi  vengono a sud lo stesso anno o l’anno successivo con la corrente canadese fino  al mare del Labrador.  Per quanto imponenti, gli  iceberg sono sminuiti dalle isole di ghiaccio, una specie di ghiaccio che si è formato lungo la costa settentrionale  della Groenlandia e  la costa  nord-occidentale dell’isola  di Ellesmere dalle piattaforme di ghiaccio che si  estendono al largo nelle  insenature dell’oceano (La  struttura e il comportamento del ghiaccio di  piattaforma  sono stati paragonati a quelli sia del ghiaccio glaciale che  del ghiaccio marino, anche se in senso stretto non lo è  nessuno dei due).




Nella banchisa polare, dove costituiscono basi di  deriva ideali e a lungo termine per la  ricerca scientifica. Sono strutturalmente solidi e le loro cime piatte, uniformemente ondulate come un tetto di lamiera, offrono una piattaforma di lavoro vicino alla  superficie  dell’acqua.

 

Estesi quasi quanto le isole di ghiaccio ma molto più  spessi sono gli iceberg tabulari, che si staccano interi dai  piedi di un ghiacciaio di marea.  Con un volume di  40 o  50 miglia cubiche, sono gli oggetti più grandi che  galleggiano nell’emisfero settentrionale. Altri tipi di  ghiaccio artico d’acqua dolce includono il ghiaccio che  si forma sui fiumi artici e sui laghi e stagni della tundra  (che possono congelare sul fondo in inverno), e le lenti  e le fette di ghiaccio macinato all’interno del  permafrost.  Questi ultimi influenzano la formazione di una  geometria  distintiva  delle  crepe del gelo nella tundra  chiamata  ‘terreno  modellato’ e sollevano i tumuli  emisferici, o bolle di gelo, chiamati pingos (Un noto  ammasso di circa 150 pingo, di età compresa tra 3000 e  5000 anni, sorge vicino  a  Toker  Point, appena ad est  della foce del fiume Mackenzie.).

 

Il ghiaccio marino che si forma sulla superficie  dell’oceano si comporta in modi meno prevedibili  rispetto al  ghiaccio  d’acqua dolce,  a  seconda  di  come  si forma e si altera e di  quanti  anni  ha.  La  sua  fisica  -  la distribuzione delle forze al suo interno, la gamma  della sua elasticità e plasticità, la qualità strutturale dei  suoi reticoli cristallini - è estremamente complessa.  ‘Quasi una sostanza sulla terra’, scrive uno scienziato,  ‘è  così docile, così inaspettatamente complicata, così  ingannevolmente  passiva’. 

(B. Lopez)









sabato 18 febbraio 2023

QUANDO DIO RIDE! (senza numero & prefisso solo fuori concorso!)

 













Da precedenti e 


più vigilati capitoli  (11/3)


Prosegue il giorno dopo 


con il racconto 


della Domenica:


THE FLY  


& più seriamente 


con il Primo Dio









Gli dei, gli dei sono più forti; il tempo cade  davanti a loro; le ginocchia di tutti gli uomini si piegano; tutte le preghiere e le sofferenze degli uomini salgono come l’incenso verso di loro; sì, ché questi sono dei, Felici.

 

Carquinez si era finalmente rilassato. Diede un’occhiata alle finestre sferraglianti, guardò verso l’alto il tetto spiovente e ascoltò per un momento il selvaggio ruggito del sud-est mentre pareva volesse afferrarlo tra le sue fauci muggenti assieme l’intero bungalow.

 

Poi sollevò il suo bicchiere davanti al fuoco e rise di gioia attraverso il vino d’orato.

 

‘È bellissimo, è soavemente dolce, è un vino da donna, e fu fatto bere ai santi vestiti di grigio’.

 

‘Lo coltiviamo sulle nostre calde colline!’,




dissi io, con un perdonabile orgoglio californiano.

 

‘Ieri hai camminato attraverso le viti da cui proviene!’

 

Valeva la pena di sentire Carquinez!

 

Non era mai veramente se stesso fino a quando sentiva il dolce calore della vite cantare nel suo sangue. Era un artista, è vero, sempre un artista; ma in qualche modo, sobrio, il tono acuto e l’inclinazione svanivano dai suoi processi mentali e lui era incline a divenire mortalmente noioso come una domenica britannica - non banale come gli altri uomini, ma relativamente a Monte Carquinez quando era davvero se stesso.




Da tutto ciò non si può dedurre che Carquinez, che è il mio caro amico e più caro compagno, era un ubriacone. Tutt’altro: raramente sbagliava. Come ho detto, era un artista. Sapeva quando ne aveva abbastanza, e abbastanza per lui era l’equilibrio – l’equilibrio tuo e mio quando siamo sobri.

 

La sua era una temperanza saggia e istintiva che poteva essere quella di un greco. Eppure era lontano dall’esserlo.

 

‘Sono azteco, sono Inca, sono spagnolo’,

 

…gli ho sentito dire.

 

E in verità guardandolo sembrava un composto di strane razze antiche con la sua pelle scura e l’asimmetria e primitività delle sue caratteristiche. I suoi occhi, sotto le sopracciglia massicciamente arcuate, erano distanti e neri con l’oscurità che è barbara, mentre, davanti ad essi stavano perennemente cadendo un ciuffo di capelli attraverso i quali guardava come un satiro birichino da un boschetto.




Indossava sempre una morbida camicia di flanella sotto la giacca di velluto a coste e la cravatta sempre rossa. Quest’ultima rappresentava la bandiera rossa (un tempo aveva vissuto con i socialisti di Parigi), e simboleggiava il sangue e la fratellanza dell’uomo. Inoltre, non era mai stato visto senza un sombrero di pelle  a larghe tese. Si diceva persino che fosse nato con questo particolare copricapo. E nella mia esperienza è divertente vedere quel sombrero messicano che chiama un taxi a Piccadilly o schiacciarsi nella calca della ferrovia elevata di New York.

 

Come ho detto, Carquinez era animato dal vino  ‘come l’argilla fu animata rapidamente dal soffio divino’, secondo il suo modo di dire. Confesso che era ereticamente intimo con Dio; e devo aggiungere che non c’era né eresia né blasfemia in lui. Era sempre onesto e, purché aggravato dai paradossi, molto frainteso da coloro che non lo conoscevo bene. Poteva essere elementarmente rozzo come un selvaggio; e altre volte delicato come una cameriera, o scaltro come uno spagnolo.

 

Infatti non era lui Azteco? Inca? Spagnolo?

 

E ora devo chiedere scusa per lo spazio che gli ho dedicato. (lui è mio amico e gli voglio bene e speriamo che dallo Spazio profondo non ci odano...).


La casa stava tremando per la tempesta, mentre si avvicinava di più al fuoco e rise attraverso il bicchiere. Mi guardò, e con maggior lucentezza dei suoi occhi e con la loro vigilanza, compresi che aveva raggiunto il punto culminante.

 

‘E quindi pensi di aver vinto contro gli dei?’,

 

chiese.

 

‘Perché gli dei?’.

 

‘Chi se non loro ha posto la sazietà nell’uomo?’,

 

…gridò.

 

‘E da dove viene la volontà in me per sfuggire alla sazietà?’,

 

…chiesi trionfalmente.




‘Di nuovo gli dei’,

 

disse sorridendo...

 

‘È il loro gioco che giochiamo, mischiano tutte le carte e prendono la posta. Non pensare di essere scappato fuggendo dalle pazze città. Tu con le tue colline ricoperte di vite, i tuoi tramonti e le tue albe, la vostra vita casalinga e semplice!

 

‘Ti ho osservato da quando sono venuto, non hai vinto hai capitolato. Hai parlamentato con il nemico. Hai confessato che sei stanco. Hai volato sventolare la bandiera bianca. Hai giocato un trucco, un vile trucco. Hai esiliato al gioco. Ti rifiuti di giocare. Hai gettato le tue carte sotto il tavolo e sei scappato per nasconderti, qui tra le tue colline’.

 

Si scostò i capelli lisci dagli occhi lampeggianti, e appena interrotto si arrotolò una lunga sigaretta marrone messicana.




‘Ma gli dei sanno che è un vecchio trucco, tutte le generazioni di uomini ci hanno provato …e perso. Gli dei sanno come comportarsi con uno come te. Perseverare è possedere, e possedere vuol dire essere sazio. E così tu, nella  tua saggezza hai rifiutato di perseverare più a lungo. Avete scelto di smettere: benissimo vi sazierete con questo. Ottimo. L’hai semplicemente barattato per la senilità. E la senilità è un sinonimo di sazietà. È la maschera della sazietà. Bah!’.

 

 ‘Ma guardami!’,

 

…esclamai!

 

Carquinez è stato sempre un demone per trascinare l’anima di qualcuno per farci stracci e brandelli.




Mi squadrò con sguardo fulminante.

 

‘Non ne vedete i segni’,

 

…dissi con aria di sfida.

 

‘La decadenza è insidiosa’,

 

ribatté.

 

‘Sei più che maturo’.

 

Ho riso e perdonato la sua diavoleria.




 Ma lui rifiutò di essere perdonato.

 

‘Non lo so?’,

 

...chiese.

 

‘Gli dei vincono sempre, ho visto giocare gli uomini per anni e secoli quello che sembrava un gioco vincente. Alla fine hanno perso’.

 

‘Non fanno mai errori?’,

 

…ho chiesto.

 

Ha soffiato molti anelli di fumo meditativi prima di rispondere.




‘Sì, sono stato quasi ingannato, una volta. Lascia che te lo racconti. C’era Marvin Fiske (un idealista, un poeta, un amante della Natura come della Verità e della Bellezza).

 

Ti ricordi di lui?

 

E il suo volto dantesco e l’anima del poeta, cantando il proprio ed altrui canto dello Spirito innalzava il suo inno all’Amore!? E c’era Ethel Baird (bella come Madre Natura pura come ogni suo Elemento cantato), che anche tu devi ricordare’.

 

‘Una santa Madonna’,

 

dissi!

 

‘Proprio Santa come l’Amore! E più dolce! Solo una Natura e Donna fatta per l’amore spirituale, e ancor meglio come posso spiegartelo? Intriso di santità come la stessa tua aria, qui, è impregnata dal profumo dei fiori. Bene, si sono uniti: Uno ha generato l’altro, l’altro ha generato Lei. Senza peccato alcuno! Hanno giocato una partita con gli dei’.

 

‘E l’hanno vinta, hanno gloriosamente vinto (pur perdendo l’intera mano)!’.




 (Poi la Terra s’è spaccata gli dei - o il tuo dio - hanno perso o vinto la partita e il dilemma rimane…)

 

Lo interruppi!

 

Carquinez mi guardò con compassione e la sua voce era come una campana funebre.

 

‘Hanno perso, in modo supremo, in modo divino, in modo colossale’.

 

‘Ma il mondo crede diversamente’,

 

…mi azzardai freddamente.




‘Il mondo congettura, il mondo vede solo il volto delle apparenze. Ma io so. Ti è mai venuto in mente di chiedermi perché ha preso il velo, sepolta in quel doloroso convento di morti viventi?’.

 

‘Perché Lei lo amava così tanto che quando morì...’…

 

 La parola mi fu troncata sulle labbra dal sogghigno di Carquinez.

 

‘Una risposta a proposito’,

 

…disse,

 

‘fatta a macchina come un pezzo di stoffa di cotone. Il giudizio del mondo! E il mondo ne sa qualcosa a questo proposito!? Come voi, è fuggita dalla vita. È stata vinta. Velata la vedi in quella fumosa dottrina dipinta fuori e dentro il convento in cui posta. Tirò fuori il sudario bianco della stanchezza. E nessuna città assediata ha mai sventolato quella bandiera con tanta amarezza e lacrime’.




‘Ora ti racconterò tutta la Storia, e tu devi credermi!

 

Perché io so!’

 

‘Avevano riflettuto sul problema della sazietà (dell’Anima come dello Spirito). Amarono l’amore la bellezza di Dio e conobbero completamente il valore di esso. Lo amavano così tanto che erano desiderosi di tenerlo sempre caldo e fremente nei loro cuori come il vero unico sommo bene. Essi accolsero con favore la sua venuta temendo il male.

 

Il male ora dappertutto!’




‘L’amore è il desiderio di vita e della Natura, ed essi lo trattenevano come un dolore delizioso una pena deliziosa, e quando trovarono quello che cercavano morì (giacché morta). L’Amore negato viveva, l’amore soddisfatto morì. Mi seguite? Essi compresero che non c’è scopo di vivere desiderando ciò che già si possiede o si pensa possedere. Mangiare ed essere ancora affamati è un problema che nessun uomo è mai riuscito a risolvere. Il problema della sazietà. È così. Infatti sono ingordi non asceti e asceti ingordi nello stesso strano tempo! Avere e conservare il maggior appetito davanti ad una tavola ricolma di cibi eppure essere asceti. Questo il loro problema, perché loro amano l’Amore saziato da un diverso Spirito e Principio. Spesso lo discutono con tutti i dolci ardori dell’Amore e del Bene traboccanti nei loro occhi, con il sangue rossastro che tinge le loro ed altrui guance nell’inutile umana violenza raccolta; nascondendosi in un tremolio nella gola, per tornare poi ad esprimersi in un suono dettato dalla Natura: ineffabile beatitudine che Lei solamente può emettere come il lieve fruscio di un albero che muove le sue e loro foglie al vento.

 

 Come faccio a sapere tutto questo?

 

Ho visto... molto.

 

Molto altro ho imparato dal loro vangelo.




Questo l’ho trovato nel diario di Lei la tua Madonna:

 

Perché, davvero, quella voce errante, quel bisbiglio crepuscolare, quel respiro così dolce come rugiada, quel liuto dalle ali di fiamma... suonatore di liuto che nessuno vede solo per un momento, in un luccichio arcobaleno di gioia, o all’improvviso lampo di passione, questo squisito mistero che chiamiamo Amore e Sommo Bene, arriva, almeno ad alcuni visionari rapiti e poi indistintamente perseguitati; non con una canzone sulle labbra che tutti possano sentire, o come una violenta violenza della musica pubblica, ma come agitato dall’èstasi muta del desiderio la più sublime sinfonia.

 

Come trattenere quell’alato suonatore di liuto dalle ali di fiamma con la sua muta eloquenza di desiderio?




Celebrarlo voleva dire perderlo perché nessuno avrebbe compreso siffatta celebrazione. Il loro reciproco amore è un grande amore. I loro granai sono traboccanti di abbondanza, eppure hanno bisogno di conservare intatto l’acuto desiderio del loro amore. Né erano magre piccole matricole che teorizzavano sulla soglia dell’Amore. Erano anime robuste e leali. Avevano amato, come altri, prima di incontrarsi e, in quel tempo avevano soffocato l’amore con le Poesie lo avevano ucciso cantandone le lodi agli altri e seppellito nella tomba della inutile materia la quale non ha compreso. Non sono degli spettri freddi quest’uomo e questa Natura, sono umani evoluti e dei divenuti per ogni Elemento ucciso. Non hanno patria né sobrietà sassone nel loro sangue. Il colore di esso è il rosso tramonto. Loro brillano con esso. Conservano in loro la gioia della carne come i francesi. Sono idealisti, ma il loro idealismo è Universale. Non è temperato dal freddo e dal fluido tenebroso che per l’inglese serve come sangue. Non c’è  stoicismo in loro.

 


Erano e sono tutto ciò che ho detto, ed erano e sono fatti per la gioia. Ma ebbero contro un pregiudizio. Siano maledetti i pregiudizi! Giocavano e combattevano logicamente e fu questa la loro logica.  

 

Bene torniamo alla Logica, l’uomo e la Natura si dissero: “Perché amarsi una volta sola? Se amarsi una volta vuol dire anche dividersi nel nostro amore così pensato, non è più saggio divenire una sol cosa e non amarsi affatto come tutti gli altri amano”.

 

Sono uno e non due nel desiderio negato oppure consumato?

 

Pensaci!

 

Così possono mantenere in vita l’amore nato digiunando come l’amore per sempre pensato. Fu ed è questo il più grande peccato da loro consumato. 


La più grande (e rinata) Eresia!

 

Pensaci ancora!




Forse hanno raggiunto questo pagano principio divenuto pregiudizio…

 

Ma essi sono più saggi ancora, più d’ogni fallace dottrina: non volevano amarsi così come è ed è sempre stato, e neppure lasciarsi, si unirono per dio! Poi la Terra si squarciò come per maledizione o miracolo… come quello stesso Dio crocefisso ecco il segreto mai rivelato.

 

Io li osservo così come un tempo, medesimo tempo  osservato…




È uno spettacolo per dio, quell’uomo e quella Natura sposati che assieme cantano e rimano canzoni d’amore con una freschezza verginale come l’amore appena nato, con a maturità e ricchezza di ardore che i giovani amanti non potranno mai conoscere. I giovani innamorati di medesimi ideali sono pallidi e anemici accanto a quella coppia a lungo sposata. Vederli con tutto il fuoco e fiamma e la tenerezza da una distanza tremolante, prodigandosi a distanza carezze più che inutili preghiere ed il loro amore li spinge l’uno verso l’altro e come fiamme palpitanti di vita si rincorrono nell’orbita della luce. Sembra, in obbedienza a qualche grande legge della fisica, più potente della gravitazione e più sottile, che devono fondersi fisicamente ciascuno in ognuna passione amata e contemplata… di fronte ai miei stessi occhi. Non c’è da meravigliarsi che fossero chiamati i meravigliosi amanti.




Un giorno trovai sul sedile vicino alla finestra un libro di versi si è aperto da sé, per la lunga abitudine:

 

 E’ così dolce stare appena un po’ separati,

Conoscersi meglio e mantenere

La delicata soave sensazione vilipesa

Di due che si toccano

O amore, non ancora!

Manteniamo il nostro amore

Avvolto nel sacro mistero

Ancora per un po’ di tempo

In attesa degli anni che verranno

E che mai arriveranno!




Imparai quei versi a memoria e vidi in una bianca visione i loro grandi Spiriti innocenti.


Essi sono come dei fanciulli, non comprendono il male che li circonda. Giocano con il fuoco della Natura, si giocano del loro dio pregano ancora gli antiche Dèi, hanno inventato o meglio ancora, appreso delle sconosciute regole e invisibili formule, hanno inventato un sistema diverso e lo hanno portato alla tavola non del successo ma da gioco con cui si compone la vostra vita aspettando di vincere.

 

Attenzione!

 

Gridai!

 

Dio è dietro di voi.




In nome suo e di altri sconosciuti dei celebrati fanno muovere oscure regole per ogni nuovo sistema escogitato. Non avete possibilità di vincere!

 

Sorvegliai ancora.

 

Gli anni passavano e la brama incompresa del loro amore non si estingueva anzi diveniva sempre più acuta fino ai confini della patologia. Furono torturati per questo. Come molti altri, lo ammetto. L’uomo e la sua Natura hanno fatto un miracolo, si sono giocati di quel Dio pregato, e neppure Lui o chi in suo nome gli perdonò il misfatto. Avevano deturpato la Terra quando furono divisi da questa Eresia.

 

Tremò anch’essa di paura.

 

Io che vedo ed ho visto so! (anche se ci ascoltano!)


Nessun amante ha avuto la loro èstasi amorosa, non avevano ucciso l’amore con le solite pretese unite e celebrate in comuni convenevoli, lo avevano coltivato negando l’amore come siamo soliti conoscerlo anche in senso filosofico, e negando cotal amore lo condussero al punto di morirne dal desiderio. È un vero delirio d’amore incompreso, ma poi un giorno, gli dei o uno solo di loro si alzarono dal loro Olimpo e guardarono l’uomo e quella strana Natura che s’erano beffati di loro.

 

Ed in qual medesimo Tempo l’uomo e la sua Natura si guardarono negli occhi, Uno come il Dio che li giudicava ed avevano beffato accompagnato dai suoi dei, e si accorsero che visti e scrutati l’amore morto. La luce andata. La fiamma spenta. Tutto divenire incomprensibile peccato da tutti indistintamente giudicato. Sembrava che il desiderio una volta osservato e tratto nel Tempo nato e contato morisse. E morì divenendo il Sogno - ugual Sogno - dell’oscuro Primo Dio celato Straniero al proprio Creato.




Gli dei o uno solo di loro giocano una diversa partita alla tavola in cui qualcuno li ha posti.

 

L’uomo muore ed arde di ugual antico primo desiderio, un uomo morto al tavolo del loro strano gioco. Lei, Madre Natura, si dischiuse al voto da chi mai  pur celebrata l’ha conosciuta.

 

Ve l’ho detto e lo so!

 

Pur perdendo vinsero, come state vincendo voi sulle vostre colline dal bianco o rosso vino offerto come il sangue del dio che ride, che ride per come pregate o peggio desiderate e pur pregando e desiderando mai avete conosciuto il vero amore inchiodato…

 

(Ispirato da un racconto di Jack: Quando Dio ride)