IL GRASSO LEGNAIUOLO

IL GRASSO LEGNAIUOLO
& UN MONDO PERDUTO

mercoledì 2 agosto 2023

L' IDENTITA' DELLA NATURA (nella lotta degli Elementi)

 


















Precedenti capitoli:


Circa la 'Divinazione'


Prosegue.... con:
 



 

& l'uomo















In questo Tempo andato perso dismesso riciclato calcolato ciclico e scomposto ma spacciato barattato e rivenduto per… moderno èvo; progressivo graduale improvviso schizofrenico affrettato (contro)tempo derivato  nato (da ciò che vivo) nell’intento “mediatico-digitalizzato-industrializzato-connesso-globale-evento-informatico”… la capacità del Sogno e con essa l’antica genetica non ancora devastata ed innestata circuito (pre)stampato icona d’ogni Formica, si è frantumata e certo non Frammentata in Rima, quando la capacità della Poesia e con essa della vera Preghiera componeva saggia scienza nell’alchemica Via scomposta ricomposta per ogni Elemento nell’Officina della Vita non ancora… metallurgia o falso oro in nome e per conto della precoce e falsa ricchezza….

Da ciò Signori miei che ne deriva…?

Urla grida imprecazioni  & lanci di uova…!!

Indicano apostrofano insultano cercano perseguitano ed imprecano contro il Pazzo non più Lupo ma nuovo (sempre)eterno Agnello il quale prega una diversa Filosofia al rogo del ricco banchetto per ogni orto e via che giammai sia una casa giacché il Feudatario non permette diverso Elemento almeno ché non sia sano fruttuoso ricco… Frate Cemento!




Ragion per cui si anticipa ‘Moneta Calunnia’ quale antico principio innestato nella morale d’una falsa coscienza divenuta dottrina, innestata nel Pensiero limitato ma altresì globalizzato di una Memoria persa barattata e confusa con la vera Arte della Vita.

E chi corrotto e perverso perseguita il vero Perfetto!

Ed ai pazzi, a coloro cioè privi dell’ideale e principio della Vita accompagnati dal nuovo buffone di corte rispondo in Rima; non me ne voglia il feudatario se l’alchemica antica dottrina da lui non certo mai né intuita né compresa gli è per sempre avversa: pronostico ancora (così come il Maestro) futura bambina in difetto di quella antica purezza e prossima, Marte permettendo, a futura cubista! Che no! Certo che no qual Elemento rappresentato, solo un ballo indemoniato assatanato per mostrare un corpo senza forma né sostanza alcuna.

Abdicando alla vera bellezza il male della corrotta natura…

…La mia Eresia, il mio Eretico Viaggio i miei Frammenti proseguono svelando un poco della simmetrica Genetica quando urlavo anch’io ad una Foresta sognando quel lupo fuggito dalla London annerita da troppo catrame e vapore del futuro Secolo in progressione o fors’anche in lieve sconnessa discreta discesa…




Ma la materia o meglio lo sterco della Terra - rubando pensiero allo storico convenuto -, abbisogna della Borsa per proclamare l’Azione della propria selva. Così tutto ciò che ne deriva dall’uno all’altro polo alla borsa misurato valutato e convenuto e globalmente digitalizzato è un Sogno di falsa ed incompiuta ricchezza…

O forse solo falso alchemico traguardo o tramonto derivato alla medesima Alba (che Guenon mi protegga per questa mia e sua saggezza negata se pur letta di fretta…)

E come ebbe a dire Cecco sul rogo: lo scrissi lo penso lo affermo…

E lo Cogito e scrivo ancora nella lotta d’ogni Elemento…

A voi concedo solo l’urlo incompiuto d’una grande saccenza accompagnato da una velata ignoranza mascherata per saggezza… riversata come vomito dal centro alla alta Stratosfera… di questa nostra Sfera…

…Probabilmente le emissioni di solfati (vomito detto) nell’èra pre-industriale furono trascurabili così come il disboscamento: nell’èra del Bronzo, nonché nella prima età del Ferro, la metallurgia non richiedeva temperature molto elevate, e le ciminiere erano basse rispetto a quelle del XVIII secolo in poi. Le particelle di solfati sono soltanto uno degli aerosol dell’èra industriale, e l’impatto degli altri ‘alchemici’ composti elementi devastanti sull’odierno quanto futuro clima da qualsiasi punto di vista si possa convergere o divergere, usando il lessico specifico degli addetti ai lavori, su un probabile aumento o abbassamento delle relative temperatura e i dovuti accorgimenti adottati i quali non possono e debbono rientrare nelle specifiche politiche disquisizioni quanto devastanti decisioni. Se pur la Natura lenta nell’edificare e stabilizzare  la Vita i semi di ciò che avvelena il principio della Terra sarà un marcio frutto da offrire al prossimo Adamo nel Sogno della propria ‘saggezza’…

A causa dell’altrui ‘pazzia’…




Ho detto che nei miei sogni non vedevo mai esseri umani.

Mi accorsi presto di questo fatto e risentii in modo piuttosto pungente questa assenza della mia propria specie. Anche quand’ero bambino, avevo la sensazione, in mezzo all’orrore dei miei sogni, che se avessi incontrato un uomo, un solo essere umano, mi sarei salvato dai sogni e dai terrori che mi circondavano durante il sonno.

Questo pensiero turbò per anni interi le mie notti: se potessi trovare quest’essere umano, sarei salvo!

Devo ripetere che questa idea mi sorprendeva proprio nel bel mezzo del sogno e da ciò desumo l’evidenza della coesistenza delle mie due personalità, la prova che esiste un punto comune alle due parti dissociate del mio io.

La mia personalità di sogno viveva nei tempi remoti, prima ancora che esistesse l’uomo come noi lo conosciamo, e l'altra mia personalità, quella della mia vita reale, si fondeva nella sostanza dei miei sogni per quanto è concesso alle conoscenze delle vite d’un uomo. Forse gli psicologi togati troveranno da ridire sul significato che io attribuisco alle parole ‘dissociazione della personalità’.





La stella trafisse l’oscuro oceano,
parola ancora non nata
nella coscienza di una prima
cellula di vita.
Uscì da un ventre saturo
d’un lento concepimento.
Ventre gravido che urla
dolore,
in nome dell’istinto in cerca
della sua luce.
Istinto di un pensiero non ancora
nato alla vita,
lento risale la china
fino alla spiaggia di una
mente,
per millenni forma non ancora
precisa…
forse solo intuita. (1)

Mutò colore come un cielo
trafitto,
mostra lo sguardo lieve
di mille candele.
Mondi lontani, sapere infinito,
parola muta…
e poi solo paura…
La parola arrivò lieta una sera
ad illuminare il cielo
come sole che splende,
insegnò alla forma non ancora
perfetta:
nuova coscienza d’una vita
che nasce,
con tanto troppo dolore,
ed incide nell’oscuro oceano
il primo vagito di stupore. (2)

La stella insegnò la parola,
ma prima di lei il pensiero,
perché assieme a lei vola
nel vasto Universo,
dove Dio cadde
nel suo primo peccato.
Ancor prima il sentimento,
inconsapevole movimento
in un Universo da lui pensato…,
e da una stella creato.
Istinto ripetuto nella forma
e scolpito nel ventre,
conchiglia mai morta,
spirale di vita non del tutto
capita.
Coscienza muta,
parola divenuta preghiera
segreta,
mito nascosto e per sempre
contemplato,
forma dell’intero Creato. (3)

Incastrato in uno strato di
pelle,
di un Dio muto al loro pensiero,
parla per bocca di una
stella,
perché illumina il passo,
ora lieve,
ora stanco,
del saggio che interpreta la sua
parola segreta.
Ne fa testamento
e scienza perfetta,
per chi non confonde mito
e movimento:
Dio immobile al centro del
grande Universo.
Ma incide la via dell’infinito
stupore con la formula
del suo eterno amore. (4)

Geroglifico quasi perfetto,
dopo la parola del nostro
primo pensiero:
diviene numero scolpito
e donato,
nel sogno di un diverso
segreto.
Vuole il Primo Dio pensiero
assoluto,
prima del numero,
specchio nascosto
del suo lungo discorso.
Del quale pian piano saliamo
la china,
scoprendo la mente divina
posta fra la retta simmetria
e l’asimmetria principio
di vita. (5)

Risveglio d’un sogno
perfetto,
dove non vi è,
prima seconda,
o terza dimensione;
ma diversa parola pensiero
e scrittura.
Perché appena riesce ad arrancare… 
come quella prima creatura.
Muta scruta la riva,
osserva la volta, cerca sostanza,
nutrimento per un istinto
che avanza.
Vita mai del tutto
capita,
forse solo appena intuita. (6)

La stella precipita
senza guardare,
illumina solo il bianco
altare,
dove il ghiaccio abbraccia
la neve.
Distesa infinita nominata
deserto,
dove il sole per sempre
muore.
La notte adombra la via
di chi scorse la sua scia.
Accende in un istante
la volontà mai morta
nominata pensiero.
Per scoprir se è vero,
che il mondo è rotondo,
mai piatto come quella distesa
di ghiaccio,
che ci ruba lo sguardo. (7)

Nel sogno incidemmo
l’amore,
rubare il teschio per farne
poesia.
Scolpire la memoria nella parola
senza scrittura,
per raccontare la lunga
avventura e sofferta
agonia.
Chi costretto a cercare
un lume di vita,
per portare il sangue 
al compimento della
sua eterna natura. (8)

Il ghiaccio nasconde
il passo deciso,
chi alla sacra scrittura
preferì il martirio di una
strana visione.
È solo una stella che muore.
Un sole per cantarne gloria
e amore.
Per il resto della preghiera…
tenda di pelle di nobile
bisonte,
occhio di lucertola che illumina
la sera,
dente di orso che scalda
il sonno,
penna d’uccello che dona
ornamento.
Lingua narrata per ogni
anello di albero…
nel cosmo della natura
del loro Secondo Dio…
e nominata peccato. (9) 

Una generazione di vita in cammino
sulla grande via.
Lingua cantata come una
poesia,
trascina un sogno mai spento…
una terra scolpita nel sangue e nel vento. (10)

Una terra come eterna
partenza.
Una lancia conficcata
nella schiena,
come uno sparo di carabina
che tramuta il sogno
in nera visione. (11)

Nel vento nascosero il rito,
nella sabbia il sorriso,
nell’acqua che scorre marcarono
il sentiero,
del sogno ne fecero un grande
Impero.
Dalla terra rubarono l’amore,
confusero memoria
e dolore.
Nascosero l’essenza che mai
muore,
in una nuova preghiera
che uccide ogni passione.
Barattarono la danza della vita,
perché illumina lo spirito
d’un primo bagliore,
cercato all’infinito nel lungo
cammino.
Restituisce la luce di chi
fuggito,
da un lungo martirio senza più
sorriso,
in lenta agonia all’ombra di un
crocefisso,
nell’oscuro altare d’un vecchio
Testamento. (12)


(G. Lazzari Frammenti in Rima)
















lunedì 31 luglio 2023

DIVINAZIONE

 









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....un Orsa ribelle  


Prosegue con la... 


seconda parte 


& con taluni 


approfondimenti... 


circa la 'mannara' violenza







Se nel senso comune il termine ‘divinazione’ (o ‘mantica’) pare indicare qualche remota pratica dell’antichità, disancorata dalle nostre consuetudini, riflettendo su espressioni più usuali (per esempio “augùri”, “di buon auspicio” e così via) scopriamo che queste celano legami con antiche scienze della previsione e rituali propiziatori. Le une e gli altri hanno lasciato un segno nel nostro linguaggio e, seppur trasfigurati, permangono nel nostro contesto culturale.

 

Il vocabolo ‘augùrio’ deriva dal latino ‘augurium’, che indicava il presagio tratto dal comportamento degli uccelli, dalla cui interpretazione i sacerdoti dell’antica Roma potevano conoscere la volontà degli Déi e il futuro. Così, quando auguriamo a qualcuno che si realizzi un evento positivo, esprimiamo un ‘auspicio’ (da avis, ‘uccello’ e ‘specio’, ‘osservo’), cioè ci riferiamo inconsapevolmente all’osservazione del volo degli uccelli.




Nella nostra cultura, di matrice giudaico-cristiana, l’arte divinatoria è classificata come ‘superstizione’, osteggiata sia dalla religione (per la quale è un tentativo profano e illegittimo di conoscere l’inconoscibile) sia dalla scienza (la cui estensione capillare e profonda nel nostro immaginario ha braccato senza tregua i residui di credenze nei presagi, negli oracoli, nelle profezie). La divinazione ricopre nella nostra società un ruolo marginale: ciò rispecchia la priorità attribuita alla religione cristiana rispetto ad altri insiemi di credenze, riti e culti con cui l’uomo riconosce e onora l’esistenza di un ordine superiore. Nella nostra cultura, pertanto, vige una separazione tra pensiero religioso e pensiero magico-divinatorio, riconosciuta anche dall’etica aconfessionale. Al contrario, presso contesti culturali diversi, come nelle civiltà greca, romana e mesopotamica, divinazione e religione sono inscindibili, si articolano l’una nell’altra e insieme danno forma a ciò che indichiamo come ‘pensiero magico-religioso’.




Proiettare il proprio sguardo nel futuro, precorrere l’avvenire, penetrare i meccanismi del presente, squarciare il velo dell’ignoto e celebrare il Sacro sono reazioni umane nei confronti dell’aspetto incomprensibile della realtà, dell’inesprimibile e affascinante mistero di essere al mondo. 

(S. Tonutti) 

 

Come sarebbe valutato il ruolo attuale dell’umanità su questo pianeta alla luce delle Filosofie del passato?

 

Qualunque delle grandi Filosofie scegliessimo come valida, il nostro ruolo attuale riceverebbe un giudizio negativo. Infatti, esso è in contrasto con le priorità di valore proclamate da tutti questi sistemi. Ciò vale per l’aristotelismo, il buddismo, il confucianesimo e le altre grandi filosofie degli ultimi duemila anni.

 

I più grandi sistemi filosofici distinguono nettamente tra ciò che è grande da un punto di vista quantitativo e ciò che lo è da un punto di vista qualitativo. Si ricerca la grandezza in senso Spirituale, non le grandi dimensioni.

 

Si riconosce l’importanza della tecnologia, ma al primo posto vi sono i valori culturali. La qualità della vita non è messa in relazione con un consumo insensato. Le grandi filosofie richiedono alle persone di valutare le conseguenze a distanza delle proprie azioni e la prospettiva utilizzata deve essere universale nel Tempo e nello Spazio. Nessuno dei grandi filosofi considerava i rapporti di mercato e i modi di produzione come fonti di norme per lo stato, la società o l’individuo. 

(A. Naess)




Presso tutti i popoli, il pensiero magico-religioso nelle sue più disparate manifestazioni accoglie le pressioni conoscitive dell’uomo, i suoi timori, la sua esigenza ordinatrice, la sua devozione intima: di risposta attribuisce significato a ciò che è oscuro, nomina ciò che è indicibile, mette ordine nel caos, stabilisce un codice di espressione del culto, genera un repertorio di riferimenti simbolici da condividere nel gruppo. Più in particolare, nella mantica trovano un tentativo di risoluzione gli aspetti della condizione umana che generano la vertigine del vuoto conoscitivo e la paralisi nell’azione.

 

Che cosa offre all’uomo la divinazione, scienza che Cicerone nel De divinatione definiva ‘intuizione e apprendimento delle cose future’?

 

Appunto la tecnica per conoscere l’avvenire, per decidere il presente, per interpretare il linguaggio delle divinità. Essa è, innanzitutto, tecnica e azione. Anche nella nostra cultura emergono, seppure abbozzati, questi tratti salienti delle pratiche divinatorie: per queste non c’è spazio nel complesso delle credenze istituzionalizzate, né riconoscimento all’interno delle forme del pensiero ufficiale.




Tuttavia il ricorso alla consultazione divinatoria non solo ci appartiene per tradizione, ma è un fenomeno in crescita presso tutti i gruppi sociali: che sia binaria (il ‘testa o croce’ della moneta) o precognitiva (predizione del futuro), che utilizzi i tarocchi, interpreti i sogni o la posizione delle stelle, la divinazione, assieme alla magia, risponde al desiderio umano di conoscere le cose a venire, pone le condizioni per favorire la scelta e l’azione dell’uomo in situazioni ambigue, rischiose, di dubbio.

 

L’analisi delle nostre tradizioni popolari ci dimostra come le ritualità connesse alle pratiche magico-divinatorie spesso integrino le credenze religiose: in situazioni di drammatica crisi per l’uomo, esse sostituiscono l’azione  alla rassegnazione, sollevano l’uomo dall’immobilità, dallo stato di impasse di fronte al destino e gli offrono uno strumento per tentare di cambiarne il percorso. 

(S. Tonutti)




Il modo in cui nel regno animale si ripartiscono le iniziative di formazione degli Stati ha qualcosa di casuale. Ricorda un po’ la divisione dei numeri primi nel mondo dei numeri. Forse anche in quest’ambito, come in quello, si scoprirà una qualche regolarità. Non c’è dubbio che sussistano delle relazioni tra le caratteristiche degli organismi e la loro organizzabilità; la capacità di sviluppare tessuti cornei, fossili o minerali ne costituisce uno dei presupposti, se non addirittura l’unico.

 

Il principio che agisce per formare un’organizzazione si serve di preferenza di elementi inorganici per realizzare costruzioni organiche, come quelle, spesso magnifiche, che compaiono tra i gruppi ‘inferiori’.

 

Chi osservi un radiolare, un cuoretto o il guscio di un riccio di mare ha l’impressione che agiscano qui forze che dimorano al di là della vita, che può darsi forniscano un’impronta di ordine e di armonia non tanto al mondo inorganico, quanto piuttosto a un mondo sovraorganico.




Forse questo ha qualche relazione con il fatto che, man mano che si sale a livelli più evoluti del regno animale, la costruzione degli Stati sembra farsi più rara. Anche per quanto riguarda la pura organizzazione, per gli insetti il problema sembra perfettamente risolto. Ciò non va trascurato, se si vuole caratterizzare l’uomo in quanto zoòn politikón.

 

La decisione che per altre razze è già stata presa è per lui ancora sospesa, lo stampo è ancora fluido, e questo rappresenta la sua salvezza. Di conseguenza egli può condurre, in modo pedagogico e da autodidatta, uno studio sulla formazione degli Stati, tanto all’interno del regno degli animali, quanto entro il quadro offerto dalla sua propria storia: è il suo libro illustrato. Nella formazione degli Stati non è possibile rinvenire alcun genere di progresso: questo significa cioè che le forme perfette non compaiono solo a un livello evoluto di sviluppo, né caratterizzano solo determinati ambiti del regno animale. Accanto alle specie sociali se ne trovano altre, con esse strettamente imparentate, che vivono una vita solitaria.




Tracce di una simile standardizzazione si sono presentate spesso nel mondo della Storia e, occorre sottolinearlo, proprio nel mondo della Storia, il che ci porta a concludere che l’uomo secondo la sua natura, e forse anche secondo la sua umanità, non appartiene alle specie che si organizzano naturalmente in Stati, che dunque la caratterizzazione di zoón politikón non ne coglie la natura essenziale.

 

Anche nelle isole più solitarie, nei luoghi dove si conservano i ‘fossili viventi’, l’uomo ha certamente sviluppato razze particolari attraverso la separazione millenaria, ma non ha dato origine né a uno stato biologico, né a una nuova specie. Quando viene scoperto egli è uomo tra gli uomini e può recuperare con un solo passo ciò che nel frattempo gli uomini ‘sviluppati’ hanno raggiunto.




Giudizi e pregiudizi, leggi e costumi che definiscono una condizione pura e incontaminata, possono innalzare montagne tra gli uomini, spalancare fratture difficilmente colmabili. È in questo paesaggio che la storia gioca la sua parte, e non si tratterebbe di storia, bensì della storia della natura, se la libera volontà non determinasse il quadro che ne traccia i confini. La riflessione risale a essa come a un’ultima istanza. Il suo momento trova sede nel tempo e può trasformare il mondo laddove lo spirito si libera dei propri limiti.

 

Essa è l’elemento caratterizzante la species humana e in quanto tale, sebbene nell’individuo si presenti come eccezione, determina la via e i compiti della specie e della civiltà umana attraverso i secoli. Se paragonate a ciò che per noi uomini è possibile, queste forme di separazione si rivelano effimere. In tutti i tempi hanno richiesto il sacrificio di vittime, e tuttavia non ve n’è una che non sia stata travolta dall’evoluzione o distrutta da una rivoluzione. 

(E. Junger)


[PROSEGUE....]









lunedì 24 luglio 2023

OSSERVAZIONI

 









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dell'ultimo ribelle... 


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segugio meccanico...  


& con la caccia e la tortura







26 febbraio, ore 08:52:34, annunciava come un ciak la scritta gialla al piede dell’inquadratura prima che il video inaugurale partisse. Ed ecco che apparve un topolino minuscolo intento ad annusare il terreno. Si aggirava lì di fronte, muovendosi a scatti. Il fruscio del suo zampettare che usciva dal computer sembrava provenire dalla realtà che ci circondava. Subito, istintivamente, gettai lo sguardo lì dove era passato. Il topolino sul monitor fece un giro su se stesso e trotterellando se ne andò, fino a sparire dietro l’albero in fondo allo slargo.




27 febbraio, ore 16:30:01, annunciava ancora la scritta sul primo fotogramma della seconda scena. C’era vento, le foglie che costituivano il tappeto marrone e giallo del sottobosco vibravano, alcune si sollevavano e partivano tra le raffiche. Entrò sulla scena un bestione, che subito, visto da dietro, non riconobbi. Era un cinghiale. Passò con il muso radente al terreno, fiutando con le narici dilatate e, seguito da un suo simile, si allontanò offrendo alla telecamera il suo immenso posteriore peloso.




27 febbraio, ore 22:01:44. L’inquadratura svelava che nel frattempo, in quelle quattro ore della sera del 27 gennaio, era caduta la neve. Una decina di centimetri. E in quel momento continuava a nevicare. Ma si era di notte, e la scena col buio aveva perso i colori. Di notte la telecamera a infrarossi registra in bianco e nero. Solo gli occhi degli animali, scoprii di lì a breve, se rivolti alla video-trappola, si illuminano di una luce giallognola. Sul fronte della scatoletta si trova un piccolo led, mi spiegava Paolo, che emana una luce rossa indispensabile alle riprese notturne. Col buio gli animali possono non accorgersi del puntino rosso che brilla sull’albero. Ma se osservano nella direzione giusta percepiscono un vago tremolio luminoso. A quel punto reagiscono nei modi più disparati: alcuni si spaventano e scappano, altri, incuriositi, si avvicinano posando il naso proprio sulla video-trappola per cercare qualche odore che gli sveli l’identità del misterioso puntino.




Ma ecco un cervo!

 

Si ferma. Si guarda intorno, e riprende a camminare nella neve che cade abbondante.

 

28 febbraio, ore 07:06:15. Ora, dopo l’intera notte di nevicata, una spessa coltre bianca ricopriva il sottobosco. Si sentì un lontano guaito, e poi fu lui ad entrare in scena: il lupo. Ne arrivò uno, poi un altro, e un altro ancora.




‘Eccoli’, esclamò Massimo di fronte al computer portatile. Alla fine erano in sei. Si fermarono nello spazio, e lì si aggirarono, lenti, come se volessero concedersi una pausa nella loro marcia nella luce dell’alba livida.

 

…Gli animali non sono rinchiusi in gabbia perché possano essere ammirati dagli spettatori come fossero statue viventi in rappresentanza dei loro più fortunati conspecifici in libertà. Qui gli animali vengono ospitati in ampi spazi aperti che riproducono il loro stesso ambiente vitale. Sono aree allestite principalmente per studiare il comportamento degli animali, in uno stato che si avvicina a quello di libertà, oppure, come in questo gestito da Massimo, per recuperare alla vita libera gli animali feriti.





‘Adesso mi raccomando la discrezione’, mi ammonì Massimo. Il punto di osservazione sul recinto di Merlino nel Centro recupero dei Sibillini si trova in cima a un ripido sentiero. È posto in modo – e questa è la sua specificità inderogabile – che l’animale non veda il visitatore. Il visitatore è celato da una parete, nella quale sono state prodotte sottili feritoie per gli occhi. Tutto, l’avvicinamento, l’osservazione, deve svolgersi nel più assoluto silenzio. Solo il cinguettio degli uccellini deve sentirsi nella pace inalterata del boschetto. 

 

Solo Massimo, unico essere umano (con l’unica eccezione della veterinaria), può farsi vedere da Merlino quando gli porta il cibo.

 

È evidente, però, che il lupo ha un vantaggio, e dunque sa che qualcuno si trova nei paraggi. Il suo olfatto non lo tradisce. Quando ci avviciniamo a piccoli passi, quasi trattenendo il respiro nell’illusione di fare ancor meno rumore, il nostro odore è già nell’aria e per Merlino agisce come una sirena d’allarme. Mi avvicino con lentezza estrema. Vedo la luce uscire dalla feritoia, avvicino gli occhi.




….E guardo.

 

…Nessuno.

 

Nello spazio aperto al di là della barriera non c’è nessuno.

 

Massimo sa che Merlino non passa il tempo in un sol posto a ridosso dell’osservatorio, ma anzi vaga di continuo nel suo vasto spazio come farebbe allo stato libero. Però Massimo sa anche che Merlino in questo momento sta riconoscendo il suo odore. Odore benvenuto, perché associato a quello del cibo. E infatti passano poco più di tre minuti, ed ecco che un’ombra scivola silenziosa dal fitto del boschetto, e si avvicina.

 

È lui!

 

Il lupo.




Si approssima con un’andatura trotterellante, elegante, elastica. I suoi passi lo conducono verso di noi. La sua sagoma si fa più nitida. Poi si ferma a pochi metri dalla rete schermata. Rizza le orecchie. Si agita. È nervoso. Capisce che qualcosa di inconsueto sta accadendo intorno a lui. Interroga l’aria con il naso. Guarda a destra e sinistra. Si avvicina ancora di più. Ora si trova a non più di cinque metri dalle feritoie dove due occhi invisibili lo puntano. Sta dritto nella sua postura scattante, energica, potente. Ma è guardingo, teso. Tutto il contrario di un pigro animale nella gabbia dello zoo. Il suo corpo è quello di un maschio adulto, vigoroso e sano. Da tempo è ormai guarito dalla vecchia infestazione da rogna. È lungo all’incirca quanto un uomo sdraiato: 130 centimetri, più la coda di 35. Ed è alto una settantina di centimetri al garrese.

 

È grande, potente, robusto e allo stesso tempo flessuoso e aggraziato.




Il colore del mantello di Merlino, in questi giorni di marzo, è ancora velato del grigio argentato dell’inverno, ma presto prenderà quello estivo che tenderà al rossiccio. Le zampe sono lunghe, tenute semipiegate quelle posteriori perché pronte a scattare, mentre quelle anteriori partono dritte da un petto prominente e muscoloso. Mi concentro sulla testa. Il cranio è piuttosto grande, ben più grande di quello di un cane pastore tedesco, ed è sorretto da un collo massiccio. Ha orecchi corti. E la dentatura, ovviamente, è sviluppata come in tutti i carnivori di grossa taglia: i canini superiori sono lunghi come un mignolo della mano.

 

…E poi gli occhi – gli occhi, la parte del corpo che più lo contraddistingue – sono ampi, espressivi, gialli, luminosi. E sono posizionati verso la parte frontale della testa con una leggera inclinazione verso il passo.

 

Eccolo lì, il lupo, finalmente.

 

Lo osservavo cercando di fissare il più possibile la sua immagine nella memoria.

 

Quando avrò ancora occasione di vedere un lupo?




In quel momento, pensai, per una rarissima deroga alla consuetudine era il lupo ad essere osservato dall’uomo, e non viceversa. Era osservato dall’uomo resosi invisibile perché celato dietro un riparo. Uno sguardo fisso tra uomo e lupo correva anche in quegli istanti, ma in un senso opposto a quello abituale. E mi venne da riflettere sul terribile divario di potere che dà guardare senza essere visti, sul senso di tremenda impotenza e oppressione che si riceve dal sentire gli occhi di qualcuno che ti fissano, senza poter ricambiare lo sguardo.

 

Sarà proprio su questo punto, mi chiesi, che si sono addensate le paure dell’uomo nei confronti del lupo?

 

Il lupo, in fondo, non ha mai rappresentato una vera minaccia materiale per l’uomo. Non attacca l’uomo, come per esempio fanno la tigre, l’elefante, il bufalo. Il lupo può attaccare gli animali domestici, ma lo fanno anche altri animali, come la volpe, e comunque ci si può sempre difendere. Eppure non sono la tigre, l’elefante, il bufalo o la volpe ad essere percepiti come gli antagonisti per antonomasia dell’uomo.




No, qualche cosa d’altro deve aver concorso a determinare un così ampio campionario di leggende infamanti, di miti e di proverbi ingiusti che hanno dipinto il lupo come il male assoluto. Quel giorno, osservando Merlino, mi sembrò di intuire che molto, del rapporto uomo-lupo, stava proprio nello sguardo.

 

Nello sguardo del lupo.

 

Perché se è vero che non c’è niente di più pauroso di essere osservati senza poter vedere, allora si spiega la paura che incute il lupo nei lunghissimi appostamenti che precedono la caccia. Il lupo è capace di aspettare giornate intere nascosto in un cespuglio. Il suo sguardo, lo abbiamo visto, filtra tra i rami, esce dal buio e vigila, controlla, prende la mira.

 

Così aveva fatto 1/2 per mesi sul paese di Villetta Barrea prima di essere ammazzato.

 

Quegli occhi infondono timore. Sono loro, gli occhi del lupo, non i denti a incutere paura. E al Centro recupero animali selvatici di Massimo Dell’Orso, le parti, per pochi minuti, si erano invertite.

 

(M.A. Ferrari)




 Guarda direttamente negli occhi un animale e questi sono pieni di dolore e di bellezza perché contengono la verità della vita, dolore e piacere in ugual misura, la capacità di gioire e la capacità di soffrire.

 

Gli occhi degli uomini molto primitivi e inconsci hanno la stessa strana espressione di uno stato mentale precedente alla coscienza, che non è né di dolore né di piacere; non si sa esattamente che cosa sia. È piuttosto sconcertante, ma indubbiamente qui sta guardando nella vera anima dell’animale, e questa è esattamente l’esperienza che doveva avere. In caso contrario sarebbe rimasta scollegata dalla Natura. È l’esperienza che ognuno di noi dovrebbe avere per ritrovare il legame con la Natura interiore, con la propria natura e con il dio dei primitivi.




Si potrebbe dire che questi sono gli occhi dell’inizio, del Creatore, il quale era inconscio perché all’inizio tutto era inconscio.

 

Non si può sapere che cosa sia in se e perché, dal nostro punto di vista, un animale non ha coscienza corrisponde esattamente a ciò che noi chiamiamo inconsceità.

 

Non posso addentrarmi in una discussione filosofica su questo argomento, ma è davvero possibile che in ciò che noi chiamiamo inconscio - la somma dei contenuti autonomi - ognuno di quei contenuti abbia in sé una coscienza.

 

Perché no?




La nostra coscienza è un complesso autonomo, e ognuno degli altri complessi potrebbe avere una coscienza indipendente; non è dunque possibile che la somma totale di coscienza e inconsceità abbia un centro con cui i contenuti possano entrare in relazione?

 

Sarebbe quella allora la coscienza, perché l’unica definizione di coscienza che si possa produrre è un’associazione di cose con un Io al centro. Ovunque si trovi un tale centro è perciò davvero possibile che li si trovi la coscienza; pertanto ciò che chiamiamo l’inconscio sarebbe un’altra forma di coscienza di qualcos’altro in qualcun altro.

 

(da G. Lazzari L’Eretico Viaggio[Osservazioni]; C.G. Jung, Visioni)