giuliano

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IL TOMO

sabato 5 maggio 2012

L'ARRIVO DELL'UOMO BIANCO














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Pressa a poco all'epoca del massacro di 'Kashiyeh' (1858), sentimmo dire
che alcuni uomini bianchi stavano misurando la terra a sud del nostro campo.
In compagnia di un certo numero di guerrieri andai a visitarli.
Non potemmo comprenderli molto bene perché non c'era un interprete, tut-
tavia facemmo un accordo con loro stringendoci la mano e promettendo di
essere fratelli.
Dopo di che, ci accampammo nelle vicinanze e loro vennero a commerciare
con noi. Demmo loro pelli di cervo, coperte e ponies in cambio di camicie e
provviste. Portammo anche della selvaggina per la quale ci diedero del dena-
ro.























Noi non ne conoscevamo il valore, comunque lo prendemmo e, in seguito,
apprendemmo dagli indiani Navajo che era molto prezioso.
Ogni giorno misuravamo la terra con degli strumenti strani e mettevano dei
segni che non comprendevamo.
Erano bravi uomini e ci dispiacque quando partirono verso l'ovest.
Non erano soldati.
Erano i primi uomini bianchi che vedevamo.
Circa dieci anni più tardi arrivarono, più numerosi, altri uomini bianchi.
Erano tutti soldati.
Si accamparono vicino al Gila River, a sud di Hot Spring.
























All'inizio, si mostrarono amici e noi non provavamo avversione nei loro con-
fronti, ma non erano così buoni come quelli che erano venuti in precedenza.
Dopo circa un anno sorsero dei contrasti tra loro e gli indiani, ed io scesi
sul sentiero di guerra come guerriero, non come capo.
Personalmente non mi era stato fatto torto ma qualcuno, tra il mio popolo,
l'aveva subito, e io combattei a fianco della mia tribù perché i soldati, e non
gli indiani, erano da condannare. Poco tempo dopo, alcuni ufficiali delle trup-
pe statunitensi invitarono i nostri capi a tenere un incontro ad Apache Pass.
































Poco prima di mezzogiorno gli indiani vennero fatti entrare in una tenda e
fu detto loro che avrebbero avuto qualcosa da mangiare.
Mentre si trovavano lì vennero assaliti dai soldati; il nostro capo, Mangus
Colorado e molti altri guerrieri fuggirono tagliando la tenda, ma la maggior
parte dei guerrieri venne uccisa o catturata.
Tra gli Apaches Bedonkohe uccisi c'erano Sanza, Kladetahe, Niyokahe e
Gopi. Dopo questo tradimento gli indiani tornarono sulle montagne e lascia-
rono perdere completamente il forte.
Non penso che il rappresentante per le trattative abbia avuto a che fare con
questo piano, perché ci ha sempre trattati bene. Credo, invece, che sia sta-
to architettato interamente dai soldati.























A partire da quella prima volta i soldati inviati del nostro territorio occiden-
tale e gli ufficiali al loro comando non hanno esitato a maltrattare gli indiani.
Al Governo non fornivano mai spiegazioni dei torti che gli indiani subivano,
mentre riferivano sempre dei misfatti ad opera degli indiani.
Gran parte di quel che fecero gli spregevoli uomini bianchi fu riportata a
Washington come azioni compiute dal mio popolo. Gli Indiani cercavano
sempre di vivere in pace con i soldati e i coloni. Un giorno nel periodo in
cui erano di guarnigione ad Apache Pass, conclusi un trattato di pace con
l'avamposto.























Fu sottoscritto stringendoci le mani e promettendo di essere fratelli.
Cochise e Mangus-Colorado fecero altrettanto, ma si trattava del primo
reggimento giunto ad Apache Pass. Il trattato venne stipulato circa un anno
prima che fossimo attaccati nella tenda, come ho raccontato più sopra.
Qualche giorno dopo l'attacco ad Apache Pass, ci organizzammo sulle mon-
tagne e ricominciammo a combattere i soldati.
C'erano due tribù, gli Apaches Bedonkohe e gli Apaches Chokomen, entram-
be comandate da Cochise.
Dopo qualche giorno di schermaglie attaccammo un convoglio che traspor-
tava provviste per il forte. Uccidemmo alcuni degli uomini e ne catturammo
altri. Il nostro capo offrì questi prigionieri in cambio di quegli indiani che i
soldati avevano catturato durante il massacro nella tenda.

























Gli ufficiali rifiutarono, così uccidemmo i nostri prigionieri, ci dividemmo e
andammo a nasconderci sulle montagne. Di coloro che ebbero un ruolo in
questa storia, sono il solo sopravvissuto.
Qualche giorno dopo delle truppe vennero a cercarci ma, poiché c'eravamo
dispersi, naturalmente fu impossibile, per loro, localizzare il campo nemico.
Mentre erano alla nostra ricerca dei nostri guerrieri (che i soldati ritenevano
indiani amici) parlarono agli ufficiali e gli uomini, suggerendo loro dove avreb-
bero potuto trovare l'accampamento che cercavano, e noi li osservammo
dai nostri nascondigli mentre ci davano la caccia, ridendo dei loro insuccessi.























Dopo questo tradimento tutti gli indiani convennero che non dovevamo mai
più essere amici degli uomini bianchi. Non ci fu una grande battaglia, ma si
susseguirono lunghe lotte.
A volte attaccavamo noi gli uomini bianchi, a volte loro attaccavano noi.
A volte veniva ucciso qualche indiano, a volte qualche soldato.
Credo che le perdite siano state, più o meno, uguali per entrambe le parti.
Il numero dei morti, in questi scontri, non è molto importante, ma il tradi-
mento da parte dei soldati fece infuriare gli indiani e richiamò alla mente
altri torti subiti, così che essi non si fidarono mai più dei soldati statunitensi.
(Geronimo, La mia storia)












  

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